2020: poteva andare peggio

Personalmente non voglio e non posso lamentarmi perché a molti è andata molto ma molto peggio. E se qualcosa poteva andarmi meglio (e sicuramente poteva) non è stata colpa del Covid. Può sembrare irrispettoso nei confronti di chi ha sofferto dire che per me il 2020 non è un anno da buttare via, ma d’altra parte quando diciamo che un anno è andato male o bene lo diciamo sempre rispetto a noi o alla nostra cerchia di cari, in secondo luogo alla nazione… e in ultimissimo posto al mondo, anche perché sennò sarebbe impossibile trovare qualche anno buono.

Il mio 2020 era iniziato alla grande con Maternità inattesa, finalmente in tre atti, con tanti applausi e un ottimo feedback al Teatro Due e Lo Spazio; poi il doppio premio con Tonio split brain al Teatro San Paolo, e in contemporanea il debutto de Il sangue con Lara Chiellino in una versione pilota di due date sempre al Teatro Due. Già sulla seconda data – era il 1 marzo – avemmo parecchie defezioni per il montare della prima ondata. Nonostante ciò, quel giorno presi un biglietto d’aereo per aprile, confidando ottimisticamente che se ci fosse stata una serrata, come mi sembrava ormai certo, sarebbe però durata al massimo un mese: “Ti pare che dopo Pasqua avremo ancora questo problema?” E invece…

Detto questo è stato un anno difficile ma pure stimolante, anche a livello nazionale. Ora abbiamo un’idea meno vaga di cosa abbiano vissuto i nostri antenati quando c’era un’epidemia – per quanto nessuno vorrebbe veramente rivivere quello che hanno vissuto loro, con le strade piene di morti.

Se guardiamo indietro alla storia d’Italia, anche quella recente, di anni tremendi ce ne sono stati a bizzeffe. Per i bolognesi per esempio credo che il 1980 – con la strage di Ustica e della Stazione – sia stato anche peggiore del 2020, se non lo consideriamo solo dal profilo economico. Non parliamo poi degli anni della guerra, anzi delle due guerre; a Caporetto ci furono 12.000 morti in un giorno (ma quasi ogni battaglia aveva quei numeri).

Dobbiamo sempre ricordarci che viviamo in un raro periodo di pace in una delle parti più fortunate del pianeta, e se chiedete a un afgano o a un siriano vi dirà magari che il 2018 o il 2012 sono stati peggio del 2020, con tragedie quasi incommensurabili rispetto alla nostra. Soltanto trent’anni fa tutti questi morti non ci sarebbero stati neanche in Italia per il semplice motivo che si moriva prima (l’età mediana è aumentata dal 1990 a oggi di circa dieci anni). E tutto sommato il 2020 si è chiuso con la nota positiva del vaccino, trovato a tempo record (interessante la storia della ricercatrice che l’ha scoperto, Katalin Karikó).

La primavera ci aveva dato un po’ di sollievo e la seconda ondata potevamo anche evitarcela, come se la sono evitata in Cina. Questo sì che poteva andare meglio. Tutti gli epidemiologi dicevano che ci sarebbe stata, invece ci ha fatto comodo credere a quei due o tre dott. Tersilli che in televisione dicevano “tranquilli, tranquilli, ottimismo, ottimismo”. Ha fatto comodo soprattutto ai politici che avrebbero dovuto dar prova di troppa competenza nel gestire i tracciamenti. «Nulla di nuovo sotto il sole» mi verrebbe da dire.

E così hanno chiuso di nuovo i musei, i cinema e i teatri. Di questi tre il comparto che mi sta più a cuore è anche quello che ne ha sofferto di più: il teatro. Per teatro intendo quello di prosa, ma anche quello musicale e le sale da concerto che in tutto e per tutto sono assimilabili al teatro in quanto spettacoli dal vivo. Anch’io ho partecipato, come autore, a degli esperimenti di streaming su Instagram e YouTube. L’ho fatto con curiosità e piacere, e senz’altro sono stati esperimenti utili per tenerci vivi, benché certo non possano sostituire il pubblico dal vivo, che è importante tanto quanto chi è sul palco.

Ma sempre per ricordarci che ci sono stati tempi ben peggiori: tra il 1603 e il 1613 i teatri londinesi furono chiusi per 78 mesi a causa di diverse ondate di peste. In una di queste Shakespeare si ritirò in campagna e scrisse due poemi, nei quali peraltro non parlava affatto di peste e di epidemie perché si sa che ogni tanto ritornano. D’altra parte erano uomini e donne temprati a sofferenze che quasi non ci immaginiamo e che comunque ci risparmiamo volentieri.

L’ultimo concerto del 2020 al Teatro dell’Opera di Roma, due giorni prima della chiusura.

Non ci sono i teatri ma ci sono comunque i libri. Se il tempo che si dedicava ad andare a teatro lo dedicassimo alla lettura, quando si riapriranno i teatri avremo un pubblico più esigente e magari anche spettacoli di maggiore qualità (di certi spettacoli non si sente affatto la mancanza, diciamocelo pure). Dal punto di vista della lettura il 2020 non è stato un cattivo anno:

A ottobre 2020 gli italiani (15-74 anni) che dichiarano di aver letto almeno un libro (anche solo in parte, compresi eBook e audiolibri) sono il 61%, in crescita di tre punti percentuali rispetto ai valori di maggio 2020 e ottobre 2019 (58%) e di 6 rispetto al 2018 (55%). In valore assoluto sono 27,6 milioni.

Indagine AIE, Più libri più liberi

A proposito di libri, il 30 agosto è uscita la prima parte del mio ultimo romanzo L’amore dopo Darwin, vol.1. Spero per l’estate prossima di concludere anche la seconda parte, salute fisica e psichica permettendo.

Quanto al futuro… mi preoccupa più del presente. Ci stiamo mangiando il pianeta a morsi e il Covid non è stato che un piccolo intoppo in questa grande abbuffata. Ad aprile abbiamo tutti gioito per l’accoppiamento dei panda dello zoo di Hong Kong; da dieci anni avevano raggiunto la maturità sessuale, e ora abbiamo capito perché non si erano mai accoppiati: era per il disturbo dei turisti. Molte altre specie animali si sono giovate della nostra momentanea assenza, e le emissioni di CO2 sono state abbattute quasi del 9% (oltre ogni più rosea aspettativa). Come ha già osservato il fisico Tartaglia, facciamo qualcosa per l’ambiente solo per sbaglio. A questo punto voglio eliminare un possibile fraintendimento: proteggere le foreste e le specie in via d’estinzione non è un atto di nobile e disinteressato altruismo, ma un’azione nel NOSTRO interesse. Il pianeta ha risorse limitate e la crescita infinita è impossibile. Chiedete agli storici quante società sono collassate in passato per aver sfruttato troppo le risorse. Oppure leggete Collasso, di Jared Diamond.

L’impatto che abbiamo sul pianeta è dato dal prodotto del nostro singolo impatto per il numero di abitanti della Terra. L’unico modo per ridurre questo impatto è diminuire i consumi e diminuire di numero. Si parla molto di diminuire i consumi, ma il problema demografico è il vero elefante nella stanza: è il problema più grande e il padre di tutti i problemi attuali, il problema che nessuno vede o vuole vedere. Il pianeta ci sta dicendo in tutti i modi che non regge otto miliardi di persone, non penso sia il caso di arrivare a nove per vedere cosa succede.

Purtroppo c’è di mezzo una legge naturale che Darwin capì bene e che riguarda ogni essere vivente: la riproduzione è di per sé esponenziale ed è limitata solo dall’ambiente; la differenza tra i nati e quelli che riescono a riprodursi è ciò che chiamiamo selezione naturale. A livello biologico vince per definizione chi si riproduce di più. Nel caso ci riuscissimo, saremmo la prima specie che si autolimita per non collassare. Non so se ci riusciremo, comunque questa è la sfida.

Ma come ha detto Zerocalcare, non mettiamo al 2021 troppa ansia.

La prima alba che ho fotografato nel 2021.

Simile all’acqua è l’anima dell’uomo

Canto degli spiriti sulle acque

Simile all’acqua
è l’anima dell’uomo.
Viene dal cielo,
risale al cielo,
e di nuovo deve
scendere alla terra,
in eterno mutare.

Sgorga dall’alta
parete rocciosa
il limpido getto,
sul sasso levigato
si frange in amabili
nuvole di onde,
e leggero viene accolto
fragorosamente
scorrendo velato
giù nel profondo.

Scogli si drizzano
contro il suo corso,
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.

Per lento letto
di prati si volge,
e si fa specchio di lago,
dove il suo viso
sfiorano tutte le stelle.

Il vento è dell’onda
il dolce amante.
Il vento suscita dal fondo
flutti spumanti.
O anima dell’uomo,
come somigli all’acqua!
O destino dell’uomo,
come al vento somigli!
Gesang der Geister über den Wassern

Des Menschen Seele
Gleicht dem Wasser:
Vom Himmel kommt es,
Zum Himmel steigt es,
Und wieder nieder
Zur Erde muß es,
Ewig wechselnd.

Strömt von der hohen,
Steilen Felswand
Der reine Strahl,
Dann stäubt er lieblich
In Wolkenwellen
Zum glatten Fels,
Und leicht empfangen
Wallt er verschleiernd,
Leisrauschend
Zur Tiefe nieder.

Ragen Klippen
Dem Sturz entgegen,
Schäumt er unmutig
Stufenweise
Zum Abgrund.

Im flachen Bette
Schleicht er das Wiesental hin.
Und in dem glatten See
Weiden ihr Antlitz
Alle Gestirne.

Wind ist der Welle
Lieblicher Buhler;
Wind mischt vom Grund aus
Schäumende Wogen.
Seele des Menschen,
Wie gleichst du dem Wasser!
Schicksal des Menschen,
Wie gleichst du dem Wind!
Johannes Wolfgang Goethe, Schriften, 1789.

Consapevole di non essere un germanista e che ogni traduzione sarà sempre incompleta, ho ritradotto questa splendida poesia di Goethe basandomi sulla versione di Diego Valeri. Ho cercato di renderla più letterale e meno aulica.

Schubert l’ha messa in musica in maniera mirabile nell’op. 167, D. 714.

Il rischio di un assembramento

Da alcuni giorni sono in isolamento preventivo, come molti altri professori, alunni e genitori, per essere stato in classe con una persona poi risultata positiva al Covid.

Mi pare che valga la pena fare due calcoli e qualche considerazione.

Intanto è facile calcolare la probabilità che in un gruppo di 25 persone ci sia un positivo. Alla data di ieri sera 10 ottobre 2020, nel Lazio, questa probabilità era di quasi il 4% [AGGIORNAMENTO al 22/10/20: dopo 12 giorni i positivi sono circa raddoppiati, e la probabilità adesso è quasi dell’8%], quindi significa che quattro classi [adesso 8] ogni cento sono completamente bloccate – e con loro anche i genitori e i docenti – per 14 giorni o fino al tampone negativo. Penso perciò che sia necessario adottare quanto prima la didattica a distanza, per quanto fastidiosa possa essere. Trovo inoltre folle che le mascherine siano obbligatorie all’aperto e non in classe, ma così ha ribadito la nostra Ministra…

Spiegazione del calcolo (si può saltare)

Oggi nel Lazio la probabilità che una persona a caso sia positiva è

P(positivo) = 0,16%

(spero che i puristi mi perdonino per esprimere la probabilità in percentuale). Questo numero è ricavato dal rapporto tra il numero di positivi attuali nel Lazio (9505, al 10/10/20) e il numero di abitanti del Lazio. È naturalmente una SOTTOSTIMA perché qui non consideriamo i positivi effettivi, quanto i positivi rilevati.

Di conseguenza

P(negativo) = 99,84%

La probabilità di avere una classe con 25 persone tutte negative è

P(25 negativi) = 96,04%

(lo si ottiene moltiplicando lo stesso numero per sé stesso 25 volte, in questo modo sto assumendo che non ci sia una correlazione tra la positività di quelle persone).

Di conseguenza la probabilità di avere almeno un positivo su 25 è

P(almeno 1 positivo su 25) = 3,96%


Confronto del rischio

Può essere utile fare un confronto tra i rischi che prendiamo quotidianamente.

n. persone assembraterischio che nell’assembramento ci sia un positivo al Covid (usando i dati del Lazio di ieri 10/10/20)
2 – tête-à-tête0,32%
3 – amici al bar0,48%
5 – spogliatoio calcetto0,81%
10 – tavolata di compleanno1,61%
25 – classe a scuola3,96%
50 persone sull’autobus7,77%

Ho sempre preferito i tête-à-tête alle grandi tavolate, e spero anche voi… Le percentuali calcolate in tabella sicuramente sottostimano il rischio. Usando i dati di oggi infatti fotografiamo il rischio reale di 6-7 giorni fa, perché quelli che fanno il tampone in genere sono i sintomatici. Inoltre il rischio varia da regione a regione, anzi da una città all’altra.

AGGIORNAMENO al 22/10/20: i positivi al Covid nel Lazio sono quasi il doppio di 12 giorni fa (18531 invece di 9505), e anche i rischi della tabella risultano tutti circa raddoppiati.

Postilla: i rischi si accumulano

In una giornata normale facciamo molte cose. Immaginiamo un percorso di questo tipo, del tutto normale per un ragazzo oggi:

bus -> scuola -> bus -> calcetto

Qual è la probabilità di incontrare almeno un positivo nella sua giornata? Del 19%. Se i positivi raddoppiassero anche questa probabilità quasi raddoppierebbe (verrebbe il 34%).

Calcolo (si può saltare)

P(non incontrare nessun positivo) = 0,92 * 0,96 * 0,92 * 0,99 = 0,81

ho cioè moltiplicato le probabilità degli eventi opposti, dopodiché

P(incontrare almeno un positivo)= 1- 0,81 = 0,19

che si può scrivere in percentuale 19%

11 ottobre vs marzo

Alcune considerazioni sull’andamento dell’epidemia dal suo inizio. Dopo la tregua estiva, anche in Lombardia i positivi hanno ricominciato a crescere con la stessa rapidità della prima ondata, come vedete dal grafico qui sotto. Che sia stata proprio l’apertura delle scuole a innescare questa crescita esponenziale? Lo suggerisce anche Andrea Crisanti, e comunque qualcosa deve essere successo perché l’accelerazione è netta.

Dal sito di Emanuele Degani, dottorando di statistica di Padova.

Nel Lazio la crescita è meno rapida (la curva rossa sale in maniera meno ripida rispetto a quella turchese della Lombardia), ma è comunque in accelerazione. Per fare un’analogia, quando vado in macchina e voglio frenare, non conta solo la velocità ma anche se sono in accelerazione o già in frenata. Per capirci, qui stiamo ancora con il piede sull’acceleratore, e il tempo per vedere gli effetti di una frenata è di circa due settimane.

Nel grafico qui sotto sono invece rappresentati i pazienti ospedalizzati con sintomi.

Pazienti covid ospedalizzati con sintomi, dal sito di Emanuele Degani.

La situazione attuale è sicuramente molto meno grave di marzo. Quello che preoccupa è la prospettiva, perché alle porte non abbiamo la primavera ma stiamo soltanto all’inizio dell’autunno. In questo conteggio il Lazio ha superato e più che doppiato la Lombardia.

Come ha ricordato in diverse occasioni il prof. Crisanti, se il virus e lasciato libero di diffondersi, i contagiati triplicano ogni cinque giorni. I grafici qui sopra indicano che il distanziamento sociale sta frenando la diffusione del covid, perché la crescita non è la stessa di marzo, ma non è ancora sufficiente per evitare la crescita esponenziale.

L’amore dopo Darwin, 11 motivi per leggerlo

Perché dovreste leggerlo? È una domanda a cui un autore tipicamente non sa rispondere, perché ci ha lavorato talmente tanto che non riesce a guardarlo dal di fuori. Proverò comunque a darvi 11 motivi, nonostante abbiamo solo dieci dita.

  1. Dovreste leggerlo se volete sentirvi raccontare una storia d’amore scritta da una prospettiva inedita. L’amore ha spiegazione scientifica, le sue varie fasi e molti suoi aspetti ce l’hanno, e alla base c’è Darwin: la selezione naturale e sessuale (e di gruppo). Ecco, questo è un romanzo che ne tiene conto. Non so se sono il primo a provarci (se siete a conoscenza di qualche altro scrittore che l’ha fatto, segnalatemelo!), comunque è rarissimo che ciò avvenga nella narrativa, anche perché molte questioni i biologi le stanno capendo solo adesso.
  2. Dovreste leggerlo se cercate personaggi caratteristici della nostra epoca e non gli stereotipi del romance.
  3. Dovreste leggerlo se pensate anche voi che la letteratura attuale sia schiacciata dal marketing.
  4. Dovreste leggerlo perché c’è un capitolo scritto a focalizzazione alternata in progressione geometrica inversa. Suona cool, eh?
  5. Perché Caterina, la protagonista, è di Poggio Mirteto, la piccola città sabina del Carnevalone Liberato (come minimo mi aspetto che tutto Poggio Mirteto lo legga solo per questo).
  6. Se anche voi avete studiato una cosa e a un certo punto vi siete resi conto che ne volevate fare un’altra: Andrea, il protagonista maschile, è un architetto che però vuole fare lo scrittore.
  7. Perché Franziska parla in un italiano multidialettale che Gadda se lo sogna.
  8. Dovreste leggerlo se non sapevate che la Drosophila melanogaster (il moscerino della frutta) ha un gene chiamato fruitless che se viene alterato cambia il suo orientamento sessuale.
  9. Dovreste leggerlo se vi ricordate la manifestazione dei black bloc del 15 ottobre 2011 e volete riviverla dall’interno di una storia.
  10. Dovreste leggerlo perché è lungo 450 pagine e costa quanto un romanzo di duecento.
  11. Dovreste leggerlo per qualche altro motivo che sicuramente mi sfugge.

Ma soprattutto dovreste leggerlo subito se volete darmi un feedback mentre sto scrivendo il secondo volume…

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L’adolescente di Dostoevskij

L’adolescente, con la sua estrema ‒ persino dichiarata ‒ caoticità, non è probabilmente tra i romanzi più riusciti di Dostoevskij. La struttura narrativa appare infatti un po’ sghemba, piena di rimandi, anticipazioni, deviazioni, intrighi, colpi di scena, vicende ingarbugliate e personaggi contraddittori (Versilov è un personaggio emblematico sotto questo profilo: dongiovanni ma anche amante fedele, ateo ma nostalgico di Dio, nobile e ignobile a seconda dell’estro…) Insomma un caos nel quale Dostoevskij si destreggia con grandissima abilità, ma che a tratti sembra anche sfuggirgli un po’ di mano.
La storia è scritta sotto forma di “memorie”, redatte dal protagonista del romanzo, il ventenne Arkadij Makarovic Dolgorouki, figlio illegittimo del suddetto Versilov, proprietario terriero. Più in generale tutte le “memorie” del nostro adolescente, «potrebbero servire come materiale per una futura opera artistica […] nonostante il loro carattere caotico e casuale…», queste sono le parole che l’autore stesso ci consegna in filigrana nel finale, quasi scusandosi. Eppure nelle sue 554 pagine (Einaudi, traduzione di Eva Amendola Kühn), questo romanzo regala con grande generosità idee, spunti, acrobazie letterarie e analisi psicologiche degne della fama dello scrittore: se non è un capolavoro è comunque lo scritto di un genio.
Senza pretendere completezza ‒ non c’è pagina da cui non si potrebbe rilevare qualcosa di interessante ‒ volevo soffermarmi su alcuni passaggi e personaggi particolarmente significativi.
Uno dei personaggi più riusciti del romanzo è la mamma di Arkadij, Sofia Andréevna, donna di umili origini, sposa di Makar Ivanov Dolgorouki, giardiniere di Versilov. Dostoevskij ce la presenta con questa intrigante premessa: «certe donne seducono con la loro bellezza o con altri loro modi in un attimo; altre, invece bisogna avvicinarle almeno per sei mesi prima di capire cosa realmente siano, e per innamorasi di loro […] occorre, anzitutto, esser dotati di un certo acume». Con rara sensibilità Dostoevskij riesce poi ad entrare nell’animo di questa tenera donna, nella sua semplicità dotata di grandissima amorevolezza e sensibilità; l’unico personaggio che rimane saldo nel vortice degli eventi.
«L’idea» di Arkadij è quella di puntare tutto su «tenacia e continuità» per diventare un giorno ricco come Rothschild. Dostoevskij ne approfitta per darci una bella lezione sulla forza di volontà: «C’è al mondo una gran differenza di forze, specialmente di forza di volontà. Esiste la temperatura dell’acqua a bollore e quella del ferro incandescente». Arkadij avendo messo alla prova la sua volontà sa di poter raggiungere la sua meta, anzi qualunque meta. In queste righe non possiamo non scorgere, in controluce, il “segreto” di Dostoevskij stesso che, resistendo a quattro anni di lavori forzati in Siberia, riuscì, con una determinazione suprema, a diventare uno dei più grandi scrittori della letteratura occidentale. In un altro passo Arkadij ci sorprende con una osservazione ancora più illuminante: «la coscienza solitaria e sicura [corsivo dell’autore] della mia forza! Ecco la definizione della libertà che il mondo cerca con tanta ansia». Ai giorni nostri un cantante che viene tuttora considerato un “genio” in una canzone cantava che «la libertà è partecipazione»; vedete che antitesi con «la libertà è la coscienza solitaria e sicura della mia forza»; spero notiate che differenza di spessore! c’è “genio” e genio… (Se fossi stato un giornalista avrei intitolato questo post “Dostoevskij contro Gaber”!).
E quanto alla meschinità del sogno di “diventare ricco come Rothshild” Arkadij risponde facendo eco al principe Myŝkin: «Beato colui che ha l’ideale della bellezza seppur errato!» È questo un concetto tipico di Dostoevskij, e che torna spesso lungo tutto il romanzo.
Quanto alla classe dirigente, Versilov ‒ che è un po’ il Dr Jekyll e Mr Hide della situazione ‒ in una delle sue impennate più alte dice, a proposito dell’aristocrazia: «L’idea dell’onore e della cultura come obbligo per chiunque voglia entrar a far parte d’una classe non chiusa e che senza tregua si rinnova è certamente un’utopia, ma perché non dovrebbe essere attuabile? Se questa idea vive sia pure soltanto in pochi cervelli, non è ancora perita e illumina, come un barlume di luce in una tenebra fitta». E di fronte al più prosaico principe Sergei, Versilov ribatte con un affondo: «Perché vivere secondo un’idea è difficile, mentre è facilissimo invece vivere senza idee».
Notevolissima è anche la “favola” della conversione di Maksim Ivanovic, una breve parentesi all’interno del romanzo, che costituisce un racconto a sé di grande impatto emotivo. Questa è una di quelle “resurrezioni morali” che più di una volta si incontrano in Dostoevskij e che penso abbiano pure ispirato l’ultimo grande romanzo di Tolstoj, Resurrezione.
Di grande fascino è il personaggio dell’ex giardiniere, poi pellegrino, Makar Ivanovic, una sorta di monaco errante senza essere monaco, una specie di santo incapace di provare odio o rancore per chicchessia, ingenuo e saggio allo stesso tempo, col sorriso gioioso di un bambino. Qui riceviamo anche un’altra lezione sul riso: «nel riso è la più sicura rivelazione dell’anima» conclude Dostoevskij dopo una lunga e profonda analisi.
Detto ciò, mi sembra di non avere ancora neanche incominciato a parlare di questo libro-miniera. Considerate questo: è come se, volendo mostrarvi una spiaggia grandissima, vi avessi portato solo qualche granello di sabbia.

Classificazione: 5 su 5.

32 recensioni se fossero oggettive

  1. L’autore si crogiola per duecento pagine nel suo dolore senza trarne nulla di significativo. Buono per chi ama piangere senza motivo.
  2. L’autore cerca di dire qualcosa ma non si capisce bene cosa.
  3. Una lettura senza grandi pretese, per passare un paio d’ore se non avete niente di meglio da fare.
  4. Una storia di vampiri: per chi ama aver paura di cose che non esistono per poi rassicurarsi perché effettivamente non esistono.
  5. Un saggio di duemila pagine con una copertina molto ben curata: per chi vuol passare da intellettuale con gli amici del bar.
  6. Il nuovo mattone del Professor ***. Non serve leggerlo, basta tenerlo bene in vista nella libreria. (Se vi chiedono di cosa parla dite che è troppo difficile da riassumere).
  7. Un romanzo confuso, pieno di luoghi comuni, scritto dal solito personaggio televisivo.
  8. Non molto originale, alla portata delle menti più comuni.
  9. Le poesie di un cantante rock: per i suoi fan più stupidi.
  10. Un libro dell’onorevole ***: vi sentirete dire quello che avete sempre voluto sentirvi dire.
  11. Il nuovo libro di ***. Per chi ancora non ha capito che l’autore ha smesso di scrivere dieci anni fa, e se ne volesse convincere di persona.
  12. Il nuovo romanzo di un mio AMICO: devo dire assolutamente che è imperdibile, ma ci siamo capiti.
  13. Lo pubblica il direttore del mio giornale: un CAPOLAVORO, sennò mi licenzia.
  14. È un romanzo scorrevole come altri. (Ve lo segnalo soltanto perché l’autore ha scritto una bella recensione del mio ultimo libro).
  15. Un romanzo singolarmente volgare e rancoroso. L’autore è da molti anni candidato al Nobel ma ogni volta lo supera qualcuno con più amici di lui.
  16. Si vede che l’autore ha frequentato molte scuole di scrittura: inodore, incolore, insapore, ma senza un refuso.
  17. È un romanzo che parla di sesso, cinema e televisione, con citazioni dalle canzoni degli Oasis, e va a capo ad ogni frase. Se non è alla moda questo.
  18. Un libro sul sesso: per sentirsi migliori comportandosi peggio.
  19. Un titolo intrigante, il resto non c’entra niente.
  20. Bel titolo, copertina convincente, un autore cciovane: il resto che importa?
  21. Ho letto solo il primo capitolo, non me la sento di esprimere un giudizio.
  22. Alcuni dicono che sia un libro, leggendolo non sembra.
  23. Non serve aver studiato per capire che la tesi sostenuta dall’autore è sbagliata.
  24. Direi che è un capolavoro: se non avessi letto Goethe, Dostoevskij, Tolstoj, Orwell…
  25. Questo romanzo lo vendono anche nei supermercati e a un prezzo imperdibile: perché non comprarlo al posto della carta igienica?
  26. L’ennesimo romanzo “contro”, come sottintende il titolo della collana a cui appartiene.
  27. Una lettura che vi consiglio solo se volete riposarvi il cervello.
  28. Un divertissement senza senso.
  29. Un romanzo rosa.
  30. Un libro di ricette.
  31. Un giallo.
  32. Un noir.

(dal mio vecchio blog, 15 novembre 2015)

Spillover – letture dalla quarantena

“The Next Big One, la prossima grande epidemia è un tema ricorrente tra gli epidemiologi di ogni parte del mondo. Ne ragionano, ne parlano e sono abituati a vedersi chiedere un parere in proposito”. Così scrive David Quammen in Spillover, un libro pubblicato nel 2012 dopo diversi anni di studi e viaggi, e ora più attuale che mai (più di ogni “instant book”…)

“Da un lato  la devastazione ambientale causata dalla pressione della nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, e dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancor più rapido e generalizzato” Siamo 7,6 miliardi di individui sparsi su tutto il pianeta e tutti collegati tra loro. Un virus che abbia la ventura di fare lo “spillover”, ovvero “il salto di specie”, ha fatto bingo evolutivamente parlando.

“La grande pandemia più recente è l’AIDS. A oggi (2012) le cifre parlano di 30 milioni di morti e 34 milioni di sieropositivi”. Più di cento pagine sono dedicate all’intricata storia dello spillover che ha portato il virus dell’HIV dalle scimmie agli uomini nel 1908 (!). Per molti anni è rimasta latente nei meandri del centro-Africa poi con la colonizzazione, l’incremento demografico, i viaggi dei coloni (e le siringhe sporche), è esplosa anche in America alla fine degli anni ’60. Notare che tra l’infezione e i sintomi passano dieci anni, quindi il dramma fu visibile dalla fine degli anni ’70, e la caccia al patogeno misterioso scattò solo nel 1981.

Dicevamo il Next Big One. Secondo l’epidemiologo D.S. Burke tre sono i criteri per farsi un’idea del virus della prossima pandemia: 1. responsabilità per le più recenti pandemie umane; 2. provata capacità di causare serie pandemie tra gli animali; 3. l’intrinseca capacità evolutiva. Guarda caso i coronavirus (come la SARS) hanno proprio queste proprietà. Col senno di poi è facile, Burke lo scriveva addirittura prima della SARS, avvertendo che i virus a RNA, come i coronavirus, “mutano forse più velocemente di qualsiasi organismo terrestre”.

Il capitolo sulla SARS è quello che più da vicino ricorda l’attuale SARS-Cov2, anche perché è il virus più strettamente imparentato. In quel caso la scampammo bella. Quammen è un grande viaggiatore, e la descrizione che ci offre dei wet market cinesi – da dove l’epidemia ebbe origine – è molto incisiva e dettagliata. “I cinesi del sud sono sempre stati propensi a mangiare specialità selvatiche”, ma in tempi relativamente recenti è diventata “una vera moda e anche un modo di ostentare ricchezza”.

Ma il capitolo che più mi ha colpito è stato l’Epilogo. Quammen racconta di quella primavera del 1993 quando i fiori degli alberi del suo cortile (e di tutta la valle del Montana in cui vive) furono mangiati da un’invasione di bruchi. Provarono a combattere i bruchi in tutti modi: pesticidi, colle… niente. È un fenomeno ben noto, gli ecologi li chiamano “outbreaks”, “esplosioni demografiche”. I bruchi uccisero molti alberi, poi, dopo due anni iniziarono a liquefarsi – letteralmente – e sparirono. Pare che questa cosa accada spesso tra i lepidotteri, tanto che alcuni matematici hanno studiato dettagliatamente il fenomeno. E pare che questi outbreaks vengano per lo più stroncati dai virus. Quammen è uno scrupoloso divulgatore, ma siccome è sempre bene verificare, ho fatto un piccolo check. Effettivamente, persino in Sardegna si osserva questo fenomeno:
Generalmente le popolazioni di Lymantria dopo un’esplosione demografica vengono riportate a valori di densità bassi da attacchi di nemici naturali quali predatori (Calosoma), parassitoidi vari e virus (NPV). Insomma i virus NPV sono i giustizieri dei lepidotteri. La spiegazione statistica è abbastanza intuitiva: il famoso fattore erre-zero, da cui dipende la diffusione di un virus, è direttamente proporzionale alla densità dell’ospite.

Fin qui tutto bene: tutti gli outbreaks sono destinati a fallire e i lepidotteri non diventeranno mai i padroni del mondo. Ma sapete qual è la specie che attualmente è protagonista dell’outbreak più gigantesco sulla Terra? Sì, avete indovinato: l’Homo sapiens. Brivido, eh?

popolazione Homo sapiens dall’anno 0

L’unico vantaggio che abbiamo sui bruchi è la possibilità di cambiare le nostre abitudini.

Vi lascio con l’ultima citazione da Quammen: “le zoonosi ci ricordano, come versioni moderne di San Francesco, che in quanto esseri umani siamo parte della natura, e che la stessa idea di un mondo naturale distinto da noi è sbagliata e artificiale. C’è un mondo solo, di cui l’umanità fa parte, così come l’HIV, i virus dell’Ebola, e dell’influenza, Nipah, Hendra e la SARS, gli scimpanzé, i pipistrelli, gli zibetti, e le oche indiane.” Ammazzare tutti i pipistrelli, come ho letto in un commento su youtube non è una soluzione, oltre che impraticabile (costituiscono il 25% di tutti i mammiferi!), creerebbe scompensi ecologici difficili anche solo da immaginare.

In conclusione direi che Spillover è un ottimo libro per chi vuole avere una panoramica a tutto tondo sulla questione dei virus e delle epidemie, e del lavoro enorme che negli ultimi cento anni gli scienziati hanno fatto – come tanti piccoli e oscuri Sherlock Holmes lontani dai riflettori – per capire questo complicato fenomeno. Non troverete soluzioni facili per la presente epidemia, ma in ogni caso capire il passato è il miglior modo di affrontare il futuro.

P.S. sono venuto a conoscenza di questo libro dal canale di questo biologo entropyforlife

Il sangue. Maria Concetta Cacciola, storia di una vedova bianca

Cosa significa essere la figlia di un boss in Calabria? È possibile uscirne spezzare i legami affettivi con una famiglia che conosce solo la violenza e l’intimidazione?
Questa è una storia scura, drammatica, emblematica. Una storia del Sud, dove apparentemente niente succede ma tutto si rivolta al suo interno.

Maria Concetta Cacciola nasce a Rosarno nel 1980 in una famiglia strettamente legata alle ’ndrine più attive nel narcotraffico della piana di Gioia Tauro. La fuitina con un aspirante ’ndranghetista a tredici anni, il primo figlio a quattordici, il matrimonio a sedici, altri due figli in stretta sequenza segnano precocemente il suo destino. Infine l’arresto del marito fa di lei una cosiddetta “vedova bianca”: «Perché da noi vige la legge, ferrea, che se il marito è in carcere, la moglie deve rimanere chiusa in casa». E infatti Maria Concetta viene controllata a vista dalla madre e dal fratello, tanto da non essere libera neppure di andare a prendere il pane da sola. Lei tuttavia su internet conosce un uomo con il quale vorrebbe rifarsi una vita, e si ribella: non è un’eroina, ma semplicemente una donna che vuole innamorarsi e vivere una vita normale. Perciò diventa collaboratrice di giustizia, e scatta il piano di protezione. Viene trasferita a Bolzano e poi a Genova, ma purtroppo, il lacerante richiamo dei figli, che la famiglia le impedisce di vedere, la porta a tornare sui suoi passi.

Il tragico finale è quello di una giovane donna che, come si legge nell’istruttoria del processo, «aveva osato ribellarsi alle continue vessazioni e aveva cercato la libertà, fisica e soprattutto morale, che da sempre gli era stata limitata, e infine preclusa, proprio da chi, per legge universale e per legge data, anziché togliergliela, avrebbe dovuto garantirgliela». In questa ricostruzione teatrale ho cercato di dare voce soprattutto ai sentimenti di Maria Concetta, contestualizzandoli in una prospettiva più ampia. In fondo, il filo rosso che lega tutta la sua vicenda è l’amore: l’istinto più potente codificato nel nostro sangue da almeno 50.000 anni. L’amore che guida Concetta è prima quello verso il marito, poi quello verso i figli, infine quello verso l’amante, a cui si aggrappa in una situazione obiettivamente pesantissima. Ma quello più letale è stato forse l’amore costante verso la madre, altro personaggio cardine della vicenda. La madre infatti da vittima di quel contesto malavitoso (anche lei incinta a 16 anni di un boss ecc.), a un certo punto si trasforma in carnefice e perpetuatrice di un senso arcaico – e profondamente marcio – dell’onore e della famiglia. È principalmente la madre infatti, che con il ricatto di non farle vedere più i tre figli, riesce a far tornare Maria Concetta sui suoi passi fino a farla ritrattare.
Shakespeare afferma da qualche parte che «una storia senza speranza dovrebbe essere anche senza interesse», e forse non mi sarei appassionato a questa storia se non avessi visto anche un filo di speranza. Nonostante Maria Concetta non sia riuscita a spezzare i suoi legami di moglie e figlia di ’ndranghetisti, dalla sua storia emerge infatti anche un raggio di luce. Grazie al clamore suscitato dalla sua terribile fine è nato “Liberi di scegliere”, un importante protocollo propugnato dal Tribunale dei minori di Reggio Calabria con l’ausilio di Libera e altre associazioni antimafia, che ha l’obiettivo di sottrarre i figli dei mafiosi a un destino di sangue e violenza. C’è chi ha parlato di svolta storica, perché anche boss che non si sono mai pentiti hanno iniziato a collaborare con questo protocollo (leggi per es. i libri Figli dei boss di Dario Cirrincione, e Liberi di Scegliere scritto da Roberto Di Bella il magistrato artefice del protocollo). Molti di questi boss, dopo iniziali resistenze, hanno capito che si sta dando ai loro figli una possibilità che loro non hanno mai avuto. Loro stessi sono i primi a non amare quella vita di faide, carcere e minacce continue di essere ammazzati. Questo protocollo allora potrebbe davvero costituire una svolta storica, perché come faccio dire a Concetta nel finale: «se i figli dei mafiosi fossero liberi di spezzare i loro legami di sangue, la mafia finirebbe in una generazione».
Maria Concetta Cacciola, storia di una vedova bianca
con Lara Chiellino
scritto e diretto da Marco Pizzi

29 febbraio 2020 h.21:00 e 1 marzo h.18:00,
Teatro Due Roma, vicolo dei Due Macelli 37 (M Spagna)
biglietto €10

Maternità inattesa 3.0 al Teatro Due dal 22 gennaio

Ebbene sì, la mia commedia torna al Teatro Due di Roma, questa volta nella forma completa in tre atti, sotto la mia direzione e con un nuovo cast di giovani e promettenti attori.

Vi ricordo brevemente la trama. Anna ha un leggero ritardo sul ciclo e confessa all’amica Giorgia la paura di essere incinta. Quest’evento cade come una bomba nella relazione col suo ragazzo: un figlio è una gioia per una ragazza che vorrebbe costruirsi una famiglia, ma un’enorme limitazione per Luca, un ragazzo squattrinato e di belle speranze che vuole fare l’attore e pensa a tutt’altro. E poi, si amano sul serio? Una situazione per certi versi simile la vivono i loro amici, Carlo e Valentina, ma in quel caso è lui che vuole sposarla, mentre lei… ha appena iniziato una relazione clandestina con Luca. Nel terzo atto, ambientato nell’atelier di un pittore, assistiamo alla resa dei conti delle due coppie.

Come regista ho cercato ovviamente di essere fedele al mio testo, limitandomi a qualche piccolo adattamento, che è sempre necessario per le contingenze specifiche del cast e del teatro… e a volte anche del tempo che passa. È curioso come soltanto tre anni fa veniva del tutto spontaneo nominare Facebook come social network, mentre adesso per la condivisione di una foto viene molto più naturale nominare Instagram. Per il resto, la tematica della coppia giovane con il problema di un eventuale figlio, e tutto quel che vi ho intrecciato attorno, mi pare ancora pienamente attuale.

Quanto alla recitazione, ho cercato di far lavorare gli attori soprattutto sulla naturalezza e sui cambiamenti di ritmo. Questi ultimi sono fondamentali in una commedia che spazia da momenti più leggeri e quasi brillanti, in cui è necessario un “contrappunto stretto” per usare un’espressione musicale; a momenti molto più drammatici, dove invece la compostezza e le pause assumono un peso determinante. Come diceva Peter Brook, soprattutto in certi momenti, “Tra una parola e l’altra ci può stare l’infinito”.

Qui trovate la mia intervista su cultursocialart in cui parlo di alcuni temi della commedia e della loro attualità.

dal 22 al 26 gennaio 2020
Teatro Due, vicolo dei Due Macelli 37 (Metro Spagna, Roma)
da Mercoledì a Sabato ore 21:00 – Domenica ore 18:00
Biglietti: intero 15 €, ridotto 12 € (under 30 e over 65)
info e prenotazioni:
caterinaguida1985@gmail.com
3298136968 / 066788259

Maternità inattesa, commedia drammatica in tre atti

scritto e diretto da Marco Pizzi

con Massimiliano Calabrese, Francesca Bertocchini, Federica Preite, Camilla Carnevali, Jacopo Cucurnia

e un cammeo di Giuseppe Pendenza

audio-luci Fabio Settimi

organizzazione Caterina Guida per Ka.St.

con la partecipazione di Accademia Spettacolo Italia