una piccola diversione nella stand-up comedy
[Per un attore sulla quarantina con accento romano]
La solitudine è un argomento serio, importante. Ora me ne vogliono far parlare al modo della stand-up comedy, e dicono che non si può fare stand-up comedy senza usare un sacco di parolacce. Questa secondo me è proprio una ca…stroneria. E che ca…pperi. Per dindirindina. Ecco, dici per dindirindina e ti senti già solo, non trovate? Anche un po’ scemo in questo caso… ma usare parole desuete fa sentire soli. Quanto sarebbe solo un liceale se non usasse il linguaggio del suo gruppetto? “Oh, fraté, scialla…” e l’altro: “Olà, germano, come state?” Lo picchierebbero. Giustamente.
Ecco, la solitudine inizia dalla lingua che parli.
Sapete che oltre a stare in mezzo alla sesta estinzione di massa, siamo anche di fronte al grande sterminio della diversità linguistica? Dal dopoguerra a oggi se ne sono estinte quasi trecento. Significa che di certe lingue rimane solo una persona che le parla, poi muore quella e la sua lingua muore con lui. Ci pensate quanto può sentirsi solo l’ultimo parlante di una certa lingua? l’ultimo lettone parlante il “livone”? Non può neanche mandare a quel paese un motociclista che gli taglia la strada perché tanto non lo capisce nessuno. – Che ha detto? – Boh, forse s’è perso qualcosa. – No, secondo me l’ha tradito la moglie.
Ma invece, noi gente normale, ci stiamo mai veramente da soli? Stai veramente solo se non puoi parlare con nessuno e se nessuno ti parla: cioè se ti si rompe il cellulare, hai il computer disconnesso, la radio e il televisore spenti. Praticamente mai. La nostra è una solitudine sporca: stai solo ma non stai solo, che è pure peggio… hai tutti gli svantaggi e nessun vantaggio.
Perché qualche vantaggio lo avrebbe pure. Secondo Schopenhauer stare soli, per un grande uomo, presenta due grandissimi e innegabili vantaggi: il primo è che puoi stare con te stesso. Il secondo è che ti evita di stare con gli altri.
Ecco, Schopenhauer è uno che si fa ascoltare volentieri, che dice cose originali, che non è politicamente corretto e che quando meno te l’aspetti ti fa pure la battuta divertente. Insomma sarebbe stato un grande stand-up comedian… c’ha giusto ’sto svantaggio che te lo devi lègge.
Insomma, per Schopenhauer la solitudine è uno stato desiderabile, se sei un grande uomo – o una grande donna. Ecco, il problema è se non sei un grande uomo – o una grande donna. E per quanto sia narcisista a volte mi tocca ammettere di non essere un grande uomo. Ogni tanto, eh, mica sempre. E allora stare solo è un grosso problema. Innanzitutto è noioso… per tutti è noioso stare soli, ce lo ha impresso la natura nei cromosomi: siamo scimmie sociali. È talmente vero che la gente si sposa per non stare sola! D’altra parte chi sta bene da solo muore o non si riproduce, è semplice, no? Darwin, avete presente? Quindi la natura ha fatto in modo che stare soli sia peggio che stare seduti su un cactus – non so se ho reso l’idea – comunque vi consiglio di non provarci – insomma non è confortevole.
Pensate ai libri. Avete presente, no? Quella roba di carta che sta sulle mensole… Ecco, i libri sono la materializzazione della solitudine. Prendete un libro qualsiasi dalla vostra libreria: Schopenhauer, Leopardi, Orwell… Sì, pure uno di Fabio Volo, signora. Pure quello non esisterebbe se qualcuno non si fosse messo da solo al computer a scriverlo. Ora non iniziate a malignare sul ghost writer… l’ha scritto lui, punto. Nessuna attenuante.
La verità, e qui sono serio, è che la letteratura non esisterebbe senza la solitudine. E paradossalmente, questo frutto della solitudine, è la cosa che più ci tiene compagnia quando siamo soli.
Poi ci sono i social.
Una mia amica ha fatto un esperimento: un mese senza social. Quanti di voi l’hanno fatto? Alzate la mano. Non vi affollate. Che poi questa mia amica stava sempre a fare stories su Instagram, o a chattare con qualsiasi app: Whatsapp, Telegram, Messenger… Tinder, Meetic, Badoo… cioè, era più facile che stava senza mutande che senza cellulare. – Ora non prendetemi alla lettera, ho detto mutande così per dire, potevo dire pure senza reggiseno… vabbè, diciamo senza calzini. Insomma nessuno ci avrebbe scommesso un euro che avrebbe retto, e invece ha retto per tutto un mese. Roba che avevamo un gruppo di lavoro su Whatsapp e a lei dovevamo avvertirla con gli sms. Cioè immaginate di riportare una conversazione di quindici vocali e sintetizzarla con gli sms. Che tra noi stavamo mezz’ora a discutere: – L’avverti tu o l’avverto io? – Tu ci sei più amica, tocca a te – No, sei più amico tu, per me è solo una conoscente. Quanto l’abbiamo odiata… Ma è così, perché se disinstalli Whatsapp per forza ti iniziano a tirare le maledizioni, dopo un mese non ti saluta più nessuno… cioè, non lo puoi fare! E allo stesso tempo ti toglie un sacco di tempo e concentrazione. Sfido chiunque a rimanere concentrato lasciando accesa la suoneria di Whatsapp. A un mio amico gli faceva chicchirichì ogni trenta secondi: giuro, faceva proprio chicchirichì! Gliel’ho fatta togliere, sennò l’uccidevo.
Ora, se guardiamo la tecnologia, da Marconi a oggi è stata una corsa continua a inventare strumenti contro la solitudine: radio, televisione, internet, smartphone… servono a tenerci connessi continuamente con gli altri. Adesso stanno lavorando anche ai chip intracerebrali: ti sparano le notizie direttamente nel cervello, con un impulso elettrico. Così se ti fai una passeggiata nel bosco puoi essere aggiornato in tempo reale sull’andamento della borsa. – Bzz, bzz… vendi, compra! Bzz, bzz… è sceso il petrolio, Trump ha messo i dazi alla Cina… – Bello, eh?
Ma senza arrivare a scenari avveniristici… già adesso gli smartphone ci hanno tolto la possibilità di stare soli. Bisogna essere stati figli unici negli anni Ottanta per avere passato qualche pomeriggio veramente da soli a tirare sassi al muro.
Avete presente gli hikikomori? In giapponese significa “stare in disparte”. È un grosso problema tra i giovani. I liceali di oggi spesso vivono in funzione della Playstation, Tik-tok, Instagram. Roba che se gliela levano cadono in depressione. E qui entra in gioco il bravo genitore che si ritrova un’arma di ricatto potentissima: “Se non studi ti tolgo la Playstation.” Ti studiano pure la meccanica quantistica così!
Ah, non ho parlato ancora della quarantena. Ma io sono un sociopatico, ci ho sguazzato nella quarantena. Quando stanno tutti soli ti senti pure meno solo. È quando tutti gli altri stanno in compagnia che la solitudine pesa di più.
Comunque per la quarantena ci sono stati quattro casi base. Primo, chi l’ha vissuta da solo. Proprio solo in casa, tipo me: col cane o come un cane, poco importa. (D’altra parte molti anziani già vivevano così, pure senza covid… ma alla fine so’ vecchi, chissenefrega… come direbbero Trump e Fontana, che so’ i più vecchi di tutti. Chiusa parentesi).
Secondo caso, chi l’ha vissuta da solo ma con i coinquilini. E qui già si aprono scenari diversissimi. Tra i più terrificanti che ho sentito c’è quello di un mio amico con la coinquilina logorroica. Ma proprio che appena usciva dalla stanza, quella lo intercettava: “Lo sai che mi è successo oggi al supermercato?” ta-tà ta-tà ta-tà… mezz’ora a parlargli addosso, una mitragliatrice! Lui andava in bagno, e quella lo bloccava: “Ma lo sai che mi ha detto il capo?” ta-tà ta-tà ta-tà. “Ho capito ma mi sto a piscià sotto!” Andava in cucina per mangiare: “Ma lo sai che il capo mi ha tenuta tre ore in teleconferenza…” ta-tà ta-tà ta-tà! “Magari ti ci avesse tenuta tutto il giorno!”
Che poi gli faceva pure le domande, ma mica aspettava le risposte! Niente, un muro di gomma: ta-tà-ta-tà-ta-tà. Alla fine, per disperazione lui andava in bagno fingendo di stare al telefono, e in cucina ci entrava verso le due di notte, con i calzini felpati come un ladro. Un incubo!
Terzo caso: in coppia. Eh… e qui poteva essere un bene o male. C’erano coppie appena messe insieme, che postavano cenette intime ogni giorno, lasciando intendere una quarantena a tutto sesso. Ma per ogni coppia bollente… ce n’erano altre dieci bollite, che hanno finito di cuocersi. È un rapporto più matematico della sezione aurea.
Quarto caso: in famiglia, cioè con i figli o con i genitori eccetera. Qualcuno diceva “bellissimo mi sono goduto un po’ la mia famiglia”, qualcun altro diceva la stessa cosa, ma col sorriso tirato “eh… mi son goduto un po’ la famiglia”. Poco credibile. La maggior parte: “Un inferno! Fateme uscì!”… eh, ma che volete, vi siete riprodotti, e Darwin vi ha fregato!
Ma qui usciamo dal tema della solitudine… cioè, lì la solitudine diventa un miraggio, altro che Schopenhauer.
Per chiudere voglio invece citare una bella frase di Osho (quello vero, non quello di facebook, già ve vedo che sghignazzate, e pensate a Conte con la Merkel, e la Raggi… No, Osho quello vero): «Una persona che sa stare sola non è mai sola. Le persone che non sanno stare sole, sono sempre sole». Pure con diecimila followers.
Vi saluto e vi lascio alle vostre belle, salutari, proficue, insulse, tristi o noiosissime solitudini. Anch’io devo tornare alla mia.
Scritto per il concorso di Carrozzeria Orfeo “Prove generali di solitudine – Fase 3” sul tema della solitudine, versione riveduta ed estesa (il bando prevedeva un limite massimo di 2 cartelle)
Si nasce soli e si muore soli.. Il resto e miraggio! La quarantena non ha insegnato niente a nessuno! Me ha fatto piacere leggere il tuo lavoro!
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