«La caccia alle streghe non costituì, tuttavia, una repressione pura e semplice. Essa fu anche l’occasione a lungo attesa, da chi ne sentisse bisogno, di confessare impunemente in pubblico le proprie colpe e i propri peccati rendendone responsabili gli accusati. […] Gli odi tra vicini soffocati per lungo tempo potevano finalmente avere sfogo e vendetta, nonostante le prescrizioni della Bibbia. La sete di terra, che prima di allora si era manifestata negli incessanti contrasti sui confini, poteva finalmente essere portata sul piano della moralità. Si poteva insomma accusare di stregoneria il proprio vicino e sentirsi perfettamente giustificati. Era lecito sfogare vecchi rancori, in nome della lotta tra Lucifero e il Signore. La diffidenza e l’invidia dei poveri verso i più ricchi poterono esplodere in una vendetta generale».
Queste parole vengono dall’introduzione di Arthur Miller al suo grande dramma in quattro atti, Il crogiuolo (The Crucible), di cui ieri è andata in scena al Teatro Quirino la première romana della splendida versione diretta da Filippo Dini (repliche fino a domenica 27 novembre). Prima di parlare di questa messa in scena, due parole sul testo.
L’opera è famosa anche per la sua trasposizione cinematografica del 1996, con Winona Ryder e Daniel Day-Lewis, supervisionata da Arthur Miller stesso: La seduzione del male. Il crogiuolo in effetti è un titolo un po’ oscuro in italiano perché in inglese «crucible», significa anche «processo», almeno in senso figurato, che forse potremmo tradurre con «la prova del fuoco».
Il crogiuolo parla di un processo per stregoneria avvenuto nel 1692 nella cittadina di Salem, in Massachusetts. Quattro ragazze vengono trovate a ballare di notte in un bosco, poi una si ammala e qualcuno le accusa di stregoneria. Le credenze religiose si mischiano agli interessi privati e la faccenda si allarga. John Proctor, un onesto contadino padre di tre figli, anticlericale e avverso alle superstizioni, in precedenza si era invaghito di una di quelle ragazze, Abigail, e un giorno ci aveva avuto un rapporto sessuale. La ragazza ha ancora un ascendente su di lui e vorrebbe prendere il posto della moglie, così, quando viene accusata di stregoneria, per difendersi confessa il falso e già che c’è tira in ballo la moglie di Proctor. Se infatti una persona accusata di stregoneria non confessa viene condannata, ma confessando può a sua volta accusare. Con questo meccanismo il processo si ingrandisce mandando alla forca decine di persone.
Proctor, che nonostante l’adulterio è l’uomo più onesto della storia, prova a difendere la moglie, ma viene anche lui travolto dalle accuse e condannato all’impiccagione. Potrebbe salvarsi con una “confessione” ma anche sotto tortura non cede, perché non vuole confessare il falso né accusare nessuno. Viene da pensare a Navalny e a tutti i dissidenti che in questi giorni, nei territori occupati dell’Ucraina e in Russia, rinunciano alla vita, come John Proctor, per non mettere la loro firma su un documento che la darebbe vinta ai prepotenti.
Anche Proctor è un puro ma non un puro assoluto. È uomo con le sue debolezze, ma nessuno, guardando la pièce, può giustificare le torture e la condanna a morte che subisce. Anche qui vengono alla mente molti fatti recenti. Spesso si usa pretestualmente l’argomento «non è tutto bianco o nero» per giustificare i peggiori misfatti: l’hanno stuprata, «sì ma come era vestita?» La Russia ha aggredito l’Ucraina, «sì ma anche l’Ucraina è piena di corrotti». Questo si chiama victim blaming, cioè uno stratagemma retorico secondo cui si infanga la vittima per dimostrare che «se l’è cercata». Un argomento che giustificherebbe qualsiasi ingiustizia, dal momento che nessuno è un santo. Naturalmente chi colpevolizza la vittima lo fa sempre a suo vantaggio o per rinforzare i suoi pregiudizi o la sua ideologia. (Un mio conoscente è arrivato a giustificare i bombardamenti russi perché «in Ucraina ci sono dei neonazisti». Se un argomento del genere fosse valido sarebbe giusto bombardare pure l’Italia, dato che i neonazisti ci sono pure qui… ma è chiaro che sono argomenti utilizzati solo quando fa comodo).
Più in generale Il crogiuolo mostra quali tragedie possano accadere quando la società abbandona la ragione e il buon senso. In ciò fa pensare al movimento no-vax, che crede che la scienza sia tutto un inganno. O al recente successo dei politici che hanno promesso le cose più irrealizzabili. Oppure all’uso strumentale della giustizia e della religione che vien sfruttato in Iran, in Egitto e in tanti altri regimi a noi contemporanei.
Lo spettacolo diretto da Filippo Dini, inizia con un grido e una suggestiva danza stregonesca accompagnata da un chitarrista elettrico. Quindi viene recitata la sopradetta nota introduttiva in cui si presentano i protagonisti e il contesto. In generale Ibsen raccomanda di evitare prologhi ed epiloghi, e infatti Miller mette la sua Nota solo per il lettore dell’edizione stampata. Dini, tuttavia, l’ha resa efficacemente parte del dramma – con un semplice movimento scenico, le luci e i suoni – per aiutare lo spettatore a comprendere la storia. Forse già qui c’è la cifra più importante della sua regia: il rispetto per l’autore, per il testo e per lo spirito del testo, senza cadere nella pedanteria didascalica o nello sciocco istrionismo. L’intento è raccontare una storia nella sua completezza, non giocare a non farsi capire o stordire lo spettatore per strappargli un applauso facile come fanno in tanti.
L’assurdo in questa storia emerge invece nelle accuse degli inquisitori, nelle storture del processo, ma è un assurdo comprensibilissimo, le cui ragioni risiedono nelle debolezze dell’animo umano e sono ben afferrabili dallo spettatore attento, perché la drammaturgia di Arthur Miller sa sempre metterle a fuoco in maniera magistrale.
I costumi sono moderni ma semplici e di una semplicità che definirei senza tempo, con un’allusione forse agli anni Cinquanta, l’epoca in cui Miller ha scritto il dramma. La scena, semplicissima ma evocativa, è costituita da due enormi muri neri con un paio di architravi posti su pedane semoventi; nel terzo atto compare una gigantesca bandiera americana che fa da sfondo al processo, nel quarto atto viene poi stesa a terra come un tappeto rovinato. Non c’è né un accanimento nel cercare di riprodurre l’epoca della vicenda, né richiami eccessivi ai nostri giorni.
Anche le scelte musicali sono adeguate e non invasive: una chitarra elettrica e la voce nuda di un’attrice di colore rappresentano perfettamente l’atmosfera cupa, straniante e a tratti infernale della vicenda; evocativo anche il pezzo a cappella cantato dalle ragazze.
Filippo Dini, oltre che regista, fornisce un’interpretazione straordinaria di John Proctor, rendendo al meglio il suo carattere onesto e pragmatico, sia nei momenti più drammatici che in quelli quasi comici di alcune scene che strappano diverse risate. Sul sito del Quirino non trovo i nomi dei numerosi attori (una quindicina). Non so se sia una scelta voluta, ma sicuramente tutti gli attori – dal primo all’ultimo – agiscono come un’orchestra organica e affiatata che esegue efficacemente una grande partitura, e sarebbe forse ingiusto menzionarne solo due o tre.
L’unico (piccolissimo) appunto che muovo al regista è nell’epilogo. Miller intitola l’ultima nota «Echoes down the corridor» (nella traduzione di Masolino D’amico vengono messe come semplici note): in coda ad essi Dini aggiunge un breve discorso in cui si accenna «all’America conservatrice che sospende lo stato di diritto con la scusa di opporsi al male», e quasi la paragona alla «Russia, che tappa la bocca ai dissidenti» (cito grossolanamente a memoria). Ieri sera ero rimasto perplesso, pensando che fosse quello il finale di Miller e che si riferisse al maccartismo (la pièce è del 1953). Oggi, avendo tra le mani il testo, vedo che non c’è traccia di queste frasi. Non escludo che Miller possa aver detto qualcosa del genere altrove, però l’ho trovato un discorso da prendere con le molle, soprattutto se calato nella nostra attualità. Per usare le parole di Kasparov: «paragonare le democrazie occidentali alla Russia di Putin è come paragonare un albergo di terza categoria a un carcere». L’albergo sarà pure pieno di difetti, ma non è confrontabile con un carcere. Insomma sarebbe stato meglio chiudere il sipario come l’aveva pensato Miller e lasciare i parallelismi con il presente ai singoli spettatori.
Tra l’altro le ultime parole di Proctor prima di andare al patibolo sono davvero piene di forza e costituiscono un finale potentissimo. Dopo avere strappato la confessione, rivolgendosi al reverendo Hale che tante volte aveva evocato il soprannaturale a sproposito, Proctor gli grida: «Adesso avete fatto il vostro prodigio magico, perché adesso credo di vedere in me stesso un indizio di virtù! Non abbastanza per farne una bandiera, ma di tale purezza da poterlo difendere da questi cani». E nell’ultimo abbraccio alla moglie le dice: «Non offrir loro il tuo pianto! Le lacrime li fanno gioire! Fagli vedere la tua dignità, fa del tuo cuore un sasso e servirtene per non trascinarli in fondo e farli affogare».