Post in evidenza

Putin il mafioso, l’analisi del campione di scacchi

Putin è membro di un club esclusivo di cui hanno fatto parte anche Saddam Hussein e Slobodan Milosevic: è uno dei pochi capi di stato che in epoca nucleare ha avuto il coraggio di invadere una nazione confinante. Non si assisteva a una simile aggressività espansionista dai tempi di Adolf Hitler (a cui andò male), e a Joseph Stalin che invece ebbe successo.

Queste parole sembrano scritte oggi, invece Garri Kasparov, leggenda vivente degli scacchi, le aveva scritte nel marzo 2014 analizzando l’invasione della Crimea.

In questa raccolta di articoli che vanno dal 2010 al 2014 Kasparov delinea un lucido e spettrale ritratto di Vladimir Putin. Molto prima che l’invasione dell’Ucraina palesasse anche agli osservatori meno attenti la reale ferocia del dittatore russo, Kasparov l’aveva sperimentata sulla propria pelle e denunciata più volte all’Occidente, purtroppo con scarso successo.

Quando mi sono ritirato degli scacchi, nel 2005, la mia idea di unire tutti i movimenti anti-Putin sotto un’unica bandiera, a dispetto di qualsiasi ideologia, è stata criticata aspramente. E la vista di centinaia di bandiere di ogni tipo, dai liberali ai nazionalisti, che inneggiavano insieme per <<una Russia senza Putin>> è stata la realizzazione di un sogno. Ma è stato un sogno di breve durata. In occasione del suo ritorno senza ostacoli alla presidenza Putin ha chiuso la capitale, trasformando il centro di Mosca in Pyongyang. Da allora non ha mostrato alcuna esitazione nel perseguitare attivisti, capi dell’opposizione, avvocati, scienziati, e persino musicisti, ovvero tutti coloro che osano contestare pubblicamente la sua autorità.

La prima lezione fondamentale che si può trarre da questi articoli è che Putin si è comportato come un dittatore fin da quando si è insediato al Cremlino, nel 2000. Il suo metodo è stato spietatamente semplice: fiumi di soldi a chi gli si mostrava leale, processi e carcere ai dissidenti. Il primo caso emblematico è stato Chodorkovskij:

Michael Chodorkovskij era l’uomo più ricco di Russia […] desiderava che la Yukos diventasse trasparente e internazionale, due tra le cose che a Putin fanno più paura. Come risultato di tutto questo, nell’ottobre del 2003 Chodorkovskij è stato arrestato con l’accusa di frode fiscale. Allo scadere della sua prima condanna per 9 anni i termini di detenzione sono stati estesi fino al 2017. Fin da subito è stato chiaro come la vera condanna sia quella di restare in prigione finché Putin deterrà il potere. Allo stesso tempo Putin ha lanciato un messaggio: questo è ciò che succede a chi si mette contro di me.

17 settembre 2012, kasparov.com

La lista purtroppo è lunga, include le Pussy Riot, Navalny… Kasparov stesso è stato arrestato e picchiato mentre chiacchierava con un giornalista aspettato la sentenza delle Pussy Riot. Processato con la falsa accusa di aver morso un poliziotto, se è stato assolto è solo per la sua visibilità internazionale e per la solidarietà di giornalisti e gente comune che hanno fornito i video in cui veniva aggredito dalla polizia. Senza tutto ciò difficilmente sarebbe uscito di prigione, e comunque oggi è in esilio. Secondo Kasparov il sistema di Putin può essere sintetizzato da questa osservazione:

È abbastanza paradossale come la percentuale di assoluzioni sia molto più bassa nei processi della Russia odierna che durante gli anni Quaranta. La principale innovazione del sistema giudiziario di Putin è costituita dalla volontà quasi totale dei giudici di prendere per buono tutto ciò che i pubblici ufficiali asseriscono. […] La falsa testimonianza, che per la polizia antisommossa russa rappresenta una routine, ha contribuito alla condanna di numerosi esponenti dell’opposizione.

24 luglio 2012, kasparov.com

La seconda lezione è che l’America e l’Europa hanno avuto un atteggiamento a dir poco debole nei confronti di Putin. Molti discorsi “preoccupati” sui diritti civili in Russia si sono arenati in sanzioni debolissime e repentini perdoni al primo finto accenno di “magnanimità democratica” di Putin. Kasparov descrive diversi avvenimenti precisi, che spesso sono stati lo spunto iniziale dei suoi articoli. Obama, Holland, Sarcozy, e la Merkel non vi fanno una bella figura. Per non parlare di Berlusconi e Schroeder, l’ex cancelliere tedesco oggi nel vortice delle polemiche, il politico di più alto livello comprato da Putin.

Uno dei principi base della civiltà europea è quello della supremazia del diritto. Secondo questo principio, il diritto, un sistema di norme vincolanti universalmente riconosciute, è al di sopra di ogni governo. Il diritto e ciò che limita l’azione del governo. Al contrario il principio asiatico, impersonato dal regime di Putin, si esprime attraverso l’autosufficienza del potere al governo, e non è limitato da alcuna norma o regola. […] Oggi la società Ucraina si è dimostrata più matura e più orientata verso l’Europa di quanto non abbia mai fatto la società russa. Ha già compreso quanto sia fondamentale giocare secondo le regole. Quando le autorità ucraine hanno cercato di ignorare le regole hanno dovuto fronteggiare una protesta di massa.

12 dicembre 2013 kasparov.com

Putin si comporta come un <<mafioso>> dice Kasparov, e non usa questa parola a caso: è un mafioso perché non c’è nessuna ideologia, i suoi sodali lo sostengono solo perché lui gli assicura soldi e protezione. Perché Putin si comporta così?

Come vado ripetendo da anni, cercare di individuare una strategia di fondo nelle azioni di Putin costituisce una perdita di tempo. Neicalcoli di questo dittatore non rientrano complessi interessi nazionali; esistono solo i suoi interessi personali e gli interessi di quanti sono a lui vicini sostenendo nel potere e non desiderando altro che consolidarlo sempre di più. In mancanza di vere elezioni e di liberi organi di informazione, l’unico modo in cui un dittatore può comunicare i suoi sudditi è farlo attraverso la propaganda, e l’unico mezzo per convalidare il proprio potere è il regolare uso della forza.

Esattamente come un boss della mafia. Provo rabbia quando qualcuno mi dice che l’Ucraina dovrebbe arrendersi così Putin si fermerà. Non si fermerà affatto.

La fondamentale lezione di Chamberlain e Daladier nella Monaco di 60 anni fa è valida ancora oggi: dare a un dittatore ciò che lui vuole non lo fermerà dal desiderare ancora di più, e al contrario lo convincerà unicamente della debolezza dei suoi interlocutori.

da “Appeasement del ventunesimo secolo”, Primavera 2013

Alcuni auspici e moniti di Kasparov sembrano utili anche per le scelte che i nostri politici dovrebbero prendere in queste drammatiche ore: le armi e le sanzioni, l’unico linguaggio che capisce il dittatore. Le sanzioni vanno mantenute per almeno un paio di mesi.

Senza abbondante liquidità per sostenere l’economia, la devastante mancanza di sviluppo degli ultimi 10 anni diventerebbe immediatamente visibile. Stiamo parlando di un’economia che nel 2001, quando il petrolio costava 20 dollari al barile, si trovava in crescita, e che lotta per sopravvivere oggi che il petrolio ha toccato i 90 dollari. Il giorno della resa dei conti arriverà; ma più allungo aspetteremo, più pesanti saranno le conseguenze.

Primavera 2013

Ma oltre alle sanzioni servono anche le armi. Kasparov in un’intervista di un paio di giorni fa ha invocato la no-fly zone della Nato sull’Ucraina. Sarebbe un utilissimo modo per mettere pressione ai generali di Putin e creare un ammutinamento. Perché la fine di Putin sarà quella di tutti i dittatori: nel sangue.

Post in evidenza

L’adolescente di Dostoevskij

L’adolescente, con la sua estrema ‒ persino dichiarata ‒ caoticità, non è probabilmente tra i romanzi più riusciti di Dostoevskij. La struttura narrativa appare infatti un po’ sghemba, piena di rimandi, anticipazioni, deviazioni, intrighi, colpi di scena, vicende ingarbugliate e personaggi contraddittori (Versilov è un personaggio emblematico sotto questo profilo: dongiovanni ma anche amante fedele, ateo ma nostalgico di Dio, nobile e ignobile a seconda dell’estro…) Insomma un caos nel quale Dostoevskij si destreggia con grandissima abilità, ma che a tratti sembra anche sfuggirgli un po’ di mano.
La storia è scritta sotto forma di “memorie”, redatte dal protagonista del romanzo, il ventenne Arkadij Makarovic Dolgorouki, figlio illegittimo del suddetto Versilov, proprietario terriero. Più in generale tutte le “memorie” del nostro adolescente, «potrebbero servire come materiale per una futura opera artistica […] nonostante il loro carattere caotico e casuale…», queste sono le parole che l’autore stesso ci consegna in filigrana nel finale, quasi scusandosi. Eppure nelle sue 554 pagine (Einaudi, traduzione di Eva Amendola Kühn), questo romanzo regala con grande generosità idee, spunti, acrobazie letterarie e analisi psicologiche degne della fama dello scrittore: se non è un capolavoro è comunque lo scritto di un genio.
Senza pretendere completezza ‒ non c’è pagina da cui non si potrebbe rilevare qualcosa di interessante ‒ volevo soffermarmi su alcuni passaggi e personaggi particolarmente significativi.
Uno dei personaggi più riusciti del romanzo è la mamma di Arkadij, Sofia Andréevna, donna di umili origini, sposa di Makar Ivanov Dolgorouki, giardiniere di Versilov. Dostoevskij ce la presenta con questa intrigante premessa: «certe donne seducono con la loro bellezza o con altri loro modi in un attimo; altre, invece bisogna avvicinarle almeno per sei mesi prima di capire cosa realmente siano, e per innamorasi di loro […] occorre, anzitutto, esser dotati di un certo acume». Con rara sensibilità Dostoevskij riesce poi ad entrare nell’animo di questa tenera donna, nella sua semplicità dotata di grandissima amorevolezza e sensibilità; l’unico personaggio che rimane saldo nel vortice degli eventi.
«L’idea» di Arkadij è quella di puntare tutto su «tenacia e continuità» per diventare un giorno ricco come Rothschild. Dostoevskij ne approfitta per darci una bella lezione sulla forza di volontà: «C’è al mondo una gran differenza di forze, specialmente di forza di volontà. Esiste la temperatura dell’acqua a bollore e quella del ferro incandescente». Arkadij avendo messo alla prova la sua volontà sa di poter raggiungere la sua meta, anzi qualunque meta. In queste righe non possiamo non scorgere, in controluce, il “segreto” di Dostoevskij stesso che, resistendo a quattro anni di lavori forzati in Siberia, riuscì, con una determinazione suprema, a diventare uno dei più grandi scrittori della letteratura occidentale. In un altro passo Arkadij ci sorprende con una osservazione ancora più illuminante: «la coscienza solitaria e sicura [corsivo dell’autore] della mia forza! Ecco la definizione della libertà che il mondo cerca con tanta ansia». Ai giorni nostri un cantante che viene tuttora considerato un “genio” in una canzone cantava che «la libertà è partecipazione»; vedete che antitesi con «la libertà è la coscienza solitaria e sicura della mia forza»; spero notiate che differenza di spessore! c’è “genio” e genio… (Se fossi stato un giornalista avrei intitolato questo post “Dostoevskij contro Gaber”!).
E quanto alla meschinità del sogno di “diventare ricco come Rothshild” Arkadij risponde facendo eco al principe Myŝkin: «Beato colui che ha l’ideale della bellezza seppur errato!» È questo un concetto tipico di Dostoevskij, e che torna spesso lungo tutto il romanzo.
Quanto alla classe dirigente, Versilov ‒ che è un po’ il Dr Jekyll e Mr Hide della situazione ‒ in una delle sue impennate più alte dice, a proposito dell’aristocrazia: «L’idea dell’onore e della cultura come obbligo per chiunque voglia entrar a far parte d’una classe non chiusa e che senza tregua si rinnova è certamente un’utopia, ma perché non dovrebbe essere attuabile? Se questa idea vive sia pure soltanto in pochi cervelli, non è ancora perita e illumina, come un barlume di luce in una tenebra fitta». E di fronte al più prosaico principe Sergei, Versilov ribatte con un affondo: «Perché vivere secondo un’idea è difficile, mentre è facilissimo invece vivere senza idee».
Notevolissima è anche la “favola” della conversione di Maksim Ivanovic, una breve parentesi all’interno del romanzo, che costituisce un racconto a sé di grande impatto emotivo. Questa è una di quelle “resurrezioni morali” che più di una volta si incontrano in Dostoevskij e che penso abbiano pure ispirato l’ultimo grande romanzo di Tolstoj, Resurrezione.
Di grande fascino è il personaggio dell’ex giardiniere, poi pellegrino, Makar Ivanovic, una sorta di monaco errante senza essere monaco, una specie di santo incapace di provare odio o rancore per chicchessia, ingenuo e saggio allo stesso tempo, col sorriso gioioso di un bambino. Qui riceviamo anche un’altra lezione sul riso: «nel riso è la più sicura rivelazione dell’anima» conclude Dostoevskij dopo una lunga e profonda analisi.
Detto ciò, mi sembra di non avere ancora neanche incominciato a parlare di questo libro-miniera. Considerate questo: è come se, volendo mostrarvi una spiaggia grandissima, vi avessi portato solo qualche granello di sabbia.

Classificazione: 5 su 5.
Post in evidenza

Alan Ayckbourn: un grande del teatro contemporaneo, trascuratissimo in Italia

 
In questi giorni ho colmato una mia grave quanto inconsapevole lacuna leggendo due commedie di Alan Ayckbourn, sul quale mi piacerebbe riportare un po’ di attenzione.
 
Alan Ayckbourn è uno dei più celebri e premiati drammaturghi contemporanei, non sono certo io a scoprirlo, ma basta fare una piccola ricerca sul web per vedere che in Italia probabilmente non ero l’unico a non conoscerlo. Su Amazon non è disponibile NESSUN suo titolo (soltanto Confusioni e Camere da letto sono state tradotte ma sono fuori catalogo), e controllando su teatro.org l’unica ricorrenza che si trova è uno spettacolo di ben sei anni fa, per la regia di Graziano Ferrari in provincia di Bologna (teatro.org non è onnicomprensivo ma penso dia una buona idea della situazione).
 
I due drammi che ho letto e su cui posso dire qualcosa sono Snake in the Grass, e If I were you. Per chi è interessato sono disponibili solo in inglese in formato e-book, in una raccolta che comprende cinque suoi plays.
 
Snake in the Grass è una sorta di thriller con soli tre personaggi: due sorelle e l’infermiera del loro defunto padre. In ballo c’è l’eredità e un ricatto dell’infermiera, che sa che una delle due sorelle ha “aiutato” il padre a morire. È un dramma scritto in maniera ineccepibile, i tre personaggi sono ben scolpiti e approfonditi, il ritmo è serrato, e ci sono almeno tre brillanti colpi di scena che rendono la storia molto avvincente.
 
If I were you è un dramma familiare di ancor maggiore spessore, con cinque personaggi. I protagonisti sono una coppia in crisi sulla quarantina, Mal e Jill, che hanno un figlio quindicenne che ha un ottimo rapporto con la madre e pessimo col padre (“non si comporta abbastanza da uomo” secondo Mal), e una giovane figlia sposata con un ragazzo amante del rugby e mezzo alcolizzato (lui sì che è un vero uomo secondo Mal). La sera vanno a dormire e, inspiegabilmente, al mattino Mal si ritrova nel corpo di Jill e viceversa. Per non perdere il lavoro decidono di non dire niente a nessuno e interpretare ciascuno il ruolo dell’altro. Ne nascono una serie di gag comiche ma anche una riflessione abbastanza profonda sui due personaggi che, vivendo per un giorno nei panni dell’altro, paradossalmente finiscono per scoprire se stessi.
 
Entrambe le pièce sono scritte in maniera magistrale e trovo a dir poco irritante che un drammaturgo di così grande valore sia così poco frequentato sulle nostre scene. Ma purtroppo la stessa cosa può dirsi per quello che è forse il più grande drammaturgo del ’900, Arthur Miller, sul quale mi ripropongo di scrivere prossimamente.

Plinio: un dramma e una sceneggiatura

Spoiler: cinema batte teatro 59 a 1

In breve. «Plinio è il comandante della Flotta Imperiale a Miseno, a una trentina di chilometri dal Vesuvio, quando quello che si pensava essere soltanto un monte esplode, producendo una colonna di fumo che giunge fino alla stratosfera. Nonostante il pericolo, Plinio non esiterà a scendere in mare con le quadriremi tentando di salvare la popolazione della costa, già all’epoca densamente abitata».

Questa è una breve anticipazione del mio ultimo (e inedito) testo teatrale Plinio, l’ultima historia, da cui ho tratto anche una sceneggiatura cinematografica.

Il protagonista. Gaio Plinio Secondo, (oggi noto come Plinio il Vecchio), all’epoca non aveva compiuto ancora 57 anni ma aveva già alle spalle una vita straordinaria: cavaliere in Germania, amministratore in Gallia e in Spagna, fu confidente di Vespasiano e commilitone di Tito, diventando infine capo dell’intera flotta imperiale. Ma i successi compensavano appena le amarezze: tanti erano stati gli amici uccisi in battaglia o da malattie, lui stesso aveva problemi respiratori, e innumerevoli erano le ingiustizie e i crimini visti sotto Nerone e durante l’atroce guerra civile del 69. E infine le sferzanti critiche seguite alla pubblicazione delle sue opere letterarie.

Infatti, parallelamente alla carriera militare, Plinio fu uno studioso e uno scrittore instancabile. È sua la più estesa enciclopedia giuntaci dall’antichità, la Naturalis Historia, un’opera monumentale in 37 libri, che spazia dalla cosmologia alla storia dell’arte e che ci apre uno squarcio nel mondo antico che altrimenti sarebbe perduto per sempre. Il titolo Naturalis Historia è comunemente tradotto come Storia naturale, ma potremmo tradurlo anche come Ricerche sulla natura o il Racconto della natura, perché «historia» in latino aveva un significato leggermente più esteso di quello che noi diamo oggi alla parola storia, per questo ho voluto mantenerne traccia anche nel mio titolo.

Plinio, tuttavia, era anche uno storico in senso stretto, infatti l’altra sua opera principale fu una storia romana in 31 libri, intitolata Dalla fine di Aufidio Basso (cioè da dove si interrompeva la narrazione di Aufidio Basso), di cui purtroppo non ci è giunto niente se non qualche brandello tramite Tacito. Plinio stesso ci dice, amaramente, che l’avrebbe pubblicata postuma in modo che, una volta tolto il disturbo, i critici sarebbero stati liberi di dire quello che volevano. Per eviscerare meglio questo conflitto, nel dramma c’è il suo amico Pomponiano – personaggio storico di cui sappiamo solo il nome e che ho immaginato come il suo editore (bibliopòla) – che invece lo pressa a pubblicare.

Tra gli altri personaggi del dramma, oltre a Plinio troviamo Plinia, ovvero sua sorella, una donna religiosa e incline alla superstizione, ma con un senso pratico maggiore del fratello; il nipote Cecilio (oggi noto come Plinio il Giovane, figlio di Plinia), all’epoca un diciottenne timido e studioso, adottato da Plinio, in seguito alla morte del padre; e infine Zosimo, il suo fido lettore-scriba. Nella versione cinematografica ne ho aggiunti diversi altri, che per il momento lascio alla vostra fantasia.

L’eruzione. Tutti sanno più o meno che nel 79 l’eruzione del Vesuvio sommerse Pompei, Ercolano e Stabia, e molti avranno visto film e documentari che ne raccontano qualche aspetto, tra cui il fatto che (spoiler) Plinio vi trovò la morte. Pochi sanno della dinamica più precisa degli eventi. In effetti non è semplice ricostruirla: tutto ciò che ci è rimasto di scritto ammonta a due lettere di Plinio il Giovane (nipote di Plinio il Vecchio e testimone oculare rimasto a Miseno), un paio di pagine di Dione Cassio e qualche riga di Svetonio. Oggi, rispetto a qualche anno fa, abbiamo anche moltissimi ritrovamenti archeologici e studi geologici abbastanza precisi che ci confermano e in alcuni casi correggono le testimonianze scritte. L’esplosione non fu accompagnata da colate laviche, il problema fu la quantità immensa di cenere e lapilli che, ricadendo dall’alto, sommerse o bruciò tutto. Plinio scese in mare con le quadriremi capitanando una sorta di operazione di protezione civile, aiutando la popolazione della costa a fuggire via mare. Plinio il Giovane accenna a quest’operazione in una lettera a Tacito, ma nei dettagli non ci dice quasi niente, se non che inizialmente Plinio puntò su Ercolano ma impedito dal mare dovette ripiegare verso Stabia, presso Pomponiano; nel ricostruirla ho cercato di immaginare qualcosa di plausibile (ma certezze storiche non ce ne sono).

Dettaglio di navi da una pittura pompeiana (Museo archeologico di Napoli)

Cinema batte teatro 59 a 1. Una volta terminato il testo teatrale ho cercato concorsi a cui inviarlo e ne ho trovati… uno. Esclusi i concorsi per monologhi e per under-30, un autore teatrale in Italia oggi si trova al centro di un enorme deserto. Il che più o meno lo sapevo, ma la sorpresa l’ho avuta quando mi sono imbattuto nella piattaforma FilmFreeway: se quel copione fosse stato una sceneggiatura cinematografica avrei potuto sottoporlo a 59 concorsi! Questo dà la misura del divario – almeno in termini di interesse, soldi e pubblico, – tra cinema e teatro. Allora ho rispolverato un breve screenplay che avevo scritto alcuni anni fa frequentando una scuola di sceneggiatura. Rimaneggiandolo ci ho preso gusto, e così ho rimesso le mani anche su Plinio e dopo un certo lavoro di adattamento – peraltro molto intrigante, perché mi ha dato modo di mostrare cose che a teatro è impossibile mostrare – ne ho tratto la sceneggiatura per un film.

Inglese batte Italiano 1644 a 59. Se in Italia i concorsi erano 59, traducendo la sceneggiatura in inglese avrei potuto sottoporla a 1644 concorsi in tutto il mondo! E quindi mi sono cimentato anche nella traduzione inglese, poi revisionata da mani esperte. Naturalmente la cattiva notizia è che partecipare a questi concorsi ha un costo – parecchi sono mezze truffe, diciamolo pure, e quelli che danno più visibilità in genere costano di più – quindi ho dovuto fare una cernita in base a quelli che mi sembravano più seri e più adatti al mio genere. L’altra pista da seguire sono gli agenti e i produttori. La strada è in salita ma non impossibile. Come disse Plinio per incoraggiare il timoniere che, spaventato, voleva tornare indietro: «fortes Fortuna iuvat». Il futuro dirà l’ultima.

Dettaglio di navi da una pittura pompeiana (Museo archeologico di Napoli)

Una soluzione fantascientifica al conflitto israelo-palestinese

La soluzione che propongo non è fantascientifica perché contravvenga alle leggi della fisica o sia tecnologicamente fuori dalla portata della tecnologia attuale, tutt’altro. Si basa infatti su due pratiche antiche, per quanto non banali: il controllo demografico e l’istruzione.

Popolazione palestinese e israelina (e libanese) dal 1990 al 2021. Fonte: Google.

La prima considerazione è che un territorio limitato può sostenere un numero limitato di persone. Recentemente la striscia di Gaza ha raggiunto quasi 6000 abitanti per chilometro quadrato, cioè circa 30 volte la densità italiana, che è già una delle più alte d’Europa, quindi è ben oltre il punto di benessere ottimale di quel territorio. In trent’anni la popolazione è più che raddoppiata (il risultato è che non c’è più un albero o un animale selvatico, sono tutti palazzi). La cosa assurda è che la popolazione della striscia di Gaza già nel 2008 sopravviveva grazie a 450 camion di aiuti umanitari al giorno (fonte Wikipedia)! Ma se un popolo continua a crescere di numero su un fazzoletto di territorio che si contende con un altro popolo da più di un secolo, come se ne può uscire senza spargimento di sangue?

Dall’altro lato del filo spinato anche Israele sta crescendo di numero. Negli ultimi trent’anni non è raddoppiato, ma quasi. Motivo per cui i coloni israeliani stanno cacciando progressivamente sempre più palestinesi dalla Cisgiordania, creando odio, tensioni, rabbia. È qualcosa di incredibile, da un punto di vista razionale, che da ambo i lati la mancanza di territorio non abbia scoraggiato nessun padre e nessuna madre a mettere al mondo così tanti figli (ammesso che le donne abbiano voce in capitolo per opporsi a una gravidanza; a Gaza non credo, in Israele non lo so).

La seconda considerazione è che, se i bambini nascono nella povertà e vengono lasciati senza un’adeguata istruzione, sono molto più facilmente reclutabili da un movimento terroristico. L’istruzione è una componente fondamentale di una società civile. Non riesco a immaginare un ragazzo che segua un normale corso di studi fino a 18 anni e poi senta l’esigenza di entrare in un gruppo terroristico.

Ho l’impressione – anzi la certezza – che senza un adeguato decremento demografico non sia possibile garantire un’adeguata istruzione a tutti. Ho trovato poche informazioni su Gaza; da un articolo del Corriere leggo che ci sono 633 scuole (per avere un termine di paragone, Roma pur avendo un milione di abitanti in meno, ha 793 scuole), e leggo pure che ci sono “doppi turni e classi affollate, fino a 50 alunni”. Già è difficile fare didattica con la metà degli studenti, e se si aggiunge che questi studenti vivono in case sovraffollate con mille altri problemi immediati, immagino che una grossa percentuale di essi uscirà dalla scuola con competenze non molto maggiori della seconda elementare.

Con una popolazione dimezzata ci sarebbero il doppio delle risorse a testa, e forse la gente non sarebbe spinta a contendersi le case con i mitra e tutti avrebbero prospettive di vita più decenti. La comunità internazionale potrebbe favorire questo processo azzerando progressivamente gli aiuti umanitari e aumentando gli aiuti all’istruzione: meno pane e più libri, per dirla semplicemente. Così come Israele dovrebbe essere disincentivato nelle offensive militari. Purtroppo, che i governi palestinesi e israeliani si mettano a un tavollo per progettare assieme una decrescita demografica, qualcosa del tipo “voi palestinesi per i prossimi cinquant’anni non fate più di un figlio a coppia, noi israeliani ci manteniamo un poco sotto i due”, è pura fantascienza.

Intanto implica un rispetto reciproco che tra i due popoli non c’è mai stato, men che meno oggi. In secondo luogo, una decrescita demografica, per avvenire in maniera pacifica, dovrebbe nascere da una consapevolezza interiore dei diretti interessati e non da una costrizione esterna: l’ideale sarebbe un autocontrollo demografico. Il che non sembra neppure contemplato, dato che la decrescita è vista come il male assoluto da tutte le religioni, compresa la religione occidentale più moderna, che è l’Economia. Il calo delle nascite viene visto come un “problema” persino da noi, dove si è imposto spontaneamente grazie al buon senso (perché perdere il benessere raggiunto? perché fare uno, due, tre o quattro figli se non puoi garantirgli una vita dignitosa?) Gli economisti vedono i problemi delle pensioni, del PIL ecc., che effettivamente sono problemi, ma molto piccoli rispetto a ciò che trascurano completamente: l’impatto ambientale devastante di una popolazione in crescita. Loro assumono sempre che ci sia un territorio infinito da spolpare o cementificare, benché quell’approssimazione non sia più valida da un pezzo.

In un ecosistema in equilibrio le popolazioni non sono mai in crescita, piuttosto oscillano attorno a un valore medio. Talvolta in natura accade che una specie sia favorita dalle condizioni ambientali, allora osserviamo una crescita esponenziale fino al limite delle risorse e poi o si stabilisce un nuovo equilibrio (a scapito di altre specie) o c’è un rapido crollo. Ciò avviene per i virus, per i batteri, per gli insetti, per i granchi, per i cinghiali… per gli uomini. È già avvenuto per singole popolazioni umane, che dopo un’eccessiva crescita sono crollate, ad esempio sull’Isola di Pasqua, ma anche l’Europa colpita dalla peste nel Trecento è un buon esempio (vedi Collasso di Diamond per altri esempi). Le conseguenze di una popolazione in crescita per troppo tempo sono sempre le stesse tre: guerre, carestie, pestilenze. Quartum non datur.

Purtroppo, non si è mai visto che due popoli in guerra tra loro si mettano d’accordo per un decremento demografico. È quasi contrario alla teoria dell’evoluzione, perciò dico che è fantascienza. Forse però, ogni tanto, bisognerebbe abbandonare lo sguardo del geopolitico a favore di quello dell’etologo. Due tribù di scimpanzé confinanti cercano sempre di allargarsi a scapito l’una dell’altra in modo del tutto simile al nostro: si tendono agguati e si vendicano dopo essere stati colpiti. L’uomo è al 98,6% uno scimpanzé, non ci si può aspettare che agisca in maniera molto diversa, e i colori delle bandierine contano veramente poco.

Però, ecco, quel 1,4% di Dna che ci distingue dagli scimpanzé ci permette di fare anche qualche calcolo in più, e per quanto l’autocontrollo demografico sia una possibilità remota, se si cominciasse a parlarne forse sarebbe già qualcosa. Tra l’altro non è un problema che riguarda solo Gaza e Israele ma tutto il mondo.


La scimmia e l’essenza: il grido postbellico di Huxley

Ape and Essence è un sorprendente romanzo di Aldous Huxley dalla struttura molto eterodossa. Pubblicato nel 1948, oggi sembra pressoché dimenticato, ma è pieno di spunti, scene, personaggi e moniti ancora attualissimi, oltre a essere verosimilmente la prima opera di spessore che immagina un futuro post-Terza guerra mondiale. Rispetto al precedente e più famoso Brave New World, la situazione qui immaginata è forse più realistica e inquietante, anche perché tra i due libri c’è la Seconda Guerra Mondiale e la bomba atomica.

In Italia, paese a cui Huxley era molto legato, La scimmia e l’essenza uscì nel ’49 tradotto da Augusto C. Dauphiné per Mondadori, che è l’edizione che ho letto e citato nel seguito, ma esiste anche un’edizione più recente con il titolo La rivalsa delle scimmie (Gargoyle, 2014).

Tallis. La prima parte del libro è un racconto-cornice, breve ma in sé perfettamente compiuto, ambientato a Hollywood nell’anno in cui Huxley scrive. Più precisamente è il giorno della morte di Gandhi, benché a nessuno gliene importi molto: «Gandhi poteva ben essere morto, ma dietro alla scrivania del suo ufficio, davanti alla tavola apparecchiata nel refettorio dello Studio, Bob Briggs pensava soltanto a parlare di sé stesso». Bob è uno sceneggiatore scarso («sarebbe stato più bravo come attore»), mentre il collega con cui chiacchiera è anche il nostro narratore, che riprende più volte la questione di Gandhi, la pace e i nazionalismi:

«Stavo pensando che il sogno dell’Ordine genera la tirannia; il sogno della Bellezza, mostri e violenza. Atena, patrona delle arti, è anche la dea della guerra scientifica».

Huxley si era trasferito da una decina d’anni a Hollywood lavorando lui stesso come sceneggiatore, e approfitta di questo racconto per sfogare un po’ del suo fastidio nei confronti degli Studios. Per esempio, mentre i due sceneggiatori chiacchierano, passa un trattore che porta al macero una scenografia per un film su Caterina da Siena, e così commenta il nostro: «Un nuovo film con Hedda Buddy. Ho lavorato al dialogo due anni fa. Poi l’hanno passato a Streicher. Poi ancora è stato riscritto dal gruppo O’Toole-Menendez-Boguslasvskij. Fa schifo». Al che Bob gli chiede se ci avesse inserito qualcosa sulla politica dei papi, lui risponde così: «Come avrei potuto? Il film avrebbe preso fatalmente un aspetto anticattolico e quindi antiamericano». (Non credo che uno sceneggiatore di oggi sia molto più libero su questi temi, anzi).

Bob e il nostro, chiacchierando, si imbattono poi in una sceneggiatura destinata all’inceneritore e ne leggono una pagina che contiene anche questi versi:

«Sono le scimmie a indicare la meta,

sono umani solo i mezzi per giungervi.

Serva di gorilla, ruffiana di babbuini,

viene la Ragione di corsa, pronta a ratificare;

viene la sgualdrina con la Filosofia a leccare i piedi ai tiranni»

I nostri due sceneggiatori scorrono un po’ il testo, lo trovano interessante e si mettono sulle tracce del suo autore, tale William Tallis, che nel frattempo è morto. La sua tragica storia, che qui non riassumo, conclude la prima parte del libro ma lascerà delle tracce anche nel seguito. La seconda parte, che poi sono i quattro quinti del libro, ci viene presentata come la sceneggiatura di Tallis, che appunto si intitola La scimmia e l’essenza.

La scimmia e l’essenza. Dopo un prologo surreale-simbolico, con Faraday ed Einstein carponi al guinzaglio dei babbuini, inizia la storia vera e propria.

Siamo in California dopo «la Cosa», cioè dopo la Terza Guerra Mondiale. È il 2108, la guerra nucleare e batteriologica ha fatto regredire il mondo a una sorta di Alto Medioevo. Gli unici ad avere mantenuto la continuità con la civiltà «pre-Cosa» sono, per motivi di isolamento geografici, l’Africa centrale e soprattutto la Nuova Zelanda (che sembra fare la veci dell’Impero romano d’Oriente a fronte della caduta dell’Impero romano d’Occidente). Da qui parte alla volta della California una nave esploratrice con una dozzina di studiosi, tra cui il protagonista del film, il dott. Poole, biologo.

Cercando tra le rovine di Los Angeles piante e tracce di piante infestanti, batteri, funghi e parassiti sparsi dalla guerra batteriologica, il dottor Poole viene fatto prigioniero e quasi ammazzato dai terribili neo-americani. Nella California post-Cosa comandano i preti di una chiesa che si è votata esplicitamente al Diavolo. La scrittura di Huxley è sempre ricca di arguzie e paradossi: questa religione satanista è quasi identica alla chiesa dei processi dell’Inquisizione, con la differenza che al posto di Cristo c’è Satana e invece del segno della croce si fanno le corna con due dita sulla fronte. La loro morale si fonda sul ribaltamento di quella indicata da Gesù: «il mio dovere verso il vicino è di sforzarmi a impedire di fare a me quel che io vorrei fosse fatto a lui».

I libri li bruciano per cuocere il pane e di un accademico non sanno che farsene. Però, mentre lo stanno per seppellire vivo, Poole li convince che con le sue conoscenze agronomiche potrebbe aiutarli ad avere campi più produttivi, e così viene messo al lavoro con questo obiettivo. Nel frattempo, Poole conosce Loola, una bellissima ragazza da cui si sente immediatamente attratto. Il dott. Poole è il tipico personaggio huxleyano, un accademico eruditissimo, attratto dalle donne eppure castrato da un’educazione materna che gli ha inculcato che il sesso è il male.

Anche questa chiesa è contraria al sesso, le donne vanno in giro con delle toppe con scritto «NO» sopra i seni e i glutei, e sono chiamate «vascelli» perché, a parte lavori di fatica come scavare buche, la loro unica funzione è fare figli (di nuovo, come nel medioevo o in ogni altra epoca buia). L’accoppiamento è selvaggio e circoscritto a due settimane all’anno, come in molti mammiferi. Guai a chi viene colto a copulare fuori da quel periodo.

Ma il peggior incubo delle donne è di partorire figli deformi. Il rischio è altissimo a causa dei raggi gamma che contaminano il continente. Nel caso i neonati abbiano più di sette dita o altre deformità vengono uccisi con un rituale più tremendo di quello spartano, mentre i «vascelli» che li partoriscono sono segnati a vita come impuri. (Oggi che urta il plurale maschile non marcato, fa un certo effetto sentire i neo-californiani chiamare una donna bionda «vascello giallo» e forse ci fa capire meglio cos’è la vera discriminazione linguistica).

Ogni tanto la voce fuori campo di un narratore recita dei monologhi, alcuni dei quali in versi:

«Pietà e ferocia vengono con i cromosomi;
tutti sono a un tempo clementi e assassini.
Coccolano i loro cani, ma erigono Dachau»

Qui vorrei sottolineare una caratteristica centrale della scrittura di Huxley, che forse a un letterato può sfuggire, ovvero la profonda consapevolezza delle radici biologiche dell’uomo. Aldous, che aveva un fratello Nobel per la biologia (Julian) e un nonno amico di Darwin (Thomas), sa benissimo che l’uomo non è vicino alle scimmie, l’uomo è una scimmia, ce lo ha scritto nei cromosomi. Anche a distanza di tanti anni e a fronte di innumerevoli scoperte (oggi sappiamo che condividiamo il 98,6% di Dna con gli scimpanzé e i bonobo), Huxley non manca di stupirci per solidità scientifica. Per esempio, nei versi già citati, «Sono le scimmie a indicare la meta,/ sono umani solo i mezzi per giungervi», Huxley anticipa di mezzo secolo Jonathan Haidt, che nel 2001 ha scritto un citatissimo articolo scientifico “The Emotional Dog and Its Rational Tail”, in cui mostra come la nostra morale deriva perlopiù da giudizi istintivi che vengono argomentati e razionalizzati solo in un secondo momento.

Ma come si era arrivati dal 1948 al trionfo di Satana? Perché le cose non erano andate diversamente? Ce lo spiega l’Arcivicario, nonché «Primate di California»:

«“Se il misticismo degli orientali avesse fatto in modo che la scienza occidentale fosse impiegata giustamente; se il sistema di vita occidentale avesse raffinato l’energia orientale; se l’individualismo occidentale avesse temperato il totalitarismo dell’Est”. Scuote la testa con pio orrore. “Sarebbe stato il regno dei cieli. Fortunatamente, la grazia di Satana è stata più forte della grazia dell’Altro”.»

Ma, forse, il passaggio più lucido e agghiacciante per noi lettori del 2023 è quello sulla sovrappopolazione. Per noi, imbevuti del pensiero degli economisti, secondo cui la crescita è il Bene e la decrescita è il Male, la sovrappopolazione è ancora un tabù. Ascoltando telegiornali, trasmissioni scientifiche, politici, Fridays for future… avete mai sentito dire a qualcuno che il problema principale è la sovrappopolazione umana? Neppure gli ecologisti ne parlano, tranne pochissime eccezioni come il meteorologo Luca Mercalli e il fisico Angelo Tartaglia! (Paradossalmente da noi si parla molto più di denatalità, come se un’Italia di 60 milioni di abitanti fosse a rischio estinzione, quando per esempio gli orsi marsicani sono meno di 60; non so in quanti colgano la sproporzione e la connessione tra questi due numeri). Secondo la folle – o, meglio, direi proprio satanica – idea attuale, anche l’obiettivo zero emissioni andrebbe realizzato in crescita… Cosa ci aspetta di questo passo ce lo delinea bene questo discorso che Huxley mette in bocca all’Arcivicario di Satana:

«Ed ecco il superaffollamento del pianeta: cinquecento, ottocento, talora fino a duemila persone per miglio quadrato di terra produttiva (*), la quale intanto se ne va alla malora a causa della cattiva coltivazione. Erosioni dovunque, dovunque lo sperpero dei minerali. E i deserti si estendono, rimpiccioliscono le foreste. Anche in America, perfino in questo Nuovo Mondo che un tempo era la speranza dell’antico. Si eleva la spirale dell’industria ma precipita quella della fertilità del suolo. Tutti sono sempre più ricchi e migliori, più grandi e più potenti: poi, quasi d’un tratto, fame e sempre più fame. Sì, Satana aveva previsto tutto il passaggio: dalla fame ai viveri importati, dai viveri importati all’incremento demografico, e dall’incremento demografico di nuovo alla fame […] fame che è causa di guerre totali che sono causa di fame anche maggiore. […] Anche senza la morva sintetica, anche senza la bomba atomica, Satana avrebbe ugualmente conseguito tutti i suoi scopi. Con un po’ più di tempo, forse, ma altrettanto sicuramente, gli uomini avrebbero distrutto sé medesimi distruggendo il mondo in cui vivono. Senza scampo. Satana li aveva già fissati con tutte e due le corna: se anche riuscivano a cavarsi dal corno della guerra totale, si sarebbero trovati impalati in quello della carestia. E la fame li avrebbe spinti a fare la guerra».

Come sarà il mondo nel 2108 nessuno lo sa, però, mentre saltano tutte le scadenze che velleitariamente ci siamo posti da Kyoto in poi, la tabella di marcia di Satana sembra invece perfettamente rispettata: dal 1948 a oggi la popolazione mondiale è più che triplicata, foreste e animali selvatici sono in caduta libera, l’erosione si mangia ogni anno una superficie agricola grande quanto l’Italia e la popolazione sta ancora aumentando, con milioni e milioni di persone che non hanno niente se non il cibo per sopravvivere e moltiplicarsi ancora di più. Per il pianeta siamo «come la tenia» dice l’Arcivicario. Non ci resta che farci il segno della croce… o quello delle corna.

La scimmia e l’essenza è un libro che offre molti altri spunti e riflessioni. Non vi ho raccontato come finisce la storia del dott. Poole e Loola per non rovinarvi la lettura. Se non vi avessi ancora convinto vi segnalo anche questa ottima recensione di Gianfranco Franchi.

(*) Facendo un piccolo conto con i dati di Wikipedia, oggi globalmente siamo a circa 1400 abitanti per miglio quadrato.

L’ultimo abbraccio, le emozioni degli animali

Ridono come noi quando giocano, si abbracciano per confortarsi, sorridono nervosamente se c’è qualcosa che fa crescere la tensione, empatizzano e si attivano se vedono un loro simile in difficoltà, sono gelosi, cercano il potere e il sesso con la violenza o con sotterfugi, si arrabbiano e si vendicano se qualcuno fa loro un torto… La lista dei comportamenti che abbiamo in comune con i nostri cugini scimpanzé è molto lunga, e forse sarebbe più corretto dire che quasi non esiste emozione umana che non trovi una corrispondenza nelle scimmie a noi più vicine, gli scimpanzé e i bonobo. Il celebre primatologo Frans de Waal ce lo mostra con dovizia di particolari nel suo recente libro L’ultimo abbraccio – Cosa dicono di noi le emozioni degli animali (Cortina Editore, 2020).

Ho difficoltà a parlare di questo libro per quanto è ricco di idee e nozioni preziose. Partiamo dal titolo, che fa riferimento a un incredibile episodio a cui de Waal assistette nel Burgers’ Zoo quando il suo esimio collega Jan van Hooff andò a trovare Mama, una femmina di scimpanzé cinquantanovenne, un tempo matriarca della colonia e ormai prossima alla morte. Van Hooff e Mama si conoscevano da molti decenni e quando van Hooff entrò nella gabbia (operazione in quel caso poco pericolosa, ma in generale rischiosissima, perché gli scimpanzé hanno una forza pari a cinque uomini), Mama lo riconobbe e lo abbracciò con sorrisi e vocalizzi di gioia. La scena fu ripresa in un commovente video, in cui sembrano davvero due vecchi amici che si ritrovano e si abbracciano per l’ultima volta prima di un addio.

Da questo episodio de Waal trae lo spunto per mostrarci quante emozioni abbiamo in comune con i nostri cugini scimpanzè e con molti altri mammiferi. De Waal si ricollega direttamente a Charles Darwin, in aperta polemica con alcune correnti scientifiche del Novecento che hanno sistematicamente accentuato il salto tra l’uomo e il resto del regno animale. Nulla di più sbagliato, le emozioni andrebbero considerate alla stregua dei nostri organi, che si sono evoluti sotto la costante spinta della selezione naturale (e sessuale). Come le pinne dei pesci si sono lentamente evolute in zampe per camminare sul terreno, e poi in braccia e mani per arrampicarsi sugli alberi e manipolare gli oggetti, così tutte le emozioni che ritroviamo dentro di noi si sono evolute, nel corso di milioni di anni, da ben prima che entrassimo a far parte del genere Homo.

Ma cosa sono le emozioni? Le emozioni, come suggerisce l’etimologia stessa della parola, muovono letteralmente le nostre azioni. Senza emozioni l’intelligenza è nulla, perché senza emozioni non muoveremmo un dito per risolvere alcun problema, come sa chi studia la depressione. L’intelligenza in realtà è la mediatrice tra le varie emozioni, spesso contrastanti, e di volta in volta sceglie se dare retta più all’una o all’altra o ignorarle. Questo meccanismo è talmente efficace e versatile che è praticamente ubiquo nel regno animale.

«Proprio come ogni parte del nostro corpo ha un suo scopo, così ogni emozione si è evoluta per un fine» ci spiega de Waal.

Da un punto di vista evolutivo il ragionamento è semplice: le emozioni hanno un alto costo in termini di energia e quindi devono avere anche dei vantaggi. Arrabbiarsi per un torto, provare gelosia, innamorarsi, avere paura… sono tutte emozioni che ci costano moltissima fatica. Prendiamo anche una emozione semplice come il “disgusto dell’amaro”. Siamo in una foresta in cerca di cibo e troviamo una bacca sconosciuta. Il disgusto ci fa sputare la bacca: forse rischiamo di perdere un cibo nutriente, ma più spesso ci salva dall’avvelenamento, perciò gli individui che non ne erano dotati sono sopravvissuti meno di chi ne era dotato. Lo stesso per la paura del buio, che è andata di pari passo con i nostri apparati percettivi: i nostri occhi non vedono nell’infrarosso, né abbiamo sviluppato il sonar come i pipistrelli, perciò animali diurni come noi devono stare molto attenti a non esporsi ai pericoli della notte.

Alcune emozioni sono però più complesse e potrebbe stupirci di ritrovarle tali e quali negli altri animali. Pensiamo per esempio alla rabbia per un’ingiustizia. Se io e un’altra persona compiamo uno stesso identico lavoro e l’altro viene pagato più di me, io mi arrabbio. La stessa cosa avviene nelle scimmie, ma persino nei cani avviene la stessa cosa (e in moltissimi altri mammiferi!) I cebi, come ha dimostrato lo stesso de Waal, si arrabbiano talmente tanto da rinunciare alla propria ricompensa se la considerano troppo inferiore a quella del vicino! Se a un cebo si dà come ricompensa un chicco d’uva per avere svolto un certo compito e poi al suo vicino di gabbia, per lo stesso compito, gli si dà un cetriolo, questo secondo cebo ti tira appresso il cetriolo con rabbia, nonostante in altre circostanze lo avrebbe accettato di buon grado.

Questo in economia è chiamato il “paradosso di Easterlin”: la felicità è mediamente proporzionale alla ricchezza, ma se tutta la nazione diventa più ricca tu non sei più felice. In altre parole non è tanto la ricchezza in sé a renderci felici quanto la ricchezza relativa ai nostri vicini. Il paradosso è che se tutta la nazione diventa più ricca, anch’io ho un tenore di vita più alto, ma è come se me ne dimenticassi. Questo è perché ci siamo evoluti tramite competizione locale e i nostri calcoli li facciamo sempre in rapporto a ciò che vediamo intorno a noi. Non posso fare a meno di notare che potremmo essere più felici del consueto se ogni tanto ci ricordassimo di tutta la gente che ha molto di meno di noi.

De Waal dedica un intero capitolo a tre emozioni legate fra loro e che forse più di altre sembrerebbero distinguerci dagli altri animali: il disgusto morale, la vergogna, il senso di colpa. Eppure non c’è una di esse che non trovi qualche riscontro anche nelle scimmie. Per esempio sulla vergogna: gli scimpanzé normalmente non provano vergogna nel consumare atti sessuali davanti ai loro consimili, eppure stanno attentissimi a nascondersi se sanno che in giro c’è un maschio che potrebbe ingelosirsi. Non mostrarsi ha il grande vantaggio di evitare la reazione del rivale, e da qui è venuto probabilmente il nostro irrinunciabile desiderio di privacy. Per quanto riguarda il disgusto morale, invece, de Waal ipotizza che sia una forma di adattamento del disgusto alimentare e igienico (Darwin chiamò «preadaptation» un adattamento che serve a una funzione diversa da quella per cui si era evoluto, per esempio le pinne che poi si sono adattate in zampe per camminare). Non per niente le espressioni facciali sono le stesse e usiamo la stessa parola.

«Vicino alla vergogna in termini emotivi troviamo il senso di colpa. […] La vergogna entra con il giudizio del gruppo, mentre il senso di colpa è legato al giudizio che è un individuo ha di sé stesso». A questo proposito de Waal prende un esempio che ci è molto familiare, tutti infatti abbiamo presente lo sguardo “colpevole” di un cane che ha appena rovinato il divano:

«Il comportamento dei cani dopo una trasgressione può essere interpretato più correttamente considerandolo non come un’espressione di colpevolezza ma come l’attitudine tipica di un membro di una specie gerarchica in presenza di un dominante potenzialmente infastidito. […] Il modello originario della colpa rimane [la paura di aver violato] la gerarchia sociale, anche se gli esseri umani interiorizzano il timore della punizione a un tale livello da arrivare a biasimare sé stessi».

Frans de Waal non è solo un ottimo divulgatore, ma anche un ricercatore che ha cambiato la primatologia moderna, in particolare quella sui bonobo. È una di quegli studiosi acuti e indipendenti, che quando lo ascolti arricchisce sempre il tuo punto di vista. Parte del libro è dedicata a sfatare alcune false teorie che hanno avuto successo nella divulgazione e tra i primatologi stessi per alcuni decenni.

«Spesso la scienza paragona le grandi scimmie adulte ai bambini umani, per esempio quando afferma: “Lo scimpanzè ha la mente di un bambino di quattro anni”. Non ho mai capito il senso di simili affermazioni, non riesco proprio a descrivere uno scimpanzè adulto come un bambino. Un maschio è interessato al potere e al sesso ed è pronto a uccidere per questo. Se è di alto rango può anche assumere un ruolo di guida, che prevede di mantenere l’ordine e di difendere i più deboli. […] Una scimmia antropomorfa femmina, d’altro canto, è soprattutto interessata ai suoi cuccioli e ai doveri della maternità, come allattare, trovare il cibo e tenere alla larga i predatori e i membri aggressivi della propria specie. La vita di una grande scimmia adulta è molto incentrata sulle preoccupazioni caratteristiche degli adulti e pertanto ha ben poco a che fare con l’indifferenza dei bambini per questi temi».

Un altro tema su cui de Waal insiste spesso è la differenza tra emozioni e sentimenti.

«Le emozioni sono osservabili e misurabili, si riflettono nei cambiamenti corporei e nelle azioni. […] Le emozioni sono in larga misura universali […] ci innamoriamo, ci divertiamo ci arrabbiamo. Le sensazioni, sono esperienze private, variano da un luogo all’altro e da una persona all’altra. Ciò che per una persona è doloroso, per un’altra può essere piacevole».

La non misurabilità delle sensazioni ha portato però a una corrente di pensiero «behaviorista», per molti anni dominante, che ha esagerato nel considerare gli animali delle «macchine stimolo-risposta senza sentimenti». I sentimenti non si possono misurare e quindi gli animali, fino a prova contraria, non ce li hanno, affermavano i behavioristi. Peccato che si possa sollevare la stessa obiezione anche tra un uomo e l’altro. Ma qui si obiettava: “l’uomo ha il linguaggio con cui può esprimere i sentimenti”. In effetti fino agli anni Ottanta del Novecento venivano fatti esperimenti e operazioni chirurgiche sugli infanti senza preoccuparsi della loro sofferenza, come se la vocalizzazione o le espressioni facciali non bastassero per affermare l’esistenza dei loro sentimenti. Che le cose non stiano così è una consapevolezza recente (vedi questo articolo del 2015!).

L’ultimo capitolo ci racconta di come anche i pesci possano andare in depressione, allargando di molto lo spettro degli animali con cui condividiamo emozioni… e forse sentimenti.

Il crogiuolo di Arthur Miller diretto da Filippo Dini

«La caccia alle streghe non costituì, tuttavia, una repressione pura e semplice. Essa fu anche l’occasione a lungo attesa, da chi ne sentisse bisogno, di confessare impunemente in pubblico le proprie colpe e i propri peccati rendendone responsabili gli accusati. […] Gli odi tra vicini soffocati per lungo tempo potevano finalmente avere sfogo e vendetta, nonostante le prescrizioni della Bibbia. La sete di terra, che prima di allora si era manifestata negli incessanti contrasti sui confini, poteva finalmente essere portata sul piano della moralità. Si poteva insomma accusare di stregoneria il proprio vicino e sentirsi perfettamente giustificati. Era lecito sfogare vecchi rancori, in nome della lotta tra Lucifero e il Signore. La diffidenza e l’invidia dei poveri verso i più ricchi poterono esplodere in una vendetta generale».

Queste parole vengono dall’introduzione di Arthur Miller al suo grande dramma in quattro atti, Il crogiuolo (The Crucible), di cui ieri è andata in scena al Teatro Quirino la première romana della splendida versione diretta da Filippo Dini (repliche fino a domenica 27 novembre). Prima di parlare di questa messa in scena, due parole sul testo.

L’opera è famosa anche per la sua trasposizione cinematografica del 1996, con Winona Ryder e Daniel Day-Lewis, supervisionata da Arthur Miller stesso: La seduzione del male. Il crogiuolo in effetti è un titolo un po’ oscuro in italiano perché in inglese «crucible», significa anche «processo», almeno in senso figurato, che forse potremmo tradurre con «la prova del fuoco».

Il crogiuolo parla di un processo per stregoneria avvenuto nel 1692 nella cittadina di Salem, in Massachusetts.  Quattro ragazze vengono trovate a ballare di notte in un bosco, poi una si ammala e qualcuno le accusa di stregoneria. Le credenze religiose si mischiano agli interessi privati e la faccenda si allarga. John Proctor, un onesto contadino padre di tre figli, anticlericale e avverso alle superstizioni, in precedenza si era invaghito di una di quelle ragazze, Abigail, e un giorno ci aveva avuto un rapporto sessuale. La ragazza ha ancora un ascendente su di lui e vorrebbe prendere il posto della moglie, così, quando viene accusata di stregoneria, per difendersi confessa il falso e già che c’è tira in ballo la moglie di Proctor. Se infatti una persona accusata di stregoneria non confessa viene condannata, ma confessando può a sua volta accusare. Con questo meccanismo il processo si ingrandisce mandando alla forca decine di persone.

Proctor, che nonostante l’adulterio è l’uomo più onesto della storia, prova a difendere la moglie, ma viene anche lui travolto dalle accuse e condannato all’impiccagione. Potrebbe salvarsi con una “confessione” ma anche sotto tortura non cede, perché non vuole confessare il falso né accusare nessuno. Viene da pensare a Navalny e a tutti i dissidenti che in questi giorni, nei territori occupati dell’Ucraina e in Russia, rinunciano alla vita, come John Proctor, per non mettere la loro firma su un documento che la darebbe vinta ai prepotenti.

Anche Proctor è un puro ma non un puro assoluto. È uomo con le sue debolezze, ma nessuno, guardando la pièce, può giustificare le torture e la condanna a morte che subisce. Anche qui vengono alla mente molti fatti recenti. Spesso si usa pretestualmente l’argomento «non è tutto bianco o nero» per giustificare i peggiori misfatti: l’hanno stuprata, «sì ma come era vestita?» La Russia ha aggredito l’Ucraina, «sì ma anche l’Ucraina è piena di corrotti». Questo si chiama victim blaming, cioè uno stratagemma retorico secondo cui si infanga la vittima per dimostrare che «se l’è cercata». Un argomento che giustificherebbe qualsiasi ingiustizia, dal momento che nessuno è un santo. Naturalmente chi colpevolizza la vittima lo fa sempre a suo vantaggio o per rinforzare i suoi pregiudizi o la sua ideologia. (Un mio conoscente è arrivato a giustificare i bombardamenti russi perché «in Ucraina ci sono dei neonazisti». Se un argomento del genere fosse valido sarebbe giusto bombardare pure l’Italia, dato che i neonazisti ci sono pure qui… ma è chiaro che sono argomenti utilizzati solo quando fa comodo).

Più in generale Il crogiuolo mostra quali tragedie possano accadere quando la società abbandona la ragione e il buon senso. In ciò fa pensare al movimento no-vax, che crede che la scienza sia tutto un inganno. O al recente successo dei politici che hanno promesso le cose più irrealizzabili. Oppure all’uso strumentale della giustizia e della religione che vien sfruttato in Iran, in Egitto e in tanti altri regimi a noi contemporanei.

Lo spettacolo diretto da Filippo Dini, inizia con un grido e una suggestiva danza stregonesca accompagnata da un chitarrista elettrico.  Quindi viene recitata la sopradetta nota introduttiva in cui si presentano i protagonisti e il contesto. In generale Ibsen raccomanda di evitare prologhi ed epiloghi, e infatti Miller mette la sua Nota solo per il lettore dell’edizione stampata. Dini, tuttavia, l’ha resa efficacemente parte del dramma – con un semplice movimento scenico, le luci e i suoni – per aiutare lo spettatore a comprendere la storia. Forse già qui c’è la cifra più importante della sua regia: il rispetto per l’autore, per il testo e per lo spirito del testo, senza cadere nella pedanteria didascalica o nello sciocco istrionismo. L’intento è raccontare una storia nella sua completezza, non giocare a non farsi capire o stordire lo spettatore per strappargli un applauso facile come fanno in tanti.

L’assurdo in questa storia emerge invece nelle accuse degli inquisitori, nelle storture del processo, ma è un assurdo comprensibilissimo, le cui ragioni risiedono nelle debolezze dell’animo umano e sono ben afferrabili dallo spettatore attento, perché la drammaturgia di Arthur Miller sa sempre metterle a fuoco in maniera magistrale.

I costumi sono moderni ma semplici e di una semplicità che definirei senza tempo, con un’allusione forse agli anni Cinquanta, l’epoca in cui Miller ha scritto il dramma. La scena, semplicissima ma evocativa, è costituita da due enormi muri neri con un paio di architravi posti su pedane semoventi; nel terzo atto compare una gigantesca bandiera americana che fa da sfondo al processo, nel quarto atto viene poi stesa a terra come un tappeto rovinato. Non c’è né un accanimento nel cercare di riprodurre l’epoca della vicenda, né richiami eccessivi ai nostri giorni.

Anche le scelte musicali sono adeguate e non invasive: una chitarra elettrica e la voce nuda di un’attrice di colore rappresentano perfettamente l’atmosfera cupa, straniante e a tratti infernale della vicenda; evocativo anche il pezzo a cappella cantato dalle ragazze.

Filippo Dini, oltre che regista, fornisce un’interpretazione straordinaria di John Proctor, rendendo al meglio il suo carattere onesto e pragmatico, sia nei momenti più drammatici che in quelli quasi comici di alcune scene che strappano diverse risate. Sul sito del Quirino non trovo i nomi dei numerosi attori (una quindicina). Non so se sia una scelta voluta, ma sicuramente tutti gli attori – dal primo all’ultimo – agiscono come un’orchestra organica e affiatata che esegue efficacemente una grande partitura, e sarebbe forse ingiusto menzionarne solo due o tre.

L’unico (piccolissimo) appunto che muovo al regista è nell’epilogo. Miller intitola l’ultima nota «Echoes down the corridor» (nella traduzione di Masolino D’amico vengono messe come semplici note): in coda ad essi Dini aggiunge un breve discorso in cui si accenna «all’America conservatrice che sospende lo stato di diritto con la scusa di opporsi al male», e quasi la paragona alla «Russia, che tappa la bocca ai dissidenti» (cito grossolanamente a memoria). Ieri sera ero rimasto perplesso, pensando che fosse quello il finale di Miller e che si riferisse al maccartismo (la pièce è del 1953). Oggi, avendo tra le mani il testo, vedo che non c’è traccia di queste frasi. Non escludo che Miller possa aver detto qualcosa del genere altrove, però l’ho trovato un discorso da prendere con le molle, soprattutto se calato nella nostra attualità. Per usare le parole di Kasparov: «paragonare le democrazie occidentali alla Russia di Putin è come paragonare un albergo di terza categoria a un carcere». L’albergo sarà pure pieno di difetti, ma non è confrontabile con un carcere. Insomma sarebbe stato meglio chiudere il sipario come l’aveva pensato Miller e lasciare i parallelismi con il presente ai singoli spettatori.

Tra l’altro le ultime parole di Proctor prima di andare al patibolo sono davvero piene di forza e costituiscono un finale potentissimo. Dopo avere strappato la confessione, rivolgendosi al reverendo Hale che tante volte aveva evocato il soprannaturale a sproposito, Proctor gli grida: «Adesso avete fatto il vostro prodigio magico, perché adesso credo di vedere in me stesso un indizio di virtù! Non abbastanza per farne una bandiera, ma di tale purezza da poterlo difendere da questi cani».  E nell’ultimo abbraccio alla moglie le dice: «Non offrir loro il tuo pianto! Le lacrime li fanno gioire! Fagli vedere la tua dignità, fa del tuo cuore un sasso e servirtene per non trascinarli in fondo e farli affogare».

La retorica della pace e i finti partigiani

In questi giorni si sono sentiti molti appelli alla pace. Siamo tutti d’accordo che la pace sia meglio della guerra, ma c’è un malinteso disgustoso. La pace è frutto di sacrifici e mediazione, e quando c’è un aggressore e un aggredito non si può invocare genericamente la pace, bisogna schierarsi. Se stiamo dalla parte degli ucraini dobbiamo anche aiutarli: finanziariamente, con viveri e vestiti, ma anche con le armi. Armi che uccidono gli aggressori, non c’è alternativa di fronte a chi invade un popolo pacifico calpestando tutti i trattati internazionali, rifiutando ogni dialogo e massacrando i civili violando le tregue da lui stesso annunciate.

Il presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Gianfranco Pagliarulo (senatore PD), l’altro ieri ha ribadito che è contrario all’invio di armi in Ucraina. Mi chiedo che senso abbia più l’Ampi. Pagliarulo è nato quattro anni dopo la fine della guerra: parli a nome suo, non a nome dei partigiani. Il comunicato diramato a ridosso della guerra sembra scritto dal Cremlino: si farnetica della «minaccia della NATO» e delle ingerenze di Biden nella politica ucraina quando è stata l’Ucraina stessa che ha più volte chiesto, senza successo, di entrare nella NATO temendo l’aggressione della Russia, come poi è avvenuto. Forse è tempo di lasciare i partigiani alla storia agli storici e a chi non vuole dimenticare. I partigiani veri, che tranne qualche venerando centenario sono ormai tutti morti, si staranno rivoltando nella tomba (quelli che ce l’hanno)

Perché i partigiani veri combatterono anche con le armi e le armi furono fondamentali per contrastare l’occupazione nazista:

«“Col parabello in spalla/ caricato a palla/ sempre bene armato/ paura non ho”. “Con la mitraglia fissa/ e con le bombe a mano”. “Portiamo l’Italia nel cuore,/ abbiamo il moschetto alla mano,/ a morte il tedesco invasore”. “Nevi e tormente hai sfidato cantando/ col tuo bel mitra fedele compagnia”. “Cantano con il breda!/ Cantano con lo sten!/ Cantano con il bren!”. I primi quattro sono versi di canzoni partigiane, il quinto una canzone dedicata ai partigiani». Raccolgo queste citazioni da un articolo sul Foglio di Maurizio Stefanini. Zelensky e gli ucraini che difendono la loro patria sono i veri partigiani, non certo il senatore Pagliarulo.

Chi può pretendere che un aggredito risponda senza armi? Cristo, è vero, si è fatto consegnare alla crocifissione senza difendersi, San Francesco andò disarmato a parlare con il Sultano (senza peraltro grandi risultati), Gandhi è sceso in piazza disarmato. Soltanto chi è disposto a rinunciare a tutto, compresa la vita, può rispondere disarmato a un aggressore. Ma è assurdo e ipocrita che lo si chieda a un altro, in questo caso all’intero popolo ucraino. Gli ucraini stanno mostrando al mondo che non hanno paura di perdere la propria vita, ma lottano oltre che per sé stessi e per la propria patria anche per i propri figli e le proprie mogli.

Se vogliamo citare il Vangelo, Gesù stesso ai suoi discepoli ha anche detto: «chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una». Infatti i discepoli giravano armati di spada, e le parole «chi di spada ferisce, di spada perisce» sono soprattutto un monito a non aggredire, e quindi un monito per l’aggressore, in questo caso i soldati invasori e in primis il loro mandante, Putin.

Oggi chi parla di pace senza specificare che l’esercito russo è l’aggressore fa il gioco di Putin, come l’ex (?) putiniano Salvini che chiedeva l’omicidio per legittima difesa se ti entra un ladro in gioielleria e adesso fa il francescano “pacifista” senza condannare nessuno e vuole mandare solo armi <<non letali>>. Ma per fortuna a Varsavia non dimenticano. Anche nelle dichiarazioni generiche del Papa (<<La guerra è una follia>>), ho notato la stessa gran viltade di non prendere posizione. E io che da un papa “francescano” mi aspettavo che andasse scalzo a Kyiv mettendosi – lui sì disarmato – davanti ai carri armati… ma pazienza.

È chiaro che supportando l’Ucraina ci esponiamo al rischio di ritorsioni da parte di Putin, ma qual è l’alternativa? L’infamia di non aiutarli e in più di lasciare che Putin si impossessi di un paese grande due volte l’Italia. Soltanto un cieco non capirebbe che se gli fosse riuscita la guerra lampo ora avremmo un Putin ancora più aggressivo, mentre adesso boccheggia all’angolo. Ahimè, finché è al potere è ancora pericolosissimo e spargerà ancora molto sangue, ma un tiranno senza soldi ha la vita breve. Già si doveva intervenire prima con le sanzioni, Garry Kasparov, la leggenda degli scacchi è da anni oppositore di Putin, e da anni lo chiedeva a gran voce. Non capirlo neppure adesso è veramente imperdonabile.

Scacco matto a Putin

The Spank – Dini-Binasco affrontano Kureishi

The Spank lo voto già come spettacolo dell’anno: incalzante, divertente, intelligente, spregiudicato (a volte parecchio ma senza cadute di stile), e in un paio di punti anche emozionante.

Il sipario si apre con la scenografia completamente coperta da un telo di nylon. È il pub dove i due amici si incontravano, fuori piove e timidamente entra il protagonista-narratore Vargas (interpretato da Filippo Dini) che guardandosi attorno nostalgicamente rimpiange la “normalità” che c’era prima dei fatti che sta per rievocare. Questa sorta di breve prologo, a dir la verità, mi ha lasciato un po’ freddo per il poco ritmo e l’apparentemente banalità del discorso. Ma è questione di un paio di minuti, appena viene sollevato il telo di plastica ed entra in scena il secondo protagonista Sonny – alias Valerio Binasco – la commedia si accende e mantiene alata l’attenzione fino alla fine. (Anche il senso del prologo si capisce meglio dopo che abbiamo conosciuto la vicenda e il carattere “borghese” di Vargas).

L’innesco. Sonny, un dentista sposato e con due figli, è stato visto dall’amico Vargas baciarsi con una donna. Sonny confessa di avere da diciotto mesi un’amante che lo sta facendo sentire vivo come mai gli era accaduto nella sua vita. Vargas, un farmacista tutto casa e famiglia, ne è scioccato e lo racconta alla moglie, che a sua volta parlerà con la moglie di Sonny innescando un putiferio che sconvolgerà la vita dell’onesto (o disonesto) dentista. Vargas è indignato con l’amico perché prendendosi un’amante ha scardinato il quieto vivere delle loro famiglie. Sonny è ugualmente indignato per la mancanza di riservatezza dell’amico. E poi, è vero che ha tradito, ma cosa gli faceva patire la moglie? Chi ha sbagliato? Ognuno ha le sue ragioni e l’autore le difende con forza entrambe, come un buon drammaturgo dovrebbe sempre fare.

Il dipanarsi della vicenda è condito da battute salaci e riflessioni a volte decisamente fuori dal coro, come questa: “Io odio il sesso”, dice a un certo punto Vargas. “Anni fa si parlava di liberazione sessuale. Mi fanno ridere… la vera liberazione sessuale è quella di staccarsi completamente dal sesso, non parlarne neanche!”

La tecnica narrativa è moderna e ampiamente collaudata, il suo prototipo risale al dramma A view from the bridge di Arthur Miller del 1955. In questi tempi di pandemia e ristrettezze economiche (ma le ristrettezze economiche nel teatro sono endemiche) la tecnica di alternare narrazione e scene dialogate si presta efficacemente a evocare diversi personaggi fuori scena utilizzando i due soli attori protagonisti. Attraverso Vargas e Sonny conosciamo infatti anche le rispettive mogli Leyla e Rashida, e i rispettivi figli che hanno un ruolo non piccolo nella storia.

La figlia di Sonny per esempio è una ventottenne apatica e già “vecchia” che prende a odiare visceralmente il padre appena viene a conoscenza dell’amante. La moglie un’intellettuale distaccata e cinica, il figlio un batterista che ha smesso di studiare e che tutto sommato sta meglio di tutti.

Qual è il tema della pièce? I temi sono tanti: il sesso, l’amore, la vita coniugale, i figli, l’amicizia, il rispetto sociale… insomma il tema è la vita di due borghesi occidentali benestanti. Forse il punto cruciale è il coraggio del cambiamento. Sonny alla fine ha il coraggio di tagliare i ponti con la sua vecchia vita per viverne un’altra in cui si sente più felice. Di questo cambio di vita radicale ne veniamo a conoscenza nel finale, attraverso la voce di Vargas, che loda il coraggio dell’amico ormai partito e allo stesso tempo si duole molto di non poterlo avere più come compagno di bevute e confidenze.

L’autore, Hanif Kureishi, è un romanziere, drammaturgo e sceneggiatore di fama internazionale (candidato all’Oscar nel 1985). Confesso che pur frequentando spesso i teatri di Roma non l’avevo mai sentito nominare, quindi sono ancora più grato a questa produzione per averlo portato in Italia addirittura con una prima mondiale.

Gli interpreti, Filippo Dini (anche regista) e Valerio Binasco, hanno reso con meravigliosa bravura il testo di Kureishi mostrando con chiarezza i due opposti caratteri di Vargas e Sonny. All’ultima replica di ieri al Teatro Parioli sono stati ricompensati con lunghi e calorosi applausi e numerose chiamate in proscenio.

Non vedo altre date in programma ma è uno spettacolo che meriterebbe di girare molto di più e spero venga ripreso anche in altre città. La drammaturgia contemporanea di qualità non può che fare bene anche di riflesso agli altri spettacoli. Forse può alzare anche le aspettative del pubblico. Non possiamo relegare il teatro di prosa ai rimaneggiamenti, ai personaggi televisivi, e ai testi senza autore perché “tanto c’è l’attore famoso che porta pubblico”.

Produzione: Teatro Stabile di Torino

Regia: Filippo Dini

Autore: Hanif Kureishi

Protagonisti: Valerio Binasco, Filippo Dini

Durata: 100 minuti

Numero atti: 1

Anno di produzione: 2020

Il diavolo è un valzerino – riflessioni sulla Giovanna D’Arco all’Opera di Roma

Il titolo dell’opera di Verdi può essere un po’ fuorviante perché la trama – tratta da Schiller – è solo molto liberamente ispirata alla vera storia di Giovanna D’Arco, a partire dal fatto che la protagonista non muore sul rogo.

L’aspetto più significativo che viene mantenuto del personaggio storico è quello delle “voci”. Giovanna sentiva le voci, sentiva Dio che le parlava e le ordinava di andare in guerra contro gli inglesi che occupavano ormai mezza Francia. Verdi rende queste voci mediante due cori, uno di angeli e uno di demoni, che il compositore prescrive siano uditi solo da Giovanna anche quando in scena ci sono altri personaggi. Quello degli angeli, è esattamente il coro che ci aspetteremmo: voci femminili che cantano con andamento cadenzato e maestoso, con l’organo, i violini e l’arpa, e spronano Giovanna a combattere per la patria. Il coro degli «spiriti maligni» invece ci spiazza, perché ci aspetteremmo qualcosa di molto più drammatico, magari pauroso e terribile, ed invece è un valzerino grazioso e ammiccante. Fu molto criticato, io invece trovo questa scelta di Verdi di una profondità immensa. I diavoli tentano Giovanna puntando sulla frivolezza:

Tu sei bella,

Tu sei bella!

Pazzerella,

Che fai tu?

Se d’amore

Perdi ’l fiore,

Presto muore,

Non vien più.

Sorgi, e mira;

Te sospira

La delira

Gioventù.

O figliuola,

Ti consola

E una fola

Belzebù!

Quando agli anta

L’ora canta*

Pur ti vanta

Di virtù.

Tu sei bella,

Tu sei bella!

Pazzerella

Che fai tu?

*[Quando giunge l’ora dei quaranta anni… (oggi forse pure dei cinquanta)]

I critici non lo capirono all’epoca e continuano a non capirlo oggi. Anche il tanto celebrato critico musicale Massimo Mila, parla di «valzerino campagnolo con civettuole acciaccature», pari «alla goffaggine dei versi di Solera». Come se Verdi l’avesse scritto a tirar via, privo di ispirazione e incapace di escogitare di meglio. Ma fatemi il piacere. E se il libretto di Temistocle Solera ha dei difetti, non è in quel brano.

Verdi ci dà una grande lezione morale contrapponendo l’impegno al disimpegno. L’anima si perde perdendo tempo in frivolezze che ci fanno invecchiare come dei poveretti insipienti. Mi verrebbe da dire che il diavolo è un aperitivo dietro l’altro. Il diavolo è la musica leggera, è un motivetto orecchiabile che si lascia cantare spegnendo il cervello, con un ritmo di batteria sempre uguale e quattro note intorno alla dominante.

All’epoca di Verdi il valzerino piacque talmente al pubblico che tutti lo cantavano e lo strimpellavano nelle piazze (tanto è bravo a sedurre il diavolo…) Di qui forse anche lo snobismo dei critici.

Il fatto che questi cori siano sentiti solo da Giovanna pone un problema scenico molto intrigante e moderno. Di nuovo Verdi fu ed è criticato: “è ridicolo che solo Giovanna senta i cori, no?” (anche Giovanni Bietti, con mio rammarico, ha fatto sua questa critica nella peraltro interessante lezione tenutasi lunedì scorso all’Opera di Roma). E invece, a me, questo sento-non-sento fa pensare addirittura a Morte di un commesso viaggiatore in cui il protagonista vede e parla con lo zio ricco, ma è solo lui che ha questa visione e sente questa voce, mentre interagisce in scena con il vicino di casa, la moglie, i figli che stentano a capirlo. È una sfida registica intrigante, ma senza sfide non si ottiene niente di significativo. Come l’ha raccolta David Livermore?

La regia di David Livermore si basa su una scenografia d’impatto e raffinati giochi di proiezioni. Al centro del fondoscena campeggia una grande semisfera sulla quale vengono proiettate immagini reali variamente elaborate: una farfalla che sbatte le ali al rallentatore creando un elegante turbinio (ipnotico), un cavallo bianco che corre, delle mani ecc. Elegante è anche la gradinata ellittica su cui si svolge la scena, meno belli gli angeli kitsch e l’abito di Carlo. Che il colpo d’occhio sia bello è già qualcosa di positivo rispetto a regie che vogliono essere programmaticamente squallide (Rigoletto in obitorio et similia), il problema è che tutto questo armamentario di effetti non è quasi mai al servizio della drammaturgia.

La sfera e l’angelo dominano la scena già in apertura, durante l’ouverture, che invece avrebbe potuto meritare il buio e tutta la nostra attenzione, essendo tra le migliori di Verdi. Sul finale della sinfonia Livermore osa anche di più e proietta sulla sfera, scandite singolarmente, queste frasi: «Ogni uomo dà la sua vita per ciò in cui crede. Ogni donna dà la sua vita per ciò in cui crede. Spesso le persone credono in poco o niente e tuttavia danno la propria vita a quel poco o niente. Una vita è tutto ciò che abbiamo e noi viviamo come crediamo di viverla. E poi è finita. Ma sacrificare ciò che sei e vivere senza credere, quello è più terribile della morte». In generale non credo che sia giusto utilizzare la sinfonia come sottofondo per un messaggio “altro”, tuttavia in questo caso l’ho apprezzato. Sia perché il finale dell’overture è la parte meno originale (grancassa e cadenza italiana, seppure molto bene orchestrata), sia perché sono frasi potenti. In rete vengono attribuite proprio a Giovanna D’Arco e, sue o no, in quel momento mi hanno dato un brivido di emozione.

Ma durante il resto dell’opera la tendenza della regia di Livermore a disinteressarsi del libretto emerge più chiaramente. Il dualismo dei cori, per esempio, risulta del tutto incomprensibile a chi non conosce il libretto: non si capisce né che sono angeli e demoni, né che parlano solo a Giovanna, né che la lacerano interiormente. E poi negli assoli di Giovanna, Carlo e Giacomo – i tre protagonisti – avvengono troppi controscena: gli angeli che camminano e le proiezioni sulla sfera distraggono e tolgono importanza all’azione dei personaggi. L’impressione è che Livermore si sia detto: «Bene, il libretto fa schifo, la musica non è molto orecchiabile, mettiamoci una pezza intrattenendo il pubblico con qualcos’altro».

È vero che il libretto ha delle debolezze: oltre a essere parecchio infedele alla vicenda storica è contorto e presenta diverse discontinuità tra una scena e l’altra. Per esempio quando Giacomo, il padre di Giovanna, accusa la figlia di impurezza, lei tace. In realtà tutto quello che Giovanna ha fatto è stato di innamorarsi platonicamente di Carlo. Perché non si difende? Chi mai l’avrebbe messa sul rogo per così poco? È chiaro che il silenzio serviva a creare una posizione drammatica, a cui seguono la condanna e poi la liberazione. Papà Giacomo ai nostri occhi sembra un mostro, oggi giusto un ‘ndranghetista si comporterebbe così. Ma in un documento storico del processo la madre di Giovanna racconta che il padre e i fratelli pensarono effettivamente di affogare Giovanna in un lago per i suoi tentativi di fuggire di casa e andare con i soldati (molte ragazze si innamoravano dei soldati, poi li seguivano e finivano con il fare le prostitute portando “disonore” alla famiglia, vedi la lezione di Barbero).

In ogni caso sarebbe stato meglio aiutare il pubblico a capire il libretto e le motivazioni dei personaggi piuttosto che deviare l’attenzione su “altro”.

Quanto al cast vocale troviamo un trio stellare: Nino Machaidze (soprano) nel ruolo di Giovanna, Francesco Meli (tenore) nel ruolo di Carlo, e Roberto Frontali (baritono) in quello di Giacomo. Tutti e tre bravissimi; credo non si possa chiedere di più in quanto a tecnica, espressività e sensibilità artistica. La direzione di Daniele Gatti mi è parsa energica e convincente fin dalla sinfonia, ottimo anche il coro diretto dal Maestro Gabbiani.

[recita del 15 ottobre 2021, “anteprima giovani”]

Giovanna d’Arco

Musica di Giuseppe Verdi

Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Temistocle Solera

Prima rappresentazione assoluta
Milano, Teatro alla Scala, 15 febbraio 1845

Prima rappresentazione al Teatro Costanzi 15 maggio 1972Durata: 2h 15 circa: 70′ I PARTE – 25′ INTERVALLO – 50′ II PARTE

DIRETTORE

 Daniele Gatti

REGIA E COREOGRAFIA

 Davide Livermore

MAESTRO DEL CORO ROBERTO GABBIANI 

SCENE GIÒ FORMA

COSTUMI ANNA VERDE

LUCI ANTONIO CASTRO

VIDEO D-WOK

Principali interpreti 

GIOVANNA NINO MACHAIDZE 

CARLO VII FRANCESCO MELI 

GIACOMO ROBERTO FRONTALI 

TALBOT DMITRY BELOSELSKIY 

DELIL LEONARDO TRINCIARELLI

ORCHESTRA, CORO E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA 

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
con elementi scenici del Palau de les Arts Reina Sofía, Valencia 

CON SOVRATITOLI IN ITALIANO E INGLESE


Eppur si muore, timori insensati sul vaccino

Nel 2018, senza Covid, in Italia ci sono stati 633 mila morti, cioè 1734 morti al giorno su circa 60 milioni di italiani. Ma togliamo gli incidenti stradali (246.000), le malattie gravi, i suicidi ecc. e consideriamo solo le morti avvenute per “cause sconosciute e non specificate, altri sintomi, segni, risultati anomali e cause mal definite”: sono 14.473 (Istat), ovvero quasi 40 morti al giorno.

Quando tutti gli italiani saranno vaccinati è probabile che questo numero rimanga grossomodo lo stesso, ma soltanto un pazzo potrebbe pensare che questi decessi siano dovuti al fatto che la gente si è vaccinata.

Finora hanno ricevuto la prima dose di vaccino più di sei milioni di persone, quindi un decimo della popolazione, quindi a priori mi aspetto che tra queste persone ci saranno quasi 4 morti al giorno per cause sconosciute, che non hanno nulla a che vedere con il vaccino. Perché purtroppo il vaccino non ci dà l’immortalità.

Mi fa rabbia che molti giornali fomentino la paura con notizie che sono con ogni probabilità del tutto irrilevanti. È giustissimo, per carità, che si indaghi su ogni decesso che abbia qualche possibile legame con reazioni allergiche, ma questo si sta già facendo. Il ritiro dei lotti deve essere considerata una misura ultra cautelativa che ci dovrebbe far stare ancora più tranquilli.

A quanto pare, invece, quasi una persona su dieci che aveva l’opportunità di vaccinarsi in questi giorni ha disdetto l’appuntamento. Questa è una pessima notizia per la lotta al Covid.

Ogni nostra decisione si fonda più o meno implicitamente su un calcolo delle probabilità, ovvero del rischio. Fare il vaccino abbatte i rischi di conseguenze molto più gravi, perciò la scelta più razionale è farlo. Dobbiamo fidarci dei medici e di chi ce lo somministra, allo stesso modo in cui ci fidiamo del cibo che compriamo al supermercato, essendo ragionevolmente sicuri che non sia avvelenato.

Poi, purtroppo, non serve Kant per capire che chi vuole la certezza di non correre nessun rischio di morire non avrebbe dovuto neppure nascere. Scusate la brutalità.

Per un’informazione accurata e affidabile mi sento di consigliare Il post. Io mi sono anche abbonato per sostenerlo, ma gli articoli sono comunque accessibili a tutti.