Nuova replica per Il mare di Majorana

Siamo lieti di annunciare che lo spettacolo andrà di nuovo in scena giovedì 7 febbraio alle 21:00 al Teatro Agorà, via della penitenza 33 (Trastevere) nell’ambito del festival la Scienza a teatro. Per info e prenotazioni scrivere a ilmaredimajorana@gmail.com

o alla nostra pagina facebook
Nel cast di giovedì ci sono due new entry: Davide Poli nel ruolo di Giovanni Gentile jr. e Claudia Muzi in quello della studentessa Gilda Senatore, alla quale Majorana affidò la sua famosa cartellina.

Nuove repliche del Mare di Majorana

Sono lieto di informarvi che Il mare di Majorana sarà di nuovo in scena il 26 e 27 gennaio al teatro Le Salette in vicolo del Campanile 14 (a due passi dalla Basilica di S. Pietro, metro Ottaviano).

“Avvincente ricostruzione di un mistero italiano, con sapiente equilibrio tra realtà e fantasia”
Premio Teatro Helios, Pieve di Teco

Il cast è lo stesso del debutto, con la novità di Alessio Maria Maffei nel ruolo di Amaldi.

In questa riduzione per sei attori (il testo originario è per undici), attorno al protagonista troviamo la sorella Maria, anima dolce e delicata; l’amico e collega Giovanni Gentile jr. figlio dell’omonimo filosofo; Edoardo Amaldi, fedele discepolo di Fermi, e il sanguigno Emilio Segré, con cui Majorana ebbe un lacerante screzio sulle leggi razziali proprio a ridosso della scoperta del positrone; infine la studentessa Senatore, a cui Majorana consegnò le sue ultime carte prima di scomparire.

Amicizie e rivalità si intrecciano, tra confessioni, incomprensioni e differenze incolmabili. Ne esce un Majorana complesso e tormentato, profondo e come disse Fermi “privo di buon senso”, quasi come un eroe del suo amato Dostoevskij.

Sinossi completa sul sito del teatro Le Salette. Potete seguirci anche sulla pagina facebook o su instagram con l’hashtag  #ilmaredimajorana

interpreti e personaggi
Marco Sincini – Ettore Majorana
Gianni Alvino – Emilio Segrè
Massimiliano Calabrese – Giovanni Gentile jr.
Diana Forlani – Maria Majorana
Alessio Maria Maffei – Edoardo Amaldi
Sara Vitagliano – Gilda Senatore
audio e luci Lara Chiellino
ufficio stampa Rocchina Ceglia
scritto e diretto da Marco Pizzi
26-27 gennaio 2019
ore 18:00
durata 80′ circa + 10′ di intervallo
intero €12, ridotto €10 (under 30, promozioni) + €2 tessera annuale
teatro Le Salette, vicolo del Campanile 14, Roma
(Per prenotare basta mandare un messaggio con data e numero di spettatori alla pagina facebook o una mail a ilmaredimajorana@gmail.com)

Il mare di Majorana al Teatro Agorà

Una sera del 25 marzo di ottanta anni fa Ettore Majorana lasciava nel suo albergo due bigliettini di addio, uno al direttore del dipartimento di fisica Antonio Carrelli, l’altro ai familiari. Scriveva di avere preso una scelta «inevitabile» e pregava la famiglia di «perdonarlo». Poi prese un traghetto per Palermo, apparentemente per suicidarsi. Invece arriva a destinazione e invia a Carrelli un telegramma in cui sembra averci ripensato: «il mare mi ha rifiutato», scrive, dicendo di mettersi a sua disposizione per ulteriori dettagli. In realtà è solo uno dei tanti colpi di scena di questa storia, perché di lui non si saprà più nulla di certo. Si susseguiranno soltanto un mare di ipotesi e di avvistamenti (molti dei quali poco plausibili), che fanno della sua scomparsa uno dei misteri più appassionanti del mondo scientifico del ‘900.

Il mare di Majorana è una pièce teatrale che ricostruisce gli ultimi dieci anni di vita di Majorana cercando di mostrare in che modo la sua vicenda umana sia indissolubilmente legata alla sua parabola scientifica. Al grande pubblico raramente viene detto che le sfide più ardite che intraprese Majorana riguardano l’equazione di Dirac. Nel 1933 Majorana scrisse infatti un importante lavoro in cui cercava di eliminare il cosiddetto “mare di Dirac” considerando una variante di quella stessa equazione ma con spinori a infinite componenti. Purtroppo questa teoria si rivelò “irrilevante” pochi mesi dopo quando fu appurata l’esistenza del positrone. Poco dopo Majorana manifestò un principio di esaurimento nervoso che lo portò a isolarsi per quattro anni, fino alla “rivincita”…

Molti dei miei lettori avranno già letto il testo che ho pubblicato su Amazon, ma è veramente con grande piacere e una certa trepidazione che vi invito al Teatro Agorà dal 17 al 22 aprile per vederlo dal vivo con un cast di eccellenti attori. In questa riduzione per sette personaggi (l’originale è per 11), accanto al protagonista troviamo la sorella Maria, anima dolce e delicata; l’amico e collega Giovanni Gentile jr. figlio dell’omonimo filosofo; Edoardo Amaldi, fedele discepolo di Fermi, e il sanguigno Emilio Segré, con cui Majorana ebbe un lacerante screzio sulle leggi razziali proprio a ridosso della scoperta del positrone; infine la studentessa Senatore, a cui Majorana consegnò le sue ultime carte prima di scomparire.

Vi aspetto a teatro
Marco Pizzi

con
Marco Sincini – Ettore Majorana
Gianni Alvino – Emilio Segrè
Massimiliano Calabrese – Giovanni Gentile jr.
Diana Forlani – Maria Majorana
Armando Granato – Edoardo Amaldi
Sara Vitagliano – Gilda Senatore
e con Giuseppe Pendenza – uno studente

audio e luci Gabriele Gentile
scritto e diretto da Marco Pizzi

17-22 aprile 2018
martedì-venerdì 21:00/sabato e domenica 17:30
durata 90′ circa + 10′ di intervallo
intero €12/ridotto €10 (under 30) + €2 tessera annuale
Teatro Agorà, via della penitenza 33 (Trastevere, Roma)
info e prenotazioni: ilmaredimajorana@gmail.com
066874167 http://www.teatroagora80.org

Inoltre per le scuole andrà in scena nelle
mattine del 26 e 27 aprile ore 11:30
Teatro Lo Spazio, via Locri 42
info e prenotazioni: ilmaredimajorana@gmail.com

Io, mamma e Ronconi: non ci resta che ridere

«C’è un tempo per piangere, e un tempo per ridere» diceva il saggio Qoelet. Io mamma e Ronconi è senz’altro, tra tutte le mie pièce, la più scanzonata e irriverente. Dopo aver affrontato il dramma intimo e filosofico con Il mare di Majorana, la tragedia con la vicenda straordinaria e tremenda di Falcone, e poi la commedia (su un tema però drammatico come una gravidanza indesiderata) con Maternità inattesa, stavolta mi sono cimentato nel genere comico-brillante.

In realtà neanche stavolta ho rinunciato ad assestare, qua e là, qualche affondo più serio. Per esempio quando Beatrice e Giampy ottengono il finanziamento pubblico, ho ripreso quasi letteralmente una denuncia di Elio De Capitani in cui parlava di certi «stratagemmi» per ottenere punti nel cervellotico decreto del FUS. In altre scene mi sono divertito a giocare su alcune storture del teatro contemporaneo (soldi sprecati in scenografie brutte e costose, lavoratori non pagati, registi folli ecc.) Il monologo di Bea sui clientelismi è poi paradigmatico di chi stigmatizza usanze che poi è il primo a perpetrare.

Tutti e cinque i personaggi sono presi dalla realtà contemporanea. Rimanendo ai tre protagonisti: Bea è una donna divorziata e ancora piacente che convive con un compagno molto più giovane di lei, Giampaolo, un intellettuale alla moda che le dà sempre ragione, mentre Eleonora è la figlia vessata e stressata, ma in fondo quella con più buon senso di tutti. Il rapporto tra Bea e la figlia riflette una situazione oggi molto frequente, in cui i genitori non danno nessun punto di riferimento ai figli e sono addirittura questi ultimi a doverli dare ai propri genitori. La passione per l’astrologia di Bea (una delle sue tante follie) è un fenomeno irrazionale quanto diffuso, anche tra le persone più istruite di mezza Europa. Per non parlare della condizione di molti mariti che escono da un divorzio quasi sul lastrico; nella commedia è spesso evocato il povero Alfredo, ex marito di Bea, che mantiene tutti (io l’ho buttata sul ridere ma il fenomeno è serio). Insomma, al di là delle risate spero che la commedia lasci anche qualche piccolo spunto di riflessione sulla nostra realtà quotidiana.

Infine una piccola nota stilistica. Considerato il soggetto e il registro comico, la sfida più difficile è stata quella di ottenere dialoghi leggeri e diretti senza scadere nella sciatteria o nel turpiloquio. A questo scopo ho cercato di lavorare di fantasia, giocando con le perifrasi e ricorrendo talvolta a ironici neologismi. Così, alla conta dei termini volgari, mi sono tenuto sotto i limiti dell’Inferno dantesco; per la precisione: tre parole e mezza non ripetute. Cosa di cui vado abbastanza fiero.

Io, mamma e Ronconi
commedia in due atti di Marco Pizzi

Regia
Massimiliano Calabrese

Personaggi e interpreti
ELEONORA, figlia stressata — Giulia D’Andrea
BEATRICE, regista e madre di Eleonora, bella donna, dispotica — Michela Barone
GIAMPAOLO, compagno di Beatrice, hipster — Fabio Telesca
NUNZIA, insegnante alle medie, rozza e spontanea — Sabrina Balice
MARCO, ingegnere impiegato, imbranato e ansioso — Alessio Maria Maffei

Audio e luci
Gabriele Gentile

Dove e quando
Teatro Antigone, via Amerigo Vespucci 42 (Roma, zona Testaccio)
venerdì 6 e sabato 7 ottobre 2017 ore 21:00
domenica 8 ottobre ore 18:00
(durata circa 90′)
Costo
biglietto unico €10 (+€2 di tessera annuale)

La Cassazione, Contrada e i leoni da tastiera

Il 13 aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non era ancora previsto dall’ordinamento giuridico italiano. Nella sentenza viene affermato che «l’accusa di concorso esterno non era sufficientemente chiara». Come si possa concepire che il «concorso esterno per associazione mafiosa» non sia chiaro a chi lo commette, ce lo possono spiegare solo gli Azzeccagarbugli più navigati. Se io sono un poliziotto e avverto Riina che sta per subire una retata, penso mi sia chiaro che sto commettendo un reato molto grave. Ma ricordiamo qualcuno dei fatti che portarono alla condanna di Contrada.

«Nel 1979 Riccobono mi disse che potevo nascondermi nel territorio della sua famiglia. E soggiunse: io ci ho il dottor Contrada e posso avere tutte le informazioni… » Lo dichiarò Tommaso Buscetta, la cui attendibilità è stata in altri luoghi pienamente certificata dalla Cassazione stessa.

Anni prima c’era stato Vincenzo Vitale, il primo collaboratore di giustizia, rinchiuso in un manicomio e poi ucciso al suo rilascio. Chi fu il primo confessore di Vitale? Esatto: Bruno Contrada. Siamo nel 1973. Quella testimonianza rimase a tutti gli effetti lettera morta, e fu riesumata e riscattata solo un decennio più tardi da Giovanni Falcone.

L’ascesa e il declino di Contrada sono curiosamente paralleli a quella di Cosa Nostra. Mentre l’Italia veniva messa in ginocchio e Falcone subiva vessazioni da parte del CSM, attacchi dai giornalisti e attentati, la carriera di Contrada procedeva sfavillante e incontrastata. Nel 1976 Contrada assume la direzione della Criminalpol, nel 1982 passa al SISDE con l’incarico di coordinarne i centri della Sicilia e della Sardegna. Nel settembre del 1982 viene nominato dal prefetto Emanuele De Francesco Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, incarico che ricopre fino al dicembre del 1985. Nel 1986 fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE. Parallelamente a ciò venne insignito di Medaglia d’oro al merito di servizio, Croce di anzianità di servizio della Polizia di Stato, e Commendatore dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Stranamente, pur essendo il numero tre dei servizi segreti non si ricorda nessuna sua azione efficace a contrasto della mafia. Per esempio non poté far nulla contro gli attentati di Falcone e Borsellino (attentati la cui esecuzione coinvolse molte decine di persone, forse un centinaio). In compenso, con un tempismo sbalorditivo, pochi secondi dopo l’esplosione della bomba di via D’amelio, Contrada era già informato dei fatti. Nel pomeriggio di domenica 19 luglio 1992 Narracci è in gita in barca al largo di Palermo con alcuni amici e amiche, fra cui Contrada, un capitano dei carabinieri e il proprietario della barca, Gianni Valentino, un commerciante di abiti da sposa in contatto con il boss Raffaele Ganci (condannato all’ergastolo per le stragi del ’92). Alle 17 in punto, in 100 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici (solitamente chiusi la domenica, ma guardacaso affollatissimi proprio quella domenica). Per la cronaca, le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio.

Notevole è la stima che godeva da parte di Falcone e Borsellino, i quali avevano ben capito con chi avevano a che fare. Antonino Caponnetto disse che «quando Contrada venne interrogato sull’omicidio Mattarella mi rimase impresso un gesto di Falcone: una volta che Contrada ebbe terminato, entrambi, io e Falcone, ci alzammo per stringergli la mano. Poi Falcone la fissò per qualche istante e la pulì vistosamente sui pantaloni. Era un chiaro segno di ribrezzo». 
Pino Arlacchi, vicino a Falcone ha poi testimoniato in vari processi: «Poi c’era una parte dei servizi di sicurezza che non era solo deviata. Erano profondamente inquinati e mi riferisco al ruolo svolto a riguardo da Bruno Contrada con questa sua doppia veste di poliziotto e alto funzionario del Sisde. Ad alimentare i sospetti le regolari attività di depistaggio e nullificazione di indagini importanti. Falcone addirittura aveva sospetti che vi fosse stato Contrada dietro all’attentato all’Addaura.»

Un altro episodio lo racconta Mutolo con riferimento all’ultimo interrogatorio effettuato da Borsellino prima di essere ucciso. “Borsellino tornò dopo circa due ore, non commentò niente, ma era molto arrabbiato. Io mi misi a ridere perché aveva due sigarette accese contemporaneamente, una in bocca e l’altra nel posacenere, tanto era agitato. Poi ho capito perché: mi disse che dopo aver parlato con il ministro incontrò Vincenzo Parisi (all’epoca capo della Polizia) e Bruno Contrada che gli avevano detto di sapere del mio interrogatorio. Contrada mostrò di sapere dell’interrogatorio in corso con me che doveva essere segretissimo. Anzi gli disse: so che è con Mutolo, me lo saluti”. 

Mutolo sostiene di aver appreso da Rosario Riccobono che Contrada “era ormai passato a disposizione della mafia”. Dalla medesima fonte, Mutolo sapeva che il primo mafioso di rango a stabilire un rapporto di amicizia con Contrada sarebbe stato Stefano Bontate, avvalendosi dei buoni uffici prestati dal conte Arturo Cassina, una sorta di vicino di casa per il mafioso, nonché confratello del funzionario SISDE presso l’Ordine del Santo Sepolcro.

Vogliamo parlare di Ninnì Cassarà? Laura Iacovoni, la vedova del poliziotto ucciso, racconta “il disagio di Ninni quando aveva a che fare con la Criminalpol”, ricorda “i rapporti difficili e di sfiducia con Ignazio D’ Antone e Bruno Contrada”, descrive quel terribile clima di sospetti e di paure alla squadra mobile di Palermo. E poi, sempre nel processo di Palermo, il capo della sezione investigativa della squadra mobile dichiarò: “Ninni mi disse: di Contrada non mi fido…”. Dalla testimonianza del funzionario del Sisde Lorenzo Narraci, è apparsa chiara l’ attività del “nucleo ricerca latitanti” del Sisde, comandato da Contrada: dal 1987 al 1992, non è stato catturato un solo latitante di mafia. 

La sentenza della Cassazione di ieri non è entrata nel merito dei fatti contestati a Contrada, ma ha soltanto stabilito che il reato di concorso in associazione mafiosa non era “chiaro, né prevedibile” e ha così dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”. Questa è una sentenza che si basa su un’interpretazione formale della legge ed è perciò moralmente gravissima. 

Quel che ritengo ancora più grave e scioccante sono le reazioni che ho letto qua e là sui social e nei commenti agli articoli. Un coro di “vergogna”, ma non verso i giudici innocentisti della Cassazione, bensì verso i magistrati che istruirono il processo e quelli che emanarono la condanna! Sono bastati vent’anni e una fiction televisiva per cancellare tutto! Si grida al caso Tortora per un’analogia superficiale e completamente infondata: altri furono i magistrati coinvolti, altre le accuse, altro lo spessore delle prove. Quel che emerge è che gli italiani avvertono la giustizia come qualcosa di mal gestito e che va contro di loro. E paradossalmente hanno ragione: questa sentenza della Cassazione è veramente un caso di malagiustizia, peccato che i più non abbiano quel briciolo di capacità analitica per giudicarla nel giusto verso.
Un’altra cosa che mi preoccupa è che questa sentenza possa essere un segnale per una rinnovata collusione tra Stato e mafia. In particolare c’è lo spettro della massoneria. Purtroppo non ho prove, ma gli indizi e i ricorsi storici ci sono tutti. Contrada in questi vent’anni ha goduti di una corrente giornalistica a lui favorevole di tutto rispetto (per esempio Il Foglio di Giuliano Ferrara: ognuno ne tragga le sue conseguenze). Ha un sito internet a lui dedicato, la sua pagina Wikipedia ha una chiara impostazione innocentista, ha pagato migliaia di euro per difendersi e fare ricorsi su ricorsi che nessuna persona normale avrebbe mai potuto permettersi (il ricorso alla Corte europea), ed è divenuto protagonista di una fiction che si è ben guardata dal metterne in luce le ombre. Dietro di lui evidentemente c’è molta gente che conta, mentre l’indignazione per gli attentati contro Falcone e Borsellino si è probabilmente abbastanza assopita per lasciare il campo alle vecchie, pacifiche, collusioni. Calati juncu chi passa la china, e la china, dopo 25 anni, sembra essere già passata.

Maternità inattesa al Teatro Due Roma

Cari amici,
sono felice ed emozionato nell’invitarvi al Teatro Due Roma, il 21 e 22 aprile alle ore 21:00 e domenica 23 alle ore 18:00, per Maternità inattesa il mio nuovo testo teatrale che segna anche il mio debutto sulle scene.
Si tratta di una commedia dai risvolti a volte comici e a volte drammatici, incentrata su un tema particolarmente attuale (basti ricordare le polemiche che suscitò, pochi mesi fa, la campagna per la fertilità del Ministero della Salute).
I protagonisti affrontano, con diverse prospettive, la possibilità e la responsabilità di mettere al mondo un figlio: le gioie che questo rappresenterebbe nelle normali aspettative di una ragazza che vorrebbe costruirsi una famiglia, e viceversa le limitazioni che implicherebbe per un ragazzo di belle speranze che pensa a tutt’altro. A questo si sovrappongono, con varie conseguenze, le classiche tentazioni che scaturiscono da un rapporto di coppia imperfetto.
Ecco la sintesi della pièce nelle parole del regista, Valerio Puppo:

«La probabilità di una maternità mette in crisi una giovane coppia, forse già sul filo del rasoio. Anna vuole cogliere l’occasione per confrontarsi con Luca, il suo ragazzo, il quale sembra non prendere sul serio l’eventualità di un figlio. Tra detto e non detto vengono a galla paure e rivelazioni che si insinuano anche tra gli amici: Giorgia amica, collega e coinquilina di Anna, Valentina amica e collega di Luca, e Carlo, fidanzato di Valentina; anche loro, apparentemente estranei alla coppia, finiscono per essere coinvolti nella sfera intima dei due giovani.
In scena ci sono 5 attori e l’essenziale: uno scheletro di divano e puri elementi geometrici.
La difficoltà in un mondo che non dà appigli e la ricerca dentro di sé di trovare la fondatezza di chi siamo e cosa vogliamo. Un Incontro. Uno scontro. Le conseguenze di giocare con la verità».


Maternità inattesa
commedia in due atti diMarco Pizzi
regia di Valerio Puppo
con Maria Lucia Bianchi
Ludovica Bove
Anna Manella
Giovanni Malafronte
Emanuele Marchetti
Disegno luci di Marco Guerrera

TEATRO DUE ROMA, Vicolo dei Due Macelli, 37 (M Piazza di Spagna) – 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
tel. 06/6788.259, info@teatrodueroma.it
Per promozioni scrivete a maternitainattesa@gmail.com
Biglietti: intero € 15, ridotto € 10 (under 30).

Erano tutti miei figli, Mariano Rigillo al Quirino

Una grave colpa, occultata e seppellita nell’assoluzione di un processo, torna a galla travolgendo due intere famiglie: su questa idea centrale si fonda lo straordinario testo di Arthur Miller, in scena fino al 2 aprile al Teatro Quirino di Roma.

Il protagonista è Joe Keller (Mariano Rigillo), un imprenditore di successo. Non ha mai studiato e se ne vanta, è un self-made man, uno che ha sposato una bella donna, ha messo su famiglia, e ha un’azienda fiorente che lascerà in eredità al figlio. E questo è tutto per lui. Ma la fonderia che Joe dirige, durante la guerra fabbricava dei cilindri d’acciaio per gli aerei militari, e una partita difettosa di questi cilindri causò una ventina di morti tra i piloti americani (tra cui si ipotizza anche lo stesso figlio, dato per disperso). Ci fu un processo, ma Joe riuscì a scaricare tutta la colpa su un suo sottoposto: «un ometto», «uno che aveva paura di tutto», e in carcere finì lui, il poveraccio. Pesce grosso mangia pesce piccolo. E mentre il poveraccio marciva in carcere, Joe è tornato a capo della sua azienda, più forte e vincente di prima.
Il problema è che quell’«ometto» aveva e ha una figlia, fidanzata del figlio di Keller scomparso in guerra, e ora promessa sposa a Chris, il fratello del defunto.
Chris Keller è il secondo protagonista della vicenda, interpretato da Ruben Rigillo (sì, padre e figlio nella realtà interpretano padre e figlio nella finzione). Chris ci viene presentato come un puro, uno che Gesù avrebbe definito un «figlio della luce». Lavora anche lui nella famigerata azienda, ma non sa della colpa del padre. O forse… non ha mai avuto il coraggio di indagare a fondo su quella faccenda. Suo fratello è morto in guerra ormai da tre anni, e ora vorrebbe sposare la di lui fidanzata.
Ma a un certo punto la macchia del padre riaffiora come un cadavere in putrefazione, e non si può più far finta di nulla. E come in un classico dramma ibseniano, le colpe dei padri ricadono sui figli.
Ma a parte questo, Erano tutti miei figli è una tragedia che lacera le certezze di una società americana (solo americana?) fondata sulla famiglia e il successo. Joe, comportandosi da farabutto, ha consentito alla propria famiglia di prosperare. «Io sono suo padre e lui è mio figlio. Se c’è qualcosa più importante di questo, posso spararmi una pallottola nel cervello», dice a un certo punto. Perché avrebbe dovuto rischiare di chiudere l’azienda dichiarando che quei cilindri erano difettosi? o peggio, assumendosi le sue responsabilità al processo?
«Tu non sei peggiore della media». Quando Chris pronuncia questa battuta verso il padre, ho visto più di uno spettatore muoversi sulla sedia. Chi sarebbe, oggi, nella nostra società, capace di mettere la verità al di sopra dei legami famigliari?
«L’onestà è una stella che una volta perduta non si riaccende più», dice un vicino di casa di Joe e amico del figlio Chris. Parole pesantissime. Arthur Miller, come Shakespeare, aveva letto Seneca. Il filosofo latino viene citato anche in un altro passo, quando Chris, accusando il padre, dice: «Neppure gli animali uccidono i loro simili» (oggi sappiamo che non è così, ma lasciamo correre, l’immagine è comunque pregnante).
La regia, firmata da Dipasquale, è abbastanza buona. Forse ci mette un po’ a carburare: i primi dieci minuti, che hanno il tono della commedia, sono poco efficaci; e, soprattutto nel finale, c’è un po’ di retorica di troppo. Ma il testo arriva, e potentemente. Lo dimostrano gli applausi e i commenti del pubblico.

Èun peccato che qui a Roma lo spettacolo sia in scena solo per sei sere, avrebbe meritato almeno un mese di repliche.

Teatro Quirino, Roma, 28 marzo.2 aprile 2017

Teatro della città – Catania
MARIANO RIGILLO   ANNA TERESA ROSSINI
ERANO TUTTI MIEI FIGLIdi Arthur Miller
regia GIUSEPPE DIPASQUALE
traduzione Masolino D’Amico
con (in ordine alfabetico)
Filippo Brazzaventre   Barbara Gallo   Enzo Gambino
Liliana Lo Furno   Giorgio Musumeci
Ruben Rigillo   Silvia Siravo
scene Antonio Fiorentino costumi Silvia Polidori

L’ora legale di Ficarra e Picone, un’occasione perduta

Il punto di partenza del film è originale, e la prima metà della storia, pur nella sua semplicità, è abbastanza divertente. Nel seguito il racconto perde di ogni verosimiglianza e, mi dispiace dirlo, finisce per diventare uno spot involontario per la mafia. Il sindaco onesto sembra capace soltanto di multare i cittadini, negare permessi e chiudere impianti abusivi. Del rispetto delle regole vengono solo mostrati i lati scoccianti per chi, abituato a infrangerle, deve ora rispettarle. Tutti i vantaggi collettivi vengono taciuti: nessuno che gioisce delle strade pulite, di servizi efficienti, del non vedersi sorpassato dal parente del politico, del riconquistare pezzi di litorale pubblici abusivamente occupati. Peggio ancora, la politica corrotta viene ridotta a macchietta pacioccona e rassicurante, con un finale alla “si stava meglio quando si stava peggio”. La verità viene calpestata e barattata per delle gag da avanspettacolo che strappano a fatica mezzi sorrisi. Ecco dov’è tutta l’amarezza del finale, che in altre recensioni viene quasi decantata come “originale”. L’amarezza vera è quella di un’occasione perduta.

Sciascia e i professionisti dell’antimafia, profezie e revisionismo fuori luogo

Alcune aberrazioni storiche contenute nell’articolo di FeliceCavallaro pubblicato ieri (08/01/17) sul Corriere della Serami hanno fatto sobbalzare per la rabbia.

Mettendo per un attimo da parte il valore di Sciascia come letterato, polemista e romanziere, non sta né in cielo né in terra difendere oggi quel suo articolo del 1987 dove si scagliava contro il prefetto Mori e Paolo Borsellino.

Cavallaro scrive dei molti che all’epoca furono «pronti a protestare contro un articolo interpretato come un attacco a Leoluca Orlando e a Paolo Borsellino» (corsivo mio).
Se andiamo a leggere l’articolo troviamo che il nome di Leoluca Orlando, pavidamente forse, non viene mai fatto (anche se all’epoca fu effettivamente interpretato in quel modo), mentre l’attacco a Paolo Borsellino fu frontale. Non è un’interpretazione.
Queste sono un paio delle frasi scritte da Sciascia: «chi rimprovererà un sindaco che si occupi di mafia magari trascurando di amministrare la sua città? In altro campo, c’è da segnalare un episodio che ha visto il dottor Paolo Borsellino scavalcare, nell’assegnazione al posto di procuratore della repubblica di Marsala, un altro concorrente più anziano, perché questi non era stato mai incaricato di processi contro la mafia…»

L’articolo di Sciascia può scomporsi in due asserzioni principali:
1. Alcuni politici e magistrati stanno facendo carriera sfruttando l’antimafia;
2. Paolo Borsellino ne è un esempio eclatante.

La seconda asserzione non merita commento. Ricordo solo che nel 1987 Borsellino era noto per essere stato uno dei più stretti collaboratori di Falcone durante l’istruttoria del maxiprocesso di Palermo (nel quale, lo dico per i più giovani, furono per la prima volta condannati all’ergastolo Riina, Provenzano & Co.) Sciascia naturalmente non era un mafioso e aveva preso soltanto un grosso granchio, forse il peggiore della sua vita, perciò Falcone e Borsellino lo cercarono per chiarirsi e l’incontro pacificatore ci fu. Purtroppo Sciascia perse l’occasione per porgere le sue scuse pubblicamente, e quel maledetto articolo fu spesso riutilizzato anche contro Falcone.

Sulla prima asserzione si può discutere. All’epoca era abbastanza fuori luogo se consideriamo che, cinque anni dopo, un politico tutt’altro che “antimafioso” come Salvo Lima era un europarlamentare e tra i più influenti esponenti della DC siciliana. Viceversa si può fare una lunga lista di magistrati e poliziotti che persero la vita per il loro impegno nell’antimafia. Naturalmente, dopo la morte di Falcone e Borsellino tutto è cambiato: il movimento antimafia si è molto ingrossato (per fortuna), ed è fisiologico che (purtroppo) ci si sia infilato qualche opportunista. Da qui a considerare l’affermazione di Sciascia una profezia ce ne passa…

L’articolo di Sciascia conteneva anche un’altra affermazione che non condivido, e riguardava un bellissimo film di Pietro Germi, Nel nome della legge, che raccontava la storia di un magistrato integerrimo (interpretato da Massimo Girotti) che veniva spedito per punizione in un paesino della Sicilia comandato dalla mafia dell’epoca. Un film del 1949 (!) con la mafia a cavallo che si vantava, già a torto, di difendere i più deboli. Il finale, molto poetico, mostrava il capo mafia che alla fine “collaborava” col magistrato consegnandogli un suo picciotto. La scena, con le campane e tutto il paese raccolto nella piazza principale aveva una chiara matrice onirica, era come un sogno che mostrava che la fine della mafia sarebbe avvenuta solo quando tutti avessero collaborato. Buscetta, quarant’anni dopo, raccontò di aver visto quel film nel 1949 e di aver discusso fuori dal cinema con altri mafiosi su quel finale. Gli altri mafiosi rimproveravano Turi Passalacqua (il capomafia di Germi, interpretato dal grande Charles Vanel) di aver collaborato col magistrato, mentre Buscetta sosteneva che aveva fatto bene perché il mafioso che veniva consegnato aveva commesso delle chiare slealtà. Considerato quello che avvenne al maxiprocesso si può dire che quello era veramente un finale profetico.

Per completezza riporto qui di seguito l’intero articolo di Sciascia, così ognuno può farsi un’opinione su quello che realmente scrisse.

Dall’Archivio del Partito radicale
Sciascia Leonardo – 10 gennaio 1987
I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA
di Leonardo Sciascia
»La documentatissima analisi dello storico inglese Christopher Duggan sul fenomeno criminale sotto il regime mussoliniano – Anche nel sistema democratico può avvenire che qualcuno tragga profitto personale dalla lotta alla delinquenza organizzata – Uomini pubblici che esibiscono a parole il loro impegno contro le cosche e trascurano i propri doveri amministrativi
SOMMARIO: Due autocitazioni, da “Il giorno della civetta” e da “Ciascuno il suo”, per chiarire cosa egli pensi, da sempre, sulla mafia. Segnala poi il libro recentemente uscito in Italiano, di uno storico inglese che ha studiato la mafia sotto il fascismo, non tanto in quel che essa era in sé ma per ciò che se ne pensava intorno (Christopher Duggan, “La mafia durante il fascismo”). Purtroppo, a nulla servono i buoni libri (neanche i suoi due, citati all’inizio) per far apprendere una “dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema”; anche i suoi, forse, sono stati letti tutt’al più “en touriste”, alla ricerca del “lieto fine”. Ma quando Luigi Sturzo, nel 1900, scrisse un dramma sulla mafia, esso non aveva – già allora – un lieto fine. Poi, a don Sturzo è succeduta la DC, un partito “a dir poco indifferente al problema”.
Storicamente, in Sicilia, il fascismo stentò a sorgere dove il socialismo era debole. E la mafia, che aveva impedito lo sviluppo del socialismo, era già fascismo. Tanto che essa cominciò a temere certe manifestazioni più intransigenti e “rivoluzionarie” di settori del fascismo, degli ex-combattenti, dei giovani nazionalisti, ecc., temuti anche dal fascismo agrario del nord: come è il caso di Alfredo Cucco, fascista di linea radical-borghese, arrestato dallo stesso fascismo. In Sicilia ci fu uno scambio, tra il fascismo ed agrari ed esercenti di zolfare; il fascismo dava loro sicurezza, ma questi dovevano liberarsi delle frange criminali. Questa fu opera del prefetto Mori, uomo di gran senso del dovere verso lo Stato, che così venne favorendo le aree fasciste conservatrici a danno delle più “progressiste”.: insomma, con Mori si ha il paradosso di una “antimafia” come “strumento del potere”. Qualcosa di simile può succedere anche oggi: chi rimprovererà un sindaco che si occupi di mafia magari trascurando di a
mministrare la sua città? In altro campo, c’è da segnalare un episodio che ha visto il dottor Paolo Borsellino scavalcare, nell’assegnazione al posto di procuratore della repubblica di Marsala, un altro concorrente più anziano, perché questi non era stato mai incaricato di processi contro la mafia…
(CORRIERE DELLA SERA, 10 gennaio 1987)
Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all’eroismo che non costa nulla e che i milanesi dopo le Cinque giornate, denominarono “eroi della sesta”.
1. “Da questo stato d’animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l’angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti… Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche: mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto […] sarebbe meglio si mettessero ad ann
usare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso.” (Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961.)
2. “Ma il fatto è, mio caro amico, che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia: ma io sono ugualmente inquieto.” (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966.)
Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell’antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s’intitola “La mafia durante il fascismo”, e ne è autore Christopher Duggan, giovane ricercatore dell’Università di Oxford e allievo di Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l’attenzione dell’autore è rivolta non tanto alla “mafia in sé” quanto a quel che “si pensava la mafia fosse e perché”: punto focale, ancor oggi, della questione: per chi si capisce sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco, al colore locale, alla particolarità folcloristica.
Ed è curioso che nell’attuale consapevolezza (preferibile senz’altro anche se alluvionata di retorica all’effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l’impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.
Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l’illusione che quei miei due libri, cui appartengono i passi che ho voluto ricordare, siano serviti a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia: poiché c’è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione, un libro) siano serviti ai tanti, tantissimi che l’hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo che i più li abbiano letti, per così dire, “en touriste”, allora; e non so come li leggano oggi. Tant’è che allora il “lieto fine” – e se non lieto edificante era nell’aria, per trasmissione di potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film “In nome della legge”, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.
Ed è esemplare la vicenda del dramma “La mafia” di Luigi Sturzo. Scritto nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abbozzi di Sturzo per il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la pièce era stata dal suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto esser per Fabbri avvertimento a non concluderla col trionfo del bene): andava a finire male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e penoso da cimentarsi a darne un “essemplo” (parola cara a san Bernardino) sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo partito popolare sia venuta fuori una democrazia cristiana a dir poco indifferente al problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un’indagine e un’analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n’è voluto per avere finalmente questa accurata indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.
L’idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole; in Sicilia la mafia ha impedito che il socialismo prendesse forza: la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l’istanza rivoluzionaria degli ex combattenti, dei giovani che dal partito nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell’invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell’ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi “risorgimentali” – volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena dopo il delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).
Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange “rivoluzionarie” per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano a garantire al fascismo almeno l’immagine di restauratore dell’ordine pubblico liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.
E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi “mafiosi”): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l’efficienza e l’efficacia del patto. Mori, dice Duggan, “era per natura autoritario e fortemente conservatore”, aveva “forte fede nello stato”, “rigoroso senso del dovere”. Tra il ’19 e il ’22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse quel periodo di ozio a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di “Tra le zagare, oltre la foschia”, che certamente contribuì a farlo apparire come l’uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.
Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello stato, che era ormai lo stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l’innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c’è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell’opinione pubblica) nascondeva anche il gioco di una fazione fascista conservatrice e di vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.
Sicché se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come “mafioso”. Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.
E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la democrazia cristiana: et pour cause, come si è tentato prima di spiegare. Questo è un esempio ipotetico.
Ma eccone uno attuale ed effettuale. Lo si trova nel “Notiziario straordinario” n. 17 (10 settembre 1986) del Consiglio superiore della magistratura. Vi si tratta dell’assegnazione del posto di procuratore della repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e della motivazione con cui si fa proposta di assegnarglielo salta agli occhi questo passo: “Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dottor Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il ‘superamento’ da parte del più giovane aspirante.”
Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come “la diversa anzianità”, che vuol dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel “superamento” (pudicamente messo tra virgolette), che vuol dire della bocciatura degli altri più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo che par di capire fosse il primo in graduatoria è “magistrato di eccellenti doti”, e lo si può senz’altro definire come “magistrato gentiluomo”, anche perché, con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna “a lui assolutamente non imputabile”: quella di non essere stato finora incaricato di processi di mafia. Circostanza “che comunque non può esser trascurata”, anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo “pietisse l’assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l’altro risultato alieno dal suo carattere”. E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto o più graditi rispetto alla promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di “magistrato gentiluomo”, c’è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

Benvenuto Cellini torna a Roma in trionfo

Fino al 28 marzo è in scena all’Opera di Roma il Benvenuto Cellini di Hector Berlioz, un’opera di raro ascolto che torna a Roma (luogo in cui peraltro è ambientata), dopo ventun anni di assenza. È un ritorno in grande stile, senz’altro il più bell’allestimento della stagione sotto diversi aspetti. Si tratta di una coproduzione dell’Opera di Roma con la English National Opera e la De Nationale Opera & Ballet di Amsterdam, che vede la regia di Terry Gilliam e le scene e co-regia di Leah Hausman.
La storia è ispirata all’autobiografia di Cellini, il famoso cesellatore dalla vita turbolenta, a cui Papa Clemente VII commissionò una statua di Perseo. Tolto il libertinaggio e qualche eccesso, Berlioz vede in Cellini il suo alter ego, un eroe che affronta mille peripezie fino a rischiare la vita per l’Arte. La vicenda si svolge durante il carnevale romano. Nel primo atto
Cellini si intrufola in casa dell’amata Teresa, anticipando l’altro pretendente, nonché rivale cesellatore, Fieramosca. Il progetto di rapire Teresa viene vanificato proprio da quest’ultimo in una scena molto concitata, nella quale Cellini uccide uno scagnozzo di Fieramosca, Pompeo. Il secondo atto invece vede l’arrivo nella fucina del Papa in persona, che, non trovando la statua ancora pronta, minaccia di affidare l’incarico a un altro scultore. Cellini minaccia a sua volta di distruggere la statua e strappa al Papa una promessa: avere la grazia, sposare Teresa e poter completare il Perseo. Il Papa accetta, a patto che la statua venga ultimata il giorno stesso, altrimenti Cellini verrà impiccato. Nel finale Cellini, non avendo sufficiente metallo per la statua dà l’ordine di gettare nella fornace tutte le opere che sono nel suo atelier. Possiamo leggere quest’ultima scena come una suggestiva metafora di Berlioz che “fonde” tutte le sue precedenti conquiste sinfoniche per realizzare il suo primo grand opéra.
Dal punto di vista musicale l’opera si contraddistingue per una impressionante esuberanza sinfonica. L’orchestrazione, di cui Berlioz è indiscutibilmente uno dei più grandi campioni dell’800, stupisce in continuazione per ricchezza varietà e originalità. Paradossalmente mi permetto di ipotizzare che sia anche questo il “difetto” dell’opera, o perlomeno il motivo per cui non è in repertorio: l’orchestrazione a volte travolge le voci, rendendole quasi superflue o perlomeno non regine assolute come in Mozart, Verdi e Puccini; e questo, teatralmente parlando, è un difetto. Probabilmente Berlioz è riuscito a trovare un maggior equilibrio tra voci e orchestra soltanto nelle sue opere successive (parlo comunque da ammiratore incondizionato del compositore). Ho trovato estremamente emblematico, a questo riguardo, l’intermezzo carnevalesco, verso la fine del primo atto, in cui c’è una pantomima con Arlecchino e Pierrot. Qui i due protagonisti non cantano, ma è l’orchestra a dargli voce, assieme al commento del coro. Ho trovato la scena particolarmente riuscita, e mi pare si possa considerare una prefigurazione del Romeo et Juliette, dove Berlioz adotta la stessa tecnica, fa cioè cantare solo i personaggi secondari e il coro mentre affida le “voci” dei protagonisti all’orchestra stessa.
Venendo brevemente al cast, c’è innanzitutto da fare i complimenti al maestro Roberto Abbado, che è stato capace di infondere nell’orchestra tutto il fuoco della partitura, gestendo sapientemente dinamiche e agogica. Per quanto riguarda le voci, il soprano Mariangela Sicilia è quello che più mi ha impressionato per potenza, facilità di emissione e interpretazione; e giustamente ha raccolto la maggior quantità di applausi accanto a John Osborn, una stella affermata e indiscussa del belcanto. Notevole e applauditissima anche la prestazione del basso Marco Spotti. Ma devo dire che tutto il cast, coro in primis (poiché aveva un ruolo rilevantissimo), si è dimostrato pienamente all’altezza. Un ultimo encomio va infine al regista, anzi i registi Terry Gilliam e Leah Hausman, che hanno offerto un’interpretazione moderna ma fedele e funzionale al libretto (forse non avrei rinunciato all’ambientazione romana, ma sono di parte…), con scenografie e coreografie accattivanti, grandiose e talvolta  sorprendenti (l’unico momento che forse poteva essere reso meglio è il sacrificio delle opere di Cellini, che rimangono in effetti solo sulla bocca della fornace).
In definitiva è veramente uno spettacolo da non perdere… e speriamo di non dover attendere altri ventuno anni per rivederlo.

Aggiunta del 30/03/16. Ieri ho rivisto l’opera dalla platea. Ci guadagna molto negli sfondi, che dalla galleria si vedevano solo parzialmente. Come qualcuno ha osservato, in alcuni momenti potevano essere illuminati meglio; restano comunque di grandissimo impatto visivo: in alcuni momenti al limite della vertigine, come nel finale del primo atto. Tra le voci aggiungerei senz’altro una menzione per Ascanio, il ruolo en travesti interpretato magistralmente dal mezzo-soprano Varduhi Abrahamyan, che anche ieri ha rimediato un grande applauso a scena aperta dopo la sua aria nel secondo atto, Mais qu’ai-je donc.

DIRETTORE
 Roberto Abbado
REGIA
 Terry Gilliam
CO-REGIA E COREOGRAFIA
 Leah Hausman
MAESTRO DEL CORO
 Roberto Gabbiani
SCENE
 Terry Gilliam Aaron Marsden
DA UN’IDEA ORIGINALE DI
 Rae Smith
COSTUMI
 Katrina Lindsay
LUCI
 Paule Constable
VIDEO
 Finn Ross
INTERPRETI PRINCIPALI
ASCANIO
 Varduhi Abrahamyan
BENVENUTO CELLINI
 John Osborn
FIERAMOSCA
 Alessandro Luongo
GIACOMO BALDUCCI
 Nicola Ulivieri
PAPA CLEMENTE VII/ CARDINAL SALVIATI
 Marco Spotti
POMPEO
 Andrea Giovannini
TERESA
 Mariangela Sicilia
FRANCESCO
 Matteo Falcier
LE CABARETIER
 Vladimir Reutov
BERNARDINO
 Graziano Dallavalle
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera
Nuovo allestimento in coproduzione con English National Opera e De Nationale Opera & Ballet di Amsterdam
In lingua originale con sovratitoli in italiano e inglese