“A Midsummer Night’s Dream” di Benjamin Britten a Roma

Èstata senz’altro una buona idea quella di inserire nel programma della stagione del Teatro dell’Opera di Roma questa partitura di Benjamin Britten poco frequentata (almeno a Roma) ma molto suggestiva.
La storia, fedelmente tratta dall’omonima commedia di Shakespeare, si basa su un intreccio di quattro vicende e altrettante coppie di personaggi: tra amori non corrisposti e filtri magici che complicano le cose, tutte e quattro le coppie arriveranno, come in ogni commedia che si rispetti, al matrimonio. Tra queste storie d’amore si inserisce la buffissima “commedia” messa in piedi da alcuni manovali per il duca di Atene. Èquesta la parte più divertente dell’opera, e forse anche quella più godibile, almeno ad un primo ascolto.
Nella produzione in scena in questi giorni a Roma spicca la prestigiosa direzione di James Conlon, il più applaudito della serata. Anche il cast di cantanti è stato scelto con estrema accuratezza, sia per le voci che per i physique du rôlemolto suggestive pure le luci, di David Martin Jacques, le scene e i costumi (per chi li aveva), di Kevin Knight. La regia invece è abbastanza discutibile, a tratti buona, soprattutto nella recitazione, a tratti insopportabilmente volgare: cantanti in mutande, allusioni oscene e palpeggi plateali: non c’è bacio senza qualche vistoso soppesamento delle natiche della femmina di turno, sia essa Ermia, Elena, Ippolita o Titania. Insomma le solite cose. Anche la cornice del British Museum l’ho trovata del tutto gratuita e meaningless.
L’opera è discretamente lunga (tre atti da circa un’ora ciascuno), verrebbe da dire troppo… come ha detto qualcuno, nello stesso tempo in un’opera italiana oltre ai quattro matrimoni avrebbero fatto anche una decina di figli…! Sarà stato forse per la musica poco nota, per il caldo, o per la regia, bisogna registrare che, purtroppo, il pubblico non è stato molto numeroso. Ed è un peccato dato che Britten è uno dei compositori più grandi del Novecento e meriterebbe più attenzione. Comunque lo consiglio.
Repliche
Giovedì, 21 Giugno, ore 20.30 (turno B)
Martedì, 26 Giugno, ore 20.30 (turno C)
Sabato, 23 Giugno, ore 18.00 (turno D)
Domenica, 24 Giugno, ore 17.00 (turno E)
Cast:
Direttore James Conlon
Regia Paul Curran
Scene e costumi Kevin Knight
Luci David Martin Jacques
Interpreti
Oberon Lawrence Zazzo
Tytania Claudia Boyle
Puck Michael Batten
Theseus Peter Savidge
Hyppolyta Natascha Petrinsky
Lysander Shawn Mathey
Demetrius Phillip Addis
Hermia Tamara Gura
Helena Ellie Dehn
Nick Bottom Peter Rose
Peter Quince Peter Strummer
Francis Flute Anthony Dean Griffey
Snug Filippo Bettoschi
Tom Snout Saverio Fiore
Robin Starveling George Humphreys

Ibsen: Un nemico del popolo e i disastri ambientali

Tra i dodici “drammi moderni” di Ibsen, Un nemico del popolo, è uno di quelli più interessanti dal punto di vista filosofico, e anche uno dei più attuali, se pensiamo per esempio alla vicenda dell’Eternit, o a molti altri disastri ambientali causati da una colpevole ‒ e spesso interessata ‒ sottovalutazione del rischio (non ultimi, i recenti crolli dei capannoni costruiti senza criteri antisismici).
La storia è semplice ed efficace: il Dottor Stockmann, in seguito a delle analisi chimiche, scopre che l’impianto termale del suo paese, di prossima apertura, è minato da un gravissimo pericolo per la salute pubblica, poiché le acque di cui si approvvigiona sono infette. Il sindaco ‒ che tra l’altro è il fratello del Dottor Stockmann ‒ cerca di minimizzare il rischio, anche di fronte all’evidenza, perché l’apertura delle terme porterebbe turisti, lavoro, ecc., mentre una messa in sicurezza dell’impianto costerebbe molti soldi e ‒ stando a quel che dice il sindaco ‒ due anni di ritardo nell’apertura. Alle insistenze del dottore, il sindaco gli mette contro tutto il paese, facendo leva sulla demagogia, le convenienze politiche, l’ottusità del popolo. In breve riesce a comprare anche la stampa e Stockmann si ritrova a non avere nessun un giornale che pubblichi la sua relazione scientifica, ma viene anzi ingiuriato e additato come “un nemico del popolo” dalla maggioranza del paese, che sposa quindi la menzogna del sindaco. Su Stockmann pende anche il licenziamento (inevitabile, dato che è lui il medico delle terme), perciò anche la famiglia fa pressione su di lui affinché desista. Il dramma si conclude con il Dottor Stockmann, che non si dà per vinto e continua la sua lotta, sempre più solitaria, giungendo a questa verità: «ho fatto una grande scoperta. […] La cosa è questa, vedete, che l’uomo più forte al mondo, è quello, che sta più solo» (trad. qui e nel seguito di Sandra Colella).
Nel corso del dramma il Dottor Stockmann giunge a tre verità. La prima è decisamente poco politically correct: «La maggioranza non ha mai la ragione dalla propria parte. Mai vi dico! Èuna delle menzogne della società, contro cui un uomo libero e pensante deve ribellarsi. Chi è che costituisce la maggioranza degli abitanti di un paese? Èla gente intelligente o la gente stupida? […] Certo, certo; potete ben urlare più di me; ma non potete contraddirmi. La maggioranza ha il potere ‒ purtroppo ‒ ma non la ragione
Poco dopo c’è quest’altra acuta osservazione: «Una verità normalmente costruita vive, diciamo, 17-18 anni di regola, al massimo venti; raramente più a lungo. Ma tali attempate verità sono spaventosamente magre. E tuttavia è solo allorache la maggioranza le accetta e le raccomanda come un sano nutrimento spirituale».
Qui c’è un po’ da riflettere. Questa affermazione sulla “scadenza” delle verità sembra per esempio in contrasto con quel famoso proverbio indiano, spesso citato da Gandhi, che «le verità sono antiche come le montagne». In realtà Ibsen si riferisce a certe “istanze sociali”, potremmo chiamarle così, che cambiano da epoca a epoca. Un esempio che tutti noi abbiamo oggi sotto gli occhi è quello della democrazia. Essere per la democrazia e la libertà (di stampa, d’opinione) ai tempi del fascismo, era un atto di merito, che richiedeva molto coraggio, e che pochi sostennero. Ma che valore ha oggi, quando tutti i partiti, da destra a sinistra sventolano in continuazione le parole “democrazia” e “libertà”? Si tratta evidentemente di un’istanza che in sessant’anni è diventata più che rachitica, poiché nel frattempo i problemi sono sottilmente cambiati e quelle parole si sono svuotate di significato, diventando dei meri luoghi comuni. Un altro esempio, in tutt’altro ambito, è essere cristiani. Una cosa era essere discepoli di Gesù al tempo della sua predicazione, quando si rischiava la morte a seguire il vangelo; ben minor cosa è dire di essere cattolici quando il cattolicesimo è la religione di stato.
Non ho citato a caso quest’ultimo esempio, dato che Ibsen mostra una grande familiarità col vangelo e i suoi temi: basti notare che, riferendosi alle terme, usa l’espressione «sepolcri imbiancati», e lo stesso finale del dramma ha un sapore evangelico. QuandoStockmann giunge alla sua terza verità, cioè che “da soli si combatte meglio”, non si può che pensare a personaggi come Gesù ‒ o Gandhi, in tempi più recenti, ‒ che per seguire la loro idea si sono staccati da qualsiasi legame particolare ‒ famiglia, partito, o setta religiosa ‒ e hanno invece accettato come compagni soltanto coloro che si univano ai loro intenti.
Insomma, c’è da sperare che questo dramma torni sulle scene con maggior frequenza: che non è dir molto, dato che, almeno qui a Roma, è assente da non so quanti anni.

L’Attila di Verdi diretto da Muti a Roma (senza sovratitoli)

«Li amici miei vogliono che questa sia la migliore delle mie opere; il pubblico quistiona: io credo che non sarà inferiore a nissuna delle altre mie. Il tempo deciderà». Questa lettera di Verdi del 1846 mostra quanto il compositore considerasse questa sua opera, per quanto in effetti il tempo ha deciso diversamente. Tuttavia Riccardo Muti sembra dargli ragione dato che la ripropone spesso, e anche stavolta con un grande successo di pubblico.
Si tratta di un’opera sanguigna, per certi versi affine al Macbeth, dove incombono la brama di potere, il tradimento, la vendetta del padre ucciso, perfino lo spettro… Io l’ho vista ieri per la prima volta, le scene che ho trovato più impressionanti sono, naturalmente, quelle corali e a piena orchestra; quella più suggestiva, oltre al preludio iniziale, è invece l’aria di Odabella nel primo atto (interpretata splendidamente dalla Serjan, che è stata subissata dai “brava”). Molto intensa è stata anche la scena degli eremiti che prendono l’eucarestia: non so se c’era un’intenzione del regista, che forse ha voluto alludere alla scena analoga del Parsifal (di quarant’anni successivo). In effetti la didascalia del libretto descriveva uno scenario un po’ diverso… a cominciare dagli eremiti che, con quelle tuniche nere, sembravano piuttosto dei preti moderni.
A ogni modo la regia di Pier Luigi Pizzi (no, non siamo parenti), seppur infedele in quasi tutto alle didascalie del libretto, si è mantenuta su un tono austero ed elegante, conforme alla storia e complessivamente abbastanza apprezzabile, per quanto le lodi sperticate che ho letto in altre recensioni mi sembrano un po’ eccessive. Bello il mantello rosso di Attila, ma forse gli si poteva mettere una maglietta invece di lasciarlo a torso nudo… Anchela scelta di far tenere a Odabella sempre la daga in mano (con cui poi ucciderà Attila) risultaun po’ prevedibile. Inoltre la fissità di uno scenario praticamente unico (mentre la storia si svolge in luoghi diversi) non rende a pieno il dinamismo della trama.
Quanto alle voci vanno segnalate tre prove eccellenti, in primis quella del soprano Tatiana Serjan nel ruolo di Odabella, e poi il basso Ildar Abdrazakov, nel ruolo del titolo; notevole anche Nicola Alaimo, nel ruolo di Ezio, una voce in grado di riempire il teatro. Non lo stesso si può dire del tenore Giuseppe Gipali, il cui volume di voce era nettamente inferiore agli altri. Ho temuto anche che gli cedesse la voce ‒ dall’inizio del secondo atto è andato a risparmio ‒, comunque è riuscito a chiudere dignitosamente. In sua difesa c’è il fatto che l’orchestra era moltosostanziosa, il golfo mistico era completamente pieno di strumenti, per esempio ho contato ben settecontrabbassi (cosa che un po’ stupisce, dato che nel 1846 gli strumenti erano anche meno sonori dei nostri).
Infine, devo dirlo: mi ha molto infastidito l’assenza dei sovratitoli. Era già successo in Macbeth, e a questo punto immagino sia una scelta di Muti, perché in tutte le altre opere c’erano (anche in quelle italiane, come il Barbiere di Siviglia). Io l’ho trovata una scelta sbagliata, o perlomeno incomprensibile. Pur avendo letto il libretto prima di vedere l’opera, ho avuto difficoltà a seguire la storia ‒ e come me penso chiunque ‒ dato che dai cantanti, per quanto bravissimi, non sono riuscito a cogliere che qualche parola isolata: ma tra cantanti stranieri, italiano “solera-piavesco”, la musica… cosa si poteva sperare? Giusto chi sapeva il libretto a memoria poteva capirli… Inutile dire che non capire le parole pone una barriera tra il dramma e gli spettatori, soprattutto perché la musica di Verdi parte dalla parola, e una gran dose del piacere sta nel vedere come la parola viene esaltata dalla musica. Il fatto che alla fine si applaude non c’entra, anch’io ho applaudito e gridato “bravo” ai cantanti.
Direttore Riccardo Muti
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Luci Vincenzo Raponi
Movimenti coreografici Roberto Maria Pizzuto
Interpreti
Attila Ildar Abdrazakov
Ezio Nicola Alaimo
Odabella Tatiana Serjan
Foresto Giuseppe Gipali
Uldino Antonello Ceron
Leone Luca Dall’Amico
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
Nuovo allestimento

Le Affinità elettive (per adulti) al Teatro Arcobaleno

In questa riduzione teatrale delle Affinità elettive di Goethe, viene enucleata, in maniera sintetica ma efficace (lo spettacolo dura poco più di un’ora), la trama fondamentale del romanzo, cioè lo “scambio” delle due coppie protagoniste. I due coniugi Edoardo e Carlotta invitano nella loro tenuta un amico, il Capitano, il quale sta passando un brutto periodo, essendo solo e senza lavoro. Hanno quindi l’idea di fargli conoscere una giovane ragazza, Ottilia, la figlia adottiva di Carlotta, sperando di favorirne l’unione. Il risultato, come tutti sanno, sarà un po’ diverso da ciò che si aspettavano.
Da questa storia Goethe trae l’occasione per analizzare nel profondo quattro personalità che vivono quattro drammi diversi, pur strettamente annodati; ma soprattutto trae l’occasione per trattare una serie di temi che ruotano attorno al matrimonio, al divorzio, e all’amore in generale.
Particolarmente gustosa è la tesi del Conte (nella riduzione, questo intervento è affidato a Edoardo), secondo cui il matrimonio dovrebbe avere «scadenza quinquennale» da rinnovare solo se è il caso… Perlomeno, se uno dei due volesse continuare, «la gentilezza crescerebbe quanto più ci si avvicina alla scadenza». Un matrimonio dovrebbe poi ritenersi indissolubile «soltanto quando entrambi i contraenti, o almeno uno, si fossero sposati per la terza volta».
Ma, tornando alla recensione dello spettacolo, è presto fatta: ottimigli attori, soprattutto Vittorio Vannutelli, Annalisa Biancofiore e Mauro Mandolini; discreta la riduzione teatrale, di Ilaria Testoni (anche regista); pessime, come due patacche su un bel vestito, le due scene a sfondo erotico. Soprattutto la seconda, dove si simula un rapporto sessuale vero e proprio. Èun peccato che una messa in scena così buona sia rovinata, di proposito, da due cadute di stile così gratuite e volgari. E non mi vengano a dire che nelle Affinità elettive c’è effettivamente quella scena (alla fine del capitolo XI), perché Goethe la descrive con una delicatezza e una profondità introspettiva del tutto incompatibile con una muta e brutale “trasposizione” scenica!
Non capiscono, i registi, che mettendo il sesso sulla scena si passa dalla sfera del raziocinio e delle emozioni, a quella animalesca degli istinti più brutali? Serve andare a teatro per vedere una scena di sesso? Che insegnamento ci si può trarre? Posso capirlo in un film di Vanzina, che non ha assolutamente niente da proporre oltre le curve di qualche attrice: ma quando si sta recitando un testo pieno di poesia, di acute osservazioni, di originalità, come quello di Goethe, che c’entra una scena di sesso esplicita? Eppure sembra quasi che i registi attuali si sentano “in dovere” ‒ che sia Goethe, Shakespeare, o Goldoni, poco importa ‒ di buttarci dentro, al primo pretesto, qualche sozzeria plateale. Sarà invidia?
A ogni modo, ripeto, è uno spettacolo che, a parte le due suddette “patacche”, non sconsiglio: anzi, di questi tempi, è pure al di sopra della media. Magari, ecco, non portateci i bambini.
Fino al 31 maggio al Teatro Arcobaleno.
LE AFFINITÀ ELETTIVE
da Wolfgang Goethe
Drammaturgia e Regia Ilaria Testoni
musiche Giovanni Zappalorto
Con (in ordine di apparizione) Annalisa Biancofiore, Mauro Mandolini, Vittorio Vannutelli, Giulia Adami 

Ibsen: uno sconosciuto a Roma

Sul retro di copertina dell’edizione Bur dei Drammi Modernidi Ibsen, viene riportata la notizia che «dopo Shakespeare, Ibsen è l’autore teatrale più rappresentato al mondo».
Non metto in dubbio la veridicità di questo dato, ma ciò che mi stupisce e rammarica è constatare che a Roma le cose vadano ben diversamente. Facendo una breve ricerca sul sito www.teatro.org, ho trovato che a Roma e provincia, dal 2003 a oggi la classifica dei big è questa:
  1. Shakespeare 138 produzioni (escluse le repliche chiaramente).
  2. Pirandello 81
  3. Goldoni 39
  4. Molière 38
  5. Cechov 32
  6. Brecht 18
  7. Ibsen 7
  8. Miller 3
Se Shakespeare rimane ‒ giustamente ‒ al primo posto, Ibsen è invece immeritatamente lontanissimo: al settimo posto con solo 7 spettacoli in 9 anni!! Né riesco a capacitarmi di come il nostro contemporaneo Arthur Miller ‒ che come profondità di scrittura dovrebbe stare nell’empireo dei grandi ‒ rimanga così staccato persino dal molto più vecchio Pirandello!
Una classifica meno malata dovrebbe vedere Shakespeare sì al primo posto, ma seguito a ruota da Goldoni-Molière-Ibsen-Miller (nell’ordine che preferite, ma comunque appaiati), poi Cechov-Pirandello-Brecht… ecc.
Ad ogni modo, lasciando da parte il giochino delle classifiche, e andando un po’ più nel dettaglio, si trova che, per quanto riguarda Ibsen, i titoli rappresentati a Roma sono: Spettri(2005), La donna del mare (2006), L’altra Nora (2007, 2009), Peer Gynt, Casa di Bambola (2010), Hedda Gabler (2011). Ora da queste sette produzioni andrebbero espunte almeno le due riprese di L’altra Nora, “riscrittura” di Casa di Bambola: in questo modo si giunge alla triste realtà che in 9 anni Ibsen è stato rappresentato solo 5 volte.
So che di recente anche il signor Ronconi si è dato alla riscrittura di Casa di Bambola, che per lui diventa “Nora alla prova”: evidentemente quella di Ibsen è proprio scritta male… Non ho visto queste rivisitazioni, che saranno sicuramente molto meglio dell’originale, ad ogni modo mi fa piacere riportare le parole dello stesso Ibsen, il quale, avendo saputo che in Germania Casa di Bambola veniva rappresentato con un finale diverso, approntò egli stesso per quei teatri lo schizzo di un finale alternativo, per poi aggiungere: «Questo cambiamento io stesso l’ho bollato col mio traduttore come “una violenza barbara” nei confronti del dramma» (la sottolineatura è mia, non ho resistito); e concludeva poi la sua lettera lamentando l’assenza di una «protezione legale» contro questi rimaneggiamenti, per cui: «i nostri lavori drammatici sono regolarmente esposti alle violenze perpetrate sia dai traduttori sia dai direttori, sia dai registi e dagli interpretidei teatri minori. Ma di fronte a minacce di questo genere preferisco, istruito dall’esperienza, commettere violenza da me, piuttosto che affidare le mie opere al trattamento e alla “rielaborazione” di mani meno esperte» (da una lettera del 1880 al Nationaltidende, in Vita dalle lettere, Iperborea).
A proposito di “rielaborazioni” e “aggiornamenti”, sentite cosa ho trovato, per caso, mentre leggevo un interessante scritto di Wagner: «Quasi tutti i registi moderni si propongono prima o poi di allestire il Don Giovanniadattandolo ai nostri tempi; mentre chiunque abbia un po’ di senno dovrebbe convenire che, per entrare in sintonia con la creazione mozartiana, non occorre adeguare quest’opera al nostro tempo, ma piuttosto adeguare noi stessialla sua epoca.» Questo pensiero, che sembra scritto oggi, Wagner lo espresse ne Il pubblico nello spazio e nel tempo, del 1878: dopo centotrentaquattro anni non è cambiato nulla! E ancora oggi, nel 2012, dobbiamo andare a teatro e una volta su tre sorbirci gli “adattamenti” da Shakespeare, Goldoni, Ibsen… roba da pazzi!

Un esempio di come NON fare giornalismo

«Che cos’è, una baruffa tra fustigatori? Una gara della purezza, e c’è sempre uno più puro che ti epura?» Comincia con questa domanda retorica l’articolo di Mario Ajello, che trovate per intero sul Messaggero on-line di oggi.
 
Questo articolo — basato su pochi fatti ma imperlati di molte opinioni — è l’esatto opposto di quello che dovrebbe essere il resoconto imparziale di un giornalista corretto.
A prescindere da ciò che sostiene il giornalista ‒ su cui si può concordare o meno ‒ voglio analizzare brevemente il suo articolo scindendo i fatti dalle opinioni.
Ecco come riporta l’opinione di Di Pietro:
«La differenza tra me e lui, è una sola» (o una sòla?, ndr). «Io critico ma voglio costruire un’alternativa, lui mira a sfasciare tutto e basta»

Arguto il commento tra parentesi, complimenti! A che serve? cosa aggiunge? Ma osserviamo come continua:

E Di Pietro in cambio si prende un «vaffa», tipico dell’eloquio del comico barbuto? Quasi. «Le parole di Di Pietro mi lasciano sbigottito – risponde Grillo – e spero che sia stato un lapsus. Da lui, proprio da lui, non me lo aspettavo».

Notare come il giornalista introduce la risposta di Grillo: con una ipotesi dell’irrealtà che viene ‒ secondo Ajello ‒ soltanto sfiorata, quando poi dal virgolettato successivo chiunque può constatare che di quel «vaffa» non c’è neanche l’ombra. È superfluo dire che un giornalista corretto avrebbe semplicemente riportato la risposta di Grillo senza commenti.

Infine il nostro commentatore-giornalista apostrofa i due contendenti i questo modo:

Tonino Robespierre e Beppe Savonarola

Divertente, ma troppo facile. È troppo facile dire a una persona “sei troppo critico” senza entrare nel merito di nessuna critica. È anzi paradossale accusare di qualunquismo una persona, condannando tutto quello che essa dice senza entrare nel merito di nulla ‒ appunto qualunquisticamente ‒, ma citando opportunamente le parole di altri (come fa Ajello nel seguito dell’articolo citando altri politici). Se il signor Ajello volesse scrivere un articolo serio per dimostrare la sua tesi, dovrebbe prendersi la briga di riportare punto per punto le parole di Grillo e Di Pietro e poi mostrarci per filo e per segno in cosa sono qualunquiste. Altrimenti sono solo chiacchiere da bar.

Il Barbiere di Siviglia a Roma

Non c’è niente da fare, la musica di Rossini vince su tutto, riuscendo a scavalcare anche una regia non certo esaltante come quella che è in scena al Teatro dell’Opera di Roma fino al 24 aprile (e poi a Trieste). È divertente ricordare a questo proposito l’aneddoto di Schopenhauer, il quale entrando in un’osteria trovò dei commensali che, per sfottere Rossini, si erano messi a cantare la lista delle pietanze su una sua melodia: lo colpì il fatto che la musica era talmente potente da riuscire a sovrastare la volgarità dei cantori.
Nello spettacolo in questione non ci sono volgarità, quanto piuttosto costumi troppo farseschi, scene stranianti, mimi che compiono buffonate lungo quasi tutto il corso dell’opera, e poi il sosia di Rossini che ogni tanto si affaccia sulla scena senza motivo… insomma le solite stravaganze a cui siamo costretti a fare il callo da diversi anni. La musica naturalmente è l’apoteosi dell’arguzia, del divertimento e della gioia di vivere… lungi da me un Barbiere“barboso”! però una commedia non è una farsae neanche questo regista, Ruggero Cappuccio, sembra comprenderlo.
Ad ogni modo, ripeto, lo spettacolo si regge e rimane godibile. Abbastanza buona ‒ nonostante lo sfondo ‒ la recitazione degli attori; soltanto il Conte d’Almaviva, Alessandro Luciano, gesticolava decisamente troppo, soprattutto nel secondo atto.
La Rosina della Comparato certo non raggiungeva il volume e la classe della Callas (vedi il concerto del ’58 a Parigi…), però non mi è dispiaciuta, anzi l’ho trovata molto gradevole sia nel canto che nella recitazione; Don Basilio e Figaro, rispettivamente Mikhail Korobeynikov e Vincenzo Taormina, sono stati i più applauditi della serata.
La direzione di Bruno Campanella è stata discreta ma non esaltante, un po’ di “piglio” in più l’avrei gradito senz’altro (è considerato uno “specialista” del genere ma, chissà perché, nessun grande direttore è stato “specialista”…); il pubblico l’ha contraccambiato applaudendolo tiepidamente. (Per quanto riguarda la direzione, un’edizione esemplare è invece quella di Vittorio Gui del ’63 per la Emi; ma anche quella che ci regalò Gelmetti qualche anno fa mi piacque moltissimo).
Per chiudere con qualche parola sull’opera, forse non fa male ricordare che Berlioz, tutt’altro che accomodante come critico musicale, nelle Serate d’orchestra definisce il Barbiere di Siviglia un «étincelant chef-d’oeuvre», e nelle Memorie lo annovera senza esitazioni tra i capolavori del suo secolo. Verdi poi considerava il Barbiere di Siviglia«per abbondanza di idee, per verve comica, per verità di declamazione, la più bella opera buffa che esista», ponendola addirittura al di sopra del Guillaume Tell: «malgrado tutto il suo genio, nel Guillaume Tell si scorge questa fatale atmosfera dell’Opéra, e qualche volta, benché più di rado che negli altri autori, si sente […] che l’andamento non è così franco e sicuro come nel Barbiere» (da Verdi, Lettere e Libretti, Mondadori).
Infine è bello constatare il tutto esaurito, però fa rabbia che ci siano così poche recite per un titolo del genere e che quindi molti spettatori siano rimasti fuori (i biglietti erano introvabili già da un mese).
Il cast completo
Direttore Bruno Campanella
Regia Ruggero Cappuccio
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini
Scene Carlo Savi
Costumi Carlo Poggioli
Luci Agostino Angelini
Interpreti
Il Conte d’Almaviva Juan Francisco Gatell /
Alessandro Luciano 19, 21
Bartolo Paolo Bordogna /
Marco Camastra 19, 21
Rosina Annalisa Stroppa /
Marina Comparato 19, 21, 24
Figaro Alessandro Luongo /
Vincenzo Taormina 19, 21
Basilio Nicola Ulivieri /
Mikhail Korobeynikov 19, 21
Berta Laura Cherici
Fiorello Ilia Silchukov
Un Ufficiale Fabio Tinalli /
Daniele Massimi 19, 21, 24
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro G. Verdi di Trieste

Alberico e Ro, artisti contemporanei

E dopo La nuova coinquilina e L’ultima sonata, ecco anche il terzo racconto, buona lettura.
Come diceva quel filosofo… «il mondo è una gabbia di matti!». Veramente non ci sono parole per descrivere quello che mi è capitato in questa casa. All’inizio sembravano normali, un po’ stravaganti forse ‒ ma chi non lo è sotto qualche aspetto? ci mancherebbe… ‒ però in tre mesi hanno messo da parte ogni remora, mostrando la loro natura davvero oltre il limite del sopportabile… che roba!
La mia camera è esattamente al centro dei due fuochi. Nella stanza dal lato del mio letto abita una specie di scrittore-scultore-performer… lui si definisce “artista della neo-post-avanguardia”. Concedo pure che sia un performer(anche perché non significa niente), ma di certo non è né uno scrittore né uno scultore né tanto meno un artista… è un artistoide altro che artista e artista!
Si chiama Roberto, ma si fa chiamare “Ro” perché odia la ridondanza e sostiene che “ove non ci sia possibilità di fraintendimento” deve essere chiamato solo e soltanto “Ro”: guai a chi aggiunge una sola lettera, se lo chiami Roberto è capace di prenderti a schiaffi!
Nell’altra stanza, quella dal lato del mio armadio, c’è invece Alberico: un “poeta”. Anche lui guarda al futuro, ma in un modo decisamente opposto a Ro: lui infatti adorala ridondanza, non per niente è un fan sfegatato di D’Annunzio. Se Ro si esprime in genere per monosillabi o con muti cenni del capo (che bisogna sforzarsi parecchio per capirlo!), Alberico, invece, anche per dire che ha fame inizia a descrivere le rive dell’Elicona, quella tal pittura del Tintoretto, i palazzi di Venezia, citando en passant Goethe, Byron, Dante e quant’altro…
Chiaramente, se poco poco si incontrano, iniziano a sfrigolare peggio dell’acqua sull’olio bollente.
Certi giorni Ro mette a tutto volume Marylin Manson, e Alberico, che ha un impianto stereo di potenza doppia, risponde con la Cavalcata delle Valchirie a un volume così alto da far tremare tutto il palazzo: la prima volta ho temuto che mi sarebbe piombata in camera Brunilde in persona! Insomma potete immaginare in che casa vivo.
Alberico dal mese scorso è entrato in una sorta di crisi esistenziale: va in giro di notte per le vie del Pigneto declamando con un megafono le Laudi di D’Annunzio. La polizia lo ha già arrestato due volte, ma lui non si darà per vinto, ne sono certo. Alcuni amici miei l’hanno visto un paio di sere fa in una famosa enoteca su via del Pigneto, che beveva e dava lezioni di greco non richieste ai clienti del locale. Ormai lo conosce tutta Roma.
Se devo proprio dirlo, Alberico non mi sta neanche tanto antipatico, anzi mi fa un po’ tenerezza. Un giorno ho avuto la malsana idea di portarlo in un locale a Trastevere dove fanno musica dal vivo (così, per fargli sperimentare un po’ di vita giovanile…) A un certo punto salta in piedi su un tavolo gridando: ‒ O voi neoprimitivi che cantate in una lingua barbara le vostre balbuzienti e rudimentali prosodie! O voi che vi agitate con novelli scellerati brutali riti dionisiaci, o voi Violentatori di Euterpe, Stupratori di Tersicore… attraverso di voi un nuovo profeta solcherà il vasto Oceano dell’Arte, perché l’Arte viene dal popolo incolto… ‒ La musica allora si interrompe e tutti lo guardano allibiti; lui, indicando un ragazzotto che fino a un attimo prima stava “pogando” con più foga di tutti, gli dice: ‒ Sì, anche da te, bovaro borchiato vestito di nero, un giorno proromperà nuova vita…
Va da sé che dovetti trascinarlo via per evitargli un linciaggio.
La scorsa settimana Ro ci ha annunciato l’imminente inaugurazione dell’esposizione dei suoi nuovi cessi. Sì sì, ho detto “cessi”, e non per denigrarlo, ma perché lui scolpisce proprio dei cessi. Ma non dei normali cessi, bensì dei cessi con delle scritte che secondo lui le rendono opere artistiche. Per esempio, su quello che diede inizio a tutta la serie c’era inciso “Il mondo è un cesso”; poi, inseguendo la sua lotta alla ridondanza, appose scritte via via sempre più stringate, come “Il mondo è cesso” e poi “Mondo = Cesso” (di quest’opera andava particolarmente orgoglioso in quanto pretendeva di aver unito scrittura, poesia, scultura, e matematica in una sintesi mai raggiunta prima nella storia dell’arte occidentale).
Da chi lo accusa di volgarità si difende ricordando che la parola “cesso” deriva per aferesi dal latino necessarium, un’abbreviazione di ben sei lettere che egli considera una delle più profonde allegorie della civiltà moderna.
A chi critica la sua arte dicendo che fa acqua da tutte le parti, risponde che ne è assai consapevole e anzi se ne vanta; a chi invece lo taccia di essere privo di idee, non risponde che con uno sdegnoso silenzio.
E allo stesso modo nega ogni risposta a chi più volgarmente gli dice che «i suoi cessi fanno cagare» (ho usato le virgolette basse perché, oltre a essere una citazione bassa, sono testuali parole di un altro: non mi permetterei mai di scrivere una tale volgarità da me medesimo; ho anche cercato «cagare» sul dizionario dei sinonimi ma non ho trovato un termine altrettanto pregnante).
A casa nostra io mi sono sempre astenuto da ogni commento, ma basta un niente perché mi ritrovi in mezzo a una guerra: appena Ro si azzarda a sostenere che i suoi cessi sono opere d’arte, Alberico gli controbatte chiasmicamente che sono le sue opere d’artea essere dei cessi. Poi si accapigliano e devo separarli.
Ma la cosa più imbarazzante è successa l’altra settimana a San Lorenzo, all’inaugurazione della mostra di Ro. Oltre ai suoi vecchi cessi, Ro ne presentava altri due che considerava “quasi un punto d’arrivo” del suo percorso artistico. Si vergognava persino a esibirli, sosteneva che rivelassero “troppo” della sua personalità e se ne sentiva come imbarazzato.
Il primo era un cesso con su scritto soltanto “Cesso” ‒ talvolta si commuoveva nel guardarlo, davvero in quella sintesi suprema gli sembrava di aver colto “l’essenza dell’essenza”, tutto l’infinito in una parola.
Ma il secondo lo considerava proprio il suo capolavoro insuperabile. Egli stesso diceva che forse aveva “osato troppo”. Ad alcuni amici aveva persino confessato che “oltre quel punto non si poteva andare”. Prima di mostracelo, si esibì nella lettura di una poesia senza parole (una delle sue performance preferite, dura nove minuti e sei secondi… interminabilmente noiosa). Poi sollevò il telo e potemmo ammirare il suo capolavoro.
Era un cesso con su scritto… niente! Un cesso senza scritte, un’idea rivoluzionaria. Si stupiva di come la televisione non fosse venuta a riprenderlo (ma su questo punto il suo agente lo rassicurava, perché aveva già preso contatti con diversi giornalisti e qualcosa ne sarebbe venuto fuori, necessariamente).
La mostra, comunque, stava avendo un discreto successo (dico sul serio, non per fare sterili giochi di parole). Molti visitatori infatti, tra un cocktail e l’altro, si fermavano davanti alle sue opere assorti in un pensieroso silenzio, trovandole “molto profonde”, “non banali” e persino “foriere di grandi messaggi”.
Era insomma già l’una di notte passata e tutto sembrava volgere tranquillamente al termine, quando all’improvviso, proprio vicino al capolavoro di Ro, si udì un forte strepito e una voce a me ben nota che gridava stentorea:
‒ Anche da un volgar vaso defecatorio si può raggiungere l’Infinito!
‒ Attento, è un’opera d’arte! ‒ lo avvertì uno del pubblico.
‒ E dove sta scritto? ‒ rispose Alberico, con sottile ironia.
Vedendo che saliva sul water, corsi immediatamente nell’altra sala per avvertire Ro:
‒ Roberto, ‒ gli dissi, ‒ c’è Alberico su un tuo ces‒!
Non l’avessi mai fatto! Ro mi prese per il bavero e iniziò a schiaffeggiarmi perché l’avevo chiamato per esteso… io mi giustificai dicendogli che lì vicino c’era uno che si chiamava Rocco e che tutti chiamavano Ro, per cui ero autorizzato a specificare: non era vero ma fortunatamente ci credette e, lasciatomi il bavero, corse a difendere le sue creazioni.
Vedendo Alberico, mezzo ubriaco e in piedi a recitare una lirica del Vate sul suo cesso senza scritte, Ro fu preso da sgomento isterico:
‒ Non vedi…? ‒ esclamò gesticolando, tutto paonazzo in volto.
‒ Cosa, di grazia? ‒ rispose Alberico, con la massima calma, e pretendendo che Ro esplicitasse il suo complemento oggetto.
Ma Ro, sempre più soffocato dalla rabbia, continuava a gesticolare non volendo esplicitare alcunché.
‒ Adunque? ‒ lo incalzò Alberico con aria di sfida.
Con voce stridula e al colmo dell’esasperazione Ro sbottò:
È il mio cesso!
Allora Alberico, di fronte a tutti ‒ ce l’ho ancora davanti agli occhi ‒, s’è tirato giù la zip, dichiarando solennemente:
‒ E io ci piscio dentro.

Naturalmente si sono picchiati, e stavolta per separarli abbiamo dovuto chiamare la polizia. Non bastasse, mi hanno citato come testimone in tribunale. Basta, ho deciso, questa è la goccia che fa traboccare il vaso: domani trasloco.

L’ultima sonata

Ecco il secondo racconto (il primo è nel post precedente). Buona lettura.
Domani mi suicido”, questo era il pensiero fisso che da qualche tempo rimbombava sempre più forte nella mia testa.
Due delusioni amorose, una dietro l’altra, diversi insuccessi nello studio, la conseguente sfiducia in me stesso e nel talento che un tempo pensavo di avere: tutto ciò mi invitava ad abbandonare l’esistenza. Vedevo la morte come l’unica soluzione possibile ai miei problemi, l’unica speranza di trovare la pace che il mondo mi rifiutava. E a quest’idea mi aggrappavo, forse proprio per non morire.
Scrivo queste righe non per darle in pasto a qualche sconosciuto, né per lasciarle in eredità a qualche figlio, che peraltro non voglio avere (Dio me ne scampi!), ma soltanto a mio uso personale, per fissare dentro di me ciò che avvenne in quel periodo. Ma adesso andiamo con ordine.
A quel tempo ‒ non molto tempo fa, del resto… anche se pochi anni sembrano millenni quando passi dal periodo in cui lotti per trovare la tua via, a quello in cui l’haitrovata ‒ a quel tempo, dicevo, studiavo filosofia e per caso mi trovai ad abitare in affitto con una ragazza.
Lei studiava lettere, ma soprattutto suonava il pianoforte: suonava divinamente il pianoforte, da bambina aveva vinto diversi premi, e dopo il diploma si era iscritta all’università per completare la sua formazione.
Lei era molto riservata e aveva pochissimi amici, per cui non usciva quasi mai, e spesso capitava che cenavamo assieme. Discutevamo molto di musica ed era riuscita a fare appassionare anche me alla “classica” (odiosa etichetta, soprattutto oggi), mentre prima ascoltavo per lo più quello che mi veniva propinato alla radio o in televisione. All’inizio lei era per me una ragazza come le altre, poi divenne un’amica e pian piano crebbe tra noi un’intesa spirituale sempre più forte. Anch’io all’epoca ero abbastanza solo ‒ dai miei vecchi amici d’infanzia mi sentivo sempre più lontano ‒ e nel giro di un mesetto o due, senza che facesse nulla per sedurmi, me ne innamorai perdutamente.
Sarebbe riduttivo o fuorviante dire che era molto bella. L’aspetto esteriore non dava nell’occhio, era semplicemente una ragazza graziosa: ma la sua figura delicata, unita a quella voce così calda e profonda ‒ piena di intelligenza e sensibilità ‒ creava un incantesimo di bellezza che non passava inosservato a chiunque avesse gli occhi per vederlo.
Ma per Marta esisteva solo il pianoforte, e a me non ci pensava proprio. Quello che a me sembrava un legame profondo e indispensabile, per lei rimaneva un’amicizia abbastanza distaccata e accessoria.

Non so se fossi un fesso o un sognatore, fatto sta che continuai ad alimentare questa passione pur nell’impossibilità di esserne corrisposto. Ma ogni goccia del mio sangue sembrava rinfacciarmelo impietosamente. Non a torto, un famoso evoluzionista ha detto che, dal punto di vista biologico, siamo solo delle «macchine per riprodurre i nostri geni»: la natura non ci porta alla felicità, ma usala felicità come amo ‒ e l’infelicità come sprone ‒ per ottenere i suoi scopi. E a ventidue anni è facile essere preda della natura.

Io ne ero rimasto talmente invischiato, che da un certo punto in poi iniziai ad affrontare il domani aggrappandomi all’idea del suicidio, e non passava giorno che non ragionassi dentro di me con qualche filosofo o poeta, valutandone i pro e i contro.
«Essere, o non essere… è più nobile soffrire le fiondate e i dardi dell’oltraggiosa Fortuna, o impugnare un coltello contro un mare di guai, e gettandovisi sopra por fine ad essi?… Morire ‒ dormire… Forse sognare! ecco l’intoppo: quali sogni possano venire nel sonno della morte, questo è il riguardo che deve farci riflettere.»
Caro Shakespeare ‒ mi dicevo, ‒ il tuo ragionamento è convincente, ma solo fin quando non arrivi ai motivi per non osare. Dovrei avere paura dell’aldilà? Se è questo l’unico contrappeso da mettere sull’altro piatto della bilancia, allora il tuo è proprio un invito al suicidio”.
La condanna della Chiesa mi pareva fin troppo risibile. Hume aveva già detto tutto quello che c’era da dire, a riguardo, nel suo saggio Sul suicidio: se la Provvidenza esiste quando mi casca una tegola in testa, allora esiste anche quando mi getto su un pugnale; se non esiste, amen.
Mentre io m’incupivo con questi pensieri, lei nella sua stanza suonava Chopin, il suo autore preferito. La stanza di Marta era insonorizzata, però se accostavo l’orecchio alla parete, proprio quella a fianco del mio letto, potevo sentirla nitidamente.
In quel periodo si stava esercitando per partecipare a un concorso di pianoforte. Portava laSonata in Si bemolle minore, quella con la celebre marcia funebre, e poi alcuni Notturni, anch’essi di Chopin.
Sapevo che ci teneva moltissimo, puntava a vincere, o almeno a classificarsi seconda. Intanto perché voleva dimostrare, agli altri e a se stessa, di avere compreso quei pezzi fin nelle minime sfumature. E poi perché ai primi due classificati veniva assicurato un contratto per una serie di concerti e l’accesso al prestigioso Premio Chopin di Varsavia: quel contratto significava l’indipendenza economica, e per lei che aveva il cruccio di essere ancora a carico della famiglia, che non era agiata, sarebbe stato un enorme sollievo.
Spesso, dalla mia stanza, la ascoltavo mentre si esercitava, poi la sera a cena parlavamo e quella sintonia ravvivava speranze impossibili, che puntualmente si dissolvevano con la notte; così la mattina mi incamminavo verso l’università con il morale sotto i tacchi (la vicinanza con l’oggetto amato ‒ donna o uomo che sia ‒ è terribile in questi casi).
Di esami in facoltà neanche l’ombra, proprio non ci riuscivo a imparare a memoria tutte quelle cose scritte da altri. Lei, d’altra parte, era irraggiungibile, e mi sembrava come se mi fosse preclusa ogni via. Così passavo molte ore al giorno camminando per la città, o sdraiato sul letto, fissando le pale del ventilatore sul soffitto.
L’argomento di Schopenhauer, secondo cui suicidarsi non sarebbe una vera e propria negazione della volontà di vivere, mi sembrava troppo tenue. Secondo Schopenhauer la negazione della volontà di vivere consiste nella rinuncia ai piaceri, mentre il suicida è uno che vorrebbe vivere ma non ce la fa a sopportare i dolori della sua condizione. “Questo è vero solo in parte ‒ mi dicevo, ‒ perché nella ‘vita’ è incluso sia il piacere che il dolore, e il suicida rinuncia a tutto. Più rinuncia di questa…!
Seneca non c’era bisogno di confutarlo perché era favorevole al suicidio, almeno in caso di necessità. La mia era una necessità? Questo non mi era ancora chiaro.
E soprattutto: avrei avuto il coraggio di andare incontro al suolo con la voglia di sfracellarmi? “No, decisamente no”, mi dicevo. “Allora un colpo di pistola e buonanotte. Ma tutto quel sangue… No, forse meglio un veleno, chissà se la vendono ancora la cicuta?” Da qui iniziavo a perdermi in varie e vane fantasticherie sulle eventuali “conseguenze”: pensavo a quanto se ne sarebbe dispiaciuta Marta, cosa avrebbero detto i miei conoscenti, chi sarebbe venuto al mio funerale, eccetera eccetera… insomma le solite cose.
Intanto, dall’altra parte della parete Marta macinava note su note, progredendo sempre di più nella sua arte. Si sarebbe potuto pensare che quella Marcia funebremi invitasse all’estremo gesto: al contrario, ogni volta che la ascoltavo ne rimanevo consolato, e dissipava perfino le nebbie più cupe.
All’improvviso venne l’estate, e con essa la settimana del concorso.
Nei primi giorni di selezione, dopo aver ascoltato i pianisti prima di lei, mi confessò:
Non sopporto quelli che dicono “Io lo sento così”, e travisano completamente lo spartito. Per non parlare di quelli che suonano solo per mettersi in mostra e senza capire nulla di ciò che suonano. Quel Testoni è un cane, non ho mai sentito suonare Chopin così volgarmente! Ha successo solo perché segue la moda, getta fumo negli occhi col volume e la velocità… solo in quello ha talento!
Quanto a lei, suonò come era solita, e passò in finale senza difficoltà apparenti. La sera però mi disse che aveva avuto un piccolo diverbio con il Presidente della giuria, un personaggio ambiguo, molto influente nel campo della critica musicale, ma del tutto mediocre sia come persona che come musicista. Proprio di quella mediocrità Marta aveva paura. Si lamentava che diversi maestri del conservatorio (tra cui quello), mentre da bambina l’avevano trattata come un prodigio, ora non la consideravano che con sufficienza:
Quasi dovessi scontare i premi che mi diedero da bambina! ‒ mi disse. ‒ Mi premiavano dall’alto in basso, come una concessione, mentre ora che suono meglio di loro non vogliono riconoscermi!
Mi si scioglieva il cuore a sentirla, tanto più che, in qualche senso, mi ritrovavonelle sue parole, avendo anch’io notatoun certo marciume nel mondo accademico, le cui autorità si fondavano più spesso sulle “amicizie” che sul valore.In fondo l’università non è diversa dal resto del mondo: c’è del buono e del cattivo come dappertutto, ma ciò che lì c’è di cattivo,dà più fastidio, proprio perché ci si aspetterebbe un ambiente diverso.
Sarebbe bello gettarsi alle spalle tutto questo, una volta per sempre ‒ dissi io, allusivamente.
Sì, terribilmente bello ‒ mi rispose lei, con uno sguardo strano.
Assistetti alla sua prova finale: ne rimasi infiammato.Quasi a fare un dispetto a certe mode correnti, piene di retorica e di effettacci, lei suonò in maniera estremamente intima e delicata, ma senza leziosaggini, e privilegiando il “canto” all’armonia; soprattutto il secondo Notturno‒ che portava in comune con Testoni ‒ lo suonò tutto all’opposto del rivale.
La sera, mentre tornavamo a casa, la riempii di complimenti. Preso dall’entusiasmo, volevo finalmente dichiararmi ‒ anche sapendo di andare incontro a un rifiuto certo ‒, ma il tragitto fu troppo breve per superare i miei tentennamenti, e una volta arrivati lei andò subito a dormire dicendo di essere stanchissima. La mattina seguente dovetti andare all’università per non ricordo quale impegno improrogabile,ma il pomeriggio ripresi coraggio e tornai a cercarla.
Marta, ci sei? Vorrei parlarti… ‒ dissi bussando alla sua porta.
Nessuna risposta.
Forse dorme”, pensai da principio, ma dopo un paio d’ore incominciai a insospettirmi: non era da lei stare in camera senza suonare per così tanto tempo. Bussai di nuovo, ma senza risposta. Bussai più forte, con lo stesso esito. Dalla fessura tra la porta e lo stipite vidi che la serratura non era chiusa a chiave e decisi di entrare.
Aprendo la porta, la trovai impiccata con un lenzuolo alle pale del ventilatore.
Rimasi senza fiato, dovetti appoggiarmi a un mobile per non cadere.
Sul tavolo c’era una lettera aperta: «Primo premio: Testoni. Secondo premio: non assegnato». Perfino l’umiliazione di essere considerata indegna del Testoni!

Vennero la polizia, e poi i giornalisti; ricordo una gran confusione. Ma il mio cervello era rimasto fermo a quell’istante in cui mi ero trovato di fronte al suo corpo, sollevato da terra in maniera così innaturale. Rivedevo quelle mani che erano state capaci, soltanto poche ore prima, di così impervie magie,e che ora giacevano fredde e rigide lungo il cadavere. “Tutta quella vita corsa via come la sabbia di una clessidra spezzata”, pensai.

Provai rabbiacontro di me, che il giorno prima mi ero lasciato sfuggire ‒ per sciocca autocommiserazione, ora lo capivo ‒ quella frase oziosa. Ma rabbia anche contro di lei, che non avrebbe dovuto arrendersi: “Avevi il talento ‒ le avrei voluto gridare ‒ e prima o poi, se non i parrucconi del conservatorio, qualcuno l’avrebbe riconosciuto! Tuttele persone oneste l’avrebbero riconosciuto…! Dovevilottare, lottare! Lottare!”.
Quella disgrazia ebbe però la forza di imprimere un impulso del tutto nuovo e inaspettato alla mia vita. Quando una pallina in piena velocità ne urta un’altra uguale ma in quiete, la prima si ferma e la seconda acquista la velocità della prima: allo stesso modo sentii come se l’energia presente in lei si fosse trasferita in me, e un solenne patto invisibile avesse sancito che dovevo riscattare la sua morte.
L’amore che provavo per lei si trasformò in qualcosa di completamente diverso. Si trasformò in una irremovibile determinazione a vendere cara la pelle, unita alla piena consapevolezza che, per mettere a frutto il proprio talento, bisogna combattere fino all’ultimo sangue. Come lessi, alcuni mesi dopo, in una lettera di Ibsen: «Il talento non è un privilegio, è una responsabilità».
E per morire c’è sempre tempo.

Dopo di allora abbandonai l’università, dove mi sentivo ingabbiato, e cercai di agire in modo più coraggioso e personale, seguendo me stesso e non la maggioranza. Ma questa è storia di oggi, e solo il futuro potrà dire se riuscirò nel mio intento.
(C) Marco Pizzi

La nuova coinquilina

Approfitto del mio blog per pubblicare tre racconti brevi che ho scrittonell’ambito di un corso di scrittura, sul tema comune “Coinquilini e coinquiline”. Questo è il primo, i prossimi due seguiranno con cadenza settimanale. Buona lettura!

‒ Ciao, io sono Milena ‒ disse la nuova arrivata, accompagnando le sue parole con un largo sorriso.
‒ Piacere, Rossana ‒ rispose l’altra con non minore cortesia.
Era il primo febbraio, adesso anche la terza stanza era affittata e la casa era al completo.
Milena studiava lettere, Rossana scienze politiche, erano ragazze normali, entrambe sui ventidue anni. Ciascuna mostrò grande apprezzamento per il taglio di capelli dell’altra e si scambiarono subito l’amicizia su facebook.
‒ Questa è la mia stanza? Ah, che carina… ‒ disse Milena guardandosi attorno. ‒ Chi c’era prima di me?
‒ Un’altra ragazza ‒ rispose Rossana un po’ evasivamente. ‒ Quest’altra invece è la mia camera.
‒ Uh, che bello, abbiamo le stanze vicine ‒ osservò Milena. ‒ E com’è pulita la casa! Penso proprio che mi troverò bene, mi dispiace che debba rimanere solo un mese… sì, poi parto per l’Erasmus.
‒ Ah… e dove vai?
‒ A Lione. Pensa, viene anche il mio ragazzo, abbiamo già il biglietto dell’aereo!
‒ Con il tuo ragazzo? ‒ esclamò Rossana, tutta contenta. ‒ Sicuramente sarà un’esperienza fantastica! Peccato, però, che resterai qui così poco! Già… ‒ aggiunse con un velo di amarezza, ‒ chissà chi mi capiterà dopo di te… avessi visto la tipa che c’era prima: semplicemente insopportabile! Tu, invece, si vede che sei una personcina a modo.
‒ Grazie Rossana, sei troppo gentile, anch’io già sento che sarà difficile far le valigie. ‒ Poi indicando una porta chiusa, aggiunse: ‒ E la terza stanza di chi è?
‒ È di un ragazzo… ma è partito per Barcellona, starà fuori almeno un paio di settimane. ‒ Poi, cambiando subito argomento, aggiunse: ‒ Senti, come ci organizziamo per i turni in bagno la mattina? Sono sicura che ci metteremo d’accordo. Io ho lezione presto, perciò mi servirebbe il bagno tra le 7:30 e le 8:00, a te va bene?
‒ Mm, accidenti… in realtà anche a me farebbe comodo proprio in quell’orario… però se tu anticipassi di un quarto d’ora, potrei farcela lo stesso, dovrebbe essermi sufficiente uscire alle 8:30.
All’idea di dover anticipare la propria sveglia di quindici minuti, per consentire alla nuova arrivata, di stare ben tre quarti d’ora in bagno, il bel sorriso di Rossana sembrò adombrarsi. Ma dopo un attimo di esitazione, e in nome della nuova amicizia, acconsentì senza resistenze: “Tanto è solo per quattro settimane”, pensò.
Raggiunto l’accordo, le due iniziarono a chiamarsi, con grande affettuosità, Mile e Rosy, compiangendo il fatto che avrebbero dovuto separarsi di lì a un mese soltanto, e che oltretutto, avendo orari discordi, avrebbero avuto poco tempo per conoscersi meglio.
In realtà, gli erano bastate già poche battute, per constatare, che non avevano molto in comune. Ciononostante, i primi due giorni di convivenza, imbellettati da un più che abbondante strato di cortesia, trascorsero senza particolari contrasti.
La prima vera incrinatura si verificò invece il terzo giorno, un mercoledì sera, quando Milena si presentò a casa con un gattino spelacchiato:
‒ Rosy, guarda cosa ho trovato qui sotto!
‒ Ah ‒ rispose seccamente Rossana. ‒ Ma io sono allergica ai gatti.
‒ Sul serio?
‒ Non proprio allergica… semplicemente non li soffro, ecco.
‒ Oh, Rosy, io non ho cuore a riportarlo in strada col freddo di febbraio.
‒ È la legge della natura, ‒ sentenziò Rossana, ‒ sarà cibo per qualche altro animale.
‒ Dai, Rossana, non ti facevo così senza cuore!
‒ Va bene, Milena, però occupatene tu: io non voglio saperne niente.
Da quel momento in poi, le incrinature, si moltiplicarono. Senza entrare nei dettagli ‒ a volte è sufficiente un tono di voce appena troppo acuto, una risposta un po’ secca, uno sbuffo o una parola non detta, per stabilire un contrasto ‒ basti dire che, aumentando la confidenza, diminuivano pure la tolleranza e la cortesia.
L’acredine di Rossana ebbe un’ulteriore impennata due giorni dopo, quando, con suo sommo orrore, trovò dei peli di gatto in cucina. “Come volevasi dimostrare”, pensò, non senza una certa soddisfazione. Già stava per bussare a Milena con il ciuffo di peli in mano, quando udì qualcuno che apriva la porta d’ingresso: era Luca che ritornava da Barcellona.
Immediatamente, Rossana sgusciò in bagno e buttò i peli nello scarico; poi, dopo essersi data, in fretta e furia, una rassettata davanti allo specchio, uscì e andò a salutarlo:
‒ Ciao Luca! Sei già tornato? Pensavo che saresti rimasto a Barcellona fino a domenica!
‒ Ho litigato con Marta e sono tornato prima.
‒ Oh, come mi dispiace! ‒ disse Rossana, mal celando uno sbocco di gioia.
‒ Mah… chissenefrega, morto un papa se ne fa un altro ‒ disse Luca alzando le spalle.
A quelle parole, Rossana, udì un coro di angeli intonare un canto soave, accompagnato da un’orchestra di cherubini; sentì gli uccellini cinguettare, e vide i fiori che sbocciavano nel mezzo dell’inverno.
‒ Eh, purtroppo… ‒ disse Rossana ‒ sono cose che capitano… Però te l’avevo detto che non era il tuo tipo… Senti, visto che sono quasi le otto e immagino avrai fame, perché non ordiniamo una pizza?
‒ Sì, va bene… Oh, e da dove spunta questo bel micetto? Non eri allergica ai gatti?
‒ Ah, quello…? sai, l’ha trovato per strada la nuova inquilina.
Proprio in quel mentre, come per caso, Milena uscì dalla sua stanza con indosso una delle sue camicette più attillate, e si presentò a Luca con gran scioltezza e affabilità.
Ed ecco che gli angeli smisero di cantare, i cherubini rimisero viole, violini e violoncelli nelle rispettive custodie, gli uccelletti si zittirono, e l’inverno, per Rossana, tornò grigio e senza fiori come prima.
Nel presentarsi, Milena, disse soltanto: ‒ Ciao. ‒ E tuttavia lo disse con un tono così dolce, e un sorriso così languido, che qualsiasi ragazzo, non completamente addormentato, avrebbe intuito tutto quello che c’era da intuire. Luca, dal canto suo, essendo un bel ragazzo, alto, biondo e dalle spalle robuste, aveva già acquisito una certa esperienza di quei sorrisi. Così, anche senza capire niente di scienze politiche e psicologia teoretica, ma avendo anzi una visione del mondo assai superficiale (limitata, essenzialmente, al suo diplomino d’istruttore di basket), non tardò tuttavia a comprendere l’esatto significato extrasemantico di quel “ciao”, e procedette secondo il suo semplice e collaudato protocollo:
‒ Che pizza prendi? ‒ le chiese, componendo il numero della pizzeria, e, soprattutto, fissandola con sguardo intenso e significativo.
‒ Col salame ‒ rispose Milena.
‒ Piccante?
Molto piccante.
‒ Mm, quasi quasi… ‒ disse Luca sorridendole. ‒ Pronto? Due pizze al salame piccante… Basta così? Sì… ah no, aspetti… ‒ aggiunse, cadendogli per sbaglio lo sguardo su Rossana. ‒ Tu, invece, la solita margherita?
‒ Sì ‒ rispose cupamente Rossana, il cui volto, nel frattempo, si era fatto grigio-pavimento. Ma dentro di sé promise battaglia, e alla prima occasione (per quanto non c’entrasse nulla col discorso) passò al contrattacco:
‒ Peccato che Milena starà con noi soltanto un mese… già, poi parte per l’Erasmus con il suo ragazzo.
‒ In effetti potrei ancora rinunciare ‒ precisò Milena. ‒ Sai, devo pensarci un po’.
‒ Ma… il biglietto dell’aereo?
‒ Era un low-cost.
‒ E… il tuo ragazzo?
‒ Eh, si sa queste cose come vanno… ‒ replicò Milena, fingendo un’aria vagamente malinconica. ‒ Oggi si sta insieme, domani chissà…
‒ A chi lo dici, anch’io mi sono appena lasciato… ‒ buttò lì Luca, approfittando del canestro facile.
Ma ecco che suonò il citofono: era il corriere con le pizze.
‒ Già arrivate? ‒ disse Milena, guardando Luca tutta ammirata, come se fosse stato merito di Luca.
‒ La pizzeria sta qui sotto ‒ le fece notare seccamente Rossana.
Il discorso cadde, poi, sulla questione della nuova linea TAV in val di Susa. Appena Milena disse di essere favorevole, Rossana, naturalmente, si schierò contro. Per quanto nessuna delle due conoscesse approfonditamente la questione, ne nacque tuttavia un aspro dibattito, basato su quelle poche notizie di seconda mano, note a tutti: ‒ C’è amianto nelle montagne ‒ diceva una. ‒ Ma hanno spostato la linea ‒ controbatteva l’altra. ‒ Se i sindaci protestano ci sarà un motivo. ‒ Eccetera eccetera.
‒ Tu cosa ne pensi, Luca? ‒ disse a un tratto Rossana, sperando di averlo dalla propria parte.
Ma Luca fece spallucce:
‒ Bah… non so, alla fine… chissenefrega.
‒ Va bene, ‒ sbottò Rossana, ‒ ma se uno non si informa, come fa a votare alle elezioni?
‒ Ah-ah, io voto Rolling Stones ‒ disse Luca. ‒ Prima ci scrivevo Forza Roma pensando che annullassero la scheda, poi un giorno mi hanno detto che avevo votato per un partito che si chiamava veramente così… da allora scrivo sempre Rolling Stones.
‒ Sì, ‒ lo appoggiò Milena, ‒ fai bene, anche a me la politica fa schifo.
‒ E bravi, ‒ esclamò Rossana ormai con aperto disprezzo, ‒ se tutti fossero come voi la società andrebbe a rotoli.
‒ Secondo me ‒ disse candidamente Milena, ‒ le donne che si occupano di politica, lo fanno perché non hanno un ragazzo.
Rossana, fattasi rossa cremisi in volto, disse che non aveva più fame, e senza rispondere all’oltraggio subìto, si ritirò sdegnata in camera sua.
Nella notte, si udirono, dalla camera attigua, rumori non del tutto indecifrabili. Qualcuno avrebbe detto serenate d’archi cherubiche, qualcun altro, più prosaicamente, molle di materasso. (Queste cose, i bravi narratori onniscienti, pur conoscendole fin nei dettagli più scabrosi e miserevoli, le lasciano all’immaginazione del lettore).
I giorni seguenti furono terribili per la povera Rossana, che versò amare lacrime sulla sua disgrazia: “Come con l’inquilina precedente! Maiale! Sgualdrina!”, gridava dentro di sé, nei momenti di maggior patimento morale.
Una notte fredda e piovosa, dopo una giornata particolarmente umiliante per il suo orgoglio, Rossana, sul suo diario, scrisse queste riflessioni:
«Le finte amicizie sono come l’eternit, all’inizio e finché non le tocchi rimangono inerti, ma, col passare del tempo, si sfaldano sempre più, e ti avvelenano l’aria».
Infine, il ventotto febbraio, divenne chiaro che Milena aveva rinunciato all’Erasmus. Ciò nondimeno, qualcuno che riempì un paio di valigie, ci fu lo stesso. E non fu Luca.
(C) Marco Pizzi.