Il diavolo è un valzerino – riflessioni sulla Giovanna D’Arco all’Opera di Roma

Il titolo dell’opera di Verdi può essere un po’ fuorviante perché la trama – tratta da Schiller – è solo molto liberamente ispirata alla vera storia di Giovanna D’Arco, a partire dal fatto che la protagonista non muore sul rogo.

L’aspetto più significativo che viene mantenuto del personaggio storico è quello delle “voci”. Giovanna sentiva le voci, sentiva Dio che le parlava e le ordinava di andare in guerra contro gli inglesi che occupavano ormai mezza Francia. Verdi rende queste voci mediante due cori, uno di angeli e uno di demoni, che il compositore prescrive siano uditi solo da Giovanna anche quando in scena ci sono altri personaggi. Quello degli angeli, è esattamente il coro che ci aspetteremmo: voci femminili che cantano con andamento cadenzato e maestoso, con l’organo, i violini e l’arpa, e spronano Giovanna a combattere per la patria. Il coro degli «spiriti maligni» invece ci spiazza, perché ci aspetteremmo qualcosa di molto più drammatico, magari pauroso e terribile, ed invece è un valzerino grazioso e ammiccante. Fu molto criticato, io invece trovo questa scelta di Verdi di una profondità immensa. I diavoli tentano Giovanna puntando sulla frivolezza:

Tu sei bella,

Tu sei bella!

Pazzerella,

Che fai tu?

Se d’amore

Perdi ’l fiore,

Presto muore,

Non vien più.

Sorgi, e mira;

Te sospira

La delira

Gioventù.

O figliuola,

Ti consola

E una fola

Belzebù!

Quando agli anta

L’ora canta*

Pur ti vanta

Di virtù.

Tu sei bella,

Tu sei bella!

Pazzerella

Che fai tu?

*[Quando giunge l’ora dei quaranta anni… (oggi forse pure dei cinquanta)]

I critici non lo capirono all’epoca e continuano a non capirlo oggi. Anche il tanto celebrato critico musicale Massimo Mila, parla di «valzerino campagnolo con civettuole acciaccature», pari «alla goffaggine dei versi di Solera». Come se Verdi l’avesse scritto a tirar via, privo di ispirazione e incapace di escogitare di meglio. Ma fatemi il piacere. E se il libretto di Temistocle Solera ha dei difetti, non è in quel brano.

Verdi ci dà una grande lezione morale contrapponendo l’impegno al disimpegno. L’anima si perde perdendo tempo in frivolezze che ci fanno invecchiare come dei poveretti insipienti. Mi verrebbe da dire che il diavolo è un aperitivo dietro l’altro. Il diavolo è la musica leggera, è un motivetto orecchiabile che si lascia cantare spegnendo il cervello, con un ritmo di batteria sempre uguale e quattro note intorno alla dominante.

All’epoca di Verdi il valzerino piacque talmente al pubblico che tutti lo cantavano e lo strimpellavano nelle piazze (tanto è bravo a sedurre il diavolo…) Di qui forse anche lo snobismo dei critici.

Il fatto che questi cori siano sentiti solo da Giovanna pone un problema scenico molto intrigante e moderno. Di nuovo Verdi fu ed è criticato: “è ridicolo che solo Giovanna senta i cori, no?” (anche Giovanni Bietti, con mio rammarico, ha fatto sua questa critica nella peraltro interessante lezione tenutasi lunedì scorso all’Opera di Roma). E invece, a me, questo sento-non-sento fa pensare addirittura a Morte di un commesso viaggiatore in cui il protagonista vede e parla con lo zio ricco, ma è solo lui che ha questa visione e sente questa voce, mentre interagisce in scena con il vicino di casa, la moglie, i figli che stentano a capirlo. È una sfida registica intrigante, ma senza sfide non si ottiene niente di significativo. Come l’ha raccolta David Livermore?

La regia di David Livermore si basa su una scenografia d’impatto e raffinati giochi di proiezioni. Al centro del fondoscena campeggia una grande semisfera sulla quale vengono proiettate immagini reali variamente elaborate: una farfalla che sbatte le ali al rallentatore creando un elegante turbinio (ipnotico), un cavallo bianco che corre, delle mani ecc. Elegante è anche la gradinata ellittica su cui si svolge la scena, meno belli gli angeli kitsch e l’abito di Carlo. Che il colpo d’occhio sia bello è già qualcosa di positivo rispetto a regie che vogliono essere programmaticamente squallide (Rigoletto in obitorio et similia), il problema è che tutto questo armamentario di effetti non è quasi mai al servizio della drammaturgia.

La sfera e l’angelo dominano la scena già in apertura, durante l’ouverture, che invece avrebbe potuto meritare il buio e tutta la nostra attenzione, essendo tra le migliori di Verdi. Sul finale della sinfonia Livermore osa anche di più e proietta sulla sfera, scandite singolarmente, queste frasi: «Ogni uomo dà la sua vita per ciò in cui crede. Ogni donna dà la sua vita per ciò in cui crede. Spesso le persone credono in poco o niente e tuttavia danno la propria vita a quel poco o niente. Una vita è tutto ciò che abbiamo e noi viviamo come crediamo di viverla. E poi è finita. Ma sacrificare ciò che sei e vivere senza credere, quello è più terribile della morte». In generale non credo che sia giusto utilizzare la sinfonia come sottofondo per un messaggio “altro”, tuttavia in questo caso l’ho apprezzato. Sia perché il finale dell’overture è la parte meno originale (grancassa e cadenza italiana, seppure molto bene orchestrata), sia perché sono frasi potenti. In rete vengono attribuite proprio a Giovanna D’Arco e, sue o no, in quel momento mi hanno dato un brivido di emozione.

Ma durante il resto dell’opera la tendenza della regia di Livermore a disinteressarsi del libretto emerge più chiaramente. Il dualismo dei cori, per esempio, risulta del tutto incomprensibile a chi non conosce il libretto: non si capisce né che sono angeli e demoni, né che parlano solo a Giovanna, né che la lacerano interiormente. E poi negli assoli di Giovanna, Carlo e Giacomo – i tre protagonisti – avvengono troppi controscena: gli angeli che camminano e le proiezioni sulla sfera distraggono e tolgono importanza all’azione dei personaggi. L’impressione è che Livermore si sia detto: «Bene, il libretto fa schifo, la musica non è molto orecchiabile, mettiamoci una pezza intrattenendo il pubblico con qualcos’altro».

È vero che il libretto ha delle debolezze: oltre a essere parecchio infedele alla vicenda storica è contorto e presenta diverse discontinuità tra una scena e l’altra. Per esempio quando Giacomo, il padre di Giovanna, accusa la figlia di impurezza, lei tace. In realtà tutto quello che Giovanna ha fatto è stato di innamorarsi platonicamente di Carlo. Perché non si difende? Chi mai l’avrebbe messa sul rogo per così poco? È chiaro che il silenzio serviva a creare una posizione drammatica, a cui seguono la condanna e poi la liberazione. Papà Giacomo ai nostri occhi sembra un mostro, oggi giusto un ‘ndranghetista si comporterebbe così. Ma in un documento storico del processo la madre di Giovanna racconta che il padre e i fratelli pensarono effettivamente di affogare Giovanna in un lago per i suoi tentativi di fuggire di casa e andare con i soldati (molte ragazze si innamoravano dei soldati, poi li seguivano e finivano con il fare le prostitute portando “disonore” alla famiglia, vedi la lezione di Barbero).

In ogni caso sarebbe stato meglio aiutare il pubblico a capire il libretto e le motivazioni dei personaggi piuttosto che deviare l’attenzione su “altro”.

Quanto al cast vocale troviamo un trio stellare: Nino Machaidze (soprano) nel ruolo di Giovanna, Francesco Meli (tenore) nel ruolo di Carlo, e Roberto Frontali (baritono) in quello di Giacomo. Tutti e tre bravissimi; credo non si possa chiedere di più in quanto a tecnica, espressività e sensibilità artistica. La direzione di Daniele Gatti mi è parsa energica e convincente fin dalla sinfonia, ottimo anche il coro diretto dal Maestro Gabbiani.

[recita del 15 ottobre 2021, “anteprima giovani”]

Giovanna d’Arco

Musica di Giuseppe Verdi

Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Temistocle Solera

Prima rappresentazione assoluta
Milano, Teatro alla Scala, 15 febbraio 1845

Prima rappresentazione al Teatro Costanzi 15 maggio 1972Durata: 2h 15 circa: 70′ I PARTE – 25′ INTERVALLO – 50′ II PARTE

DIRETTORE

 Daniele Gatti

REGIA E COREOGRAFIA

 Davide Livermore

MAESTRO DEL CORO ROBERTO GABBIANI 

SCENE GIÒ FORMA

COSTUMI ANNA VERDE

LUCI ANTONIO CASTRO

VIDEO D-WOK

Principali interpreti 

GIOVANNA NINO MACHAIDZE 

CARLO VII FRANCESCO MELI 

GIACOMO ROBERTO FRONTALI 

TALBOT DMITRY BELOSELSKIY 

DELIL LEONARDO TRINCIARELLI

ORCHESTRA, CORO E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA 

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
con elementi scenici del Palau de les Arts Reina Sofía, Valencia 

CON SOVRATITOLI IN ITALIANO E INGLESE


Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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