Personalmente non voglio e non posso lamentarmi perché a molti è andata molto ma molto peggio. E se qualcosa poteva andarmi meglio (e sicuramente poteva) non è stata colpa del Covid. Può sembrare irrispettoso nei confronti di chi ha sofferto dire che per me il 2020 non è un anno da buttare via, ma d’altra parte quando diciamo che un anno è andato male o bene lo diciamo sempre rispetto a noi o alla nostra cerchia di cari, in secondo luogo alla nazione… e in ultimissimo posto al mondo, anche perché sennò sarebbe impossibile trovare qualche anno buono.
Il mio 2020 era iniziato alla grande con Maternità inattesa, finalmente in tre atti, con tanti applausi e un ottimo feedback al Teatro Due e Lo Spazio; poi il doppio premio con Tonio split brain al Teatro San Paolo, e in contemporanea il debutto de Il sangue con Lara Chiellino in una versione pilota di due date sempre al Teatro Due. Già sulla seconda data – era il 1 marzo – avemmo parecchie defezioni per il montare della prima ondata. Nonostante ciò, quel giorno presi un biglietto d’aereo per aprile, confidando ottimisticamente che se ci fosse stata una serrata, come mi sembrava ormai certo, sarebbe però durata al massimo un mese: “Ti pare che dopo Pasqua avremo ancora questo problema?” E invece…











Detto questo è stato un anno difficile ma pure stimolante, anche a livello nazionale. Ora abbiamo un’idea meno vaga di cosa abbiano vissuto i nostri antenati quando c’era un’epidemia – per quanto nessuno vorrebbe veramente rivivere quello che hanno vissuto loro, con le strade piene di morti.
Se guardiamo indietro alla storia d’Italia, anche quella recente, di anni tremendi ce ne sono stati a bizzeffe. Per i bolognesi per esempio credo che il 1980 – con la strage di Ustica e della Stazione – sia stato anche peggiore del 2020, se non lo consideriamo solo dal profilo economico. Non parliamo poi degli anni della guerra, anzi delle due guerre; a Caporetto ci furono 12.000 morti in un giorno (ma quasi ogni battaglia aveva quei numeri).
Dobbiamo sempre ricordarci che viviamo in un raro periodo di pace in una delle parti più fortunate del pianeta, e se chiedete a un afgano o a un siriano vi dirà magari che il 2018 o il 2012 sono stati peggio del 2020, con tragedie quasi incommensurabili rispetto alla nostra. Soltanto trent’anni fa tutti questi morti non ci sarebbero stati neanche in Italia per il semplice motivo che si moriva prima (l’età mediana è aumentata dal 1990 a oggi di circa dieci anni). E tutto sommato il 2020 si è chiuso con la nota positiva del vaccino, trovato a tempo record (interessante la storia della ricercatrice che l’ha scoperto, Katalin Karikó).
La primavera ci aveva dato un po’ di sollievo e la seconda ondata potevamo anche evitarcela, come se la sono evitata in Cina. Questo sì che poteva andare meglio. Tutti gli epidemiologi dicevano che ci sarebbe stata, invece ci ha fatto comodo credere a quei due o tre dott. Tersilli che in televisione dicevano “tranquilli, tranquilli, ottimismo, ottimismo”. Ha fatto comodo soprattutto ai politici che avrebbero dovuto dar prova di troppa competenza nel gestire i tracciamenti. «Nulla di nuovo sotto il sole» mi verrebbe da dire.
E così hanno chiuso di nuovo i musei, i cinema e i teatri. Di questi tre il comparto che mi sta più a cuore è anche quello che ne ha sofferto di più: il teatro. Per teatro intendo quello di prosa, ma anche quello musicale e le sale da concerto che in tutto e per tutto sono assimilabili al teatro in quanto spettacoli dal vivo. Anch’io ho partecipato, come autore, a degli esperimenti di streaming su Instagram e YouTube. L’ho fatto con curiosità e piacere, e senz’altro sono stati esperimenti utili per tenerci vivi, benché certo non possano sostituire il pubblico dal vivo, che è importante tanto quanto chi è sul palco.
Ma sempre per ricordarci che ci sono stati tempi ben peggiori: tra il 1603 e il 1613 i teatri londinesi furono chiusi per 78 mesi a causa di diverse ondate di peste. In una di queste Shakespeare si ritirò in campagna e scrisse due poemi, nei quali peraltro non parlava affatto di peste e di epidemie perché si sa che ogni tanto ritornano. D’altra parte erano uomini e donne temprati a sofferenze che quasi non ci immaginiamo e che comunque ci risparmiamo volentieri.
Non ci sono i teatri ma ci sono comunque i libri. Se il tempo che si dedicava ad andare a teatro lo dedicassimo alla lettura, quando si riapriranno i teatri avremo un pubblico più esigente e magari anche spettacoli di maggiore qualità (di certi spettacoli non si sente affatto la mancanza, diciamocelo pure). Dal punto di vista della lettura il 2020 non è stato un cattivo anno:
A ottobre 2020 gli italiani (15-74 anni) che dichiarano di aver letto almeno un libro (anche solo in parte, compresi eBook e audiolibri) sono il 61%, in crescita di tre punti percentuali rispetto ai valori di maggio 2020 e ottobre 2019 (58%) e di 6 rispetto al 2018 (55%). In valore assoluto sono 27,6 milioni.
Indagine AIE, Più libri più liberi
A proposito di libri, il 30 agosto è uscita la prima parte del mio ultimo romanzo L’amore dopo Darwin, vol.1. Spero per l’estate prossima di concludere anche la seconda parte, salute fisica e psichica permettendo.
Quanto al futuro… mi preoccupa più del presente. Ci stiamo mangiando il pianeta a morsi e il Covid non è stato che un piccolo intoppo in questa grande abbuffata. Ad aprile abbiamo tutti gioito per l’accoppiamento dei panda dello zoo di Hong Kong; da dieci anni avevano raggiunto la maturità sessuale, e ora abbiamo capito perché non si erano mai accoppiati: era per il disturbo dei turisti. Molte altre specie animali si sono giovate della nostra momentanea assenza, e le emissioni di CO2 sono state abbattute quasi del 9% (oltre ogni più rosea aspettativa). Come ha già osservato il fisico Tartaglia, facciamo qualcosa per l’ambiente solo per sbaglio. A questo punto voglio eliminare un possibile fraintendimento: proteggere le foreste e le specie in via d’estinzione non è un atto di nobile e disinteressato altruismo, ma un’azione nel NOSTRO interesse. Il pianeta ha risorse limitate e la crescita infinita è impossibile. Chiedete agli storici quante società sono collassate in passato per aver sfruttato troppo le risorse. Oppure leggete Collasso, di Jared Diamond.
L’impatto che abbiamo sul pianeta è dato dal prodotto del nostro singolo impatto per il numero di abitanti della Terra. L’unico modo per ridurre questo impatto è diminuire i consumi e diminuire di numero. Si parla molto di diminuire i consumi, ma il problema demografico è il vero elefante nella stanza: è il problema più grande e il padre di tutti i problemi attuali, il problema che nessuno vede o vuole vedere. Il pianeta ci sta dicendo in tutti i modi che non regge otto miliardi di persone, non penso sia il caso di arrivare a nove per vedere cosa succede.
Purtroppo c’è di mezzo una legge naturale che Darwin capì bene e che riguarda ogni essere vivente: la riproduzione è di per sé esponenziale ed è limitata solo dall’ambiente; la differenza tra i nati e quelli che riescono a riprodursi è ciò che chiamiamo selezione naturale. A livello biologico vince per definizione chi si riproduce di più. Nel caso ci riuscissimo, saremmo la prima specie che si autolimita per non collassare. Non so se ci riusciremo, comunque questa è la sfida.
Ma come ha detto Zerocalcare, non mettiamo al 2021 troppa ansia.






