Nella testa di una jihadista, è un reportage pubblicato nel 2014 dalla giornalista francese Anna Erelle. Come recita il sottotitolo, si tratta di «un’inchiesta shock sui meccanismi di arruolamento dello stato islamico», e in effetti può essere un buon punto di partenza per capire cosa si nasconde dietro l’ISIS, ovvero com’è un terrorista nel privato, quando ha messo da parte il kalashnikov.
Nel marzo 2014, Anna Erelle si crea una falsa identità su facebook fingendo di essere Mélodie, una giovane e ingenua diciannovenne convertita all’Islam che vuole abbracciare la Jihad (la «guerra santa»). Viene così contattata da Abu Bilel, miliziano francese che ora combatte in Siria. Bilel non è però un miliziano qualsiasi, nella ferrea gerarchia dell’ISIS è un «emiro», un pezzo grosso, divenuto per di più braccio destro del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, cioè il capo supremo dello Stato Islamico. Bilel e Mélodie dialogano a lungo su facebook e soprattutto su Skype, mostrandoci uno scorcio singolare sulla personalità del terrorista.
A tratti il reportage cerca di farsi romanzo e questo in diversi punti mi ha infastidito, soprattutto all’inizio, quando l’autrice, invece di concentrasi sulle informazioni acquisite, si mette a raccontare una serie di dettagli superflui sul proprio stato d’animo mentre stava per connettersi, o quando rivedeva il fidanzato vero, o quando andava a cena con gli amici ecc. Comunque, a parte qualche melismo inutile, di cose interessanti ce ne sono parecchie.
Dopo un primo (brevissimo) approccio improntato ai valori di un Islam fondamentalista, in tutto un paio di chat e un incontro su Skype, Bilel va subito al sodo: chiede a Mélodie di sposarlo e di raggiungerlo in Siria. Per il resto si comporta né più né meno come un qualsiasi bullo di periferia che vuole rimorchiare una giovane ragazza, l’unica differenza è che il suo vanto sono gli infedeli sgozzati e massacrati in nome di Allah.
Bibel ha trentotto anni è nato a Parigi, di origini algerine, combatte con i fondamentalisti da una quindicina di anni, tuttavia lo esalta il fatto che lei sia giovane e «pura» (la giornalista si finge diciannovenne e un po’ oca, cercando di fargli più domande possibili e rimandando il giorno del matrimonio). Quando Mèlodie gli dice che verrà accompagnata da un cugino, lui appare piuttosto contrariato nonostante le leggi islamiche impongano o consiglino (mi fido di ciò che dice la giornalista) che una donna non vada in giro da sola; Bibel invece si esalta quando Mélanie gli chiede se può portare un’amica quindicenne. Bibel preferisce le occidentali convertite alle siriane, perché «sono di mentalità più aperta». Di fronte all’ingenua perplessità di Mélodie, spiega che sotto il burqua si può mettere quello che vuole: biancheria intima, le giarrettiere… richiesta che ritorna diverse volte nelle loro conversazioni, quando si dice la banalità del male!
Bibel è un uomo solo, che dopo le efferatezze della guerra va all’internet point lustrato a lucido, ansiosissimo di sentire la sua futura sposa. Durante la giornata la inonda di messaggi affettuosi («fin dal primo giorno, me ne mandava più del mio fidanzato» dice la giornalista, «pagine e pagine di cuoricini ed emoticon»!). Le promette pure che la tratterà come una regina e che ha già un appartamento pronto per lei, ma probabilmente è una bugia. Le assicura pure che non ha altre mogli, quando invece si scoprirà che ne ha già due o tre. Quando Mélodie si prende una settimana di vacanza in Tunisia, Bibel letteralmente impazzisce di dolore, le dice che non riesce a dormire la notte, «dove sei, dove sei, DOVE SEI?!!» le scrive, le urla, decine e decine di volte finché lei non è costretta a rispondere a una sua telefonata per rassicurarlo. E qui emerge il suo lato più fragile.
Il secondo lato di Bibel, quello violento e autoritario, di persona abituata a comandare, che non ammette una volontà difforme dalla propria, emerge invece ogni volta che Mélodie lo contraddice, o appena lo contraria: allora lui si inferocisce, le ordina di tacere o fare così e così.
L’impressione è che Bibel abbia un profilo psicologico simile a un qualsiasi criminale di periferia, e in effetti, prima del “salto di qualità”, era già noto alla polizia francese per diversi reati, tra cui furto e rapina a mano armata.
Dopo diverse procrastinazioni, Mélodie accetta di partire per la Siria affiancata da una minorenne incinta, che andrà in sposa a un altro emiro. Il reportage avrebbe dovuto concludersi sulla frontiera turca, ma ad Amsterdam la giornalista si è accorta, nonostante la sua spericolatezza, che forse non era il caso di rischiare oltre. Anche perché una volta scoperto il doppio gioco, sono cominciati i suoi veri guai. Bibel si è finto morto (probabilmente per cambiare identità in seguito alla figuraccia), e ha lanciato contro di lei una fatwa, una «maledizione», né più né meno di come fanno i mafiosi contro chi considerano traditori, tanto che oggi la giornalista vive sotto falsa identità in una località segreta.
