The Grand Design – L’ultima sparata di Hawking

Periodicamente ritroviamo sui giornali dichiarazioni solenni e apodittiche sulle sorti dell’universo rilasciate da Stephen Hawking, considerato dalla stampa e da tutti i profani una sorta di oracolo in terra che dispensa briciole di saggezza per tutti. In questo caso si tratta dell’ultima fatica divulgativa dello scienziato britannico, The Grand Design, in cui si afferma tra l’altro che l’universo non può essere stato creato da Dio ma si è autocreato da sé. La prima cosa che salta agli occhi leggendo l’articolo del Messaggero è che le idee spacciate per nuove brillanti conquiste intellettuali di Hawking, altro non sono che teorie e fatti noti fin dagli anni settanta o ancor prima – né sarei in grado di dire chi abbia detto per primo che l’universo è autoconsistente, dato che poi è semplicemente un assunto. Quello che afferma Hawking si basa infatti sui lavori classici di Einstein, Hilbert, Friedman ecc. ecc., e di concreto non aggiunge assolutamente nulla a ciò che già si sapeva (l’universo senza bordi spaziotemporali è addirittura un’idea di Riemann!).

Vorrei far presente a chi non è del campo che Hawking non contribuisce più alla ricerca scientifica già da una ventina d’anni e la sua fama è essenzialmente legata alla “radiazione Hawking” dei buchi neri, ai teoremi scoperti con Roger Penrose all’inizio degli anni settanta, e ad un libro universitario scritto con Ellis nel ‘73 (The large scale structure of space-time).
Naturalmente nessuno vuole accusarlo di pigrizia o scarsa intelligenza, è difficile studiare o fare lunghi calcoli per chi è perfettamente sano, figuriamoci per lui con la malattia che ha. Quello che dà fastidio, e che non è accettabile, è in primo luogo il fatto che lo si paragoni a Newton, cosa semplicemente RIDICOLA dato che i teoremi scritti con Penrose non sono che una piccolissima estensione del teorema trovato da Penrose stesso nel 1965, mentre sulla “radiazione Hawking” dei famosi fisici russi, in testa ai quali c’è V.A. Belinski, hanno sollevato pesantissime (e a mio modestissimo parere decisive) obiezioni; non è questo il luogo per entrare nel merito della questione, quello che deve essere chiaro è che non si tratta di nulla di comparabile con la Teoria della gravitazione di Newton. In secondo luogo non è accettabile la leggerezza con cui Hawking stesso fa queste dichiarazioni, che altro non sono che sparate giornalistiche non supportate da nessuna sostanza scientifica. Per esempio quando dice che siamo vicini alla teoria del tutto sta mentendo clamorosamente: il 95% dell’universo si ipotizza che sia “dark matter” e “dark energy”, cioè cose che non sappiamo neanche se esistono; la fisica delle particelle è ancora uno zoo di parametri che non sappiamo derivare da principi primi; e ancora, Relatività generale e Meccanica quantistica sono due teorie sostanzialmente incompatibili, i cui tentativi di conciliazione non hanno portato ancora a niente di lontanamente soddisfacente dal punto di vista teorico né sono in grado di predire nulla di sperimentale: come si può dire che siamo vicini alla teoria del tutto?!

Peggio ancora, quando Hawking dice che la fisica esclude Dio, o quando afferma che: “La creazione dell’universo è stata semplicemente una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica”, non sta facendo altro che un atto di fede, legittimo ma che va preso per tale, dato che non esiste ancora una teoria su come sia nato l’universo. Inoltre Hawking confonde il fenomeno con la descrizione del fenomeno, perché se anche tale teoria esistesse ciò non proverebbe niente: una teoria fisica è una descrizione, al più una spiegazione, di ciò che accade, non la causa stessa. Tant’è che possiamo immaginare leggi della fisica differenti, ed uno potrebbe chiedersi perché queste leggi e non altre. Io non sono credente, ma il concetto di ‘Dio’ è un concetto metafisico che non può essere in nessun modo confutato dalla fisica, né la fisica potrà mai dire che l’universo doveva necessariamente esistere e obbedire alle equazioni di Einstein, o di chi per lui. E questo per il semplice fatto che il nulla non è contraddittorio come non è contraddittoria l’equazione “zero uguale a zero”.

La scienza non è fatta di proclami, ma di affermazioni circostanziate e ben corroborate. A questo proposito voglio ricordare la figura di Nicola Cabibbo, scomparso pochi giorni fa. Ho avuto la fortuna di seguire l’ultimo corso semestrale che questo grande teorico diede alla Sapienza nel 2004 sulla teoria dei campi (“Fisica Teorica III”). Aveva uno stile estremamente umile, pacato, concreto, tanto che a volte le lezioni risultavano anche noiose, ma in seguito ho apprezzato moltissimo quello stile e soprattutto il contenuto di quel corso, che difficilmente avrebbe potuto essere più denso, chiaro ed essenziale. Una volta, in una pausa gli chiesi cosa ne pensava della teoria delle stringhe e molto umilmente (con una certa mia sorpresa, che al liceo avevo letto i libri di Hawking e ingenuamente consideravo la teoria delle stringhe chissà quale vertice della fisica) mi disse “che ne sapeva poco o nulla”. Ripensandoci anni dopo capii che molto probabilmente era un modo diplomatico per dirmi che non ci avrebbe scommesso un centesimo. E come lui molti altri scienziati che ho incontrato in seguito erano della stessa opinione, perlomeno tutti quelli che mi sembravano i più seri. Hawking invece sullo stesso argomento si è pronunciato sempre in modo diverso, dicendone peste e corna o elogiandola a seconda di come girava il vento.
Cabibbo era uno che cercava problemi “semplici” e li risolveva, Hawking è uno di quelli a cui piace fare le sparate. Uno ha portato avanti la scienza, l’altro ha fatto vendere un mucchio di giornali, ecco la differenza.

Rigoletto a Caracalla 2010

Grandi applausi e molti “bravo” ieri sera per Gilda e il Duca di Mantova, interpretati rispettivamente dall’australiana Jessica Pratt e dallo spagnolo Celso Albelo, che nonostante le loro origini estere hanno sfoggiato una pronuncia mirabilmente italiana. Anche Vladimir Stoyanov, che vestiva i panni Rigoletto, è stato molto applaudito, seppure mi sia parso – sarà che ho in mente l’interpretazione di Tito Gobbi… – un po’ in difficoltà con la voce(*): perlomeno poteva dare qualcosa di più nell’interpretazione vocale, mentre nella recitazione è stato molto bravo. A ogni modo la stella della serata è stata senza dubbio la lattea e procace Jessica Pratt, tanto che l’opera in questo caso avrebbe potuto intitolarsi non Rigoletto ma Gilda… Buona la direzione d’orchestra, di Donato Renzetti, e anche la regia sostanzialmente fedele, di Lamberto Puggelli, che limita le innovazioni ai costumi e alla scenografia: i costumi nel primo atto sono del ‘700 poi negli ultimi due atti diventano dell’epoca di Verdi, mentre la scena si svolge davanti ad antiche mura romane, le quali ben si accostano ai maestosi ruderi delle terme di Caracalla che svettano sullo sfondo. Insomma, complessivamente una buona messinscena.

(*) Oggi, guardando l’ultimo video inserito sul sito del Teatro dell’opera (“Cortigiani vil razza”) mi sono detto: “Cavolo, se il baritono ieri sera ha cantato così allora avevo proprio le orecchie attappate!”, poi mi sono accorto che il video, benché inserito pochi giorni fa, è del 1991, con i grandissimi Leo Nucci e Bruno Bartoletti…

La vera e la falsa Tempesta

«I nostri giochi sono ormai finiti. Questi nostri attori,
Come vi dissi, erano tutti spiriti, e
Sono svaniti nell’aria, nell’aria impalpabile;
E come il tessuto senza sostanza di questa visione,
Le torri che salgono alle nubi, gli splendidi palazzi,
I templi solenni, il grande globo della terra stessa, –
Sì anch’esso, con tutto ciò che contiene, si dissolverà,
E come questa labile finzione ormai svanita,
Non lascerà traccia alcuna. Noi siamo fatti
Della stessa sostanza dei sogni; e la nostra breve vita
È anch’essa racchiusa nel cerchio d’un sonno.»

Questo brano, che ho tradotto come meglio ho potuto, è forse il più celebre della Tempesta, una delle ultime commedie di Shakespeare, considerata una sorta di testamento spirituale del grande drammaturgo. Nella pièce si mescolano con sapiente alternanza tragedia e commedia: il rischio di morire nella tempesta, il naufragio sull’isola deserta, l’esilio di Prospero e Miranda, si intrecciano col tema della magia di Prospero e degli spiriti, e poi con la buffa vicenda di Trinculo e Stefano, improbabili re e ministro di un’isola che credono tutta loro (una velata ed esilarante parodia del potere). Non manca neanche l’amore puro dei vergini, quello tra Miranda e Ferdinando, come pure il tema della brama di potere: Prospero è stato esiliato a tradimento dal fratello Antonio che «Divenuto abilissimo nell’arte di concedere favori o di negarli, di elevare/ certuni e i frenare i troppo arditi,/ rinnovò gli uomini che mi erano fedeli,/ o meglio li mutò, trasformandoli nell’animo./ E avendo le chiavi per costringere alla legge,/ accordò ogni cuore dello Stato sul tono/ più gradevole per il suo orecchio. E, in breve,/ divenne l’edera che avvolse il mio tronco di principe/ e ne succhiò la linfa» (traduzione di S. Quasimodo). Insomma tutti temi tipicamente shakespeariani, che però vengono visti in una chiave a tratti onirica e quasi misteriosa. Quest’opera infatti, pur nel realismo dei caratteri, è pervasa costantemente da un alone di magia; emblematico è il personaggio di Prospero, che viene a dipanare un disegno, potremmo dire salvifico o ‘provvidenziale’, che governa l’andamento di tutto l’intreccio fino alla sua risoluzione finale. 
Vorrei sottolineare che tutti gli ingredienti di cui sopra si intrecciano sempre con un fine edificante, mai per semplice intrattenimento (come invece è di moda tra gli scrittori di oggi, che non pretendono di insegnare nulla e che infatti non insegnano nulla). 
In quegli anni il tema del sogno lasciò una grande traccia nella letteratura europea. Shakespeare l’aveva affrontato già nel 1594, in una delle sue prime commedie, La bisbetica domata, dove ritroviamo la labile distinzione tra sogno e realtà (La Tempesta è del 1610 circa). Nel 1633 troviamo poi la celebre commedia di Calderón, La vita è sogno, dove è largamente sviluppato lo stesso tema («e l’esperienza mi insegna/ che l’uomo che vive sogna/ quel che è, fino al risveglio»), infine nel 1641 Cartesio pubblica le Meditazioni metafisiche dove lo stesso tema è affrontato frontalmente: esistiamo veramente, o ciò che vediamo è tutto frutto di un inganno divino? come possiamo distinguere il sogno dalla realtà? Cartesio individua la distinzione tra sogno e realtà nel fatto che «i sogni non si collegano mai, tramite la memoria, con tutti gli eventi della vita, come accade invece a chi è desto». Tornando alla Tempesta, possiamo menzionare che anche Berlioz fu ispirato dall’atmosfera di questa commedia, da cui trasse una bellissima fantasia per coro e orchestra, che poi confluì nel Lelio(di recente diretto magistralmente da Muti, con Depardieu voce recitante).
Fin qui la vera Tempesta. La “falsa” tempesta, a cui mi riferisco nel titolo di questo post, è invece quella che è di scena in questi giorni al Globe Theatre di Roma, segnata dalla partecipazione di Albertazzi nel ruolo di Prospero. È falsa nella recitazione: stravolta, fuori luogo, spesso disumana e addirittura animalesca; ma è falsa anche nelle musiche di scena, sempre tetre, spettrali, dissonanti: persino negli intermezzi comici, dove l’atmosfera dovrebbe essere tutt’altra! È falsa per la mancanza di sentimento degli attori (i peggiori sono quelli che interpretano Ferdinando e Miranda)… in una parola la regia di Daniele Salvo è completamente da dimenticare. Peccato perché questo regista, sentendolo parlare alla radio, aveva detto cose sensate, cioè che “non bisogna allontanarsi dalla drammaturgia”, o di “non voler storpiare la storia” ecc… tutte chiacchiere! Diamogli atto di avere ambientato la storia su un’isola deserta e non in un fast-food o in una discarica, come avrebbe fatto un regista tedesco, ma tutto il resto?! La recitazione è così balorda che una persona che non conoscesse la storia non ci capirebbe nulla! Miranda recita come avesse le doglie di una partoriente: ma dove l’ha letto nel testo?! Ad aggravare tutto ciò, ci si mettono degli inutili effetti sonori che distraggono lo spettatore e talvolta gli impediscono pure di sentire le battute! L’unico che si salva in fin dei conti è proprio Albertazzi, non perché faccia nulla di eccezionale: semplicemente recita la sua parte con naturalezza, senza voler strafare. E l’applauso finale penso sia più per lui e i suoi rispettabilissimi ottantasette anni (complimenti!), che per lo spettacolo, il quale risulta complessivamente molto noioso.

Aida 2010 alle Terme di Caracalla

Bella rappresentazione ieri (16/07/2010) alle terme di Caracalla dell’Aida di Verdi, opera della quale lo stesso Tchaikowski disse di esserne stato “rapito”. Senz’altro il protagonista indiscusso del cast di ieri sera è stato il direttore d’orchestra, Daniel Oren, che ha offerto uno spettacolo nello spettacolo. La sua direzione è stata infatti sempre attenta e puntuale lungo tutta quanta la performance, e ha spronato (talvolta platealmente) l’orchestra a dare tutta se stessa quando ce n’era bisogno (sulla marcia trionfale ha più volte fatto dei segni alle trombe come a dire “Non vi sento, crescete!”). Anche dirigendo il canto della solista, il soprano Raffaella Angeletti, si è mostrato molto sensibile e attento nel guidarla sulla giusta interpretazione dinamica del pezzo. L’impressione è stata però che l’Angeletti, molto brava sui piano e i pianissimo, non avesse poi una voce sufficientemente potente per reggere i crescendo, e forse è mancato questo per arrivare al calore dell’emozione. Viceversa il pubblico, nonostante il caldo (o forse proprio a causa del caldo) si è dimostrato un po’ freddo negli applausi.
Il tenore, Alberto Mastromarino, mi è parso in generale bravo ma con qualche carenza nella recitazione e un po’ in difficoltà con la voce nel finale. A discolpa dei cantanti forse si possono addurre l’umidità e l’acustica che all’aperto, in un ambiente poi così grande, sicuramente non è il massimo.

E devo aggiungere che anche per l’ascoltatore, soprattutto se non è abbastanza ricco da potersi permettere i posti più vicini (da 50 euro in su), un ambiente così grande e affollato non è l’ideale per gustare un’opera d’arte. Inoltre si è ormai diffusa questa sciocca mania del pubblico di far foto durante la rappresentazione (con tanto di “clic” sonori! che cafonaggine!), che distrae chi vuol seguire l’opera e distrugge l’incantesimo del teatro. Oltre al fatto che è espressamente vietato fare foto, mi chiedo: ma per quale motivo le fanno? quando si possono scaricare benissimo da internet o farle alla fine, al momento degli applausi.

Tornando all’opera, la regia che come nel 2008 è di Maurizio Di Mattia, è stata fedele al libretto e quindi buona; anche l’allestimento è lo stesso di due anni fa probabilmente per far fronte ai tagli (ad ogni modo meglio risparmiare sulle scenografie che sui cantanti). Ultima cosa da segnalare nelle repliche del 3 e 5 agosto ci sarà il soprano Amarilli Nizza, che sulla carta penso dovrebbe essere la migliore delle tre interpreti.
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Shakespeare giovane al Globe

È un piacere segnalarvi l’ottima produzione de I due gentiluomini di Verona, attualmente in scena al Globe Theatre di Roma (fino al 18 luglio). Questo è uno dei rari casi in cui attori, regista, traduttore e musicista hanno lavorato di comune accordo per restituire freschezza e nuova vita ad un testo del passato. Non ci sono stati stravolgimenti né forzature, e neppure quella recitazione da museo che talvolta si vede e allontana i giovani dal teatro: ne risulta uno spettacolo godibilissimo e pure edificante (ma come potrebbe non esserlo Shakespeare, se recitato bene?).

Tra gli attori spiccano gli ottimi Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia, la regia sobria e giusta è di Francesco Sala, mentre dietro le quinte ritroviamo anche la coppia Cerami-Piovani, rispettivamente come traduttore e autore delle musiche di scena. In particolare è da segnalare la romanza cantata da Proteo (prima a Giulia, poi a Silvia… anche l’uomo è mobile!), che mi pare un ottimo esempio di musica leggera ben scritta. Non avendo letto l’originale non posso dire quanto la traduzione si sia scostata dal testo inglese, comunque nella nota sulla locandina Cerami dice di aver “tradito la lettera per rimanere fedele allo spirito” e il risultato mi sembra che fili bene, sicuramente non c’è pedanteria (*).

Questa è una delle commedie giovanili del Bardo, una delle prime assieme alla Bisbetica domata e al Tito Andronico, e per certi versi è più “leggera” delle successive – sicuramente meno densa di contenuti rispetto alle tragedie della maturità e quindi anche più facile da recitare. Ma rimane pur sempre Shakespeare. Per di più alle prese con il grande tema dell’amore e del tradimento, e con un testo che già mostra tutto il suo talento nella poesia, nell’inconfondibile profondità psicologica che rende credibili tutti i personaggi, e nella saggezza nel muovere invisibilmente la trama verso il bene. Quindi onore a questa produzione che ha saputo rimanere fedele a questo spirito.

In conclusione, si è visto uno Shakespeare tre volte giovane al Globe – nel testo, nell’interpretazione e nel pubblico – per cui, in attesa di Albertazzi e della più impegnativa Tempesta, non possiamo che congratularci con quest’inizio di stagione all’insegna della freschezza.

(*) Dopo aver dato una scorsa all’originale, noto che Cerami ha sorvolato (se non erro) su alcuni riferimenti alla mitologia, oggi in effetti poco noti, e ha tolto un personaggio minore, Eglamur. Fin qui poco male, unico appunto questo: sulla battuta “-Schizzo: Non ha denti. – Ciriola: Non m’importa neppur di questo, perché la crosta piace a me”, si è tolta la casta crosta e lasciato intendere un’oscenità che si poteva evitare. È vero che anche Shakespeare talvolta usa i doppi sensi, ma rimangono quasi sempre all’interno di ingegnosi giochi di parole e leggendolo non li ho mai trovati volgari, mentre capita spessissimo a teatro di trovarli enfatizzati e addirittura accentuati con la mimica, tanto da diventare insopportabilmente volgari. Va chiarito che in questi casi la colpa è dell’interpretazione, non del testo (a questo riguardo sono interessanti le lezioni di Muti sulla direzione d’orchestra, perché anche in musica si può volgarizzare una melodia ad onta del compositore). Chiudendo l’excursus, volevo comunque precisare che a parte quella battuta lo spettacolo in questione si distingue al contrario per non essere volgare, una dote tanto rara quanto preziosa di questi tempi.

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Dostoevskij e la pena di morte

E’ di ieri la notizia di una nuova esecuzione capitale effettuata negli Stati Uniti, questa volta mediante l’antica procedura della fucilazione: un piccolo plotone di cinque tiratori scelti (volontari tra l’altro) ha giustiziato un uomo colpevole di duplice omicidio; il condannato aveva chiesto la grazia per buona condotta ma il giudice non gliel’ha accordata.
Sulla pena di morte si è discusso molto in Europa, soprattutto nell’ultimo secolo. La maggior parte dei pensatori fino a metà ottocento era favorevole, o per lo meno la accettava come una cosa normale, tra questi per esempio Goethe (nel Wilhelm Meister secondo) e Baudelaire, che da un punto di vista cristiano la considerava anzi un’opportunità del condannato per espiare la propria colpa, e per questo era contrario anche all’uso del cloroformio per alleviare il dolore.
Non penso che queste opinioni debbano stupire né scandalizzare perché quelli erano tempi diversi, in cui si moriva molto più facilmente e l’indigenza di una larga fetta della popolazione non permetteva l’idea di spendere denaro per sostentare a vita persone ree di omicidio. Inoltre, da un punto di vista più caritatevole, considerando le condizioni dei carceri di cento anni fa (che immagino orribili), penso che la pena di morte tutto sommato non fosse peggio dell’ergastolo. In questo panorama è però da notare la testimonianza di Dostoevskij, il quale nel suo celebre romanzo, L’Idiota, riversa la sua esperienza personale, sia di spettatore esterno, che di condannato a morte. Anche lui, accusato di cospirazione, fu portato fin davanti al plotone di esecuzione. Era il 1848 e Dostoevskij era ventisettenne, ma in quel caso invece di essere fucilato per sua (e nostra) fortuna ricevette la grazia, che consisteva nella commutazione della pena a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Invito chiunque voglia avere una vivida descrizione degli istanti precedenti ad una esecuzione a leggere i relativi passi nell’Idiota. Egli esprime così le sue conclusioni: «Secondo me, uccidere perché si è ucciso rappresenta una punizione incomparabilmente più terribile dello stesso delitto commesso. Venire giustiziato in base ad un verdetto è molto più terribile che venire ucciso da briganti».

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Manon di Massenet a Roma

La serata di ieri sera (18/06/10) in cui si dava la seconda replica della Manon di Massenet si è aperta con un sentito appello del personale del Teatro dell’Opera di Roma a schierarsi contro il recente decreto Bondi che prevede i noti tagli alle fondazioni liriche. Un appello e una denuncia che penso siano largamente condivisibili, contro questa linea politica «che rischia di compromettere il passaggio della cultura musicale alle generazioni future» (cito a braccio). L’aria di crisi ieri sera era aggravata dal fatto che il teatro era ingiustamente semivuoto, ad eccezione della galleria e delle balconate più alte (cioè i posti più economici).

Ho detto ingiustamente perché dal punto di vista artistico la serata di ieri si è mantenuta complessivamente ad un livello senzaltro eccellente. La direzione d’orchestra, forse leggermente opaca nei primi due atti, mi è parsa poi più convincente nella seconda parte, ed anche la regia seppur perfettibile in qualche dettaglio, è stata assolutamente soddisfacente – niente a che vedere con le porcate che si vedono a Berlino, vedi i post precedenti, e di questo possiamo essere orgogliosi. Ma i protagonisti indiscussi della serata sono stati il tenore francese Jean-François Borras, elegante ed espressivo, e soprattutto la soprano Sylwia Krzysiek. Questa cantante, avvantaggiata dalla natura da una bellezza incantevole, quasi angelica con i suoi lunghi capelli biondi, si è segnalata per la grande tecnica vocale ed un grandissimo impegno espressivo. In questa produzione la Krzysiek è nel secondo cast (mentre l’altro ieri alla prima trasmessa in diretta radiofonica la più quotata Annick Massis ha avuto dei problemi di voce), ma penso che non le si possa che augurare una rapida e fortunata carriera, ed è probabile che in breve tempo la ritroveremo come nome di spicco nei teatri più importanti del mondo.

Per quanto riguarda l’opera in sé, la Manon di Massenet è forse un po’ inferiore al capolavoro di Puccini, sia per potenza drammatica che per incisività melodica, eppure rimane musica raffinatissima e sempre piena di grazia (per esempio è bellissima l’atmosfera briosa creata dai violini all’inizio del secondo atto). Insomma, – aspettando magari di rivedere la Krzysiek anche nel ruolo della Manon pucciniana – mi auguro che nel frattempo il pubblico romano risponda con più presenze alle prossime repliche che si terranno fino al 24 giugno, perché proprio lo meritano.

Le vane illusioni dei premi letterari



Premetto che è una buona cosa che esistano i premi letterari, e che ogni bravo scrittore ha legittimamente diritto ad aspirarvi, se non altro per vedere pubblicamente riconosciuto il valore dei suoi scritti. Ciò che segue quindi si riferisce a certe cattive abitudini delle giurie, non ai premi letterari in sé.

Non è difficile capire che per ogni premio vinto un libro può vendere centinaia, migliaia, e – a seconda dell’importanza del premio –, forse anche centinaia di migliaia di copie in più, per cui gli editori hanno tutto l’interesse ad accaparrarsi questi premi. Naturalmente non credo a complotti su larga scala, ma non posso neanche non sospettare che le “amicizie” giochino un ruolo determinante.

Insomma già da tempo sospettavo fortemente della reale limpidezza di questi premi letterari, per cui mi ero ripromesso di non partecipare più a concorsi a pagamento, foss’anche di “dieci euro per contributo spese”, e semmai tentarne qualcuno di quelli più “seri” che non chiedono soldi. Tra questi mi ero convinto che il “Premio Dessì” facesse al caso mio, ma poi leggendo

l’istruttivo post di questo blog, mi è venuta voglia di vederci più chiaro, e ho speso una mattinata ad analizzare il curriculum dei vincitori degli ultimi dieci anni. Ho trovato questo: 6 erano pubblicati da Einaudi, 6 da Mondadori, 2 Feltrinelli, 2 Garzanti, 2 Il Maestrale, 1 SBS e 1 Guanda (vedi istogramma). Ora, Il maestrale e SBS sono due piccole case editrici sarde, e il premio si svolge in Sardegna… Nel regolamento non si parla di un premio per gli scrittori sardi bensì di un premio “nazionale”, però, tutto sommato, finché premiano persone meritevoli, una piccola predilezione per i conterranei si può anche accettare. Il punto è un altro: l’età media è di 59 anni per i poeti, e 50 per i narratori (vedi il grafico), i quali sono quasi tutti professori universitari o affermati giornalisti. Negli ultimi tre anni è vero c’è stata una diminuzione dell’età media per i narratori, ma sempre scrittori della scuderia Einaudi… Giovani o esordienti? Zero. E pensare che nel bando c’è scritto: “Il Premio letterario Giuseppe Dessì viene assegnato ad opere di narrativa e di poesia che si distinguano per qualità letteraria, anche fuori o al di là del successo commerciale e pubblicitario”. Non sarebbe stato più onesto mandare il bando soltanto a quel gruppetto di case editrici tra le quali di fatto si svolge la contesa? Perché far buttare soldi a poveri esordienti quando poi il premio lo danno alla Merini? (alla Merini settantunenne del 2002, non certo alla Merini degli anni ottanta alla disperata ricerca di una casa editrice). Voglio credere che almeno tra i “big” vinca il più meritevole, però che vengano presi in considerazione anche autori giovani e senza protezioni ne dubito proprio tanto… e questa non è una bella cosa soprattutto considerando che sarebbero proprio i giovani a trarre il maggior vantaggio – sia morale che economico – da un riconoscimento pubblico.

Leggendo un altro punto del regolamento vedo che “i giurati possono indirizzare la propria attenzione anche su opere diverse da quelle pervenute direttamente da parte degli autori e/o delle Case Editrici”, quindi in teoria potrei vincere anche senza partecipare…! Beh, considerando che non sono pubblicato né da Mondadori né da Einaudi, e che non sono sardo, le probabilità che ho di vincere partecipando o no sono praticamente le stesse (cioè infinitesimamente piccole): almeno se non partecipo risparmio i quasi duecento euro che mi costerebbe comprare e spedire undici copie del mio libro!

MP

PS: Ai giurati del Premio Dessì: potete scaricare il mio libro gratuitamente da qui. Se vinco mi raccomando fatemi sapere: vi prometto che vengo!

Una lezione di teatro e le regie degli orrori.

AMLETO – Il gesto sia accordato alla parola
e la parola al gesto, avendo cura
soprattutto di mai travalicare
i limiti della naturalezza;
ché l’esagerazione, in queste cose,
è contraria allo scopo del teatro;
il cui fine, da quando è nato ad oggi,
è di regger lo specchio alla natura,
di palesare alla virtù il suo volto,
al vizio la sua immagine,
ed al tempo e all’età la loro impronta.
Se tutto questo dall’azione scenica
riesce esagerato o impicciolito,
potrà far ridere l’incompetente,
ma non potrà che urtare il competente
il cui giudizio deve aver per voi,
che siete del mestiere, più importanza
di un’intera platea di tutti gli altri.
Ho visto e udito attori
(e udito anche lodarli e stralodarli,
per non dire di più, quantunque privi
d’accento e di movenze nel gestire
non dico da cristiani o da pagani
ma nemmeno da uomini comuni),
recitare gonfiandosi,
sbuffando e urlando in modo sì scomposto
da far pensare che madre natura
abbia commesso a fabbricare uomini
a qualche manovale da strapazzo,
che li abbia impastati malamente,
tal era la maniera abominevole
con la quale imitavano il reale.
PRIMO ATTORE – Spero che tutto questo in mezzo a noi
si sia corretto sufficientemente.
AMLETO – Giova però correggerlo del tutto,
sì che chi fa la parte del buffone
badi a non dire più di quel che è scritto;
perché ci son di quelli che sghignazzano
per tutto il tempo già per conto loro,
sol per suscitare le risate
d’un certo numero di spettatori
ignoranti, ed a volte proprio là
quando dovrebbe farsi risaltare
qualche passaggio essenziale del dramma.
Questa è davvero roba da villani,
che dimostra una misera ambizione
in quello stolto che vi fa ricorso.
Ed ora andate pure a prepararvi.
(Amleto, atto III, scena II; trad. di Goffredo Raponi, da LiberLiber)

Ieri sera tutte le succitate, basilari, regole del teatro sono state sistematicamente violate, calpestate e peggio ancora, – come succedeva anche ai tempi di Shakespeare -, pure applaudite. E’ successo al Deutsche Oper di Berlino dove ho assistito alla premier di Turandot con la regia di Lorenzo Fioroni (pure italiano: che vergogna condividere la stessa patria!). Pertanto, con buona pace di chi ama tali delitti, «vo’ sfogar la stizza che mi move» questo tipo di regia attualmente di moda in Germania e in buona parte d’Europa. Tale “filosofia” teatrale può riassumersi nella sistematica violazione delle seguenti regole:

1) «Il gesto sia accordato alla parola
e la parola al gesto, avendo cura
soprattutto di mai travalicare
i limiti della naturalezza »

Al contrario, i regisseurs moderni professano l’infedeltà al testo elevata a sistema, e nella fattispecie prediligono tutto ciò che è mostruoso, innaturale, esagerato, goffo, caricato, volgare e sgraziato. A sentir loro (dicono tutti la stessa cosa i nostri originali) il motivo sta nel fatto che il mondo in cui viviamo è brutto, volgare ecc. Ma bravi! Allora rendiamo anche il teatro così, complimenti!

2) «Chi fa la parte del buffone
badi a non dire più di quel che è scritto;
perché ci son di quelli che sghignazzano
per tutto il tempo già per conto loro,
sol per suscitare le risate
d’un certo numero di spettatori
ignoranti».

I nostri registi invece le incentivano e le prescrivono le buffonate gratuite, forse per paura di irritare la parte più ignorante del pubblico che magari si sentirebbe offesa da troppa arte. Non capiscono che ciò «potrà far ridere l’incompetente,
ma non potrà che urtare il competente
il cui giudizio deve aver per voi,
che siete del mestiere, più importanza
di un’intera platea di tutti gli altri.»

3) Evitare buffonate soprattutto «là
quando dovrebbe farsi risaltare
qualche passaggio essenziale del dramma.»

Ecco un un’altra caratteristica tipica di questi imbecilli: deviare l’attenzione del pubblico dal fuoco dell’azione nei momenti più salienti. Ieri per esempio durante entrambe le arie di Liù, quando tutti gli altri personaggi avrebbero dovuto stare immobili ad ascoltarla, rapiti dal dolore della tenera fanciulla, ecco invece che entrano in scena comparse che non hanno nulla a che fare non solo con quella scena ma con l’opera stessa!! Perché? mi chiedo: per intrattenere il pubblico incolto che forse si sarebbe annoiato… o per distrarre l’attenzione dalla voce sgraziata del soprano (pure manco a dirlo applauditissimo)… o era un modo del regista per mettersi in mostra? E’ proprio il caso di dire:

«Questa è davvero roba da villani,
che dimostra una misera ambizione
in quello stolto che vi fa ricorso.»

La cosa più deprimente è che anche il pubblico dell’opera, che dovrebbe essere il più colto dei pubblici, applaude queste mostruosità. Si parla tanto del progresso, ma i secoli passano e la gente non cambia. A voi registi invece dico solo questo: fate un passo in dietro, e rileggete Shakespeare.

«Ed ora andate pure a prepararvi».

PS: Tanto per farvi capire meglio quello che hanno applaudito ieri sera al Deutsche Oper vi racconto il finale: Turandot uccide il padre, il saggio re della Cina che implorava «Basta sangue», e che nella mise en scene di ieri era vestito da dittatore alla Saddam Hussein; per non essere da meno, Calaf (il tenore Roy Cornelius Smith che tra l’altro ha cantato tutto di gola, orribile) uccide anche lui l’amato padre Timur, nobile re in esilio, che per l’occasione è diventato un alcolizzato con la busta della spesa in mano. Sic.

L’opera e gli operai

Ieri Napolitano ha firmato il decreto Bondi sulla riorganizzazione degli enti lirici e sinfonici. Non voglio qui entrare nel merito del decreto che non conosco nel dettaglio, e che non potrei comprendere neanche leggendolo tutto poiché non sto all’interno del sistema cui si riferisce. Parlo quindi semplicemente da appassionato di musica e da frequentatore di teatri. In particolare volevo rispondere ad alcuni commenti che ho letto sul web e che probabilmente corrispondono a opinioni in qualche modo diffuse: qualcuno si chiede perché si debbano dare soldi alle fondazioni liriche, alle orchestre, ai teatri eccetera quando ci sono operai in cassa integrazione, fabbriche che chiudono, lavoratori sottopagati e via dicendo.

La risposta è semplice per chi apprezza il valore dell’arte, ma forse incomprensibile per chi vive di solo mangiare, bere e accoppiarsi: preservare l’arte, e quindi gli artisti, è un dovere inalienabile della nostra – di ogni – società civile perché c’è in gioco la nostra identità culturale e, senza esagerare, il senso stesso della nostra esistenza. A che servirebbero tutte le industrie del mondo per un popolo di analfabeti? a cosa la ricchezza più copiosa senza la capacità di impiegarla in qualcosa di nobile e di elevato. In una parola senza l’arte. Si potrebbe dire con Crisippo “stulto nulla re opus est – nulla enim re uti scit” (allo stolto non serve nulla, tanto nulla sa usare).

In particolare i teatri, che siano di prosa o di lirica, sono il luogo d’incontro d’eccellenza per ogni persona colta e sensibile, cioè, con gli inevitabili gradi differenziali, si spera di ogni cittadino. Povero è quel paese in cui a teatro ci vanno solo i ricchi o una piccola cerchia di intellettuali. Anzi i finanziamenti pubblici dovrebbero proprio servire per poter abbassare i prezzi dei biglietti e poter permettere soprattutto ai giovani, agli studenti e alle classi più povere di poter andare a teatro senza una spesa eccessiva. Qui a Berlino, dove sto in questi mesi, c’è per esempio un’ottima iniziativa chiamata Classic Card che permette a tutti i giovani al di sotto dei trent’anni di prendere i migliori posti disponibili un’ora prima della recita a soli 10 euro per le opere, e 8 per i concerti: all’Opera di Roma il posto più economico per uno studente è la piccionaia a 17 euro (anche se i posti in prima fila restano vuoti). Promuovere queste iniziative penso sia di vitale importanza anche in prospettiva del futuro.

Chi dice che prima bisognerebbe pensare alle fabbriche e ai sottopagati non capisce che con questo ragionamento il teatro non sarebbe mai esistito – senza peraltro risolvere granché perché quelli sonno problemi che vanno completamente oltre il teatro. Qualcuno potrebbe obbiettare che i soldi sono mal spesi. E’ vero esistono anche gli impostori, persone ignoranti e senza scrupoli che grazie a doti truffaldine riescono a diventare famosi e magari ad usurpare la nomea di artista: ma allo stesso tempo ci sono molti altri che dedicano effettivamente la vita all’arte, magari anche umilmente, e vanno protetti. E’ inevitabile che qualche parte dei soldi pubblici finisca in tasche poco degne, ma non per questo si può penalizzare tutta la categoria, sarebbe come dire “in Italia c’è chi non paga le tasse, allora radiamola al suolo”. Sicuramente ci sono cose da migliorare nell’assegnazione dei soldi, ma questo è un altro discorso. Quello che è sicuro è che abbiamo un patrimonio di valore inestimabile che dobbiamo proteggere e anzi valorizzare: per chi non lo sapesse qui a Berlino un’opera su due è italiana, e spesso i direttori e i cantanti migliori sono italiani, e tutte le sere c’è il tutto esaurito. A Verona, Pesaro, Caracalla vengono da tutto il mondo per vedere i nostri allestimenti, lo sanno tutti meno che noi.