Una Carmen convincente all’Opera di Roma

Un breve resoconto dalla prova generale della Carmen di Bizet, che sarà in scena dal 19 al 28 giugno al Teatro dell’Opera di Roma.
Il primo luogo voglio segnalare la scenografia diDaniel Bianco, bellissima in tutti e quattro gli atti. Il legno e i muri a mattoni immettono subito in un’atmosfera reale, vissuta. In questo modo anche i colori risultano veri, caldi, umani, al contrario dei colori “di plastica” che si vedono in molte produzioni recenti (come per esempio nel Don Pasqualedi Cappuccio dove veniva annullato qualsiasi barlume di umanità).
La regia di Emilio Sagi è stata tradizionale senza essere pedante, in generale ricca, gradevole e mai forzata. Èambientata negli anni venti del Novecento, anche se in maniera appena percettibile (me ne sono accorto al quarto atto, quando compare un fotografo). Felice anche la scelta dei balli di flamenco, molto apprezzati anche dal pubblico. L’unico neo nel finale, dove il libretto prevede l’arrivo delle guardie a cui Don Josè chiede di essere arrestato, mentre nella regia di Sagi Don Josè rimane desolatamente solo in scena, con Carmen esangue tra le braccia, chiedendo di essere arrestato al vuoto.
Venendo agli interpreti, dal punto di vista vocale tutti molto bene, in particolare segnalerei la Micaela di Erika Grimaldi e il Don Josè di Andeka Gorrotxategui, voce potente e tenore perfetto nel ruolo. La protagonista, la mezzosoprano spagnola Nancy Fabiola Herrera, è stata anche lei convincente dal punto di vista vocale, un po’ meno da quello dell’arte della seduzione. D’altra parte il ruolo di Carmen è veramente difficile da interpretare in modo completo, perché serve una cantante-attrice-ballerina, e forse negli ultimi tempi solo la Garanca è riuscita nell’impresa. La Herrera è comunque stata molto brava nella scena delle nacchere, che ha suonato lei stessa.
La direzione d’orchestra, di Emmanuel Villaume, è stata molto buona nei pezzi energici, ma forse in generale un po’ uniforme e poco attenta ai dettagli, col risultato che nei punti meno spettacolari la musica sembrava perdere di interesse.
Infine una chicca. Stamattina su Radio3 ho sentito un giornalista (Francesco Merli) che, leggendo la rassegna stampa, ha detto la Carmen di Berlioz… inondato da messaggi di correzione del pubblico, ha insistito, piccato, sostenendo che esiste anche una “Carmen dionisiaca di Berlioz”… sarà un inedito?
La locandina completa
Carmen
Clémentine Margaine /
Nancy Fabiola Herrera (19, 21, 24, 28) /

Giuseppina Piunti (26)

Don José Dmytro Popov /
Andeka Gorrotxategui (19, 21, 24, 26, 28)          
Escamillo Kyle Ketelsen /
Simón Orfila (19, 21, 24, 26, 28)
Micaëla
Eleonora Buratto /

Erika Grimaldi (19, 21, 24 26, 28)    

Frasquita Hannah Bradbury
Mercédès  Theresa Holzhauser
Le Dancaïre Marco Nisticò
Le Remendado Pietro Picone
Zuniga Gianfranco Montresor
Moralès Alexey Bogdanchikov
Direttore Emmanuel Villaume
Regia Emilio Sagi
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene Daniel Bianco
Costumi Renata Schussheim
Luci Eduardo Bravo
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
con la partecipazione degli Allievi della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera diretta da José Maria Sciutto

Produzione in collaborazione con il Teatro Municipal di SantiagoCile

Gli Spettri di Ibsen al teatro Duse di Roma

Ecco la dimostrazione che si può portare una grande pièce teatrale anche in una piccola (ma gremitissima) sala. Abbiamo infatti assistito a una rappresentazione essenziale ma intensa e credibile, soprattutto grazie all’ottima Anna Mazzantini nel ruolo della protagonista, la signora Alving.
Il testo di Ibsen è attualissimo, come ogni classico che si rispetti, e tratta temi molto moderni come la convivenza, i figli illegittimi, l’ipocrisia borgehse, e persino il tema scabroso dell’eutanasia. I personaggi sono cinque: la signora Alving vedova del dissoluto capitano Alving, loro figlio Osval, uno scultore affetto da una brutta malattia ereditata dal padre, il puritano pastore Manders che è stato amante della signora ed è venuto ad inaugurare un asilo dedicato alla memoria del capitano, il lubrico falegname Engstrand e sua figlia putativa Regine. Gli “spettri” sono quelli del passato, che tornano gettando un’ombra inquietante sul presente, fino quasi a divorarlo.
Il testo è stato“sfrondato” in più parti e in questo modo dura circa 1h e 20’. In generale sono contrario ai tagli, ma trattandosi di una piccola produzione si può ben chiudere un occhio e apprezzare ciò che viene fornito. Quanto al cast, la giovane attrice che interpreta Regine ha una recitazione ancora veramente troppo ingenua, e anche l’altro giovane che interpreta Osvald non è stato del tutto convincente; meglio la parte del cast più matura, e soprattutto, come dicevo Anna Mazzantini, che interpretando la signora Alving ha fornito una prova commossa e commovente, e dopo il drammatico finale ha giustamente stappato un’acclamazione dal piccolo ma folto pubblico.
Ancora due repliche fino al 1 giugno.

Frost/Nixon: un esperimento americano di teatro-giornalismo

Frost/Nixon è un testo del drammaturgo e sceneggiatore Peter Morgan, che ricostruisce la vicenda del Watergate nel suo epilogo mediatico, quando cioè il presentatore televisivo David Frost riuscì clamorosamente, dopo una serie di domande incalzanti, a far ammettere all’ex presidente Nixon le sue colpe.
Il testo è interessante anche se non è un capolavoro dal punto strettamente teatrale. Quasi mai, infatti, supera il livello della ricostruzione giornalistica, anche se ben realizzata. E questo limite forse lo sentiamo molto più noi europei, a cui la vicenda di Nixon in sé risulta abbastanza lontana. Viene spesso da chiedersi: cosa c’è di universale in questa storia? E Peter Morgan non sembra averlo messo bene in luce.

In ogni caso la compagnia di attori guidati da Elio De Capitani si destreggia egregiamente e lo spettacolo vale la pena di essere visto. A parte qualche umano inceppamento qua e là, l’unico difetto mi è parso nella voce di Ferdinando Bruni (Frost), un poco sforzata e quindi, almeno per me, poco gradevole da ascoltare.
È in scena fino al 30 maggio al Teatro Argentina.

Cose di Cosa Nostra, il testamento di Falcone

«La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società».
«La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inerti cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni».
A ventidue anni dalla strage di Capaci,avvenuta il 23 maggio 1992,penso non ci sia modo migliore di commemorare Giovanni Falcone che tornare a parlare di Cose di Cosa Nostra, questo libro-intervista, ormai un classico della letteratura in materia, in cui il grande magistrato delinea a grandi linee la struttura della mafia e i momenti di svolta nelle indagini che portarono allo storico evento del famoso “maxiprocesso”, senz’altro una delle pagine di storia più importanti del nostro Paese dal dopoguerra a oggi.
Molti uomini sono stati uccisi dalla mafia, in pochissimi si trovano le qualità straordinarie di Giovanni Falcone. Sia da questo libro che da tutte le testimonianze di chi lavorò con lui emerge la grande lucidità nelle analisi e la straordinaria personalità di quest’uomo, a cui l’FBI ha dedicato persino una statua alla scuola di addestramento di Quantico (Virginia). Fu il primo a usare metodi moderni contro la mafia cercando una visione globale e non relegata ai singoli omicidi, il primo a cercare le prove nei conti in banca, il primo a collaborare con le forze investigative degli altri paesi, in particolare con l’FBI, il primo a mettere a frutto le dichiarazioni di un pentito.
Ma fu anche il primo a trattare i mafiosi come uomini: «Provate a mettervi nei loro panni: erano uomini d’onore, riveriti, stipendiati da un’associazione più seria e più solida di uno stato sovrano, ben protetti dal loro infallibile servizio d’ordine, che all’improvviso si trovano a doversi confrontare con uno Stato indifferente, da una parte, e un’organizzazione inferocita per il tradimento, dall’altra». Buscetta parlò perché di Falcone si fidava. Non nel senso che si aspettava da lui favori o che diventassero amici, come malignarono vergognosamente parecchi giornalisti, ma nel senso che tra loro si instaurò un rapporto professionale di assoluta lealtà e professionalità. Buscetta disse il vero, e Falcone, con l’aiuto dell’allora vicequestore De Gennaro, si adoperò, tra mille difficoltà, per garantirgli la sopravvivenza contro le terribili ritorsioni di Cosa Nostra.
Avendo letto le parole e i fatti che riguardano Giovanni Falcone, se dovessi accostarlo a un personaggio del passato, penserei a Catone l’Uticense o a un’altra di quelle figure intrepide di cui parla spesso Seneca, uno di quelli che preferirono la morte alla sconfitta. Èparadossale ed è degno di riflessione come la vita di uno dei più grandi uomini della nostra epoca sia stata costellata da una miriade di sconfitte e veleni, non tanto — o perlomeno non solo — provenienti dalla mafia come ci si sarebbe aspettato, ma anche dalla magistratura, dalla politica, dai giornalisti, persino dalla gente comune: insomma da una fetta non irrilevante della cosiddetta società civile. (Ma in fondo, a Cristo, mutatis mutandis, andò diversamente?…)
Come ricorda Borsellino in una delle sue ultimissime interviste, Falcone dopo aver istruito il maxiprocesso, quando avrebbe dovuto essere portato in trionfo da tutti, fu “bocciato” tre volte consecutive: quando si candidò come successore di Caponnetto all’Ufficio Istruzione per dirigere il pool antimafia di Palermo, quando si candidò al CSM, quando si mise in corsa per la superprocura. Fu attaccato da Leoluca Orlando che lo accusò, in tv e poi con un esposto, di tenere nel cassetto carte e informazioni segrete, fu attaccato con accuse infamanti da mille articoli di giornali che lo accusavano di tutto, addirittura di essersi “costruito” il mancato attentato all’Addaura dove si salvò per un nonnulla. Persino i coinquilini del suo palazzo a Palermo si lamentarono del rumore delle sirene, dei fastidi della scorta…
Ora gli è stato dedicato il nome di un aeroporto — a lui e a Borsellino –, e il suo ricordo è vivissimo in tutti noi (lo dimostrano le innumerevoli pubblicazioni sull’argomento). Ma fa comunque riflettere un aneddoto raccontato da Giuseppe Ayala, amico intimo di Falcone e pm al maxiprocesso. Ayala, nel suo libro Chi ha paura muore ogni giorno, racconta che quando fu invitato a New York per la campagna elettorale di Rudolph Giuliani: «Nel momento in cui si accingeva a parlare del ruolo avuto da Giovanni Falcone [nella lotta alla criminalità organizzata], si alzò in piedi e solo dopo pronunciò, abbracciandomi con gli occhi visibilmente lucidi, “the name of our great friend”. Tutti i giornalisti presenti, a quel punto, si alzarono a loro volta e salutarono quel name con un lungo, commosso applauso…». Una testimonianza non da poco.

Non sposate mai una soubrette – Dopo la caduta

Superficialmente si potrebbe pensare a Marilyn Monroe come a una donna di successo, spensierata, simbolo di bellezza e attrazione sessuale, “la donna più fortunata del mondo”. Ma chi vuole farsi un’idea della vera vita di questa donna e del dramma che visse, dovrebbe leggere After the fall(“Dopo la caduta”) di Arthur Miller. Oltre ad essere stato forse il più grande drammaturgo del XX secolo, Arthur Miller fu infatti, per un breve e tormentato periodo, il secondo marito di Marylin, al secolo Norma Jeane Mortenson.

Una struttura innovativa. Il dramma, forse il più autobiografico dell’intera produzione del drammaturgo statunitense, va ben oltre i meri fatti privati e può essere considerato un’opera d’arte completa sotto tutti profili. Intanto la struttura, fortemente innovativa per l’epoca, ha aperto nuove strade al teatro. Il dramma si svolge “nella mente del protagonista”, Quentin, che fa il punto della situazione sulla sua esistenza, come alla fine di un incubo. Dietro di lui ci sono tre pedane e la torre di un campo di concentramento, che si illuminano o cadono nel buio a seconda delle scene e dei dialoghi. Tutte le persone che hanno avuto su di lui maggior influsso e alcuni degli eventi principali della sua vita si susseguono in una sorta di flusso di coscienza che li intreccia per associazioni e rimandi, come avviene in sogno o come quando ci abbandoniamo a ricordi e riflessioni su noi stessi. La cosa straordinaria è che a questo apparente caos, nel quale appaiono e scompaiono persone come fantasmi e che spazia dall’infanzia del protagonista alla terza moglie, Arthur Miller riesce a dare una compattezza drammaturgica pari a quella di qualsiasi altro dramma tradizionale nel quale siano rispettate unità di tempo e luogo.

Marylin dietro le quinte. Il dramma è molto esteso e tratta vari temi, dal rapporto genitori-figli al fatto di sentirsi troppo ipocritamente “innocenti”, il “dopo la caduta” del titolo allude proprio a questo riferendosi metaforicamente alla caduta di Adamo. Nel primo atto prevale la questione di un processo, dovuto al “vento di follia” che coinvolse l’America in quegli anni di guerra fredda e maccartismo, che Miller visse sulla propria pelle come imputato con l’accusa di comunismo: ingenuità ed errori del passato che si riperquotono sul presente (un tema di ascendenza ibseniana). Nel secondo atto, invece, assume un ruolo preponderante Maggie, questa ragazza bellissima e disinibita, ingenua e maliziosa, che da semplice commessa diventa una star della televisione, e poi moglie del protagonista. Lei è una donna senza cultura che sente tutta la sua inferiorità rispetto al grande uomo, Quentin – nella finzione un illustre avvocato –, e anche per questo se ne sente attratta in modo speciale. È il primo uomo che non le salta subito addosso e che la tratta con dignità, e grazie al coraggio che ciò le infonde lei riesce a diventare famosa. Quentin è attratto, oltre che dal corpo, dalla sincerità fuori dal comune di Maggie. I due finiscono per innamorarsi, ma il loro rapporto degenera per l’insicurezza di lei che la porta da un lato a degradarsi e a tentare più volte il suicidio, abusando di alcol e barbiturici, dall’altro a insuperbirsi per il successo e quindi a fare spese folli e pretendere l’impossibile dai sottoposti e dal marito stesso, umiliandolo e tradendolo in continuazione. (Leggendo la biografia di Marylin e cambiando i dovuti nomi e dettagli superflui si ritrova più o meno tutto). Il conflitto tra i due diventa un inferno – che ricorda a tratti la fase finale dell’amore tra Vronski e Anna Karenina – una sorta di bomba dilaniante che esplode nella mente di Quentin, dal quale egli si salverà nell’unico modo forse possibile: abbandonando Maggie e lasciandola suicidare. Come è poi successo anche nella realtà con Marylin. Questo è quello di reale che rimane dietro l’immagine di cartapesta di un’icona pop del ’900.

Scellerata Einaudi. Non so quale altro aggettivo utilizzare nei confronti dell’Einaudi, che si è permessa di lasciare quest’opera fuori catalogo – assieme a tante altre di Arthur Miller! –, mentre al contempo si prodiga nel pubblicare e sostenere autori contemporanei di poco o nessun valore. La traduzione di Gerardo Guerrieri pubblicata dall’Einaudi nel 1964 (lo stesso anno in cui uscì in America) è peraltro ottima, a volte addirittura superiore all’originale.

Albertazzi e Monica Vitti. Nell’introduzione leggo che la prima italiana avvenne lo stesso anno in cui uscì in America, con protagonisti Giorgio Albertazzi e Monica Vitti, sotto la regia di Zeffirelli. Alcune recensioni dell’epoca si trovano ancora sul web e meritano di essere rilette. La pièce suscitò anche in Italia un interesse enorme; c’era all’epoca un’attenzione per il teatro che oggi appare soltanto un lontano ricordo. Il guaio è che fu un’attenzione forse un po’ superficiale, nella quale probabilmente giocavano un ruolo i fatti freschi di cronaca di cui si parlava nel dramma. Ma al di là della cronaca, si tratta di un’opera di valore permanente, che merita un posto fisso nella letteratura del teatro “classico” e non può essere dimenticata così impunemente.

Nymphomaniac I: un film che non salverà il mondo

Non basta qualche ora per riprendersi dall’ultimo film di Lars von Trier. È un film che lascia disorientati ed è veramente difficile giudicarne il valore. Scriverò qui di seguito alcune impressioni sparse.
Il sesso è un argomento difficile da trattare in un’opera d’arte perché si riferisce al nostro istinto più forte e brutale, che, se viene aizzato, pone fine a ogni ragionamento. È come ragionare quando si ha fame: non si può. «La parte interessante della vita inizia quando gli istinti primari sono soddisfatti» dice Orwell da qualche parte. Von Trier riesce, ma soltanto in parte, nella difficile sfida di trattare il sesso in modo distaccato senza andare a stimolare l’appetito sessuale dello spettatore. È un film più morale di quanto ci si potrebbe aspettare, ma non mi pare arrivi molto in alto.
Gli aforismi che ogni tanto spuntano fuori risultano abbastanza insipidi, come: “Divido le persone in due categorie: quelle che tagliano le unghie prima alla mano destra, e quelle che tagliano le unghie prima alla mano sinistra”; o il più pretenzioso, che fa da incipit al film: “Forse l’unica differenza tra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto, colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte, forse è questo il mio unico peccato”.
La similitudine tra la polifonia bachiana e l’armonia che sentirebbe la ninfomane con tre amanti diversi in parallelo sorprende e lascia perplessi allo stesso tempo.
Che emozioni trasmette, commuove? No. Fa ridere? A tratti. Disgusta? Spesso. Fa riflettere? Anche. Se ne esce migliorati o peggiorati? Non lo so. Probabilmente questo è uno degli effetti del fare un film “senza voler mandare un messaggio”, come ha dichiarato Von Trier, in accordo con la moda attuale.
Da una bella esecuzione del Flauto magico di Mozart se ne esce ristorati, col cuore pieno di gioia e la voglia di fare bene. Da un film come questo se ne esce mezzi intossicati.
Leggendo le varie dichiarazioni degli attori ho trovato ironicamente paradossale come a fronte di tanto preteso realismo si affrettino tutti a dire di non aver fatto sesso sul set e che Stacy Martin, la giovane ninfomane, è stata messa “completamente a suo agio” dal regista che l’ha trattata come fosse suo zio, e che ogni giorno perdeva cinque ore per farsi montare una vagina finta addosso… mentre per le scene di sesso c’era un set separato con gli attori porno, una sorta di anonimo carro bestiame al servizio degli esseri umani.
Con i tagli la prima parte dura 120 minuti, complessivamente la versione non censurata durerà cinque ore e mezza, quasi il doppio del Don Carlo di Verdi. Poi vi lamentate della lunghezza delle opere…
Non crea bellezza. Questa è forse la maggiore accusa che posso muovere contro Nymphomaniac. È un film che mostra una forte personalità registica e fa riflettere, ed è già qualcosa, ma non crea bellezza, come ci si dovrebbe aspettare da un’opera d’arte. Descrive la vita di una donna di uno squallore infinito, e vengono inanellate con un certo talento narrativo decine di scene degradanti che mostrano la vuotezza del sesso fine a se stesso. Ma che c’è di bello in tutto ciò? Se la bellezza salverà il mondo questo film non aiuterà a salvarci.
In una società che ci sbatte in faccia donne nude e provocanti in ogni angolo della strada, in ogni film, in ogni palestra, per non parlare di internet, mi viene voglia di chiudermi per un mesetto in un monastero per ritrovare un poco di concentrazione. Sono estremamente contento di aver finito questa sciocca e importuna recensione.

Un nemico del popolo nel peggioramento di Tognazzi-Erba-Pugliese

Non è una cosa seria. Non c’è molto altro da dire su questo “adattamento” ‒ o meglio “peggioramento” ‒ del capolavoro ibseniano operato da Gianmarco Tognazzi (protagonista), Edoardo Erba (adattatore), e Armando Pugliese (regista), in scena alla Sala Umberto dal 8 aprile.
Il testo originale. Un nemico del popolo è ‒ non meno dell’Amleto ‒ un capolavoro attualissimo, che scava nei meccanismi della corruzione politica e della collusione che il potere riesce a generare tramite ricatti e favoritismi. Il Dottor Stockmann ha scoperto che le acque termali sono inquinate a causa di uno scolo di una fabbrica (del suocero). Rifare l’impianto costa troppo e il sindaco (il fratello del dottor Stockmann) fa di tutto per minimizzare e screditare il fratello, che pian piano si ritrova sempre più solo. Alla fine arriverà alla conclusione che «l’uomo più forte al mondo è l’uomo più solo». Ma questo è solo uno degli spunti, per un maggiore approfondimento rimando a un mio precedente post (Ibsen: Un nemico del popolo e i disastri ambientali).
Il testo adattato-peggiorato. Tutta la nobiltà drammatica e il realismo ibseniano vengono sviliti in un adattamento da pubblico televisivo. Cioè un pubblico che, secondo loro, non è in grado di apprezzare un dramma “serio”, per cui vengono inserite battute e gag, col risultato che, essendo pure parecchio sceme, strappano giusto qualche risata striminzita nei più ingenui, riuscendo in compenso a rovinare l’atmosfera di un dramma che tratta un tema vitale, che meriterebbe tutta la serietà del caso. E se non altro di lasciare da parte le gag da cabaret. Poi ci sono mille altre modifiche inutili e banali per attualizzare il testo portandolo in Italia negli anni ’70, come se recitando sic et simpliciter il testo di Ibsen non si capisse lo stesso l’attualità delle sue istanze. Neanche il pubblico dei film dei Vanzina sarebbe così minorato da non coglierle. I riferimenti al vangelo naturalmente sono stati tutti soppressi. Da Bim Bum Bam (programma di cui Erba è stato coautore, se è vero quello che c’è scritto su Wikipedia) a Ibsen il salto è lungo, forse troppo.

La regia e gli interpreti. Cominciamo dal peggiore: Gianmarco Tognazzi. Per interpretare Stockmann, qui ribattezzato Storchi, Tognazzi assume una voce camuffata, stridula, magari adatta a qualche personaggio di Zelig, ma che non ha nulla a che fare col carattere preciso e rigoroso del Dottor Stockmann. In particolare la scena del comizio è insopportabile, sia per i decibel di troppo dell’amplificazione, sia per lo stile da “cane con l’affanno” con cui Tognazzi recita, o meglio urla e abbaia. L’impressione è che venendo da film leggeri abbia una sorta di complesso di inferiorità nei confronti del grande autore, che lo porta a strafare risultando non credibile e, personalmente, insopportabile. Ugualmente insopportabile, sempre per scelte registiche immagino, è la moglie del dottore, che è ridotta una sorta di idiota dall’espressione perennemente ebete. Gli altri attori stanno a un livello superiore, e sembrano tutti molto bravi, non fosse per il fatto che devono adattarsi anche loro a questa regia-adattamento che non permette di sfoggiare grandi qualità. Per spigliatezza e naturalezza, oltre che naturale bellezza, segnalerei comunque la giovane Stella Egitto della quale sicuramente sentiremo ancora parlare, soprattutto se avrà la fortuna di lavorare in qualche produzione più seria.

La Scuola con Silvio Orlando all’Ambra Jovinelli

Èin scena in questi giorni all’Ambra Jovinelli Sottobanco, il testo di Domenico Starnone tratto dall’omonimo romanzo del 1992 e rinominato La scuola dopo il successo del film che vi fu tratto.
La commedia è molto divertente, ha dei ritmi comici perfetti e sembra scritta su misura per gli attori che la interpretano (molti dei quali sono gli stessi del film). Tra gli interpreti svettano fra tutti per simpatia Silvio Orlando e Mario Prosperi, che fa il burbero prof di francese (“Ci sono quelli nati per studiare e quelli nati per zappare”).
Ma a parte gli interpreti, il testo è scritto in maniera estremamente sapiente: i caratteri sono ben definiti e la trama è molto compatta, nulla è lasciato al caso e in qualche modo “tutti i fili si chiudono”. Oltre a divertire, analizza, anche se non troppo approfonditamente, alcune dinamiche della scuola italiana degli anni novanta, sostanzialmente valide ancora oggi (lo dico per esperienza diretta). È sfruttata bene anche qualche citazione colta, come nel pezzo in cui il preside legge la sua poesia (in cui si intravede una scena del Misantropo di Molière). E le variazioni sul tema, come è noto, sono il sale della buona letteratura.

La sala è piena e il pubblico applaude contento: un successo meritato.
Presentato da  Cardellino srl
Attori Silvio Orlando, Marina Massironi, Vittorio Ciorcalo,Roberto Citran, Roberto Nobile, Antonio Petrocelli, , Maria Laura Rondanini
Regia  Daniele Luchetti
Scritto da  Domenico Starnone

50 sfumature di grigio per il Maometto II

Rassicuro i lettori: non si tratta di una variante del discusso bestseller (che non ho letto), ma di un’opera rara di Gioacchino Rossini, il Maometto II, in scena in questi giorni al Teatro dell’Opera di Roma.

L’opera. Dopo L’italiana in Algeri e Il Turco in Italia, Rossini, nel 1820, trovò il tempo di scrivere sui turchi anche in quest’opera seria, che trae spunto dall’assedio di Negroponte, quando Maometto II sconfisse i veneziani conquistando l’isola. Il libretto, scritto da Cesare della Valle, si basa sul classico topos dei due innamorati appartenenti a due schieramenti opposti (come poi Norma, Aida ecc. ecc.). In questo caso la protagonista è Anna, la figlia di Erisso, duce dei veneziani: Erisso vuole darla in sposa al fido Calbo, mentre lei è innamorata di Uberto, che poi si scopre essere nientemeno che Maometto II. Da qui il tragico dissidio patria-amore che si risolve in favore della patria. La versificazione è buona, anche se a volte si perde in lungaggini (almeno per i nostri parametri). La musica di Rossini è sempre bella, con alcuni momenti sublimi, come il terzetto “In questi estremi istanti…”, l’aria finale di Anna, un’aria di Calbo e diversi altri cori. Il limite è probabilmente nella credibilità drammatica, che Rossini raggiunse pienamente solo col Guglielmo Tell. Qua e là, infatti, la natura giocosa rossiniana riaffiora incontenibilmente e sembra di ascoltare pezzi che per stile e orchestrazione potrebbero appartenere al Barbiere o a Cenerentola. Non aveva torto Beethoven quando scosse la testa di fronte alle sue opere serie, sconsigliandolo di dedicarsi all’opera drammatica e di fare “soprattutto molti Barbiere”. (Certo, all’epoca non aveva scritto ancora il Guglielmo Tell…)
La regia (con scene e costumi) di Pizzi. La regia di Pier Luigi Pizzi è ormai inconfondibile, ovvero ha sempre gli stessi pregi e difetti: elegante e austera, statica e grigia. Dopo il grigio della Gioconda e il grigio di Attila, ecco l’ennesima sfumatura di grigio cimiteriale per il Maometto II. La cosa che più infastidisce è quel grigio non c’entra niente né con il libretto né con la musica. Non è mica il Wozzeck. Se poi il dramma di Rossini già soffre di un’azione troppo spesso congelata, questa regia non lo aiuta per niente con una scena fissa per atto (e la differenza tra una e l’altra è quasi impercettibile, di nuovo una sfumatura di grigio). A confronto la didascalia del libretto è molto più dinamica e sensata.
Il cast. Superba Carmela Remigio, nel ruolo di Anna, che si conferma una dei migliori soprani oggi in circolazione, sia per tecnica vocale che per dizione e per coinvolgimento emotivo: sulla scena dà tutta se stessa e questo fa la differenza. Eccellenti anche la mezzosoprano Teresa Iervolino, nel ruolo en travesti di Calbo, e il basso Mirco Palazzi, nel ruolo del titolo. Per entrambi applausi a scena aperta. Non da meno il tenore Giulio Pelligra nel ruolo di Erisso; meglio forse nel secondo atto che nel primo (ma potrebbe essere solo una mia impressione dovuta al fatto che ho cambiato posto). Infine promossa a pieni voti la direzione di Roberto Abbado: smagliante e convincente; si poteva notare inoltre come il Maestro fosse molto attento e accurato nel seguire i cantanti, suggerendo anche le parole e la dinamica del canto.
Ultima replica martedì 8 aprile.

In ricordo di Manlio Sgalambro

Sento in qualche modo il dovere di ricordare questa grande personalità che oggi è scomparsa all’età di 89 anni. Manlio Sgalambro, filosofo e poeta, è stato, a mio avviso, uno degli intellettuali più incisivi e profondi del Novecento.
Sgalambro ha avuto una carriera letteraria abbastanza anomala. La sua opera d’esordio, La morte del Sole, risale al 1982 (Adelphi), quando cioè aveva già 59 anni. Prima di allora aveva scritto solo degli articoli in riviste specializzate e un breve saggio. Questo esordio così tardivo fu dovuto, almeno in parte credo, a una sua scelta,come trapela da un suo scritto, in cui parla di un «lungo esitare». In effetti una cifra caratteristica di Sgalambro è l’estrema erudizione: era un virtuoso della citazione difficile, un’arte che si può affinare soltanto dopo decenni di letture.
«L’erudizione non dà intelligenza» dice Eraclito in quel famoso frammento rivolto a Pitagora. E questo è vero, ma non era il caso di Sgalambro in cui l’erudizione era sostenuta da una piena comprensione e grande capacità critica, a volte persino feroce nella sua lucidità. In alcuni degli articoli apparsi oggi si dice che fu influenzato da Nietzsche. A ben vedere Sgalambro ha demolito Nietzsche come mai nessuno prima di lui (a parte forse Wagner, ma quella è un’altra storia). I filosofi che più hanno influenzato Sgalambro ‒ o che Sgalambro più ammirava ‒ erano altri: Seneca, Spinoza, Schopenhauer ed Hegel. Secondo Sgalambro, Nietzsche è soltanto un maldestro epigono di Schopenhauer.
Lo strano e fortunato incontro con Battiato lo portò alla notorietà, paradossalmente più come librettista (La cura), che come filosofo. (Dico paradossalmente perché tra duecento anni le canzoni di Battiato saranno ricordate come molti madrigali del cinquecento: testi del Tasso, musiche di Anonimo. I posteri scriveranno: «Un cantante all’epoca famoso, il cui nome oggi ci risulta abbastanza oscuro, musicò alcuni testi di Manlio Sgalambro»).
Nel corso degli anni novanta e fino ai primi anni del duemila Sgalambro ha pubblicato una decina di saggi con Adelphi, che rappresentano il suo lascito più importante. Tra essi spiccano il Trattato dell’empietà(«Teologie non religiose sono oggi possibili come ieri le geometrie non euclidee»), Del pensare breve («Nobilitare Dio affermando che non esiste è cosa inconsueta e asiatica»), e Anatol, forse il suo capolavoro, summa della sua filosofia (l’incipit: «Il mistero del filosofo è tale che soltanto un numero incredibilmente piccolo di individui lo conosce»). Tutti i suoi scritti sono caratterizzati da un’estrema durezza, spesso volta a sfatare i luoghi comuni dell’intellighenzia contemporanea. Definirei la sua scrittura «un’operazione da chirurgo senza anestesia». Emblematico già dal titolo, in questo senso, Dell’indifferenza in materia di società, in cui Sgalambro afferma: «La finzione della rappresentanza politica non attenua la mia indignazione. Che un altro mi rappresenti lo trovo tanto assurdo quanto essere redento dal mio vicino di casa». Sempre sulla stessa linea, nella Conoscenza del peggio, scrive: «Oggi soltanto la politica, a tutti gli effetti, fronteggia il deludente quadro della vita, attizzando speranze di cui la più squallida delle religioni si vergognerebbe».
In una sua opera Sgalambro scrive (cito a braccio): «Ogni filosofo ha la sua ‘evidenza’, nessuno può strappargliela. Neanche al più concessivo Seneca potete strappare la sua evidenza». Ebbene Sgalambro era uno dei rarissimi filosofi contemporanei che aveva la sua ‘evidenza’, la sua ‘Verità’, ed è forse questo il motivo per cui sarà ricordato anche tra duecento anni. Sì, mi sento di affermare che tra un paio di generazioni nessuno dei filosofi contemporanei sarà ricordato se non Sgalambro. Qualcuno dirà: e Giorello, Cacciari, Reale…? Quelli sono professori universitari, non sono filosofi. Potranno anche essere brave persone, colte e di buon senso, ma non filosofi da entrare nell’Olimpo di questa disciplina. Neppure Croce, Gentile o Bobbio, al di là del loro importante ruolo storico, possono essere considerati filosofi significativi se usciamo dalpolveroso ambito accademico. Oso dire che dai tempi di Pomponazzi e di Vanini non abbiamo avuto in Italia un filosofo così importante.
Perché è stato finora così sottovalutato? Perché era un filosofo senza scuola, senza posizione universitaria, che non ha mai puntato a farsi dei colleghi e amici, e che ha invece sempre seguito il rigore del suo pensiero. Lo ha detto con molta onestà anche Cacciari apprendendo della sua scomparsa. Tutto sommato è già tanto che sia stato pubblicato da Adelphi (forse una delle cose più importanti che ha fatto questa casa editrice).
Influenze di Sgalambro su autori contemporanei non ne conosco, ma potrebbe essere semplicemente una mia ignoranza. Per quel che mi riguarda posso dire che ha avuto una grande influenza sul mio primo romanzo Lucio ‒ Episodi della vita di un ‘eretico’, e più in generale sulla mia formazione filosofica. Èstato il primo autore di cui ho letto l’opera omnia e colui che mi ha indirizzato e guidato nei meandri più oscuri della Filosofia. Ci ha lasciato un grande.