La soluzione che propongo non è fantascientifica perché contravvenga alle leggi della fisica o sia tecnologicamente fuori dalla portata della tecnologia attuale, tutt’altro. Si basa infatti su due pratiche antiche, per quanto non banali: il controllo demografico e l’istruzione.

La prima considerazione è che un territorio limitato può sostenere un numero limitato di persone. Recentemente la striscia di Gaza ha raggiunto quasi 6000 abitanti per chilometro quadrato, cioè circa 30 volte la densità italiana, che è già una delle più alte d’Europa, quindi è ben oltre il punto di benessere ottimale di quel territorio. In trent’anni la popolazione è più che raddoppiata (il risultato è che non c’è più un albero o un animale selvatico, sono tutti palazzi). La cosa assurda è che la popolazione della striscia di Gaza già nel 2008 sopravviveva grazie a 450 camion di aiuti umanitari al giorno (fonte Wikipedia)! Ma se un popolo continua a crescere di numero su un fazzoletto di territorio che si contende con un altro popolo da più di un secolo, come se ne può uscire senza spargimento di sangue?
Dall’altro lato del filo spinato anche Israele sta crescendo di numero. Negli ultimi trent’anni non è raddoppiato, ma quasi. Motivo per cui i coloni israeliani stanno cacciando progressivamente sempre più palestinesi dalla Cisgiordania, creando odio, tensioni, rabbia. È qualcosa di incredibile, da un punto di vista razionale, che da ambo i lati la mancanza di territorio non abbia scoraggiato nessun padre e nessuna madre a mettere al mondo così tanti figli (ammesso che le donne abbiano voce in capitolo per opporsi a una gravidanza; a Gaza non credo, in Israele non lo so).
La seconda considerazione è che, se i bambini nascono nella povertà e vengono lasciati senza un’adeguata istruzione, sono molto più facilmente reclutabili da un movimento terroristico. L’istruzione è una componente fondamentale di una società civile. Non riesco a immaginare un ragazzo che segua un normale corso di studi fino a 18 anni e poi senta l’esigenza di entrare in un gruppo terroristico.
Ho l’impressione – anzi la certezza – che senza un adeguato decremento demografico non sia possibile garantire un’adeguata istruzione a tutti. Ho trovato poche informazioni su Gaza; da un articolo del Corriere leggo che ci sono 633 scuole (per avere un termine di paragone, Roma pur avendo un milione di abitanti in meno, ha 793 scuole), e leggo pure che ci sono “doppi turni e classi affollate, fino a 50 alunni”. Già è difficile fare didattica con la metà degli studenti, e se si aggiunge che questi studenti vivono in case sovraffollate con mille altri problemi immediati, immagino che una grossa percentuale di essi uscirà dalla scuola con competenze non molto maggiori della seconda elementare.
Con una popolazione dimezzata ci sarebbero il doppio delle risorse a testa, e forse la gente non sarebbe spinta a contendersi le case con i mitra e tutti avrebbero prospettive di vita più decenti. La comunità internazionale potrebbe favorire questo processo azzerando progressivamente gli aiuti umanitari e aumentando gli aiuti all’istruzione: meno pane e più libri, per dirla semplicemente. Così come Israele dovrebbe essere disincentivato nelle offensive militari. Purtroppo, che i governi palestinesi e israeliani si mettano a un tavollo per progettare assieme una decrescita demografica, qualcosa del tipo “voi palestinesi per i prossimi cinquant’anni non fate più di un figlio a coppia, noi israeliani ci manteniamo un poco sotto i due”, è pura fantascienza.
Intanto implica un rispetto reciproco che tra i due popoli non c’è mai stato, men che meno oggi. In secondo luogo, una decrescita demografica, per avvenire in maniera pacifica, dovrebbe nascere da una consapevolezza interiore dei diretti interessati e non da una costrizione esterna: l’ideale sarebbe un autocontrollo demografico. Il che non sembra neppure contemplato, dato che la decrescita è vista come il male assoluto da tutte le religioni, compresa la religione occidentale più moderna, che è l’Economia. Il calo delle nascite viene visto come un “problema” persino da noi, dove si è imposto spontaneamente grazie al buon senso (perché perdere il benessere raggiunto? perché fare uno, due, tre o quattro figli se non puoi garantirgli una vita dignitosa?) Gli economisti vedono i problemi delle pensioni, del PIL ecc., che effettivamente sono problemi, ma molto piccoli rispetto a ciò che trascurano completamente: l’impatto ambientale devastante di una popolazione in crescita. Loro assumono sempre che ci sia un territorio infinito da spolpare o cementificare, benché quell’approssimazione non sia più valida da un pezzo.
In un ecosistema in equilibrio le popolazioni non sono mai in crescita, piuttosto oscillano attorno a un valore medio. Talvolta in natura accade che una specie sia favorita dalle condizioni ambientali, allora osserviamo una crescita esponenziale fino al limite delle risorse e poi o si stabilisce un nuovo equilibrio (a scapito di altre specie) o c’è un rapido crollo. Ciò avviene per i virus, per i batteri, per gli insetti, per i granchi, per i cinghiali… per gli uomini. È già avvenuto per singole popolazioni umane, che dopo un’eccessiva crescita sono crollate, ad esempio sull’Isola di Pasqua, ma anche l’Europa colpita dalla peste nel Trecento è un buon esempio (vedi Collasso di Diamond per altri esempi). Le conseguenze di una popolazione in crescita per troppo tempo sono sempre le stesse tre: guerre, carestie, pestilenze. Quartum non datur.
Purtroppo, non si è mai visto che due popoli in guerra tra loro si mettano d’accordo per un decremento demografico. È quasi contrario alla teoria dell’evoluzione, perciò dico che è fantascienza. Forse però, ogni tanto, bisognerebbe abbandonare lo sguardo del geopolitico a favore di quello dell’etologo. Due tribù di scimpanzé confinanti cercano sempre di allargarsi a scapito l’una dell’altra in modo del tutto simile al nostro: si tendono agguati e si vendicano dopo essere stati colpiti. L’uomo è al 98,6% uno scimpanzé, non ci si può aspettare che agisca in maniera molto diversa, e i colori delle bandierine contano veramente poco.
Però, ecco, quel 1,4% di Dna che ci distingue dagli scimpanzé ci permette di fare anche qualche calcolo in più, e per quanto l’autocontrollo demografico sia una possibilità remota, se si cominciasse a parlarne forse sarebbe già qualcosa. Tra l’altro non è un problema che riguarda solo Gaza e Israele ma tutto il mondo.