Cosa significa essere la figlia di un boss in Calabria? È possibile uscirne spezzare i legami affettivi con una famiglia che conosce solo la violenza e l’intimidazione?
Questa è una storia scura, drammatica, emblematica. Una storia del Sud, dove apparentemente niente succede ma tutto si rivolta al suo interno.
Maria Concetta Cacciola nasce a Rosarno nel 1980 in una famiglia strettamente legata alle ’ndrine più attive nel narcotraffico della piana di Gioia Tauro. La fuitina con un aspirante ’ndranghetista a tredici anni, il primo figlio a quattordici, il matrimonio a sedici, altri due figli in stretta sequenza segnano precocemente il suo destino. Infine l’arresto del marito fa di lei una cosiddetta “vedova bianca”: «Perché da noi vige la legge, ferrea, che se il marito è in carcere, la moglie deve rimanere chiusa in casa». E infatti Maria Concetta viene controllata a vista dalla madre e dal fratello, tanto da non essere libera neppure di andare a prendere il pane da sola. Lei tuttavia su internet conosce un uomo con il quale vorrebbe rifarsi una vita, e si ribella: non è un’eroina, ma semplicemente una donna che vuole innamorarsi e vivere una vita normale. Perciò diventa collaboratrice di giustizia, e scatta il piano di protezione. Viene trasferita a Bolzano e poi a Genova, ma purtroppo, il lacerante richiamo dei figli, che la famiglia le impedisce di vedere, la porta a tornare sui suoi passi.
Il tragico finale è quello di una giovane donna che, come si legge nell’istruttoria del processo, «aveva osato ribellarsi alle continue vessazioni e aveva cercato la libertà, fisica e soprattutto morale, che da sempre gli era stata limitata, e infine preclusa, proprio da chi, per legge universale e per legge data, anziché togliergliela, avrebbe dovuto garantirgliela». In questa ricostruzione teatrale ho cercato di dare voce soprattutto ai sentimenti di Maria Concetta, contestualizzandoli in una prospettiva più ampia. In fondo, il filo rosso che lega tutta la sua vicenda è l’amore: l’istinto più potente codificato nel nostro sangue da almeno 50.000 anni. L’amore che guida Concetta è prima quello verso il marito, poi quello verso i figli, infine quello verso l’amante, a cui si aggrappa in una situazione obiettivamente pesantissima. Ma quello più letale è stato forse l’amore costante verso la madre, altro personaggio cardine della vicenda. La madre infatti da vittima di quel contesto malavitoso (anche lei incinta a 16 anni di un boss ecc.), a un certo punto si trasforma in carnefice e perpetuatrice di un senso arcaico – e profondamente marcio – dell’onore e della famiglia. È principalmente la madre infatti, che con il ricatto di non farle vedere più i tre figli, riesce a far tornare Maria Concetta sui suoi passi fino a farla ritrattare.
Shakespeare afferma da qualche parte che «una storia senza speranza dovrebbe essere anche senza interesse», e forse non mi sarei appassionato a questa storia se non avessi visto anche un filo di speranza. Nonostante Maria Concetta non sia riuscita a spezzare i suoi legami di moglie e figlia di ’ndranghetisti, dalla sua storia emerge infatti anche un raggio di luce. Grazie al clamore suscitato dalla sua terribile fine è nato “Liberi di scegliere”, un importante protocollo propugnato dal Tribunale dei minori di Reggio Calabria con l’ausilio di Libera e altre associazioni antimafia, che ha l’obiettivo di sottrarre i figli dei mafiosi a un destino di sangue e violenza. C’è chi ha parlato di svolta storica, perché anche boss che non si sono mai pentiti hanno iniziato a collaborare con questo protocollo (leggi per es. i libri
Figli dei boss di Dario Cirrincione, e
Liberi di Scegliere scritto da Roberto Di Bella il magistrato artefice del protocollo). Molti di questi boss, dopo iniziali resistenze, hanno capito che si sta dando ai loro figli una possibilità che loro non hanno mai avuto. Loro stessi sono i primi a non amare quella vita di faide, carcere e minacce continue di essere ammazzati. Questo protocollo allora potrebbe davvero costituire una svolta storica, perché come faccio dire a Concetta nel finale: «se i figli dei mafiosi fossero liberi di spezzare i loro legami di sangue, la mafia finirebbe in una generazione».
Maria Concetta Cacciola, storia di una vedova bianca
con
Lara Chiellino
scritto e diretto da
Marco Pizzi
29 febbraio 2020 h.21:00 e 1 marzo h.18:00,
Teatro Due Roma, vicolo dei Due Macelli 37 (M Spagna)
biglietto €10