Ho assistito ieri sera all’Opera di Roma all’ultima rappresentazione del Pelléas et Mélisande di Debussy, diretto dal maestro Gelmetti, con la regia di Pierre Audi.
Il teatro era semivuoto, gli applausi pochi e di circostanza; sicuramente non è stata una scelta felice iniziare la stagione in questo modo. Vorrei dividere la mia breve analisi in tre punti: 1) cantanti e direttore d’orchestra, 2) la regia teatrale, 3) l’opera in sé.
1) Per quanto riguarda i cantanti (Massimiliano Gagliardo, Nathalie Manfrino, Marc Barrard) e il direttore, non mi sento di avanzare nessuna critica, anche perché Pelléas et Mélisande è un’opera complessa e se non la si conosce bene (come ammetto essere il mio caso) bisognerebbe avere lo spartito davanti per poter giudicare con competenza la bravura degli interpreti, cosa che non ho potuto fare. L’impressione che ho avuto ieri sera è ad ogni modo positiva sotto questo aspetto, mi pare che Gelmetti e i cantanti l’abbiano interpretata bene o comunque nell’ambito dell’eccellenza.
2) La stessa cosa non si può dire per la regia, fastidiosamente assurda e insopportabilmente infedele al libretto. L’unico compito del regista dovrebbe essere quello di seguire il più fedelmente possibile il libretto, esaltare con la recitazione lo spirito della musica, e di dare verosimiglianza all’azione scenica. Qualche sera fa rivedevo la Manon Lescaut (Scotto, Domingo, Levine), con la bellissima regia di Giancarlo Menotti: quella è la strada che i registi dovrebbero seguire, quelli sono i princìpi giusti. Ma tutto questo sembra oggi purtroppo una chimera. Per Pierre Audi un bosco, un ruscello, una fontana, una torre di un castello, diventano una brocca rosa tagliata a metà (quelli della Barcaccia non inverosimilmente hanno detto “un bidè”) con una scala che non arriva da nessuna parte. E Mélisande dai bellissimi capelli lunghi diventa… completamente calva!? Proh dolor! Hanno dovuto chiamare un regista da Amsterdam per mettere in atto questo aborto mentale? Se pure i colori delle scene erano belli, come si può giustificare tutto il resto?
3) Qualche parola infine su quest’opera di Debussy. Devo dire che, a prescindere dalla regia, la musica in sé (assumendo che l’abbiano eseguita bene) non mi ha entusiasmato molto, perlomeno non ho ricevuto nessuna forte emozione mentre l’ascoltavo. Stamattina ho letto il giudizio che ne diede all’epoca Puccini, e devo dire che lo condivido pienamente (per quel che le mie competenze mi permettono, certo molto minori del nostro lucchese): «Pelléas et Mélisande di Debussy ha qualità straordinarie di armonie e sensazioni diafane strumentali, è veramente interessante, ma mai ti trasporta, ti solleva, è sempre d’un colore “sombre”, uniforme come un abito francescano. C’è il soggetto che interessa e fa da rimorchiatore alla musica [ma questo aspetto è stato completamente offuscato da Pierre Audi]. Di tutte le altre opere nuove che si danno, non vale la pena di parlarne. Dunque non è gran sforzo vincere con Butterfly…» (Parigi, 1906, lettera a G. Ricordi; in Carteggi pucciniani).
Insomma per chi non è del mestiere è un’opera ultra-sofisticata e storicamente importante, ma alquanto avara di emozioni; aggiungi la trama stravolta dalla regia e poi ti spieghi il teatro semivuoto e i fiacchi applausi. Non un bel modo di cominciare la stagione.
P.s.: Ho scritto questa recensione perché sulle pagine web del Messaggero, Repubblica, Corriere… non ne ho trovata nessuna, e mi chiedo: è normale che l’opera di apertura della stagione di uno dei teatri più importanti d’Italia sia accolta in modo così distratto? è vero che ne hanno parlato diffusamente su Radiotre, ma i giornali che ci stanno a fare? e gli intellettuali, parlano solo di politica? non dovrebbe essere il teatro l’anima del nostro paese?