«C’è un tempo per piangere, e un tempo per ridere» diceva il saggio Qoelet. Io mamma e Ronconi è senz’altro, tra tutte le mie pièce, la più scanzonata e irriverente. Dopo aver affrontato il dramma intimo e filosofico con Il mare di Majorana, la tragedia con la vicenda straordinaria e tremenda di Falcone, e poi la commedia (su un tema però drammatico come una gravidanza indesiderata) con Maternità inattesa, stavolta mi sono cimentato nel genere comico-brillante.
In realtà neanche stavolta ho rinunciato ad assestare, qua e là, qualche affondo più serio. Per esempio quando Beatrice e Giampy ottengono il finanziamento pubblico, ho ripreso quasi letteralmente una denuncia di Elio De Capitani in cui parlava di certi «stratagemmi» per ottenere punti nel cervellotico decreto del FUS. In altre scene mi sono divertito a giocare su alcune storture del teatro contemporaneo (soldi sprecati in scenografie brutte e costose, lavoratori non pagati, registi folli ecc.) Il monologo di Bea sui clientelismi è poi paradigmatico di chi stigmatizza usanze che poi è il primo a perpetrare.
Tutti e cinque i personaggi sono presi dalla realtà contemporanea. Rimanendo ai tre protagonisti: Bea è una donna divorziata e ancora piacente che convive con un compagno molto più giovane di lei, Giampaolo, un intellettuale alla moda che le dà sempre ragione, mentre Eleonora è la figlia vessata e stressata, ma in fondo quella con più buon senso di tutti. Il rapporto tra Bea e la figlia riflette una situazione oggi molto frequente, in cui i genitori non danno nessun punto di riferimento ai figli e sono addirittura questi ultimi a doverli dare ai propri genitori. La passione per l’astrologia di Bea (una delle sue tante follie) è un fenomeno irrazionale quanto diffuso, anche tra le persone più istruite di mezza Europa. Per non parlare della condizione di molti mariti che escono da un divorzio quasi sul lastrico; nella commedia è spesso evocato il povero Alfredo, ex marito di Bea, che mantiene tutti (io l’ho buttata sul ridere ma il fenomeno è serio). Insomma, al di là delle risate spero che la commedia lasci anche qualche piccolo spunto di riflessione sulla nostra realtà quotidiana.
Infine una piccola nota stilistica. Considerato il soggetto e il registro comico, la sfida più difficile è stata quella di ottenere dialoghi leggeri e diretti senza scadere nella sciatteria o nel turpiloquio. A questo scopo ho cercato di lavorare di fantasia, giocando con le perifrasi e ricorrendo talvolta a ironici neologismi. Così, alla conta dei termini volgari, mi sono tenuto sotto i limiti dell’Inferno dantesco; per la precisione: tre parole e mezza non ripetute. Cosa di cui vado abbastanza fiero.
commedia in due atti di Marco Pizzi
Regia
Massimiliano Calabrese
Audio e luci
Gabriele Gentile
(durata circa 90′)
