Il 13 aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non era ancora previsto dall’ordinamento giuridico italiano. Nella sentenza viene affermato che «l’accusa di concorso esterno non era sufficientemente chiara». Come si possa concepire che il «concorso esterno per associazione mafiosa» non sia chiaro a chi lo commette, ce lo possono spiegare solo gli Azzeccagarbugli più navigati. Se io sono un poliziotto e avverto Riina che sta per subire una retata, penso mi sia chiaro che sto commettendo un reato molto grave. Ma ricordiamo qualcuno dei fatti che portarono alla condanna di Contrada.
Anni prima c’era stato Vincenzo Vitale, il primo collaboratore di giustizia, rinchiuso in un manicomio e poi ucciso al suo rilascio. Chi fu il primo confessore di Vitale? Esatto: Bruno Contrada. Siamo nel 1973. Quella testimonianza rimase a tutti gli effetti lettera morta, e fu riesumata e riscattata solo un decennio più tardi da Giovanni Falcone.
L’ascesa e il declino di Contrada sono curiosamente paralleli a quella di Cosa Nostra. Mentre l’Italia veniva messa in ginocchio e Falcone subiva vessazioni da parte del CSM, attacchi dai giornalisti e attentati, la carriera di Contrada procedeva sfavillante e incontrastata. Nel 1976 Contrada assume la direzione della Criminalpol, nel 1982 passa al SISDE con l’incarico di coordinarne i centri della Sicilia e della Sardegna. Nel settembre del 1982 viene nominato dal prefetto Emanuele De Francesco Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, incarico che ricopre fino al dicembre del 1985. Nel 1986 fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE. Parallelamente a ciò venne insignito di Medaglia d’oro al merito di servizio, Croce di anzianità di servizio della Polizia di Stato, e Commendatore dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Un altro episodio lo racconta Mutolo con riferimento all’ultimo interrogatorio effettuato da Borsellino prima di essere ucciso. “Borsellino tornò dopo circa due ore, non commentò niente, ma era molto arrabbiato. Io mi misi a ridere perché aveva due sigarette accese contemporaneamente, una in bocca e l’altra nel posacenere, tanto era agitato. Poi ho capito perché: mi disse che dopo aver parlato con il ministro incontrò Vincenzo Parisi (all’epoca capo della Polizia) e Bruno Contrada che gli avevano detto di sapere del mio interrogatorio. Contrada mostrò di sapere dell’interrogatorio in corso con me che doveva essere segretissimo. Anzi gli disse: so che è con Mutolo, me lo saluti”.
Mutolo sostiene di aver appreso da Rosario Riccobono che Contrada “era ormai passato a disposizione della mafia”. Dalla medesima fonte, Mutolo sapeva che il primo mafioso di rango a stabilire un rapporto di amicizia con Contrada sarebbe stato Stefano Bontate, avvalendosi dei buoni uffici prestati dal conte Arturo Cassina, una sorta di vicino di casa per il mafioso, nonché confratello del funzionario SISDE presso l’Ordine del Santo Sepolcro.
La sentenza della Cassazione di ieri non è entrata nel merito dei fatti contestati a Contrada, ma ha soltanto stabilito che il reato di concorso in associazione mafiosa non era “chiaro, né prevedibile” e ha così dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”. Questa è una sentenza che si basa su un’interpretazione formale della legge ed è perciò moralmente gravissima.
