Il medioevo dietro l’angolo: La soldatessa del califfato

«Mi imploravano. Si inginocchiavano e piangevano, disperate e nude come vermi. Chiedevano di essere ammazzate. Era il loro più grande desiderio. Morire con un colpo di fucile alla testa o una corda al collo, e non soffrire più. Non ricordo nemmeno che faccia avessero, e forse per me non ne avevano alcuna quando le osservavo da dietro il hijab, il velo che mi nascondeva il volto. Non provavo pietà. Non potevo provarne. Ero una muhajirah.»
Con questa impressionante descrizione si apre la testimonianza di Aicha, una soldatessa del califfato pentita, che ha deciso di raccontare l’orrore di cui è stata partecipe, per seguire il suo fidanzato che si era arruolato nell’ISIS, o ISIL, o IS, o Daeshcome lo chiamano con disprezzo i musulmani moderati, con un gioco di parole arabo. Le donne di cui Aicha parla nel succitato passo sono le schiave del sesso dei guerriglieri islamici di Raqqa, in Siria. Sono ragazze cristiane oppure islamiche ma appartenenti a etnie considerate infedeli che vengono stuprate anche trenta volte al giorno, e vengono sottoposte a torture di tutti i tipi, come quella della mutilazione genitale perché provino soltanto dolore durante lo stupro. Siccome il Corano vieta il sesso fuori dal matrimonio, prima di essere stuprate vengono sposate e poi ripudiate. Quando sono sole vengono lasciate completamente nude perché se avessero un qualsiasi straccio lo userebbero per impiccarsi. E una volta che sono inutilizzabili per lo stupro gli iniettano un ago in vena per prelevargli il sangue che serve per i miliziani feriti. In questo modo terminano finalmente le loro sofferenze, uccise per dissanguamento.
Nell’introduzione del libro, pubblicato nel marzo scorso, leggiamo: «Oggi, in Medioriente, si sta combattendo una guerra tutta interna al mondo islamico da cui dipendono le sorti e gli assetti geopolitici mondiali e la nostra sicurezza. La nube tossica dell’Isis è alle porte dell’Italia. A Sirte, in Libia, a meno di cinquecento chilometri dalle coste siciliane, i nuovi barbari ululano contro Roma e il cristianesimo minacciando di issare la bandiera nera sulla Cupola di San Pietro e di dare alle fiamme il Colosseo». Anche la Siria, aggiungo, si affaccia sul mediterraneo, la sua distanza dalle nostre coste è poco più di quella da Siracusa a Trento.
«Da’Sh» racconta Aicha, «è integralismo allo stato puro che intende distruggere, polverizzare, disintegrare tutto ciò che non sia sunnita e salafita. Per questo dico che i musulmani “normali” sono in pericolo. Nessun arabo sarà risparmiato se si metterà d’intralcio. La maggior parte delle vittime dello Stato Islamico è di origine musulmana, questo non bisogna mai dimenticarlo.» Riguardo le cause politiche, Aicha osserva che «la “primavera araba” è stata un innesco micidiale per quelle generazioni che già guardavano con simpatia all’estremismo religioso. Nel 2011, in Tunisia ci sono state le prime elezioni libere. C’era il sogno di una democrazia vera, autentica. La gente – ricordo – era allegra, si appassionava, discuteva di politica. Nessuno però si aspettava la vittoria di Rached Ghannouchi e del suo partito islamico Ennahdha».
Molti dei dettagli raccontati da Aicha sembrano tratti da Nineteen Eighty-Four. Aicha, assieme ad altre mogli di miliziani, è stata impiegata per alcuni mesi nella «polizia morale», il cui nome fa venire i brividi e ricorda terribilmente da vicino la «polizia del pensiero» immaginata da Orwell in 1984; in questo caso si tratta di un corpo costituito da donne che girano in plotoni, coperte dal burqua, con la facoltà di torturare e uccidere le donne e i bambini che non rispettano la sharia; quando poi non sono in strada reclutano nuovi jihadisti su internet. Ma le analogie con Nineteen Eighty-Four sono veramente innumerevoli: ogni volta che Al Baghdadi parla in televisione, tutti devono interrompere le proprie attività per ascoltarlo, proprio come il Big Brother. I «due minuti d’odio» orwelliani vanno moltiplicati per tutto il tempo in cui i miliziani guardano, spesso su youtube, i filmati in cui vengono uccisi o torturati i «kafir», cioè gli infedeli. Tra loro i miliziani si chiamano «fratelli», gli altri sono «kafir» o «maiali». Quello che nel romanzo di Orwell era Goldstein, il grande nemico del Big Brother, bersaglio delle sue invettive e colpevole di ogni turpitudine, è ora Hollande ora Obama; mentre l’Eurasia, il mega-stato antagonista, è tutto l’Occidente.
Chi sono le donne che si arruolano nel Da’Sh? Prendiamo il caso di Aicha. Lei è nata a Tunisi nel 1989 da una famiglia musulmana sunnita, lontana dal fondamentalismo. Si è laureata in Scienze della comunicazione e ha vissuto una vita normale fino al 2014, quando è stata ricontattata dal suo ex fidanzato che, dopo essere sparito per un anno, l’ha invitata a raggiungerlo in Siria dove nel frattempo era divenuto un importante mujaheddin. Dopo un iniziale scetticismo, a poco poco Aicha si fa convincere: «io non intendevo emigrare come mia sorella, costretta a fare la cameriera in giro per l’Europa per guadagnarsi un tozzo di pane. Volevo dei figli. Volevo andare al cinema. Volevo comprarmi dei vestiti. Volevo sentirmi utile. Dopo circa un mese dal primo invito»… si è trasformata in una macchina da guerra. La coscienza che forse c’era qualcosa di sbagliato in quello che faceva le è venuta alcuni mesi dopo, quando ha visto decapitare senza motivo diversi bambini. (In questo mi ha ricordato il pentito di mafia Antonino Calderone, che iniziò a dissociarsi da Cosa Nostra dopo un episodio del genere; in effetti le analogie tra terrorismo e mafia sono parecchie).
Più in generale, il metodo che gli jihadisti usano per reclutare nuovi adepti alla causa è semplice e inquietante per la sua efficacia: la promessa del paradiso futuro, l’invettiva continua contro le malvagità occidentali (sia vere che pretestuose), con la relativa invocazione ai versetti più violenti del Corano, last but not least la promessa di donne e soldi. L’esca è quindi triplice: l’ideologia, l’odio, e il piacere materiale. L’ideologia dà un manto di nobiltà a qualsiasi loro azione, rendendo eroici perfino i massacri, perché perpetrati in nome di Dio; l’odio verso gli occidentali, sfruttatori e infedeli, fornisce un movente semplice e terribile, soprattutto negli strati più disagiati della popolazione; infine il piacere materiale costituisce un richiamo potentissimo per chi non abbraccerebbe mai la jihad senza un fine biecamente egoistico. E purtroppo questi tre fattori creano un mix devastante, capace di lavare il cervello a molte persone.

Credo che La soldatessa del califfatoporti una testimonianza preziosissima riguardo ciò che sta accadendo oggi in Siria. Poi, naturalmente, al di là degli orrori medievali sarebbe importante chiedersi anche da dove nasce tutto questo odio e quali colpe abbiamo noi occidentali (colpe che comunque non giustificano minimamente il terrorismo, ça va sans dire). Per esempio riguardo Al Baghdadi, Aicha ci informa che «nell’Isis tutti dicono che sia una creatura degli americani sfuggita al loro controllo». Né è difficile crederle. Questo argomento richiederebbe un libro a parte, ma in ogni caso penso che il primo passo per combattere il terrorismo sia prima di tutto capire cosa passa per la testa di tale gente, e questo libro aiuta molto a comprenderlo.

Soldatessa del Califfato: Il racconto della miliziana fuggita all’Isis, Simone Di Meo, Giuseppe Iannini, Imprimatur editore, 23 aprile 2015, 192 pagine.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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