L’elisir d’amore a Roma



Anche stavolta il palcoscenico del Teatro dell’Opera di Roma ha portato un giovane alla ribalta, in questo caso si tratta del bravissimo tenore albanese Saimir Pirgu (29 anni), applauditissimo dal pubblico che l’ha praticamente costretto al bis nell’aria più celebre dell’opera, Una furtiva lacrima, dove Pirgu ha mostrato tutta la sua abilità tecnica e interpretativa. Detto per inciso fa piacere, soprattutto di questi tempi, vedere il teatro pieno e un pubblico così competente.
La regia non mi è piaciuta molto, la cosa buona è che non c’erano volgarità o forzature nella recitazione, però per il resto l’ho trovata un po’ troppo carnevalesca. Troppo spesso si confonde la commedia con la buffonata, i registi non capiscono che la commedia per far ridere deve anche essere credibile e “seria”; e per far ridere non basta certo l’uomo-forbice. Il difetto maggiore di questa messinscena è che snatura tutta l’ambientazione della storia: scenografia graziosa ma troppo neutra e astratta, vestiti poco aderenti ai personaggi, soprattutto quello di Dulcamara che necessitava di un tono più ostentatamente serio, mentre Belcore sembrava lo stereotipo del soldatino. Inoltre nella Furtiva lacrima l’attenzione andava lasciata tutta sul tenore, l’acrobata non c’entrava proprio nulla. Come esempio di regia invece riuscitissima segnalo l’ottima edizione in dvd con Alagna-Gheorghiu-Alaimo-Pidò.
A parte la musica di Donizetti, scritta incredibilmente in 14 giorni, merita due parole anche questo libretto straordinario firmato da Felice Romani: la storia è intrecciata benissimo, non ha punti morti e procede con naturalezza fino al tripudio finale dove si realizza l’amore tra i due protagonisti. I personaggi sono tratteggiati con finezza e ironia, in particolare le lezioni di marketing cialtronesco di Dulcamara sono attuali e spassosissime ancora oggi.
Tornando alla rappresentazione di Roma, da segnalare anche il soprano Adriana Kucerova (Adina), Fabio Maria Capitanucci (Belcore), e Alex Esposito (Dulcamara); molto buona anche la direzione di Bruno Campanella che si è attenuto ad un delfico “nulla di troppo”.
Altre tre repliche fino al 18 febbraio.

A view from the bridge, prima europea a Roma


Lo sapevamo già, ma fa sempre piacere constatare che la musica, e in particolare l’Opera, non è morta. Sembra ormai appurato che dopo aver attraversato l’oceano con Puccini e Caruso, la gloriosa tradizione italiana del “recitar cantando”, duramente calpestato in patria, ha trovato una nuova casa in America. Mentre qui intellettualoidi saccenti occupano le prime pagine dei giornali attaccando l’Opera, lì si studia e ci si impegna per continuare quello che era (e in parte ancora è, nonostante tutto) il nostro vanto.
Ho assistito oggi (22/01/2011) al Teatro dell’Opera di Roma alla terzultima replica di A view from the bridge, l’opera del compositore americano William Bolcom (1999) tratta dall’omonima pièce di Arthur Miller (1955). Questo dramma era stato già messo in musica in italiano nel 1961 da Renzo Rossellini, ma, per quanto riguarda la musica di Bolcom, martedì scorso si è trattato della prima europea (una volta tanto siamo i primi in Europa, anche se con 11 anni di ritardo…)
Prima di commentare l’opera, vorrei analizzare brevemente il testo originale di Miller. La trama è semplice quanto avvincente. Siamo nei sobborghi di Brooklyn anni ‘50, Eddie Carbone, figlio di un italiano immigrato a New York, fa il manovale al molo e vive con la moglie Beatrice e la nipote Catherine (orfana), verso la quale prova un sentimento possessivo che si rivela sempre più morboso. Due eventi segnano la vicenda: Catherine è stata ingaggiata per il suo primo lavoro (quindi non sarà più una bambina), e allo stesso tempo arrivano due clandestini italiani, Marco e Rodolfo, cugini di Beatrice, che sono emigrati dalla più nera miseria siciliana per trovare un lavoro. Marco ha lasciato una moglie e tre figli da sfamare ai quali vuole inviare il denaro che guadagnerà, mentre Rodolfo è un bel ragazzo che vuole diventare americano: è pieno di vita, un po’ femmineo, ha una bella voce… e Catherine si innamora di lui. Eddie fin da subito avverte la loro relazione come un furto, Catherine è sua e diventa sempre più insofferente e irascibile per le attenzioni che rivolge a Rodolfo. Secondo Eddie, Rodolfo è un poco di buono che vuole sposarsi Catherine solo per ottenere la cittadinanza, in realtà Eddie è inconfessabilmente innamorato di Catherine e non sopporta neanche l’idea che gli venga strappata, tanto che nel secondo atto arriverà a denunciare i due italiani all’ufficio immigrazione… perdendo per sempre l’onore di fronte agli amici alla moglie e a Catherine,

La storia è serrata e avvincente, Miller è un grande psicologo e riesce con notevole maestria a scandagliare a fondo i personaggi principali, portando avanti la trama senza rallentamenti. Assieme a questo trova anche l’occasione per affrontare diversi temi interessanti: la ragazza che è sempre vissuta in casa con la famiglia e che diventa donna, il primo lavoro, il primo uomo, il rapporto possessivo dello zio, la miseria della vita di un manovale nei sobborghi di New York, la velata gelosia della moglie di mezza età, trascurata dal marito che pone troppe attenzioni alla giovane nipote, e allo stesso tempo la generosità di Beatrice che si prodiga  sia per ospitare i cugini che per cercare il bene di Catherine; e poi la vita dei poveri immigrati italiani degli anni ‘50 (chiamati “submarines” perché arrivano di nascosto dal mare), anche uno schizzo dell’Italia di quell’epoca vista dall’altra sponda dell’oceano (sicuramente Miller avrà usato ricordi personali di qualche viaggio in Italia). La narrazione dal punto di vista drammaturgico è molto moderna: l’avvocato Alfieri, un personaggio secondario, che di tanto in tanto appare sia come personaggio interno, sia come narratore esterno che racconta la storia come fosse già avvenuta nel passato. L’unica perplessità che mi permetto di sollevare è sul finale quando Alfieri dichiara il suo “amore” per Eddie (che per come si è comportato sembra poco giustificabile); inoltre se Rodofo sia un bravo ragazzo o un poco di buono rimane ambiguo, forse Miller avrebbe dovuto prendere una posizione più esplicita perché la storia assumerebbe un senso abbastanza diverso nei due casi (quanto è giustificabile Eddie?).
Il libretto, che è di A. Weinstein e dello stesso Miller, riesce a rendere bene tutti i punti forti della pièce; la modifica principale è l’aggiunta del coro, molto ben riuscita, che fa da sostegno ad Alfieri.
Bolcom ha uno stile che qualcuno ha definito “neotonale”, e penso abbia guardato a Puccini e a Britten; inoltre ha ripreso dei temi di canzoni americane dell’epoca, e c’è anche un’aria abbastanza melodica, “all’italiana”, quella con cui si presenta Rodolfo nel primo atto, che ha strappato un bell’applauso del pubblico; all’organico dell’orchestra classica sono affiancate una batteria e due tastiere.
Eccellente la scelta del cast. Talvolta capita di vedere Butterfly ultrasessantenni, o Tosche alte un metro e ottanta con Cavaradossi che gli arriva alla spalla, stavolta invece stature ed età erano tutti perfettamente calibrati sui personaggi, e ugualmente i temperamenti. I cantanti più applauditi sono stati, in ordine: Kim Josephson (Eddie), Marlin Miller (Rodolpho), Amanda Squitieri  e  Amanda Roocroft (Beatrice e Catherine).
Ottime la regia e la scenografia, unico appunto forse la scena della lezione di pugilato avrebbe reso di più se fosse stata più realistica. Molto bravo anche il direttore, David Levi, che ha sostituito Bruno Bartoletti purtroppo indisposto.
Domani (23/01/2011) e martedì (25/01/2011) ultime due repliche, da non perdere.

Moise et Pharaon diretto da Muti

C’è stato praticamente il tutto esaurito anche ieri (domenica 5/12/10) alla terza replica del Moises et Pharaon diretto da Riccardo Muti al Teatro dell’Opera di Roma, grandissimi applausi per direttore e cantanti, solo qualche fischio per il coreografo. In effetti il balletto del terzo atto mi è parso sconnesso col resto dell’opera e abbastanza sciatto anche considerato in assoluto. Molto belle invece la regia e le scene di Pier’Alli: a parte forse le comparse vestite da ebrei moderni che sembravano un po’ forzate e stranianti, bisogna dargli  atto di grande fantasia e soprattutto grande merito per aver sottolineato la famosa preghiera di Mosè con un effetto di luce estremamente suggestivo che dalla terza ripresa del coro si accende dal  fondo del palcoscenico e arriva fino ad inondare tutta la platea e i palchi centrali.
Il cast, con in testa Sonia Ganassi e Ildar Abdrazakov nel ruolo rispettivamente di Sinaïde e Mosè, è tutto di primissimo livello: Eric Cutler (Amenophis), Juan Francisco Gatell (Éliézer), Riccardo Zanellato (Osiride), Saverio Fiore (Aufide). Grande attenzione è stata rivolta ai recitativi, che come sottolineava Muti in un’intervista “non sono mai accademici, ma veri pilastri scolpiti con forza michelangiolesca”.
A dir la verità l’interpretazione della prima, alla radio, mi era sembrata anche più intensa, ma forse è solo un effetto “piccionaia laterale” per cui il suono risultava forse un po’ più distante.
Pare che Beethoven consigliasse a Rossini di dedicarsi all’opera buffa piuttosto che a quella seria. In effetti il mondo ideale di Rossini trova il suo massimo vertice nell’opera buffa, ma la grandezza di Rossini è tale da poter scrivere pagine anche di grandissimo spessore drammatico, come dimostrano molte pagine del Moises, per esempio il travolgente finale del terzo atto, dove il coro ha un ruolo primario, o nella vetta lirico-mistica della preghiera, Das cieux où tu résides, prima dell’attraversamento del Mar Rosso.
Speriamo che questo bell’incipit sia di buon auspicio per la stagione appena inaugurata e che già dal cartellone presenta tutti titoli estremamente interessanti, con direttori d’orchestra che dire di primissimo livello è dire poco, quali Bruno Bartoletti, Maurizio Arena, Gabriele Ferro, e Bruno Campanella, oltre allo stesso Muti che tornerà con il Nabucco a marzo. Per chi volesse approfondire la conoscenza con questi direttori segnalo tre dvd che sarebbero degli ottimi regali di Natale: Bruno Bartoletti ha diretto il famosissimo film-opera Tosca, con Domingo e la Kabaiwanska; Maurizio Arena, la storica Butterfly dell’81 all’Arena di Verona con la Kabaiwanska e Antinori; Bruno Campanella, La Cenerentola di Rossini, con Raul Gimenez e Cecilia Bartoli, un trionfo italiano al MET; di Gabriele Ferro invece ho sentito recentemente alla radio la quarta di Brahms in un’esecuzione senza esagerare tra-vol-gen-te (non so però se si trova su cd).
P.s.: Come nota riporto il testo del volantino distribuito all’entrata del teatro rivolto a “Bondi, Nastasi e Alemanno” contro “la legge 100 insieme ai tagli finanziari alla cultura”, per cui “I professionisti del settore vengono mortificati negandogli la stabilità in cambio di lavori compensati a prestazione e mal pagati che non ripagano i molti anni di studio e di esperienza. È la politica della «esternalizzazione dei servizi» che promette economie sottopagando i lavoratori mentre favorisce pochi che lucrano sugli appalti”. Firmato “i lavoratori”. Non conosco la situazione interna del teatro, quindi non entro nel merito della questione, spero semplicemente si faccia il meglio per mantenere l’alto livello di questo insostituibile ente del nostro patrimonio nazionale, senza operare ingiustizie verso nessuno.

Sonata a Kreutzer di Tolstoj a teatro

«Ma cos’è dunque questo amore… amore… amore…, consacra forse il matrimonio?»
«L’amore autentico… se quest’amore esiste fra un uomo e una donna, allora anche il matrimonio è possibile» disse la signora.
«D’accordo, ma cosa si deve intendere per “amore autentico”?» disse il signore dagli occhi brillanti con un sorriso impacciato e timido.
«Tutti sanno cos’è l’amore»
«Io invece non lo so, dovete precisare meglio ciò che intendete»
«Come? È molto semplice» disse la signora, rimanendo tuttavia sovrappensiero. «L’amore? L’amore significa preferire esclusivamente uno, o una, a qualunque altra persona.»
«Preferire per quanto tempo? Per un mese? Per due giorni, per mezz’ora?»
«No, scusate evidentemente non stiamo parlando della stessa cosa.»
«No, no, io parlo proprio di questo.»
(Trad. di Elisabetta Bruzzone, ed. Mondadori)
Con questa discussione sull’amore e il matrimonio entra nel vivo il famoso romanzo di Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer. Dopo questo scambio di battute, che avviene in un vagone ferroviario, lo strano passeggero incomincerà il suo lungo monologo nel quale racconterà il suo rapporto con le donne e le sue considerazioni sull’amore, fino all’omicidio della moglie, colta in adulterio con un violinista.
Ed è appunto in forma di monologo l’intenso adattamento teatrale di Alvaro Piccardi, in scena fino al 28 novembre al teatro Arcobaleno di Roma. La performance è indiscutibilmente di notevole spessore, eccettuata qualche lieve smagliatura che spero l’attore-regista elimini presto (lo «strano suono» di Pozdyniev non è certo un rutto!). Per il resto è un’iniziativa soltanto da elogiare, perché portare in scena un testo così profondo e attuale, è senz’altro una dimostrazione di coraggio e una preziosa occasione di riflessione per ogni spettatore.
La tesi centrale di Tolstoj è la condanna dell’amore carnale, non tanto dell’atto fisico in sé, quanto delle conseguenze che il libertinaggio comporta: «l’autentica depravazione consiste proprio nel liberarsi da qualsiasi rapporto morale con la donna con cui si ha una relazione fisica». Si tratta di un tema molto spinoso, che permette anche considerazioni diverse da quelle di Tolstoj, e che però sarebbe impossibile esporle in queste poche righe. La posizione di Tolstoj comunque, per quanto molto pessimista e disincantata, è chiarissima. Come ogni grande autore, Tolstoj non si nasconde dietro le parole d’ordine della sua epoca, né dietro la vaghezza di affermazioni ambigue e che non scontentano nessuno. Alcune riflessioni sono inoltre incredibilmente attuali perché vanno a prendere di petto luoghi comuni ancora oggi radicatissimi (come quello che bisogna per forza conoscere il sesso in giovane età, per poi ipocritamente e blandamente condannarlo in pubblico, in nome di una morale da burletta).
Secondo Kafka «un libro deve essere come un’ascia che spacca l’oceano di ghiaccio della nostra indifferenza», e non trovo un’immagine migliore per caratterizzare questo romanzo di Tolstoj (come anche i suoi Anna Karenina e Resurrezione), dove la maestria dello scrittore si manifesta sia nell’analizzare con profondità e coraggio la realtà del matrimonio, sia nel disporre la materia in una forma letteraria avvincente. Per esempio è magistrale la scelta di inserire soltanto all’ultimo, dopo l’avvenuto accoltellamento della moglie, la riflessione del protagonista sull’accaduto: «Guardai i bambini, guardai il suo volto rotto, pieno di lividi, e per la prima volta dimenticai me stesso, i miei diritti il mio orgoglio, per la prima volta la vidi come un essere umano». (Oggi che si parla tanto di “femminicidio”… cosa meglio di questa morale?)
Tornando allo spettacolo in scena al Teatro Arcobaleno, va dato atto a Piccardi di aver fatto un ottimo lavoro di trascrizione, perché nell’adattamento teatrale questa frase assume ancora maggior forza, essendo spostata qualche capoverso dopo, nella toccante scena finale, quando ricordando la moglie dice: «Cominciai a capire solo quando la vidi nella bara…».
Anche recitate, le parole di Tolstoj mantengono tutta la loro precisione, chiarezza e profondità: si sente che sono pensieri originali, frutto di una vita intensamente vissuta e rielaborata. Quando si lodano tanto certi autori di oggi, o del passato recente, bisognerebbe tenere sempre a mente chi sono i veri giganti e prendere quelli come termine di riferimento. Nell’anno del centenario della morte di Tolstoj (1910) c’è da sperare che vengano prese molte altre iniziative di questo genere, perché non possono che arricchirci.

L’italiano lingua letteraria morta?

Oggi pomeriggio, ascoltando Fahrenheit su Radio3, sono rimasto letteralmente scioccato dalle affermazioni di un certo Franco Brevini sulla presunta «anchilosi» della lingua letteraria italiana. Gli scrittori di oggi fanno bene, secondo lui, a non prendere in considerazione i nostri autori antichi. Da come parlava giuro che ho pensato che costui non avesse mai aperto un libro di letteratura italiana, potete dunque immaginarvi di come sia rimasto basito, sconcertato, esterrefatto quando ho appreso che è addirittura DOCENTE UNIVERSITARIO DI LETTERATURA ITALIANA!!

Ma veniamo ai fatti. Ho trovato un articolo del Corriere della Sera in cui il nostro “prof” enuncia la sua teoria, e prenderò come base proprio quelle sue parole, più che le affermazioni (ancora più gravi e vergognose) rilasciate oggi alla radio. La sua tesi centrale è questa: «chi si proponesse di conoscere gli italiani partendo dalla loro letteratura, resterebbe deluso. Un Paese che spicca per la ricchezza e la varietà delle sue culture resta assente dalla sua letteratura. Tutto questo perché i nostri scrittori non hanno potuto contare su una lingua viva».

La refutatio è semplice: forse Goldoni ha fatto (e fa) ridere i teatri di tutta Italia in una lingua morta? Basta questo per confutare Brevini.
A mio parere la tesi di Brevini si potrebbe sostenere per quella parte di cattiva letteratura italiana che è stata fisiologicamente prodotta nel corso dei secoli ed è puntualmente finita nel macero o caduta nell’oblio di qualche archivio storico. Ma quando diciamo letteratura italiana io – come tutti credo  ̶  intendo il top della letteratura, cioè le vette, gli autori e le opere più significative. E dalle parole generiche e qualunquiste del professor Brevini, pare che egli faccia “di tutta l’erba un fascio”.
Allora veniamo a confutare punto per punto questo mostruoso pensiero entrando nel particolare delle sue affermazioni:

  1. «Con una gigantesca operazione di sineddoche la letteratura italiana ha dovuto fortemente ridurre lo spettro della realtà rappresentata: pochi colori, per quanto ricchissimi di sfumature».
    La sineddoche è un procedimento linguistico che consiste nell’usare il tutto per la parte o viceversa la parte per il tutto. Questo procedimento, forse Brevini non se ne è accorto, lungi dall’essere un astruso artificio retorico, è invece utilizzatissimo anche nel parlato: «essere senza un tetto», «senza borsa», «farsi un bicchierino», oppure «leggere Baricco», sono di uso comune, anzi comunissimo. La frase «pochi colori ma ricchissimi di sfumature» è molto spassosa considerando che i colori fondamentali sono solo tre (rosso, giallo, blu), e tutte gli altri sono sfumature o sovrapposizioni di sfumature… ma anche facendo finta di non conoscere la fisica: da Petrarca a Goldoni, quale argomento non è stato toccato? ce lo dica.
  2. «Quando un argomento non hanno proprio potuto eluderlo, ai nostri scrittori non è rimasta che la strada della genericità […] i nostri autori hanno prudentemente adottato un lessico sommario, evasivo, impreciso, convenzionale».
    Quali sarebbero questi argomenti e questi autori? Come accusa la trovo un po’… generica. Vogliamo accusare Leopardi, per esempio di adottare un «lessico sommario, evasivo ecc.»?
    Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,
    quella schiera infinita d’immortali,
    e piangi e di te stessa ti disdegna;
    che senza sdegno omai la doglia è stolta:
    volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,
    e ti punga una volta
    pensier degli avi nostri e de’ nipoti
    (da Sopra il monumento di Dante)
  3. Brevini si lamenta che non sia stato sufficientemente usato il dialetto: penso che una vita sola non basterebbe per leggere tutta la produzione dialettale italiana (Pietro L’Aretino, Belli, Goldoni, Trilussa, Verga, Pasolini…). Inoltre il Nostro sostiene anche che la lingua pulita, al contrario del dialetto non sarebbe in grado di esprimere sentimenti veri e profondi, motivo per cui «gli scrittori non hanno potuto pescare nelle zone più intime e profonde del proprio io».
    Difatti:
    «Solo e pensoso i più deserti campi
    vo mesurando a passi tardi e lenti,
    e gli occhi porto per fuggire intenti
    ove vestigio uman l’arena stampi.
    Altro schermo non trovo che mi scampi
    dal manifesto accorger delle genti,
    perché negli atti d’alegrezza spenti
    di fuor si legge com’io dentro»
    (dal Canzoniere, Petrarca, 1374)
    è un tipico esempio di superficialità e vacua affettazione nel tipico stile di una lingua morta… pro pudor! Se per esempio volessimo usare il dizionario di OpenOffice come una rozza misura della distanza di un testo dall’italiano moderno standard, allora troveremmo una curiosa sorpresa. In questi otto versi di seicento anni fa, OpenOffice mi dà solo 6 errori, peraltro risibili: vo, mesurando, uman, d’alegrezza, fuor, avampi. Nell’articolo di Brevini di venti giorni fa, sempre OpenOffice mi dà ben 20 errori!
  4. Brevini inoltre afferma che le altre letterature non hanno avuto di questi problemi. Ora voglio chiedergli se Goethe il Faust l’ha scritto in dialetto bavarese o in tedesco nazionale. E per quanto riguarda la pedissequità nelle altre letterature voglio citare una passo di Herman Hesse in Siddharta: «La maggior parte degli uomini, Kamala, sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino. […] Migliaia di giovani ascoltano ogni giorno la dottrina [di Gotama il Sublime], seguono a tutte le ore le sue prescrizioni, eppure sono tutti foglie secche, non hanno in se stessi la dottrina e la legge ». Nulla mi toglie dalla convinzione che sotto le spoglie di Gotama si celi proprio Goethe, verso cui Hesse nutriva aperta stima (vedi il saggio sul Wilhelm Meister), e che le foglie secche siano molti imitatori tedeschi ormai dimenticati.
  5. «A forza di perseguire la purezza linguistica, di tirare a lucido, di imitare i sommi autori, i nostri scrittori hanno finito per avvitarsi in un’ operazione totalmente autoreferenziale, perdendo ogni contatto con l’ esperienza viva»
    Ne deduco che non sta parlando dei sommi autori: ma allora di cosa sta parlando?! perché parla di «letteratura italiana»?
Nell’intervista alla radio Brevini riceveva l’approvazione del conduttore e di un altro ospite. Questo l’ho trovato ancora più allarmante: evidentemente Brevini fa parte di un gregge già grosso, e magari lui stesso come una foglia secca (per non cambiar metafora) ripete cose che ha sentito già da altri. Che dire…
    Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,
    quella schiera infinita d’immortali,
    e piangi e di te stessa ti disdegna
(0 mispelled words, by OpenOffice 2010; alla faccia della lingua morta).

Il misantropo a Roma

Il misantropo di Molière è una delle commedie più profonde, drammatiche, e anche una delle più attuali che il teatro conosca oggi.
Alceste è un uomo che odia l’ipocrisia, i falsi complimenti, e in generale ogni maschera sociale che abbia per fine la convenienza. Il suo difetto, se così possiamo chiamarlo, sta nel fatto che non sa trattenersi dal farlo presente agli altri quando se ne presenta l’occasione: «Voglio un comportamento da uomini; e che in ogni occasione, nei nostri discorsi, sia il fondo del nostro cuore a mostrarsi; che sia il cuore a parlare, e che i nostri sentimenti non si mascherino mai sotto vani complimenti» (trad. di Luigi Lunari), dice Alceste già nella prima scena. Naturalmente la sua vita è un inferno.
La sua vita è un inferno perché la maggior parte della società vive appunto di apparenze e reciproci inganni, e ad avere più successo è spesso proprio chi sa barcamenarsi meglio tra queste lusinghe, compiacenze e false amicizie. Ecco l’amicizia vera è un altro tema che viene toccato: quando Oronte, da furbo uomo di mondo, chiede a priori l’amicizia di Alceste, Alceste gli risponde che «l’amicizia esige però un poco più di mistero, e vuol dire certo profanarne il nome, lo spenderlo ad ogni piè sospinto. L’amicizia deve nascere per libera e illuminata elezione; e prima di stabilire tra noi questo legame, è opportuno conoscerci un po’ meglio».
Di grande attualità è poi la passione di Oronte: la scrittura. Molière fa una lunga tirata, e a più riprese, contro quelli che vogliono scrivere e pubblicare a tutti i costi… vi invito a leggere tutta la commedia, perché è davvero gustosa e istruttiva (lo dico anche a mio rischio e pericolo dato che anche io scrivo…), qui ne citerò solo un breve passo: «In fin dei conti, avete davvero questo bisogno impellente di scrivere poesie? e chi diamine vi obbliga a farvi pubblicare? Credete a me, resistete alla tentazione […] anziché mettervi nelle mani di qualche esoso stampatore». A testimonianza dell’attualità dell’argomento basta rilevare che in teatro le battute sui poeti provetti sono state quelle a cui il pubblico ha riso di più.
Insomma già Alceste ovunque getti lo sguardo trova motivo di rodersi il fegato,  ma oltre a questo si innamora pure di una donna menzognera e regina di civetteria. Célimène infatti dell’avere tanti spasimanti ha fatto un’arte: li tiene tutti lì a mezz’aria, li cuoce a fuoco lento alimentando speranze a tutti, senza sbilanciarsi con nessuno. Alceste si rende conto dei difetti di Célimène (e glieli rimprovera anche), ma se la ragione indica una strada, il cuore ne segue un’altra portandolo a soffrire terribilmente per le crudeltà a cui lo sottopone la poco onesta amata. La situazione non può avere un finale felice e difatti la commedia si chiude con un finale atipico e decisamente amaro.
La rappresentazione che è in scena fino al 7 novembre al Teatro Argentina, è a tratti discreta, a tratti palesemente insufficiente. Popolizio è un bravo attore, ma forse perché mal diretto, interpreta un Alceste troppo torvo, ricurvo, caricato, con voce sforzata… più simile a un Caliban che al misantropo di Molière. Filinte interpretato da Graziano Piazza ha qualche leziosità di troppo (le pause vanno messe al punto giusto nella frase, non dove capita!), ma a tratti è stato il miglior attore della serata, e sicuramente quello che recitava con maggior naturalezza. Sergio Leone nel ruolo di Oronte, per una pessima scelta del regista (presumo), è stato costretto a fare la caricatura più che l’attore. Federica Castellini e Ilaria Genatiempo, nel ruolo rispettivamente di Célimène ed Eliante sono state discrete, mentre completamente sbagliata la recitazione di Arsinoé. Anche qui non credo che la colpa sia dell’attrice, quanto del regista Massimo Castri, il quale tra l’altro, ha apposto il marchio della sua chiara e incontrovertibile incompetenza mandando in scena il servo di Alceste vestito da Arlecchino. Senza contare i tempi sbagliati della scena finale, dove al posto di un “allegro feroce”, il regista ha optato per un insipiente “largo sostenuto”, togliendo tutto il vigore alla scena.  Alla fine applausi tiepidi. Possibile che uno dei teatri più prestigiosi di Roma debba sopportare ancora queste regie?
P.S.: Ho detto che è una delle commedie più attuali di Molière, oltre alla tirata sugli scrittori leggete qui quando parla di un certo «zoticone» che tutti conoscono il quale: «con sporchi trucchi si è fatto avanti nel mondo, e che grazie a questo la sua fortuna, rivestita di splendore, suona biasimo al merito e vergogna alla virtù. Per quanti titoli infami gli vengano dovunque attribuiti, il suo miserabile onore non se ne dà per inteso; dategli del farabutto del furfante, infame maledetto scellerato: tutti ne converranno e nessuno vi contraddirà. Eppure il suo ghigno ipocrita è dappertutto il benvenuto: lo si riceve, gli si sorride, egli si insinua dovunque, e se vi è un posto da conquistare brigando, è lui a spuntarla sul più gran galantuomo del mondo!» Allora, ditemi voi, di quale personaggio italiano stiamo parlando?

L’Italia che immagino – L’anno della svolta

micrometraggio di 2min

In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, Repubblica.it in collaborazione con Immaginario Festival di Perugia lancia il concorso “L’Italia che immagino”. C’è tempo fino al 15 novembre per mandare i filmati: Ecco la mia sceneggiatura, se qualcuno vuole realizzarla mi può contattare…

Una webcam inquadra due giornalisti (un uomo e una donna) che leggono la rassegna stampa via internet; in sovrimpressione si legge la data 2 Luglio 2045.

1° giornalista: Buongiorno da News in due minuti. Si celebrano oggi i funerali di Stato per Giorgio Andrei, il grande compositore e direttore d’orchestra di Catania, che è stato uno dei maggiori esponenti dell’avanguardia musicale di questo secolo. Il Capo dello Stato si è detto «commosso nel ricordare un uomo di grande sensibilità e raffinata cultura, che con la sua arte ha tenuto alto il nome del Paese che della musica è stato la patria. Se l’Italia ̶ ha continuato il Capo dello Stato ̶ oggi, dopo un parziale declino, è tornata in auge è proprio grazie ad artisti come Andrei».
2° giornalista: Inaugurata la terza centrale ad energia solare termodinamica di nuova generazione. Il progetto, sviluppato da un consorzio di 10 atenei e 15 industrie italiane, darà lavoro complessivamente a 250 laureati di ingegneria e fisica. Grazie a questa centrale l’Italia per la prima volta azzera l’importazione di energia elettrica, riducendo del 10% la spesa pubblica nel settore. Il progetto è stato già venduto all’Arabia e all’Egitto, dove si prevede di pannellizzare 30000 ettari di deserto entro dieci anni.
1° giornalista: Accanto a questa bella notizia, oggi si festeggia anche una data memorabile: i trent’anni dall’abolizione della tv.
Parte un filmato fatto col cellulare, dove si vedono persone che escono dai palazzi con i televisori in braccio e li posano sul marciapiede, panoramica di marciapiedi pieni di televisori.
2° giornalista: Il 2 Luglio 2015, passato alla storia come «L’anno della svolta mediatica», gli italiani decisero di porre fine all’egemonia politica e morale dettata dalla televisione. Milioni di persone abbandonarono i loro apparecchi televisivi sui marciapiedi, il mancato incasso degli abbonamenti ed il crollo degli ascolti provocò in breve la fine dell’epoca televisiva.
Un intervistato anziano: «All’inizio fu difficile. Ma se venticinque anni prima di noi ci furono uomini pronti a rinunciare alla vita davanti ai carri armati di Tienammen, perché noi non potevamo compiere un gesto molto più semplice: rinunciare alla tv per un’Italia migliore?».
1° giornalista: L’Italia fu il primo paese ad aderire a questa iniziativa partita dall’Inghilterra, che fu poi abbracciata da tutta l’Europa. Quell’anno internet soppiantò definitivamente la tv. Oggi anche i paesi del terzo mondo stanno cercando di ridurre la dipendenza televisiva entro le soglie stabilite dalla UE.
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Regolamento. I filmati, della durata massima di 120 secondi, possono essere realizzati anche con il cellulare, e dovranno essere caricati entro il 15 novembre attraverso il canale Youtube “italiacheimmagino”

Roberto Devereux a Roma

Una breve nota sull’opera di Donizetti in cartellone al Teatro dell’Opera di Roma.

Sono da poco rientrato dalla prima replica, quella col secondo cast, e mi fa piacere segnalare l’eccellente interpretazione del tenore, Gianluca Terranova, che ha meritatamente riscontrato un clamoroso successo personale. Veramente una bella voce, potente, appassionata, e capace di rendere tutte le sfumature dinamiche della partitura. Anche Elisabetta, interpretata da Virna Sforza è stata ottima. Nel primo cast d’altra parte c’è la famosa soprano Carmela Remigio, che non ho mai visto dal vivo, ma a giudicarla dai video su youtube merita anch’essa assolutamente d’essere ascoltata.

Ho visto sul sito del Teatro che ci sono ancora molti biglietti disponibili, mentre mi sarei aspettato il tutto esaurito. Se il pubblico non risponde in parte è un problema di cultura musicale, che purtroppo oggi in Italia non sembra degna del paese che la musica l’ha inventata; in parte penso sia anche un problema di costo dei biglietti. Dovrebbero esserci politiche che favoriscano i giovani: a Berlino gli under-trenta possono prendere i migliori posti disponibili a dieci euro! A Roma un posto in platea con lo “sconto studenti” costa SETTANTACINQUE euro, mentre in galleria (i posti più economici) non c’è sconto! poi ci si lamenta che i giovani non vanno all’opera…
Comunque non bisogna demordere, con 17€ si va in galleria, e se c’è posto, nell’intervallo, senza farsi notare, si può scendere in platea. In genere ne vale la pena, soprattutto per questa rara opera donizettiana, e per un cast così eccellente.

Delitto e castigo, alcune riflessioni e una risposta a Dostoevskij

Delitto e Castigo è un’opera dai mille spunti, dalle mille riflessioni, piena di duelli psicologici, tensioni, cadenze evitate e colpi di scena, sempre originale e sotto molti aspetti filosofica.
Ed è proprio una questione filosofica, astratta, il tema attorno a cui si incentra tutto il romanzo: «Un uomo superiormente dotato dal punto di vista spirituale, è autorizzato o no a violare le leggi valide per gli uomini “comuni”?» Secondo Raskolnikov, il protagonista del romanzo, sì, e per questo uccide una vecchia usuraia, con i soldi della quale vuole pagarsi gli studi universitari ed evitare umiliazioni alla madre e alla sorella. Raskolnikov parte da un esempio teorico: poniamo che un Newton od un Copernico, a causa di qualche macchinazione, avesse trovato degli ostacoli per diffondere la propria idea, «allora Newton avrebbe avuto il diritto, e sarebbe persino stato obbligato a… togliere di mezzo questi dieci o cento uomini per rendere note le sue scoperte all’intera umanità», «anche a costo di uccidere uno, dieci, cento o più uomini».
A monte di questa tesi c’è la possibilità di dividere l’umanità “generalmente” (corsivo di Dostoevskij) in due categorie: «una inferiore (gli ordinari), ovvero, per così dire, il materiale utile unicamente alla procreazione di qualcosa di simile a se stesso, e un’altra che è quella degli uomini [straordinari], ovvero di quelli in possesso del dono o del talento di dire la loro parola nuova nell’ambiente». Raskolnikov naturalmente conta di stare, almeno potenzialmente, tra i grandi.
L’obiezione che, nel primo dei duelli psicologici, gli muove Porfirij (il giudice istruttore), è prevedibile: in che modo si fa a distinguere gli ordinari dagli straordinari? Mica hanno un segno. Raskolnikov allora ammette che effettivamente moltissimi di quelli che appartengono agli ordinari, «per una certa giocosità della natura che non è rifiutata neanche a una mucca, amano immaginarsi uomini di prima linea», mentre i nuovi «neppure li notano» e anzi «persino li disprezzano come persone retrograde e dal modo di pensare umiliante». Il punto della questione è però che questo difetto di visione riguarda solo gli ordinari, e quindi rimane intatto il punto centrale della domanda, e cioè se un uomo effettivamente di prima categoria possa uccidere o no.
Alla fine Raskolnikov, ragazzo focoso ma peraltro di indole buona e anzi generosa, non riesce a sostenere il peso della pressione psicologica (diverse persone sono venute a sapere, ed il giudice ormai lo bracca), e, incapace di suicidarsi, si costituisce. Però, persino condannato ai lavori forzati non è pentito della sua azione, e soltanto in una cosa ammette il proprio delitto: «nel non aver potuto sopportarne il peso, e nell’essersi costituito».
Il romanzo finisce con la resurrezione spirituale di Raskolnikov, che grazie all’amore per Sonja, trova un motivo per vivere e affrontare anche la Siberia. Tale conclusione però sembra lasciare aperta la questione di partenza, perché non viene del tutto confutata la tesi di Raskolnikov, ma semplicemente lasciata cadere.
La tesi di Raskolnikov in effetti non è banale e, dato che ho il vizio di prendere le affermazioni sul serio, secondo me merita una risposta più dettagliata. In realtà, pensandoci un poco, si tratta di una questione antica, anche se posta in termini più moderni, e cioè se “il fine giustifica i mezzi”, ovvero se in qualche caso si possa giustificare la violenza per un qualche “buon motivo”. La questione sicuramente è molto attuale, Raskolnikov oltre a Newton parla di Napoleone, e di chi tira le bombe sulle città  ̶  oggi si può pensare alla guerra in Afganistan o in Iraq, dove si sono bombate città e uccisi militari (ma pure civili), in nome della “democrazia” e sostanzialmente buona parte del mondo occidentale lo ha giustificato, né Bush è stato trattato come un assassino. «In società, chi osa di più ha più ragione» direbbe Raskolnikov. O ancora più vicino a noi si potrebbe citare l’attentato odierno al direttore del quotidiano di Berlusconi… (che sia stato un novello Raskolnikov desideroso di salvare l’Italia?…)
Secondo me una buona risposta alla nostra domanda la dà il Dalai Lama, che di violenza ne ha subita parecchia (vive in esilio dal ‘59), ed ha sempre reagito con la non-violenza. Essenzialmente egli dice che la realtà, la società, il mondo, tutto è strettamente interconnesso, e un’azione negativa, anche nel caso fosse mossa da intenzioni buone, ha conseguenze del tutto imprevedibili e spesso altrettanto negative. Per esempio, nello stesso romanzo di Dostoevskij, Raskolnikov dopo avere ucciso la vecchia si trova “costretto”, per non essere denunciato, ad uccidere anche la povera Lizaveta, sorella della vecchia e donna buonissima, che poi scoprirà essere amica intima della sua futura moglie, Sonja. Detto per inciso, questo fatto, che nel romanzo non viene sviluppato più di tanto, a mio parere è un caso lampante in cui l’artista-Dostoevskij supera il filosofo-Dostoevskij; cioè ad una capacità suprema di cogliere la realtà, non si associa poi una capacità filosofica altrettanto grande nell’analizzarla.
Volendo fare un altro esempio ispirato all’attualità, mettiamo che un giorno salga al potere un uomo corrotto e abietto, privo di scrupoli morali, e il cui maggior cruccio è quello di fare il proprio interesse a scapito di quello comune… Se lo uccidi che risolvi? La gente che l’ha votato insorgerebbe, i suoi scagnozzi darebbero la colpa alla fazione avversaria, ed è ben possibile che salga al potere uno peggio proprio a causa delle conseguenze imprevedibili di quell’azione violenta. Cambiare gli animi di chi l’ha votato sarebbe la vera impresa, e non la si può compiere certo con la violenza.
Come seconda osservazione contro la tesi di Raskolnikov, si potrebbe addurre che uomini straordinari non si diventa dall’oggi al domani, ma a poco a poco e solo grazie ad un continuo impegno, per cui quando non lo si è ancora, non si ha il diritto di uccidere nessuno, mentre quando ormai si è diventati straordinari in genere non se ne ha bisogno. E la storia lo dimostra. Newton non ha dovuto uccidere nessuno; Galileo ha abdicato e le sue idee sono passate comunque. E poi nella storia chi mai è diventato straordinario uccidendo? Giulio Cesare e Alessandro Magno? Nego siano straordinari, sono semplicemente famosi, basta leggere Seneca: li prende sempre come esempi da non seguire. L’uomo “straordinario” deve capire anche questo.
In realtà anche Dostoevskij, se non proprio esplicitamente, suggerisce una risposta di questo tipo. Nel finale viene raccontato un incubo di Raskolnikov, il quale si figura un’immane pestilenza che aveva contagiato l’intera umanità, dove il morbo in questione aveva l’effetto di rendere le persone follemente presuntuose, tali da credersi infallibili: tutti «avevano abbandonato i mestieri in quanto tutti proponevano le proprie idee, le proprie rettifiche, e non riuscivano a trovare un accordo: l’agricoltura si fermò […] s’azzuffavano e si tagliavano la gola l’un l’altro. Ebbero inizio gli incendi, ebbe inizio la fame». Scenari apocalittici, ecco a cosa portava la follia di Raskolnikov, il quale trova invece requie nell’amore per Sonja, della quale forse assumerà anche le aspirazioni (lei è molto cristiana).
In realtà tutto il romanzo è pervaso da più o meno esplicite citazioni neotestamentarie. Mentre in una delle pagine centrali si staglia come un faro la citazione di Schiller: «Siate come un sole, e tutti vi vedranno».
Mille altre riflessioni potrebbe suscitare questo capolavoro  ̶ il senso della sofferenza, il vivere nella menzogna, il peso del rimorso, la resurrezione spirituale (tema ripreso da Tolstoj in un altro capolavoro)… ̶ , io mi fermo qui e vi invito semplicemente alla lettura.
Ps: Nell’edizione Mondadori a cura di Serena Prina, da cui ho tratto le citazioni, vi è in appendice anche uno scritto di Pasolini che definirlo vergognoso è dire poco! Pasolini riduce tutto al “complesso di Edipo”, alla “sessuofobia”, alla “repressione della madre” del protagonista! Dostoevskij sarebbe un grande perché prefigurazione di Freud…!! Come direbbe Raskolnikov: «Puah, ci sputo sopra!».

Rigoletto in tv

Il messaggio del Capo dello Stato e poi l’introitus del Te deum di Charpentier con squilli di tromba e rullo di tamburi, stavolta non annunciavano una partita della nazionale né la finale di Miss Italia bensì… il Rigoletto di Giuseppe Verdi. Guardate che sforzo immane si è dovuto fare per far vedere un po’ d’opera ai nostri connazionali…! E lo si è dovuto pure spezzare in tre parti perché concentrarsi per due ore e mezza sarebbe stato chiedere troppo ad un pubblico così vasto… Sento già i commenti di qualche coppia di televisionari che dice: “Ma non c’era la Clerici stasera su raiuno?”, “Io pensavo Lino Banfi”, “Cambia canale allora”, “No il telecomando è sul tavolo, non mi va di alzarmi”… e così si sono dovuti sorbire il capolavoro di Verdi, poverini.

Scherzi a parte, il caso ha voluto che in questo week-end non fossi a casa mia (dove, come sapete, non ho la tv), e facendo uno strappo alla regola, peraltro ferrea, di non guardare la televisione, ieri e oggi pomeriggio ho visto il “Rigoletto a Mantova” trasmesso dalla RAI in mondovisione. Forse stupirò i melomani, ma sostanzialmente penso sia stata una bella idea ed un’ottima produzione, con un cast veramente eccellente. Un cast eccellente… ma con un asterisco, e gli appassionati avranno già capito a cosa mi riferisco: semplicemente c’era un tenore al posto del baritono.

Placido Domingo è un grandissimo artista e uno dei più carismatici tenori dei nostri tempi, questo non si discute, ma certo suscita un sentimento strano vederlo cantare fuori registro. L’intessitura del baritono è circa quattro toni sotto quella del tenore, e quattro toni non sono tanti ma neanche pochi. Anche chi ha cantato solo in un coro sa quanto sia faticoso e innaturale cantare con i bassi quando si è tenori. Significa che le note basse non riesci a prenderle o non riesci a dargli forza, e anche quelle medio-alte non hanno il colore scuro di una voce baritonale. Così è stato per Domingo, e per questo ho detto che mi ha fatto un effetto “strano” sentirlo: in parte di sofferenza mettendomi nei suoi panni, in parte di irritazione nel sentire una voce cantare su una tessitura sbagliata (è come vedere una persona magra che tenta di gonfiare la pancia per riempire la giacca cucita per uno più grasso), e un po’ di frustrazione perché si vede che Domingo mette l’anima in quello che fa, e piacerebbe vederlo in ruolo a lui più consono, che però per via dell’età probabilmente non si sente più di affrontare.

Gli altri interpreti mi sono parsi tutti bravissimi, la soprano russa Julia Novikova, il tenore Vittorio Grigolo, e senza neanche dirlo il grande Ruggero Raimondi (lui sì un vero baritono). Ottima la direzione di Zubin Metha. Anche la regia di Bellocchio, molto curata e fedele alla storia, è stata all’altezza della situazione. Detto per inciso il fatto di recitare nei luoghi veri dove è ambientata l’opera è solo una trovata pubblicitaria o tuttalpiù una cosa curiosa, perché in effetti l’opera è stata scritta per il teatro, e quindi farla a teatro sarebbe stata la scelta più “fedele”. Inoltre se non ricordo male l’opera è ambientata alla corte di Mantova solo per un puro caso, perché all’epoca c’erano problemi di censura e Verdi doveva evitare riferimenti troppo indecorosi per l’aristocrazia della sua epoca. Comunque, se non altro è stata un’occasione per vedere dei bei palazzi rinascimentali.

Il messaggio di Napolitano l’ho trovato bello, sperando che non suoni a vuoto. Ci si può chiedere infatti se questa operazione rinnoverà l’interesse per l’opera da parte di un pubblico più ampio. Da melomane appassionato ci spero, ma è più una speranza che una convinzione.
Il terzo atto stasera alle 23.15.