Qualche motivo in più per festeggiare Verdi (e Wagner) oggi

Ci si può chiedere che senso abbia, oggi, festeggiare Verdi in Italia, quando le sue opere vengono ascoltate soltanto da una piccola élite di pubblico, e la musica contemporanea, sia pop che colta, sembra andare ‒ e realmente va ‒ su sentieri completamente diversi.
Che la musica contemporanea segua nuove strade è cosa buona e giusta, oltre che inevitabile, e i veri artisti non hanno bisogno di ‘consigli’, anche se a certi musicisti farebbe bene meno ignoranza, e ad altri ‒ che si reputano più ‘colti’ ‒ meno saccenteria. Non esiste buona arte quando si rompe completamente col passato, ce l’hanno insegnato i più grandi rivoluzionari di tutte le epoche, basti citare Beethoven e la sua venerazione per Mozart e Haydn.
Se il genere operistico, non dico rinascesse (perché non è mai morto, almeno all’estero), ma riprendesse il vigore di un tempo, certo la lezione di Verdi non potrebbe essere trascurata. Tuttavia l’eredità di Verdi, come quella di ogni grande artista, va oltre lo stretto campo della sua disciplina. Per esempio, leggendo l’epistolario si possono imparare molte cose, oltre che sulla sua visione della musica e del teatro, anche sul modo di affrontare l’arte e la vita in generale. (Ed è anche questo che vorrei mettere in evidenza nel racconto a puntate che sto pubblicando in queste settimane). Voglio qui ricordare soltanto tre testimonianze particolarmente attuali che emergono dall’epistolario.
Il superamento delle difficoltà ‘ambientali’. Verdi nacque da una famiglia umile, studiò con grandi sacrifici suoi e grazie al generoso aiuto economico del suocero, Antonio Barezzi. Poi fu respinto all’esame per l’ammissione al conservatorio di Milano. Questo è un episodio vergognoso, anche se molti (come Pienro Angela) hanno minimizzato dicendo che “probabilmente non aveva una buona tecnica al pianoforte”: e allora? Fu respinto come studente a pagamento, e dopo aver dato già ottime prove di compositore! Complimenti ai professori! Fu una cosa vergognosa, che Verdi non perdonò per tutta la vita al Conservatorio. E tuttavia non si arrese, studiò da privato senza mai scoraggiarsi, e anche nel corso della carriera ebbe fiaschi (il più terribile da superare, quello della seconda opera), e poi veleni, critiche, calunnie… di fronte alle quali non si arrese mai, ritenendolo forse il prezzo da pagare quando si sceglie di andare dritto per la propria strada.
L’etica della scrittura. Verdi si spaccava la testa su ogni nota che scriveva: «Belle o brutte che siano le mie note, non le metto a caso», e pretendeva ‒ giustamente ‒ che i cantanti e i direttori rispettassero la sua scrittura. Alla faccia dell’improvvisazione e del performer-creatore, oggi tanto di moda.
La verità nell’arte. Verdi non amava le etichette, e rideva di chi gli diceva “verista”. Considerava il Vero come uno degli obiettivi primari dell’arte, tanto che in una lettera dice che «Shakespeare era verista senza saperlo». Che lezione immensa di fronte a tante cretinate che si sentono oggi sul come si dovrebbe fare teatro!
E dato che stiamo in tema di bicentenario, si potrebbe aggiungere che Wagner, con una vita e delle opere completamente diverse, su questi tre punti ci ha lasciato una testimonianza del tutto simile a quella di Verdi.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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