“Gli esordi” di Moresco, una specie di recensione

Introitus
Frequento poco la letteratura contemporanea, e diciamo solo che ho i miei motivi, ma l’articolo di Moresco in risposta alla solite dichiarazioni di Baricco mi aveva per un attimo illuso di aver trovato uno scrittore contemporaneo degno di essere letto: «Ci si continua a disperare per i nostri impresentabili governanti  ̶  dice Moresco sulla sua rivista Primo amore  ̶ , per come sono disonorevoli, interessati, cinici, per come stanno volando basso. E gli scrittori? E gli uomini di cultura? Stanno volando alto?» E poi «Ma, se questo è o può solo essere uno scrittore, come può chiedere alle altre donne e agli altri uomini di regalargli il prezioso tempo della loro vite per leggerlo? Con che diritto? Che cosa dà, che cosa aggiunge al mondo?» Sono completamente d’accordo con queste parole, vado in biblioteca e inizio a leggere Lettere a nessuno. Interessante, racconta la sua via crucis con gli editori, anch’io ne ho assaporati parecchi di rifiuti e non so ancora quanto dovrò attendere per avere un editore che investa sul serio su di me. Anch’io ho incontrato Busi… (un giorno lo racconterò, è stato un incontro divertente anche se senza parole). “Va bene”, mi dico, “però questo è una specie di epistolario, fammi leggere qualcosa di più letterario”. Vedo che ha scritto anche per il teatro: “Ottimo!” mi dico, “dovrebbe essere nel repertorio di ogni scrittore”. Inizio a leggere La santa. Deludente, non riesco ad andare oltre la trentesima pagina: mi sembra tutto così freddo, arido, e quella bambina che non parla insostenibile, asfissiante… Va bene, non è la sua opera maggiore, in una sua intervista dice di tenere molto al suo romanzo Gli esordi e dice che in troppi l’hanno trascurato: vado in libreria e lo compro. Sull’aletta di copertina c’è scritto che è un libro “spartiacque”… mah, vediamo un po’.
Parte prima, in seminario
«Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio». Ottimo incipit, mi piace. Baremboim dice giustamente che ogni pezzo musicale come prima cosa deve scegliere come porsi nei confronti del silenzio che lo precede. La stessa cosa vale per un romanzo, Moresco si pone in maniera avversativa col resto del mondo e preferisce il silenzio. Quante cose ci sarebbero da dire sul silenzio negatoci in ogni angolo della città, spesso persino deliberatamente (ormai pressoché ovunque nei locali notturni, nelle palestre, nei supermercati si persegue la “desilenziazione”… forse per paura che qualcuno provi a pensare).
Nel libro di Moresco invece non c’è nessuna riflessione sul silenzio, piuttosto ci troviamo di fronte ad un silenzio narrativo e contestuale, arido, autistico, schiacciante, soffocante. Il protagonista-narratore è in seminario per farsi prete: prega, dorme, mangia in refettorio, accompagna il prete nella funzione… ma tutto meccanicamente, come un automa privo di personalità. Quasi non ci sono dialoghi, le descrizioni si susseguono senza soluzione di continuità, ma ciò che colpisce di più è la completa disumanità dei personaggi: nessuno ha un nome, hanno solo soprannomi ‒ il Gatto, la suora nera, il Nervo, ecc. ‒ oppure sono identificati dalla loro mansione; e poi ognuno ha la sua stranezza: il padre priore ha la testa deforme «come segata in due e rimontata senza precisione», il Gatto invece è un seminarista che si arrampica sui lampioni, poi c’è il sordomuto, un tizio con gli occhiali che non si sa chi sia ecc. ecc. Insomma, tutto degno della peggior tradizione del teatro dell’assurdo.
(Caro Moresco, davvero da un seminario sei riuscito a tirarci fuori così poco? La volontà di annullare sé stessi, il rifiuto del mondo, la ricerca di Dio, le parole del vangelo, credere nella resurrezione dei morti oggi, i seminaristi sinceri e quelli ipocriti… pur avendo tutti questi temi a portata di mano neanche li sfiori! Davvero non li vedi o ti sembrano così insignificanti da preferirgli il Gatto che si arrampica sui lampioni?)
La scena si sposta in una villa a «Ducale», entrano nuovi personaggi ‒ la Pesca, lo Ziò, ‒ ma l’atmosfera asfittica e piena di assurdità non cambia. Moresco descrive una realtà deformata, immersa in un liquido opaco e talvolta allucinogeno. Non si può negare che abbia un certo talento per le descrizioni, c’è qualche buono spunto “surrealista”, forse un po’ fumettistico, certe immagini mi riportano alla mente i cartoni animati giapponesi anni ’70-’80, forse potrebbe ispirare qualche pittore o disegnatore in cerca di nuovi spunti. Ma non ci trovo niente di più profondo.
La compattezza del romanzo non è data dalla trama o da tematiche ‒ entrambi assenti ‒ quanto piuttosto da certi motivi descrittivi che ritornano: le vesti che frusciano, la ghiaia che si frantuma, sigarette e persone che si «incendiano»… e poi punti distanti, rette sghembe, ogni tanto qualche parabola, qualche cerchio… Tutta la matematica di terza liceo… mancano le ellissi: poteva metterci un’ostia ellittica, perché no? E se ci metteva pure un’iperbole completavamo le coniche! A me invece stanno venendo le coliche a leggere questa mattonata.
(‒ Ma perché non smetti di leggere allora? ‒ Eh, adesso è una questione di principio… ma tu chi sei? ‒ La voce della tua coscienza ‒ Ah… quindi sono sempre io? ‒ Sì, più o meno.)
Forse Moresco dovrebbe darsi alla graphic novel piuttosto che al romanzo. Al limite anche alla poesia, ma cercando una maggiore sintesi. Ad ogni modo ciò che gli manca per essere uno scrittore “maggiore” è la capacità di leggere nell’animo e quella di ragionare. Non c’è infatti un solo ragionamento ‒ dico UNO! ‒ in tutto il libro, né un solo personaggio dotato di anima. La penna di Moresco sembra una telecamera che mette a fuoco questo o quel dettaglio costruendo un film di cinque ore su… niente! Il senso del romanzo sembra infatti l’agognata pubblicazione del romanzo stesso e nulla più! Ma sto anticipando troppo…
Una qualità di Moresco? È icastico, quando fa una descrizione “vedi” quello che descrive. Però da un punto di vista un po’ più alto mi pare arido, o se volete inutile come certi racconti di Landolfi.
Finisco la prima parte con grande sollievo di averla finita, ma mi sento mancare il fiato vedendo le pagine che mi restano… (Caro Moresco, è inutile che mi guardi così accigliato dall’aletta di copertina! ho speso ventuno euro per comprare il tuo libro, almeno mezzo sorriso potresti farmelo!) Sul comodino invece c’è L’Adolescente di Dostoevskij che mi chiama… ma no, no, devo resistere… devo farcela: continuo a leggere!
Parte seconda, il freddo
La seconda parte intitolata “Scena della storia” si svolge intorno agli anni Settanta (lo si capisce da indizi indiretti, non ci sono né date né nomi) e il protagonista-narratore si dà alla lotta politica di matrice comunista ‒ anche di lui non sappiamo né sapremo mai il nome, ma sospettiamo sempre di più che possa essere Antonio M. o al massimo A. Moresco.
Speravo in qualche cambiamento, e in effetti dal silenzio si passa al freddo, ora è la neve che «fruscia» non più le vesti, ma la sostanza non cambia. I protagonisti non parlano se non per dire cose del tutto banali; più che esprimersi, semplicemente comunicano: come gli insetti, direbbe Sgalambro. C’è il calvo, il cieco, il cane, la Signora, qualche scena surreale… comizi di cui non si sente una parola. A proposito, “parlare” per Moresco significa solo muovere la mascella, incurvare la lingua, aprire e chiudere i denti, il valore semantico è roba vecchia, roba da reazionari. (Sono sempre più asfissiato da questa mancanza di concetti, da questo continuo susseguirsi di personaggi senz’anima).
È sempre inverno, poi ad un certo punto arriva l’estate. Per un attimo rimango sorpreso, pensavo avrebbe continuato nell’inverno tutta la seconda parte. Ma ecco che in un’istante ritorna l’inverno. Bravo, questa trovata mi è piaciuta. E anche il fatto che passano gli anni ed è sempre inverno. Un’altra pagina discreta ‒ forse la migliore di tutto il romanzo ‒ è quella su un tizio famoso per il suo fervore politico e per avere una falce e martello tatuata sul petto. Il nostro protagonista lo cerca, ma trova invece una vedova che gli racconta di essere stata sedotta e abbandonata proprio da costui: lei si era innamorata così perdutamente che gli aveva intestato il conto corrente e poi quello era fuggito… e la stessa cosa era successa in contemporanea alla figlia…! Ora che ci penso forse queste due donne sono gli unici personaggi con un minimo d’anima, gli unici in tutto il romanzo capaci di amare, seppur con esiti catastrofici. Nel resto del libro, infatti, nessuno è capace né di amare né di essere amato! Tutti i personaggi sono dei robot di latta, che degli esseri umani hanno solo le sembianze e i movimenti esteriori, e talvolta neanche quelli.
Eureka! Forse era questa l’intenzione di Moresco: voleva sottrarre la letteratura dall’ambito umanistico per metterla in quello della zoologia, o magari dell’entomologia.
Continuo a leggere; ancora descrizioni a catinelle. A pagina 489 scopro la tecnica di Moresco: la maggior parte delle frasi sono costituite da due proposizioni più un “raddoppio” finale, che fa da precisazione. Non so da quant’è che va avanti in questo modo, forse sono già un centinaio di pagine; soprattutto questo raddoppio mi inizia a stancare parecchio. In genere uno raddoppia un aggettivo se vuole mettere a fuoco meglio qualche dettaglio particolarmente importante, lui invece fa il contrario: raddoppia quasi sempre, mentre solo quando vuole essere più incisivo usa una proposizione semplice.
E così… la sua prosa procedeva sempre uguale: lui descriveva, precisava. Diceva una cosa e poi raddoppiava, puntualizzava. Continuavo a leggere ed ero quasi abbagliato, abbacinato. I raddoppi abbondavano, imperversavano. Si incendiava una sigaretta e io non capivo, sbadigliavo (‒ E basta, abbiamo capito! ‒ Scusa mi sono lasciato prendere la mano, però pensa trecento pagine tutte così…).
Cosa mi insegna questo libro? A uccidere l’anima? Ma se dobbiamo leggere per inardirci non è meglio farsi una passeggiata?
(‒ Però devi ammettere che ci ha lavorato molto su questo libro. ‒ Sì, ma il risultato non cambia.)
Parte terza: l’editore e la festa
E bravo Moresco, alla fine siamo arrivati dall’editore, che si scopre essere il Gatto ‒ quello stesso che nella Prima parte era un seminarista e diceva di voler leggere un biglietto che il nostro narratore aveva scritto, ma poi non lo leggeva mai. Il Gatto, ora che fa l’editore, dice che gli interessa il suo scritto, ma poi non si fa trovare, rimanda, gli dice di ripassare; lui ripassa e quello sta all’estero e gli lascia detto dalla segretaria di ripassare un’altra volta. Anch’io ho incontrato una persona potente che faceva così, ma non era un editore. Credo che in tali persone scatti un meccanismo psicologico simile a quello di certe donne, che per debolezza amano farsi corteggiare, e amano tenere al cappio anche quegli spasimanti ‒ questo è forse il fatto più sorprendente ‒ a cui sanno con certezza che non si concederanno mai. È chiaro che fanno così per avere più potere. Molière ha descritto bene questo atteggiamento in Célimène, la donna amata da Alceste, nel Misantropo. Ma torniamo a Moresco.
Due parole vanno dette sulle descrizioni di scene scabrose, perfino oscene, presenti a più riprese nel libro, una su tutte il cunnilingus postprandiale tra la coppia di una certa età osservata dalla finestra del palazzo di fronte (poi si scopre pure che erano ciechi). Dico la sensazione che mi ha fatto. Non l’ho trovata volgare ma semplicemente squallida. Moresco descrive la scena con sguardo asettico e senza partecipazione ‒ atteggiamento costante in tutto il libro, peraltro. Questo lo salva dall’accusa di volgarità, ma rimane la domanda: che senso ha? che voleva dire? Forse può far riflettere sullo squallore del sesso visto come atto meccanico alla luce del sole e per di più accostato al cibo. Ma serve uno scrittore per farlo vedere sotto questa luce così squallida? soprattutto nel mondo di oggi, dove la pornografia bisogna faticare per non trovarla? Questo lo chiama “volare in alto”? Non sarebbe molto più utile trovare una luce più bella, più degna di un uomo per mostrare l’amore, anche carnale? ‒ «if love be blind, it best agrees with darkness» diceva per esempio Shakespeare.
Un appunto sul versante stilistico: non trovo alcuno scarto tra i dialoghi e il discorso indiretto. Cioè descrizioni da una parte e descrizioni di descrizioni dall’altra, e tutte con lo stesso stile. Mentre leggevo assonnato mi annoiavo, sbadigliavo (‒ Ehi l’hai rifatto! ‒ Mi è scappato!). Rileggevo le parole sfuocate e restavo confuso, abbacinato (‒ Eh? ‒ Ok, ok, scusa non lo faccio più, ma devi capire che dopo 647 pagine devo un po’ disintossicarmi!).
L’ironia in Moresco? Sporadica, distaccata, blanda e anche un po’ triste.
“Il biografo” del narratore ad un certo punto dice di voler scrivere una «biografia spartiacque tra generi nuovi», sobbalzo. Chissà se era voluta questa coincidenza con l’aletta: non lo so ma certo stride. Se consideriamo la letteratura da Omero fino a Tolstoj, per esempio, io non vedo “spartiacque” ma piuttosto capolavori, ognuno con la sua identità, diversa e irripetibile. “Spartiacque” è un concetto da scribacchini, buono per quelli che non seguono sé stessi ma devono inserirsi in una corrente.
Poi la scena finale della festicciola con Pascal, Leopardi, la Dickinson, Smerdijakov… (‒ Il servo-assassino dei Fratelli Karamazov? ma perché? che c’entra? ‒ Che razza di domande, ma non le hai lette tutte le 600 pagine precedenti, di cosa ti vuoi stupire ora?). Questi personaggi famosi stanno lì, muti come sagome col nome appiccicato sopra: già questo mi pare abbastanza pretestuoso, ma la cosa peggiore è quel «Sarà stato Pascal, l’avrà leccata [lui la Pesca sul seno fino dove lo permetteva la scollatura] mentre erano intenti a danzare, con quella sua linguetta». Caro Moresco, ma non ti vergogni di usare Pascal come tuo zimbello? Se proprio ne avevi voglia, ci potevi mettere Faletti, Camilleri, Baricco… ma l’autore dei Pensieri!!
Il biografo sogna pure una targa dove un giorno lo ricorderanno commossi… non so se c’era qualche intenzione ma se poco poco ci fosse stata, gli rammento che Seneca giustamente notava che è già qualcosa non essere ricordati. Infatti, potresti pure essere ricordato in negativo, e forse un giorno ritrovarti una bella targa di questo tipo: “Qui A.M. scrisse le scene pornografiche con i ciechi, evirò con la fantasia Gesù, e sbeffeggiò Pascal. A futura memoria”.
‒ Però come la metti con la sua originalità? ‒ Non nego che abbia una certa originalità, e infatti se questo libro ha un qualche piccolo valore è proprio quello di andare per la sua strada… però l’originalità non è tutto, anche i campi di concentramento nazisti avevano una loro “originalità”: non si era mai visto prima un metodo di annullamento così scientifico e ordinato… ma ciò non toglie niente al loro orrore. E poi quello che conta è la bellezza: «I veri artisti se ne fregano di cercare di essere originali o indipendenti. Loro cercano la bellezza, e se questa è originale o imprestata diviene chiaro solo dopo», non lo dico io, l’ha detto Čajkovskij.
‒ Allora pollice alto o pollice verso? ‒ Sicuramente pollice… ehi ma chi è che bussa? e con questa violenza?! Oddio sul mio pianerottolo c’è il Nervo in motocicletta con la tuta attillata di pelle nera, e sul sidecar… Moresco che mi guarda in cagnesco! e in mano ha un rasoio insanguinato e nell’altra un sacchetto di calli tagliati che si muovono! Non parla, ma sento lo stesso che dice “Ti voglio tagliare via l’anima e sostituirla con un sacchetto di calli imperversanti”! Oddio devo scappare! Ecco che vuole sfondare la porta, salto dalla finestra, mi arrampico su un palo della luce e arrivo fino alla luna, corro, mi sta inseguendo ancora con la moto, la ghiaia mi si frantuma sotto i piedi… ma quando mai si è vista la ghiaia sulla luna? “Ce l’ho portata io!” mi urla Moresco imperversando da un punto lontano e imbracciando come lance due rette sghembe abbacinanti… Scappando mi avvicino al cielo, le stelle sono in realtà dei pulsantini luminosi (toh c’è Astolfo che mi saluta), faccio per premerne uno… perché Astolfo continua a sbracciarsi? Accidenti non mi stava salutando! voleva dirmi di non premere… ma ormai ho premuto!! L’intera volta celeste cade in frantumi, sono travolto da un oceano di luce, sento suonare la tromba del giudizio, vedo scendere Cristo in persona che mi dice: “Già vi ho detto: ‘Non giudicare’. E se giudichi fallo con verità”. “Sì”, rispondo io.
Amen.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

6 pensieri riguardo ““Gli esordi” di Moresco, una specie di recensione

  1. Devo incominciare facendoti i complimenti perché questa recensione che non condivido affatto è scritta davvero molto bene; e di questi tempi non è poco.Io ho amato alla follia Gli esordi di Moresco per le stesse ragioni per cui tu l'hai trovato terribile, per quell'incedere cadenzato, quella realtà distorta, allucinata (vedi ci cado anche io), quella lingua misurata. Ho amato i non nomi dei personaggi, li ho adorati. La mia lettura del libro, in breve, è questa:Il libro racconta la storia politica e il progressivo decadimento culturale dell'Italia e il protagonista rappresenta il popolo. La prima parte racconta lo strapotere della democrazia cristiana (la censura, il silenzio, la totale assenza di dialogo), la seconda parte la apparente liberazione degli anni '60-'70 (i comizi, l'attività politica), la terza parte sono gli anni '80 (il sesso consumato e messo alla finestra, il ballo di marionette delle feste e dei festini). Il protagonista sembra non avere potere decisionale, viene trasportato dagli eventi, ragiona sulle cose ma non le controlla, sembra non capire fino in fondo cosa lo spinga ad agire in un certo modo, guarda e basta (quello che gli italiani hanno sempre fatto) e alla fine di ogni capitolo gli viene fatta una domanda (se vuole diventare sacerdote, se vuole diventare brigatista, se vuole pubblicare il libro) e tutte e tre le volte lui risponde un sì, senza sapere davvero se lo vuole.Naturalmente ci sarebbero tante altre cose da dire. Ma forse un giorno troverò il tempo di rileggerlo e scrivere qualcosa di serio a proposito.Ciao.

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  2. Grazie per il commento! È vero quello che dici riguardo al libro, ma quanto al giudizio continuo a non trovare attrattive, neanche considerando questa simbologia, che pure mi pare un po’ “appiattente” (tanto per dire, negli anni ’50-’60 c’erano pure Pasolini, Montale, Calvino; la Callas, diversi direttori d’orchestra leggendari come Votto, Serafin, Gui; venivano invitati compositori come Britten e Shostakovich; c’erano compagnie teatrali di altissimo livello che mettevano in scena lavori freschi di stampa di Arthur Miller; si costruivano acceleratori di particelle… a ben vedere c’era parecchio!). Se poi confronto Gli esordi con un romanzo qualsiasi di Dostoevskij, che sia L’Idiota o L’Adolescente, trovo in questi un’infinità di riflessioni in più, d’umanità, di bellezza… tutte cose che mi pare Moresco rifiuti a priori (ma a che serve la letteratura allora?). Comunque se decidi di scrivere qualcosa di più approfondito sull’argomento fammi sapere, ciao!

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  3. \”Eureka! Forse era questa l’intenzione di Moresco: voleva sottrarre la letteratura dall’ambito umanistico per metterla in quello della zoologia, o magari dell’entomologia.\”Non sono sicuro che questo possa essere un difetto. Questione di punti di vista, certo, però, per esempio, Leopardi magari avrebbe apprezzato.Forse hai fatto le domande sbagliate a questo libro, è evidente da tutta la recensione che cercavi conferme (\”a cosa serve la letteratura allora?\” non ho risposte, ma magari anche a mettere al mondo immaginazioni e liguaggi impensabili prima, disturbanti all'inizio, come deve essere stato Proust, Joyce, com'era Dostoevskij che tu citi, di sicuro…gente che si dilungava, deludeva le attese, ne creava di nuove…), forse questo libro è stato scritto, con tanto di dolo, per fare qualcosa di diverso. Gli esordi chiede al lettore di compiere operazioni cognitive molto complesse. Se uno non ne ha voglia, pace. Ma se non lo fa (e tu non lo hai fatto, mi spiace, è evidente), non credo poi possa dire di aver capito abbastanza da dare un giudizio.

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  4. “Leopardi magari avrebbe apprezzato”…!? In base a quale ragionamento, a quale passo leopardiano dici una cosa del genere?“Per fare qualcosa di diverso” è il motivo più ozioso e meno artistico che possa muovere un artista. La diversità proviene, come conseguenza naturale, dal non copiare nessuno e dall’avere i mezzi per farlo (talento e conoscenze), ma è l’avere qualche cosa di importante da esprimere che deve essere il motore primo.Le “operazioni cognitive molto complesse” di cui parli quali sarebbero? Non sono le stesse che si fanno per comprendere qualsiasi altro libro? O sono troppo stupido per capire? E com’è che Goethe, Dostoevskij, Flaubert, Orwell, li capisco? Se uno la mette su questo piano può giustificare apoditticamente qualsiasi cretinata senza darsi neanche la briga di MOTIVARE il proprio giudizio: “è troppo complicato, non puoi capire” (dirmi “dovevi impegnarti di più” è la stessa cosa, dato che mi ERO impegnato). Ma funziona solo con gli sprovveduti.Nel libro di Moresco non ho trovato nulla di “impensabile”, ma solo tanta noia e un lungo, sterile, piangersi addosso. E tanto per citare Leopardi: “La noia è la più sterile delle passioni umane. Com’ella è figlia della nullità, così è madre del nulla: giacché non solo è sterile per sé, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina.”

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  5. Io sto abbandonando a pagina 322. Concordo in pieno con la recensione. Vorrei finire di leggerlo per principio, ma son finito su questa pagina perché mi stan mancando le forze per continuarlo e cercare di capirlo. Riguardo a un commmento precedente (la storia d’Italia, la DC, eccetera), De André ha raccontato quei momenti storici con molto più pathos e poesia in 2 dischi. Qui stanno 600 (saran 300 per me) pagine di dettagli abbastanza disgustosi, personaggi snervanti e la falsa impressione di un imminente evento che possa restituire un po’ di senso alla storia.

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  6. Grazie per aver scritto questa recensione. Ora posso mollare il libro a cuor più leggero. Ho resistito per sole 90 pagine e mi sembra già tanto. Grazie anche per esserti sacrificato leggendolo tutto.

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