L’ultimo abbraccio, le emozioni degli animali

Ridono come noi quando giocano, si abbracciano per confortarsi, sorridono nervosamente se c’è qualcosa che fa crescere la tensione, empatizzano e si attivano se vedono un loro simile in difficoltà, sono gelosi, cercano il potere e il sesso con la violenza o con sotterfugi, si arrabbiano e si vendicano se qualcuno fa loro un torto… La lista dei comportamenti che abbiamo in comune con i nostri cugini scimpanzé è molto lunga, e forse sarebbe più corretto dire che quasi non esiste emozione umana che non trovi una corrispondenza nelle scimmie a noi più vicine, gli scimpanzé e i bonobo. Il celebre primatologo Frans de Waal ce lo mostra con dovizia di particolari nel suo recente libro L’ultimo abbraccio – Cosa dicono di noi le emozioni degli animali (Cortina Editore, 2020).

Ho difficoltà a parlare di questo libro per quanto è ricco di idee e nozioni preziose. Partiamo dal titolo, che fa riferimento a un incredibile episodio a cui de Waal assistette nel Burgers’ Zoo quando il suo esimio collega Jan van Hooff andò a trovare Mama, una femmina di scimpanzé cinquantanovenne, un tempo matriarca della colonia e ormai prossima alla morte. Van Hooff e Mama si conoscevano da molti decenni e quando van Hooff entrò nella gabbia (operazione in quel caso poco pericolosa, ma in generale rischiosissima, perché gli scimpanzé hanno una forza pari a cinque uomini), Mama lo riconobbe e lo abbracciò con sorrisi e vocalizzi di gioia. La scena fu ripresa in un commovente video, in cui sembrano davvero due vecchi amici che si ritrovano e si abbracciano per l’ultima volta prima di un addio.

Da questo episodio de Waal trae lo spunto per mostrarci quante emozioni abbiamo in comune con i nostri cugini scimpanzè e con molti altri mammiferi. De Waal si ricollega direttamente a Charles Darwin, in aperta polemica con alcune correnti scientifiche del Novecento che hanno sistematicamente accentuato il salto tra l’uomo e il resto del regno animale. Nulla di più sbagliato, le emozioni andrebbero considerate alla stregua dei nostri organi, che si sono evoluti sotto la costante spinta della selezione naturale (e sessuale). Come le pinne dei pesci si sono lentamente evolute in zampe per camminare sul terreno, e poi in braccia e mani per arrampicarsi sugli alberi e manipolare gli oggetti, così tutte le emozioni che ritroviamo dentro di noi si sono evolute, nel corso di milioni di anni, da ben prima che entrassimo a far parte del genere Homo.

Ma cosa sono le emozioni? Le emozioni, come suggerisce l’etimologia stessa della parola, muovono letteralmente le nostre azioni. Senza emozioni l’intelligenza è nulla, perché senza emozioni non muoveremmo un dito per risolvere alcun problema, come sa chi studia la depressione. L’intelligenza in realtà è la mediatrice tra le varie emozioni, spesso contrastanti, e di volta in volta sceglie se dare retta più all’una o all’altra o ignorarle. Questo meccanismo è talmente efficace e versatile che è praticamente ubiquo nel regno animale.

«Proprio come ogni parte del nostro corpo ha un suo scopo, così ogni emozione si è evoluta per un fine» ci spiega de Waal.

Da un punto di vista evolutivo il ragionamento è semplice: le emozioni hanno un alto costo in termini di energia e quindi devono avere anche dei vantaggi. Arrabbiarsi per un torto, provare gelosia, innamorarsi, avere paura… sono tutte emozioni che ci costano moltissima fatica. Prendiamo anche una emozione semplice come il “disgusto dell’amaro”. Siamo in una foresta in cerca di cibo e troviamo una bacca sconosciuta. Il disgusto ci fa sputare la bacca: forse rischiamo di perdere un cibo nutriente, ma più spesso ci salva dall’avvelenamento, perciò gli individui che non ne erano dotati sono sopravvissuti meno di chi ne era dotato. Lo stesso per la paura del buio, che è andata di pari passo con i nostri apparati percettivi: i nostri occhi non vedono nell’infrarosso, né abbiamo sviluppato il sonar come i pipistrelli, perciò animali diurni come noi devono stare molto attenti a non esporsi ai pericoli della notte.

Alcune emozioni sono però più complesse e potrebbe stupirci di ritrovarle tali e quali negli altri animali. Pensiamo per esempio alla rabbia per un’ingiustizia. Se io e un’altra persona compiamo uno stesso identico lavoro e l’altro viene pagato più di me, io mi arrabbio. La stessa cosa avviene nelle scimmie, ma persino nei cani avviene la stessa cosa (e in moltissimi altri mammiferi!) I cebi, come ha dimostrato lo stesso de Waal, si arrabbiano talmente tanto da rinunciare alla propria ricompensa se la considerano troppo inferiore a quella del vicino! Se a un cebo si dà come ricompensa un chicco d’uva per avere svolto un certo compito e poi al suo vicino di gabbia, per lo stesso compito, gli si dà un cetriolo, questo secondo cebo ti tira appresso il cetriolo con rabbia, nonostante in altre circostanze lo avrebbe accettato di buon grado.

Questo in economia è chiamato il “paradosso di Easterlin”: la felicità è mediamente proporzionale alla ricchezza, ma se tutta la nazione diventa più ricca tu non sei più felice. In altre parole non è tanto la ricchezza in sé a renderci felici quanto la ricchezza relativa ai nostri vicini. Il paradosso è che se tutta la nazione diventa più ricca, anch’io ho un tenore di vita più alto, ma è come se me ne dimenticassi. Questo è perché ci siamo evoluti tramite competizione locale e i nostri calcoli li facciamo sempre in rapporto a ciò che vediamo intorno a noi. Non posso fare a meno di notare che potremmo essere più felici del consueto se ogni tanto ci ricordassimo di tutta la gente che ha molto di meno di noi.

De Waal dedica un intero capitolo a tre emozioni legate fra loro e che forse più di altre sembrerebbero distinguerci dagli altri animali: il disgusto morale, la vergogna, il senso di colpa. Eppure non c’è una di esse che non trovi qualche riscontro anche nelle scimmie. Per esempio sulla vergogna: gli scimpanzé normalmente non provano vergogna nel consumare atti sessuali davanti ai loro consimili, eppure stanno attentissimi a nascondersi se sanno che in giro c’è un maschio che potrebbe ingelosirsi. Non mostrarsi ha il grande vantaggio di evitare la reazione del rivale, e da qui è venuto probabilmente il nostro irrinunciabile desiderio di privacy. Per quanto riguarda il disgusto morale, invece, de Waal ipotizza che sia una forma di adattamento del disgusto alimentare e igienico (Darwin chiamò «preadaptation» un adattamento che serve a una funzione diversa da quella per cui si era evoluto, per esempio le pinne che poi si sono adattate in zampe per camminare). Non per niente le espressioni facciali sono le stesse e usiamo la stessa parola.

«Vicino alla vergogna in termini emotivi troviamo il senso di colpa. […] La vergogna entra con il giudizio del gruppo, mentre il senso di colpa è legato al giudizio che è un individuo ha di sé stesso». A questo proposito de Waal prende un esempio che ci è molto familiare, tutti infatti abbiamo presente lo sguardo “colpevole” di un cane che ha appena rovinato il divano:

«Il comportamento dei cani dopo una trasgressione può essere interpretato più correttamente considerandolo non come un’espressione di colpevolezza ma come l’attitudine tipica di un membro di una specie gerarchica in presenza di un dominante potenzialmente infastidito. […] Il modello originario della colpa rimane [la paura di aver violato] la gerarchia sociale, anche se gli esseri umani interiorizzano il timore della punizione a un tale livello da arrivare a biasimare sé stessi».

Frans de Waal non è solo un ottimo divulgatore, ma anche un ricercatore che ha cambiato la primatologia moderna, in particolare quella sui bonobo. È una di quegli studiosi acuti e indipendenti, che quando lo ascolti arricchisce sempre il tuo punto di vista. Parte del libro è dedicata a sfatare alcune false teorie che hanno avuto successo nella divulgazione e tra i primatologi stessi per alcuni decenni.

«Spesso la scienza paragona le grandi scimmie adulte ai bambini umani, per esempio quando afferma: “Lo scimpanzè ha la mente di un bambino di quattro anni”. Non ho mai capito il senso di simili affermazioni, non riesco proprio a descrivere uno scimpanzè adulto come un bambino. Un maschio è interessato al potere e al sesso ed è pronto a uccidere per questo. Se è di alto rango può anche assumere un ruolo di guida, che prevede di mantenere l’ordine e di difendere i più deboli. […] Una scimmia antropomorfa femmina, d’altro canto, è soprattutto interessata ai suoi cuccioli e ai doveri della maternità, come allattare, trovare il cibo e tenere alla larga i predatori e i membri aggressivi della propria specie. La vita di una grande scimmia adulta è molto incentrata sulle preoccupazioni caratteristiche degli adulti e pertanto ha ben poco a che fare con l’indifferenza dei bambini per questi temi».

Un altro tema su cui de Waal insiste spesso è la differenza tra emozioni e sentimenti.

«Le emozioni sono osservabili e misurabili, si riflettono nei cambiamenti corporei e nelle azioni. […] Le emozioni sono in larga misura universali […] ci innamoriamo, ci divertiamo ci arrabbiamo. Le sensazioni, sono esperienze private, variano da un luogo all’altro e da una persona all’altra. Ciò che per una persona è doloroso, per un’altra può essere piacevole».

La non misurabilità delle sensazioni ha portato però a una corrente di pensiero «behaviorista», per molti anni dominante, che ha esagerato nel considerare gli animali delle «macchine stimolo-risposta senza sentimenti». I sentimenti non si possono misurare e quindi gli animali, fino a prova contraria, non ce li hanno, affermavano i behavioristi. Peccato che si possa sollevare la stessa obiezione anche tra un uomo e l’altro. Ma qui si obiettava: “l’uomo ha il linguaggio con cui può esprimere i sentimenti”. In effetti fino agli anni Ottanta del Novecento venivano fatti esperimenti e operazioni chirurgiche sugli infanti senza preoccuparsi della loro sofferenza, come se la vocalizzazione o le espressioni facciali non bastassero per affermare l’esistenza dei loro sentimenti. Che le cose non stiano così è una consapevolezza recente (vedi questo articolo del 2015!).

L’ultimo capitolo ci racconta di come anche i pesci possano andare in depressione, allargando di molto lo spettro degli animali con cui condividiamo emozioni… e forse sentimenti.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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