Aggiunta del 30/03/16. Ieri ho rivisto l’opera dalla platea. Ci guadagna molto negli sfondi, che dalla galleria si vedevano solo parzialmente. Come qualcuno ha osservato, in alcuni momenti potevano essere illuminati meglio; restano comunque di grandissimo impatto visivo: in alcuni momenti al limite della vertigine, come nel finale del primo atto. Tra le voci aggiungerei senz’altro una menzione per Ascanio, il ruolo en travesti interpretato magistralmente dal mezzo-soprano Varduhi Abrahamyan, che anche ieri ha rimediato un grande applauso a scena aperta dopo la sua aria nel secondo atto, Mais qu’ai-je donc.
Benvenuto Cellini torna a Roma in trionfo
Fino al 28 marzo è in scena all’Opera di Roma il Benvenuto Cellini di Hector Berlioz, un’opera di raro ascolto che torna a Roma (luogo in cui peraltro è ambientata), dopo ventun anni di assenza. È un ritorno in grande stile, senz’altro il più bell’allestimento della stagione sotto diversi aspetti. Si tratta di una coproduzione dell’Opera di Roma con la English National Opera e la De Nationale Opera & Ballet di Amsterdam, che vede la regia di Terry Gilliam e le scene e co-regia di Leah Hausman.
La storia è ispirata all’autobiografia di Cellini, il famoso cesellatore dalla vita turbolenta, a cui Papa Clemente VII commissionò una statua di Perseo. Tolto il libertinaggio e qualche eccesso, Berlioz vede in Cellini il suo alter ego, un eroe che affronta mille peripezie fino a rischiare la vita per l’Arte. La vicenda si svolge durante il carnevale romano. Nel primo atto
Cellini si intrufola in casa dell’amata Teresa, anticipando l’altro pretendente, nonché rivale cesellatore, Fieramosca. Il progetto di rapire Teresa viene vanificato proprio da quest’ultimo in una scena molto concitata, nella quale Cellini uccide uno scagnozzo di Fieramosca, Pompeo. Il secondo atto invece vede l’arrivo nella fucina del Papa in persona, che, non trovando la statua ancora pronta, minaccia di affidare l’incarico a un altro scultore. Cellini minaccia a sua volta di distruggere la statua e strappa al Papa una promessa: avere la grazia, sposare Teresa e poter completare il Perseo. Il Papa accetta, a patto che la statua venga ultimata il giorno stesso, altrimenti Cellini verrà impiccato. Nel finale Cellini, non avendo sufficiente metallo per la statua dà l’ordine di gettare nella fornace tutte le opere che sono nel suo atelier. Possiamo leggere quest’ultima scena come una suggestiva metafora di Berlioz che “fonde” tutte le sue precedenti conquiste sinfoniche per realizzare il suo primo grand opéra.
Dal punto di vista musicale l’opera si contraddistingue per una impressionante esuberanza sinfonica. L’orchestrazione, di cui Berlioz è indiscutibilmente uno dei più grandi campioni dell’800, stupisce in continuazione per ricchezza varietà e originalità. Paradossalmente mi permetto di ipotizzare che sia anche questo il “difetto” dell’opera, o perlomeno il motivo per cui non è in repertorio: l’orchestrazione a volte travolge le voci, rendendole quasi superflue o perlomeno non regine assolute come in Mozart, Verdi e Puccini; e questo, teatralmente parlando, è un difetto. Probabilmente Berlioz è riuscito a trovare un maggior equilibrio tra voci e orchestra soltanto nelle sue opere successive (parlo comunque da ammiratore incondizionato del compositore). Ho trovato estremamente emblematico, a questo riguardo, l’intermezzo carnevalesco, verso la fine del primo atto, in cui c’è una pantomima con Arlecchino e Pierrot. Qui i due protagonisti non cantano, ma è l’orchestra a dargli voce, assieme al commento del coro. Ho trovato la scena particolarmente riuscita, e mi pare si possa considerare una prefigurazione del Romeo et Juliette, dove Berlioz adotta la stessa tecnica, fa cioè cantare solo i personaggi secondari e il coro mentre affida le “voci” dei protagonisti all’orchestra stessa.
Venendo brevemente al cast, c’è innanzitutto da fare i complimenti al maestro Roberto Abbado, che è stato capace di infondere nell’orchestra tutto il fuoco della partitura, gestendo sapientemente dinamiche e agogica. Per quanto riguarda le voci, il soprano Mariangela Sicilia è quello che più mi ha impressionato per potenza, facilità di emissione e interpretazione; e giustamente ha raccolto la maggior quantità di applausi accanto a John Osborn, una stella affermata e indiscussa del belcanto. Notevole e applauditissima anche la prestazione del basso Marco Spotti. Ma devo dire che tutto il cast, coro in primis (poiché aveva un ruolo rilevantissimo), si è dimostrato pienamente all’altezza. Un ultimo encomio va infine al regista, anzi i registi Terry Gilliam e Leah Hausman, che hanno offerto un’interpretazione moderna ma fedele e funzionale al libretto (forse non avrei rinunciato all’ambientazione romana, ma sono di parte…), con scenografie e coreografie accattivanti, grandiose e talvolta sorprendenti (l’unico momento che forse poteva essere reso meglio è il sacrificio delle opere di Cellini, che rimangono in effetti solo sulla bocca della fornace).
In definitiva è veramente uno spettacolo da non perdere… e speriamo di non dover attendere altri ventuno anni per rivederlo.
DIRETTORE
Roberto Abbado
REGIA
Terry Gilliam
CO-REGIA E COREOGRAFIA
Leah Hausman
MAESTRO DEL CORO
Roberto Gabbiani
SCENE
Terry Gilliam Aaron Marsden
DA UN’IDEA ORIGINALE DI
Rae Smith
COSTUMI
Katrina Lindsay
LUCI
Paule Constable
VIDEO
Finn Ross
INTERPRETI PRINCIPALI
ASCANIO
Varduhi Abrahamyan
BENVENUTO CELLINI
John Osborn
FIERAMOSCA
Alessandro Luongo
GIACOMO BALDUCCI
Nicola Ulivieri
PAPA CLEMENTE VII/ CARDINAL SALVIATI
Marco Spotti
POMPEO
Andrea Giovannini
TERESA
Mariangela Sicilia
FRANCESCO
Matteo Falcier
LE CABARETIER
Vladimir Reutov
BERNARDINO
Graziano Dallavalle
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera
Nuovo allestimento in coproduzione con English National Opera e De Nationale Opera & Ballet di Amsterdam
In lingua originale con sovratitoli in italiano e inglese
