Siamo lieti di annunciare che lo spettacolo andrà di nuovo in scena giovedì 7 febbraio alle 21:00 al Teatro Agorà, via della penitenza 33 (Trastevere) nell’ambito del festival la Scienza a teatro. Per info e prenotazioni scrivere a ilmaredimajorana@gmail.com
Nuove repliche del Mare di Majorana
Sono lieto di informarvi che Il mare di Majorana sarà di nuovo in scena il 26 e 27 gennaio al teatro Le Salette in vicolo del Campanile 14 (a due passi dalla Basilica di S. Pietro, metro Ottaviano).
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| “Avvincente ricostruzione di un mistero italiano, con sapiente equilibrio tra realtà e fantasia” Premio Teatro Helios, Pieve di Teco |
Il cast è lo stesso del debutto, con la novità di Alessio Maria Maffei nel ruolo di Amaldi.
In questa riduzione per sei attori (il testo originario è per undici), attorno al protagonista troviamo la sorella Maria, anima dolce e delicata; l’amico e collega Giovanni Gentile jr. figlio dell’omonimo filosofo; Edoardo Amaldi, fedele discepolo di Fermi, e il sanguigno Emilio Segré, con cui Majorana ebbe un lacerante screzio sulle leggi razziali proprio a ridosso della scoperta del positrone; infine la studentessa Senatore, a cui Majorana consegnò le sue ultime carte prima di scomparire.
Amicizie e rivalità si intrecciano, tra confessioni, incomprensioni e differenze incolmabili. Ne esce un Majorana complesso e tormentato, profondo e come disse Fermi “privo di buon senso”, quasi come un eroe del suo amato Dostoevskij.
Sinossi completa sul sito del teatro Le Salette. Potete seguirci anche sulla pagina facebook o su instagram con l’hashtag #ilmaredimajorana
Il mare di Majorana al Teatro Agorà
Una sera del 25 marzo di ottanta anni fa Ettore Majorana lasciava nel suo albergo due bigliettini di addio, uno al direttore del dipartimento di fisica Antonio Carrelli, l’altro ai familiari. Scriveva di avere preso una scelta «inevitabile» e pregava la famiglia di «perdonarlo». Poi prese un traghetto per Palermo, apparentemente per suicidarsi. Invece arriva a destinazione e invia a Carrelli un telegramma in cui sembra averci ripensato: «il mare mi ha rifiutato», scrive, dicendo di mettersi a sua disposizione per ulteriori dettagli. In realtà è solo uno dei tanti colpi di scena di questa storia, perché di lui non si saprà più nulla di certo. Si susseguiranno soltanto un mare di ipotesi e di avvistamenti (molti dei quali poco plausibili), che fanno della sua scomparsa uno dei misteri più appassionanti del mondo scientifico del ‘900.
Il mare di Majorana è una pièce teatrale che ricostruisce gli ultimi dieci anni di vita di Majorana cercando di mostrare in che modo la sua vicenda umana sia indissolubilmente legata alla sua parabola scientifica. Al grande pubblico raramente viene detto che le sfide più ardite che intraprese Majorana riguardano l’equazione di Dirac. Nel 1933 Majorana scrisse infatti un importante lavoro in cui cercava di eliminare il cosiddetto “mare di Dirac” considerando una variante di quella stessa equazione ma con spinori a infinite componenti. Purtroppo questa teoria si rivelò “irrilevante” pochi mesi dopo quando fu appurata l’esistenza del positrone. Poco dopo Majorana manifestò un principio di esaurimento nervoso che lo portò a isolarsi per quattro anni, fino alla “rivincita”…
Molti dei miei lettori avranno già letto il testo che ho pubblicato su Amazon, ma è veramente con grande piacere e una certa trepidazione che vi invito al Teatro Agorà dal 17 al 22 aprile per vederlo dal vivo con un cast di eccellenti attori. In questa riduzione per sette personaggi (l’originale è per 11), accanto al protagonista troviamo la sorella Maria, anima dolce e delicata; l’amico e collega Giovanni Gentile jr. figlio dell’omonimo filosofo; Edoardo Amaldi, fedele discepolo di Fermi, e il sanguigno Emilio Segré, con cui Majorana ebbe un lacerante screzio sulle leggi razziali proprio a ridosso della scoperta del positrone; infine la studentessa Senatore, a cui Majorana consegnò le sue ultime carte prima di scomparire.
Vi aspetto a teatro
Marco Pizzi
Inoltre per le scuole andrà in scena nelle
mattine del 26 e 27 aprile ore 11:30
Teatro Lo Spazio, via Locri 42
info e prenotazioni: ilmaredimajorana@gmail.com
Io, mamma e Ronconi: non ci resta che ridere
«C’è un tempo per piangere, e un tempo per ridere» diceva il saggio Qoelet. Io mamma e Ronconi è senz’altro, tra tutte le mie pièce, la più scanzonata e irriverente. Dopo aver affrontato il dramma intimo e filosofico con Il mare di Majorana, la tragedia con la vicenda straordinaria e tremenda di Falcone, e poi la commedia (su un tema però drammatico come una gravidanza indesiderata) con Maternità inattesa, stavolta mi sono cimentato nel genere comico-brillante.
In realtà neanche stavolta ho rinunciato ad assestare, qua e là, qualche affondo più serio. Per esempio quando Beatrice e Giampy ottengono il finanziamento pubblico, ho ripreso quasi letteralmente una denuncia di Elio De Capitani in cui parlava di certi «stratagemmi» per ottenere punti nel cervellotico decreto del FUS. In altre scene mi sono divertito a giocare su alcune storture del teatro contemporaneo (soldi sprecati in scenografie brutte e costose, lavoratori non pagati, registi folli ecc.) Il monologo di Bea sui clientelismi è poi paradigmatico di chi stigmatizza usanze che poi è il primo a perpetrare.
Tutti e cinque i personaggi sono presi dalla realtà contemporanea. Rimanendo ai tre protagonisti: Bea è una donna divorziata e ancora piacente che convive con un compagno molto più giovane di lei, Giampaolo, un intellettuale alla moda che le dà sempre ragione, mentre Eleonora è la figlia vessata e stressata, ma in fondo quella con più buon senso di tutti. Il rapporto tra Bea e la figlia riflette una situazione oggi molto frequente, in cui i genitori non danno nessun punto di riferimento ai figli e sono addirittura questi ultimi a doverli dare ai propri genitori. La passione per l’astrologia di Bea (una delle sue tante follie) è un fenomeno irrazionale quanto diffuso, anche tra le persone più istruite di mezza Europa. Per non parlare della condizione di molti mariti che escono da un divorzio quasi sul lastrico; nella commedia è spesso evocato il povero Alfredo, ex marito di Bea, che mantiene tutti (io l’ho buttata sul ridere ma il fenomeno è serio). Insomma, al di là delle risate spero che la commedia lasci anche qualche piccolo spunto di riflessione sulla nostra realtà quotidiana.
Infine una piccola nota stilistica. Considerato il soggetto e il registro comico, la sfida più difficile è stata quella di ottenere dialoghi leggeri e diretti senza scadere nella sciatteria o nel turpiloquio. A questo scopo ho cercato di lavorare di fantasia, giocando con le perifrasi e ricorrendo talvolta a ironici neologismi. Così, alla conta dei termini volgari, mi sono tenuto sotto i limiti dell’Inferno dantesco; per la precisione: tre parole e mezza non ripetute. Cosa di cui vado abbastanza fiero.
commedia in due atti di Marco Pizzi
Regia
Massimiliano Calabrese
Audio e luci
Gabriele Gentile
(durata circa 90′)
La Cassazione, Contrada e i leoni da tastiera
Il 13 aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non era ancora previsto dall’ordinamento giuridico italiano. Nella sentenza viene affermato che «l’accusa di concorso esterno non era sufficientemente chiara». Come si possa concepire che il «concorso esterno per associazione mafiosa» non sia chiaro a chi lo commette, ce lo possono spiegare solo gli Azzeccagarbugli più navigati. Se io sono un poliziotto e avverto Riina che sta per subire una retata, penso mi sia chiaro che sto commettendo un reato molto grave. Ma ricordiamo qualcuno dei fatti che portarono alla condanna di Contrada.
Anni prima c’era stato Vincenzo Vitale, il primo collaboratore di giustizia, rinchiuso in un manicomio e poi ucciso al suo rilascio. Chi fu il primo confessore di Vitale? Esatto: Bruno Contrada. Siamo nel 1973. Quella testimonianza rimase a tutti gli effetti lettera morta, e fu riesumata e riscattata solo un decennio più tardi da Giovanni Falcone.
L’ascesa e il declino di Contrada sono curiosamente paralleli a quella di Cosa Nostra. Mentre l’Italia veniva messa in ginocchio e Falcone subiva vessazioni da parte del CSM, attacchi dai giornalisti e attentati, la carriera di Contrada procedeva sfavillante e incontrastata. Nel 1976 Contrada assume la direzione della Criminalpol, nel 1982 passa al SISDE con l’incarico di coordinarne i centri della Sicilia e della Sardegna. Nel settembre del 1982 viene nominato dal prefetto Emanuele De Francesco Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, incarico che ricopre fino al dicembre del 1985. Nel 1986 fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE. Parallelamente a ciò venne insignito di Medaglia d’oro al merito di servizio, Croce di anzianità di servizio della Polizia di Stato, e Commendatore dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Un altro episodio lo racconta Mutolo con riferimento all’ultimo interrogatorio effettuato da Borsellino prima di essere ucciso. “Borsellino tornò dopo circa due ore, non commentò niente, ma era molto arrabbiato. Io mi misi a ridere perché aveva due sigarette accese contemporaneamente, una in bocca e l’altra nel posacenere, tanto era agitato. Poi ho capito perché: mi disse che dopo aver parlato con il ministro incontrò Vincenzo Parisi (all’epoca capo della Polizia) e Bruno Contrada che gli avevano detto di sapere del mio interrogatorio. Contrada mostrò di sapere dell’interrogatorio in corso con me che doveva essere segretissimo. Anzi gli disse: so che è con Mutolo, me lo saluti”.
Mutolo sostiene di aver appreso da Rosario Riccobono che Contrada “era ormai passato a disposizione della mafia”. Dalla medesima fonte, Mutolo sapeva che il primo mafioso di rango a stabilire un rapporto di amicizia con Contrada sarebbe stato Stefano Bontate, avvalendosi dei buoni uffici prestati dal conte Arturo Cassina, una sorta di vicino di casa per il mafioso, nonché confratello del funzionario SISDE presso l’Ordine del Santo Sepolcro.
La sentenza della Cassazione di ieri non è entrata nel merito dei fatti contestati a Contrada, ma ha soltanto stabilito che il reato di concorso in associazione mafiosa non era “chiaro, né prevedibile” e ha così dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”. Questa è una sentenza che si basa su un’interpretazione formale della legge ed è perciò moralmente gravissima.
Maternità inattesa al Teatro Due Roma
Cari amici,
sono felice ed emozionato nell’invitarvi al Teatro Due Roma, il 21 e 22 aprile alle ore 21:00 e domenica 23 alle ore 18:00, per Maternità inattesa il mio nuovo testo teatrale che segna anche il mio debutto sulle scene.
Si tratta di una commedia dai risvolti a volte comici e a volte drammatici, incentrata su un tema particolarmente attuale (basti ricordare le polemiche che suscitò, pochi mesi fa, la campagna per la fertilità del Ministero della Salute).
I protagonisti affrontano, con diverse prospettive, la possibilità e la responsabilità di mettere al mondo un figlio: le gioie che questo rappresenterebbe nelle normali aspettative di una ragazza che vorrebbe costruirsi una famiglia, e viceversa le limitazioni che implicherebbe per un ragazzo di belle speranze che pensa a tutt’altro. A questo si sovrappongono, con varie conseguenze, le classiche tentazioni che scaturiscono da un rapporto di coppia imperfetto.
Ecco la sintesi della pièce nelle parole del regista, Valerio Puppo:
«La probabilità di una maternità mette in crisi una giovane coppia, forse già sul filo del rasoio. Anna vuole cogliere l’occasione per confrontarsi con Luca, il suo ragazzo, il quale sembra non prendere sul serio l’eventualità di un figlio. Tra detto e non detto vengono a galla paure e rivelazioni che si insinuano anche tra gli amici: Giorgia amica, collega e coinquilina di Anna, Valentina amica e collega di Luca, e Carlo, fidanzato di Valentina; anche loro, apparentemente estranei alla coppia, finiscono per essere coinvolti nella sfera intima dei due giovani.
In scena ci sono 5 attori e l’essenziale: uno scheletro di divano e puri elementi geometrici.
La difficoltà in un mondo che non dà appigli e la ricerca dentro di sé di trovare la fondatezza di chi siamo e cosa vogliamo. Un Incontro. Uno scontro. Le conseguenze di giocare con la verità».
Per informazioni e prenotazioni:
Erano tutti miei figli, Mariano Rigillo al Quirino
Il protagonista è Joe Keller (Mariano Rigillo), un imprenditore di successo. Non ha mai studiato e se ne vanta, è un self-made man, uno che ha sposato una bella donna, ha messo su famiglia, e ha un’azienda fiorente che lascerà in eredità al figlio. E questo è tutto per lui. Ma la fonderia che Joe dirige, durante la guerra fabbricava dei cilindri d’acciaio per gli aerei militari, e una partita difettosa di questi cilindri causò una ventina di morti tra i piloti americani (tra cui si ipotizza anche lo stesso figlio, dato per disperso). Ci fu un processo, ma Joe riuscì a scaricare tutta la colpa su un suo sottoposto: «un ometto», «uno che aveva paura di tutto», e in carcere finì lui, il poveraccio. Pesce grosso mangia pesce piccolo. E mentre il poveraccio marciva in carcere, Joe è tornato a capo della sua azienda, più forte e vincente di prima.
Il problema è che quell’«ometto» aveva e ha una figlia, fidanzata del figlio di Keller scomparso in guerra, e ora promessa sposa a Chris, il fratello del defunto.
Chris Keller è il secondo protagonista della vicenda, interpretato da Ruben Rigillo (sì, padre e figlio nella realtà interpretano padre e figlio nella finzione). Chris ci viene presentato come un puro, uno che Gesù avrebbe definito un «figlio della luce». Lavora anche lui nella famigerata azienda, ma non sa della colpa del padre. O forse… non ha mai avuto il coraggio di indagare a fondo su quella faccenda. Suo fratello è morto in guerra ormai da tre anni, e ora vorrebbe sposare la di lui fidanzata.
Ma a un certo punto la macchia del padre riaffiora come un cadavere in putrefazione, e non si può più far finta di nulla. E come in un classico dramma ibseniano, le colpe dei padri ricadono sui figli.
Ma a parte questo, Erano tutti miei figli è una tragedia che lacera le certezze di una società americana (solo americana?) fondata sulla famiglia e il successo. Joe, comportandosi da farabutto, ha consentito alla propria famiglia di prosperare. «Io sono suo padre e lui è mio figlio. Se c’è qualcosa più importante di questo, posso spararmi una pallottola nel cervello», dice a un certo punto. Perché avrebbe dovuto rischiare di chiudere l’azienda dichiarando che quei cilindri erano difettosi? o peggio, assumendosi le sue responsabilità al processo?
«Tu non sei peggiore della media». Quando Chris pronuncia questa battuta verso il padre, ho visto più di uno spettatore muoversi sulla sedia. Chi sarebbe, oggi, nella nostra società, capace di mettere la verità al di sopra dei legami famigliari?
«L’onestà è una stella che una volta perduta non si riaccende più», dice un vicino di casa di Joe e amico del figlio Chris. Parole pesantissime. Arthur Miller, come Shakespeare, aveva letto Seneca. Il filosofo latino viene citato anche in un altro passo, quando Chris, accusando il padre, dice: «Neppure gli animali uccidono i loro simili» (oggi sappiamo che non è così, ma lasciamo correre, l’immagine è comunque pregnante).
La regia, firmata da Dipasquale, è abbastanza buona. Forse ci mette un po’ a carburare: i primi dieci minuti, che hanno il tono della commedia, sono poco efficaci; e, soprattutto nel finale, c’è un po’ di retorica di troppo. Ma il testo arriva, e potentemente. Lo dimostrano gli applausi e i commenti del pubblico.
Èun peccato che qui a Roma lo spettacolo sia in scena solo per sei sere, avrebbe meritato almeno un mese di repliche.
Teatro Quirino, Roma, 28 marzo.2 aprile 2017
MARIANO RIGILLO ANNA TERESA ROSSINI
ERANO TUTTI MIEI FIGLIdi Arthur Miller
Filippo Brazzaventre Barbara Gallo Enzo Gambino
Liliana Lo Furno Giorgio Musumeci
Ruben Rigillo Silvia Siravo
L’ora legale di Ficarra e Picone, un’occasione perduta
Sciascia e i professionisti dell’antimafia, profezie e revisionismo fuori luogo
Mettendo per un attimo da parte il valore di Sciascia come letterato, polemista e romanziere, non sta né in cielo né in terra difendere oggi quel suo articolo del 1987 dove si scagliava contro il prefetto Mori e Paolo Borsellino.
Cavallaro scrive dei molti che all’epoca furono «pronti a protestare contro un articolo interpretato come un attacco a Leoluca Orlando e a Paolo Borsellino» (corsivo mio).
Se andiamo a leggere l’articolo troviamo che il nome di Leoluca Orlando, pavidamente forse, non viene mai fatto (anche se all’epoca fu effettivamente interpretato in quel modo), mentre l’attacco a Paolo Borsellino fu frontale. Non è un’interpretazione.
Queste sono un paio delle frasi scritte da Sciascia: «chi rimprovererà un sindaco che si occupi di mafia magari trascurando di amministrare la sua città? In altro campo, c’è da segnalare un episodio che ha visto il dottor Paolo Borsellino scavalcare, nell’assegnazione al posto di procuratore della repubblica di Marsala, un altro concorrente più anziano, perché questi non era stato mai incaricato di processi contro la mafia…»
L’articolo di Sciascia può scomporsi in due asserzioni principali:
1. Alcuni politici e magistrati stanno facendo carriera sfruttando l’antimafia;
2. Paolo Borsellino ne è un esempio eclatante.
La seconda asserzione non merita commento. Ricordo solo che nel 1987 Borsellino era noto per essere stato uno dei più stretti collaboratori di Falcone durante l’istruttoria del maxiprocesso di Palermo (nel quale, lo dico per i più giovani, furono per la prima volta condannati all’ergastolo Riina, Provenzano & Co.) Sciascia naturalmente non era un mafioso e aveva preso soltanto un grosso granchio, forse il peggiore della sua vita, perciò Falcone e Borsellino lo cercarono per chiarirsi e l’incontro pacificatore ci fu. Purtroppo Sciascia perse l’occasione per porgere le sue scuse pubblicamente, e quel maledetto articolo fu spesso riutilizzato anche contro Falcone.
Sulla prima asserzione si può discutere. All’epoca era abbastanza fuori luogo se consideriamo che, cinque anni dopo, un politico tutt’altro che “antimafioso” come Salvo Lima era un europarlamentare e tra i più influenti esponenti della DC siciliana. Viceversa si può fare una lunga lista di magistrati e poliziotti che persero la vita per il loro impegno nell’antimafia. Naturalmente, dopo la morte di Falcone e Borsellino tutto è cambiato: il movimento antimafia si è molto ingrossato (per fortuna), ed è fisiologico che (purtroppo) ci si sia infilato qualche opportunista. Da qui a considerare l’affermazione di Sciascia una profezia ce ne passa…
L’articolo di Sciascia conteneva anche un’altra affermazione che non condivido, e riguardava un bellissimo film di Pietro Germi, Nel nome della legge, che raccontava la storia di un magistrato integerrimo (interpretato da Massimo Girotti) che veniva spedito per punizione in un paesino della Sicilia comandato dalla mafia dell’epoca. Un film del 1949 (!) con la mafia a cavallo che si vantava, già a torto, di difendere i più deboli. Il finale, molto poetico, mostrava il capo mafia che alla fine “collaborava” col magistrato consegnandogli un suo picciotto. La scena, con le campane e tutto il paese raccolto nella piazza principale aveva una chiara matrice onirica, era come un sogno che mostrava che la fine della mafia sarebbe avvenuta solo quando tutti avessero collaborato. Buscetta, quarant’anni dopo, raccontò di aver visto quel film nel 1949 e di aver discusso fuori dal cinema con altri mafiosi su quel finale. Gli altri mafiosi rimproveravano Turi Passalacqua (il capomafia di Germi, interpretato dal grande Charles Vanel) di aver collaborato col magistrato, mentre Buscetta sosteneva che aveva fatto bene perché il mafioso che veniva consegnato aveva commesso delle chiare slealtà. Considerato quello che avvenne al maxiprocesso si può dire che quello era veramente un finale profetico.
Per completezza riporto qui di seguito l’intero articolo di Sciascia, così ognuno può farsi un’opinione su quello che realmente scrisse.
Benvenuto Cellini torna a Roma in trionfo
Aggiunta del 30/03/16. Ieri ho rivisto l’opera dalla platea. Ci guadagna molto negli sfondi, che dalla galleria si vedevano solo parzialmente. Come qualcuno ha osservato, in alcuni momenti potevano essere illuminati meglio; restano comunque di grandissimo impatto visivo: in alcuni momenti al limite della vertigine, come nel finale del primo atto. Tra le voci aggiungerei senz’altro una menzione per Ascanio, il ruolo en travesti interpretato magistralmente dal mezzo-soprano Varduhi Abrahamyan, che anche ieri ha rimediato un grande applauso a scena aperta dopo la sua aria nel secondo atto, Mais qu’ai-je donc.













