La nuova coinquilina

Approfitto del mio blog per pubblicare tre racconti brevi che ho scrittonell’ambito di un corso di scrittura, sul tema comune “Coinquilini e coinquiline”. Questo è il primo, i prossimi due seguiranno con cadenza settimanale. Buona lettura!

‒ Ciao, io sono Milena ‒ disse la nuova arrivata, accompagnando le sue parole con un largo sorriso.
‒ Piacere, Rossana ‒ rispose l’altra con non minore cortesia.
Era il primo febbraio, adesso anche la terza stanza era affittata e la casa era al completo.
Milena studiava lettere, Rossana scienze politiche, erano ragazze normali, entrambe sui ventidue anni. Ciascuna mostrò grande apprezzamento per il taglio di capelli dell’altra e si scambiarono subito l’amicizia su facebook.
‒ Questa è la mia stanza? Ah, che carina… ‒ disse Milena guardandosi attorno. ‒ Chi c’era prima di me?
‒ Un’altra ragazza ‒ rispose Rossana un po’ evasivamente. ‒ Quest’altra invece è la mia camera.
‒ Uh, che bello, abbiamo le stanze vicine ‒ osservò Milena. ‒ E com’è pulita la casa! Penso proprio che mi troverò bene, mi dispiace che debba rimanere solo un mese… sì, poi parto per l’Erasmus.
‒ Ah… e dove vai?
‒ A Lione. Pensa, viene anche il mio ragazzo, abbiamo già il biglietto dell’aereo!
‒ Con il tuo ragazzo? ‒ esclamò Rossana, tutta contenta. ‒ Sicuramente sarà un’esperienza fantastica! Peccato, però, che resterai qui così poco! Già… ‒ aggiunse con un velo di amarezza, ‒ chissà chi mi capiterà dopo di te… avessi visto la tipa che c’era prima: semplicemente insopportabile! Tu, invece, si vede che sei una personcina a modo.
‒ Grazie Rossana, sei troppo gentile, anch’io già sento che sarà difficile far le valigie. ‒ Poi indicando una porta chiusa, aggiunse: ‒ E la terza stanza di chi è?
‒ È di un ragazzo… ma è partito per Barcellona, starà fuori almeno un paio di settimane. ‒ Poi, cambiando subito argomento, aggiunse: ‒ Senti, come ci organizziamo per i turni in bagno la mattina? Sono sicura che ci metteremo d’accordo. Io ho lezione presto, perciò mi servirebbe il bagno tra le 7:30 e le 8:00, a te va bene?
‒ Mm, accidenti… in realtà anche a me farebbe comodo proprio in quell’orario… però se tu anticipassi di un quarto d’ora, potrei farcela lo stesso, dovrebbe essermi sufficiente uscire alle 8:30.
All’idea di dover anticipare la propria sveglia di quindici minuti, per consentire alla nuova arrivata, di stare ben tre quarti d’ora in bagno, il bel sorriso di Rossana sembrò adombrarsi. Ma dopo un attimo di esitazione, e in nome della nuova amicizia, acconsentì senza resistenze: “Tanto è solo per quattro settimane”, pensò.
Raggiunto l’accordo, le due iniziarono a chiamarsi, con grande affettuosità, Mile e Rosy, compiangendo il fatto che avrebbero dovuto separarsi di lì a un mese soltanto, e che oltretutto, avendo orari discordi, avrebbero avuto poco tempo per conoscersi meglio.
In realtà, gli erano bastate già poche battute, per constatare, che non avevano molto in comune. Ciononostante, i primi due giorni di convivenza, imbellettati da un più che abbondante strato di cortesia, trascorsero senza particolari contrasti.
La prima vera incrinatura si verificò invece il terzo giorno, un mercoledì sera, quando Milena si presentò a casa con un gattino spelacchiato:
‒ Rosy, guarda cosa ho trovato qui sotto!
‒ Ah ‒ rispose seccamente Rossana. ‒ Ma io sono allergica ai gatti.
‒ Sul serio?
‒ Non proprio allergica… semplicemente non li soffro, ecco.
‒ Oh, Rosy, io non ho cuore a riportarlo in strada col freddo di febbraio.
‒ È la legge della natura, ‒ sentenziò Rossana, ‒ sarà cibo per qualche altro animale.
‒ Dai, Rossana, non ti facevo così senza cuore!
‒ Va bene, Milena, però occupatene tu: io non voglio saperne niente.
Da quel momento in poi, le incrinature, si moltiplicarono. Senza entrare nei dettagli ‒ a volte è sufficiente un tono di voce appena troppo acuto, una risposta un po’ secca, uno sbuffo o una parola non detta, per stabilire un contrasto ‒ basti dire che, aumentando la confidenza, diminuivano pure la tolleranza e la cortesia.
L’acredine di Rossana ebbe un’ulteriore impennata due giorni dopo, quando, con suo sommo orrore, trovò dei peli di gatto in cucina. “Come volevasi dimostrare”, pensò, non senza una certa soddisfazione. Già stava per bussare a Milena con il ciuffo di peli in mano, quando udì qualcuno che apriva la porta d’ingresso: era Luca che ritornava da Barcellona.
Immediatamente, Rossana sgusciò in bagno e buttò i peli nello scarico; poi, dopo essersi data, in fretta e furia, una rassettata davanti allo specchio, uscì e andò a salutarlo:
‒ Ciao Luca! Sei già tornato? Pensavo che saresti rimasto a Barcellona fino a domenica!
‒ Ho litigato con Marta e sono tornato prima.
‒ Oh, come mi dispiace! ‒ disse Rossana, mal celando uno sbocco di gioia.
‒ Mah… chissenefrega, morto un papa se ne fa un altro ‒ disse Luca alzando le spalle.
A quelle parole, Rossana, udì un coro di angeli intonare un canto soave, accompagnato da un’orchestra di cherubini; sentì gli uccellini cinguettare, e vide i fiori che sbocciavano nel mezzo dell’inverno.
‒ Eh, purtroppo… ‒ disse Rossana ‒ sono cose che capitano… Però te l’avevo detto che non era il tuo tipo… Senti, visto che sono quasi le otto e immagino avrai fame, perché non ordiniamo una pizza?
‒ Sì, va bene… Oh, e da dove spunta questo bel micetto? Non eri allergica ai gatti?
‒ Ah, quello…? sai, l’ha trovato per strada la nuova inquilina.
Proprio in quel mentre, come per caso, Milena uscì dalla sua stanza con indosso una delle sue camicette più attillate, e si presentò a Luca con gran scioltezza e affabilità.
Ed ecco che gli angeli smisero di cantare, i cherubini rimisero viole, violini e violoncelli nelle rispettive custodie, gli uccelletti si zittirono, e l’inverno, per Rossana, tornò grigio e senza fiori come prima.
Nel presentarsi, Milena, disse soltanto: ‒ Ciao. ‒ E tuttavia lo disse con un tono così dolce, e un sorriso così languido, che qualsiasi ragazzo, non completamente addormentato, avrebbe intuito tutto quello che c’era da intuire. Luca, dal canto suo, essendo un bel ragazzo, alto, biondo e dalle spalle robuste, aveva già acquisito una certa esperienza di quei sorrisi. Così, anche senza capire niente di scienze politiche e psicologia teoretica, ma avendo anzi una visione del mondo assai superficiale (limitata, essenzialmente, al suo diplomino d’istruttore di basket), non tardò tuttavia a comprendere l’esatto significato extrasemantico di quel “ciao”, e procedette secondo il suo semplice e collaudato protocollo:
‒ Che pizza prendi? ‒ le chiese, componendo il numero della pizzeria, e, soprattutto, fissandola con sguardo intenso e significativo.
‒ Col salame ‒ rispose Milena.
‒ Piccante?
Molto piccante.
‒ Mm, quasi quasi… ‒ disse Luca sorridendole. ‒ Pronto? Due pizze al salame piccante… Basta così? Sì… ah no, aspetti… ‒ aggiunse, cadendogli per sbaglio lo sguardo su Rossana. ‒ Tu, invece, la solita margherita?
‒ Sì ‒ rispose cupamente Rossana, il cui volto, nel frattempo, si era fatto grigio-pavimento. Ma dentro di sé promise battaglia, e alla prima occasione (per quanto non c’entrasse nulla col discorso) passò al contrattacco:
‒ Peccato che Milena starà con noi soltanto un mese… già, poi parte per l’Erasmus con il suo ragazzo.
‒ In effetti potrei ancora rinunciare ‒ precisò Milena. ‒ Sai, devo pensarci un po’.
‒ Ma… il biglietto dell’aereo?
‒ Era un low-cost.
‒ E… il tuo ragazzo?
‒ Eh, si sa queste cose come vanno… ‒ replicò Milena, fingendo un’aria vagamente malinconica. ‒ Oggi si sta insieme, domani chissà…
‒ A chi lo dici, anch’io mi sono appena lasciato… ‒ buttò lì Luca, approfittando del canestro facile.
Ma ecco che suonò il citofono: era il corriere con le pizze.
‒ Già arrivate? ‒ disse Milena, guardando Luca tutta ammirata, come se fosse stato merito di Luca.
‒ La pizzeria sta qui sotto ‒ le fece notare seccamente Rossana.
Il discorso cadde, poi, sulla questione della nuova linea TAV in val di Susa. Appena Milena disse di essere favorevole, Rossana, naturalmente, si schierò contro. Per quanto nessuna delle due conoscesse approfonditamente la questione, ne nacque tuttavia un aspro dibattito, basato su quelle poche notizie di seconda mano, note a tutti: ‒ C’è amianto nelle montagne ‒ diceva una. ‒ Ma hanno spostato la linea ‒ controbatteva l’altra. ‒ Se i sindaci protestano ci sarà un motivo. ‒ Eccetera eccetera.
‒ Tu cosa ne pensi, Luca? ‒ disse a un tratto Rossana, sperando di averlo dalla propria parte.
Ma Luca fece spallucce:
‒ Bah… non so, alla fine… chissenefrega.
‒ Va bene, ‒ sbottò Rossana, ‒ ma se uno non si informa, come fa a votare alle elezioni?
‒ Ah-ah, io voto Rolling Stones ‒ disse Luca. ‒ Prima ci scrivevo Forza Roma pensando che annullassero la scheda, poi un giorno mi hanno detto che avevo votato per un partito che si chiamava veramente così… da allora scrivo sempre Rolling Stones.
‒ Sì, ‒ lo appoggiò Milena, ‒ fai bene, anche a me la politica fa schifo.
‒ E bravi, ‒ esclamò Rossana ormai con aperto disprezzo, ‒ se tutti fossero come voi la società andrebbe a rotoli.
‒ Secondo me ‒ disse candidamente Milena, ‒ le donne che si occupano di politica, lo fanno perché non hanno un ragazzo.
Rossana, fattasi rossa cremisi in volto, disse che non aveva più fame, e senza rispondere all’oltraggio subìto, si ritirò sdegnata in camera sua.
Nella notte, si udirono, dalla camera attigua, rumori non del tutto indecifrabili. Qualcuno avrebbe detto serenate d’archi cherubiche, qualcun altro, più prosaicamente, molle di materasso. (Queste cose, i bravi narratori onniscienti, pur conoscendole fin nei dettagli più scabrosi e miserevoli, le lasciano all’immaginazione del lettore).
I giorni seguenti furono terribili per la povera Rossana, che versò amare lacrime sulla sua disgrazia: “Come con l’inquilina precedente! Maiale! Sgualdrina!”, gridava dentro di sé, nei momenti di maggior patimento morale.
Una notte fredda e piovosa, dopo una giornata particolarmente umiliante per il suo orgoglio, Rossana, sul suo diario, scrisse queste riflessioni:
«Le finte amicizie sono come l’eternit, all’inizio e finché non le tocchi rimangono inerti, ma, col passare del tempo, si sfaldano sempre più, e ti avvelenano l’aria».
Infine, il ventotto febbraio, divenne chiaro che Milena aveva rinunciato all’Erasmus. Ciò nondimeno, qualcuno che riempì un paio di valigie, ci fu lo stesso. E non fu Luca.
(C) Marco Pizzi.

Il Flauto magico di Mozart a Roma

Assieme al Macbeth diretto da Muti, questo Zauberflöte è senz’altro tra le migliori cose che abbiamo visto all’opera di Roma in questa stagione. Si torna a casa rinfrancati dopo un’esecuzione del genere, quando direttore, cantanti e regia offrono una lettura così convincente di una grande partitura. Poche ore fa c’è stata la première, le repliche continueranno fino al 1 aprile.
Non si tratta di una una nuova produzione, ma della regia realizzata da David McVicar per il Covent Garden di Londra nel 2001, e ripresa oggi dal canadese Daniel Dooner. Papageno è in abiti moderni, mentre il resto della messinscena guarda al ‘700 ma “senza troppa cipria”, cioè in maniera abbastanza sobria. Molto belle le scenografie, soprattutto la luna nel primo atto, e il sole che appare nel finale assieme ad una pioggia di stelline dorate.
Insomma, tutto all’insegna della tradizione, a parte una Papagena in versione un po’ piccante ‒ prima vecchia prostituta, poi giovane piena di “verve” ‒ comunque nei limiti del buongusto, e sempre con molta ironia. In particolare la scena finale in cui si ritrova col suo Papageno, ha suscitato un entusiastico applauso a scena aperta: merito anche della bella Sibylla Duffe e dell’ottimo Markus Werba (Papageno) ‒ quest’ultimo tra i più applauditi nel finale. Ma la vera reginadella serata è stata Pamina, il soprano Hanna-Elisabeth Müller, che ha esibito una voce davvero bella e potente, in grado di riempire completamente il teatro. L’altra “regina”invece, ovvero Die Königin der Nacht,Hulkar Sabirova, benché nel primo atto non avesse sfigurato, nell’aria più attesa, Der Hölle Rache, ha avuto sensibili problemi e ha dovuto incassare i sonori “buu” dei loggionisti. Ma questo è stato l’unico neo della serata, tutto il resto del cast è stato giustamente applaudito; in particolare va ricordato il basso Peter Lobert nel ruolo di Sarastro ‒ imponente sia nella presenza che nella voce ‒, e il bravo Juan Francisco Gatell in quello di Tamino (ma si sa, in Mozart i tenori stanno sempre un passetto indietro rispetto ai bassi…)
Concludo con due parole sull’opera. Questa è l’opera più “massonica” di Mozart, e per certi versi stupisce che il cattolicissimo Amadeus abbia aderito ad un tale movimento, soprattutto considerando il famoso precetto evangelico: «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce». La massoneria, io credo, la si può considerare in tre modi diversi: ridicola, se la si guarda nelle sue stranezze e nel gusto un po’ infantile per il mistero; affascinante, se la si prende sul serio, come un’associazione di uomini che si prefigge di ricercare un fine più nobile nella vita; inquietante, se si pensa alle possibili deviazioni che può prendere una loggia segreta di amici che si “aiutano” tra di loro. Mozart oscilla tra il primo e il secondo sentimento, cioè opta per una chiave a tratti nobile e drammatica, a tratti giocosa e favolistica (la mia impressione è che risulti più convincente in quest’ultima, ma è solo una mia opinione). Ècomunque probabile che Mozart sia diventato massone più per necessità economiche che per convinzione.
Un’altra chiave di lettura di quest’opera ‒ che secondo me aggiunge qualcosa quando la si ascolta ‒ è la data di composizione: settembre 1791. Si può prendere perciò il Flauto magico come un testamento spirituale, in particolare risulta toccante quella frase, verso la fine, dove Tamino, Pamina e i due armigeri cantano:
«Grazie alla potenza della musica
camminiamo lieti
attraverso la notte tetra della morte».
Mozart, che verso la morte nutriva questo stesso sentimento, morirà soltanto due mesi dopo.

Il cast completo:

Direttore Erik Nielsen
Regia David McVicar
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene e costumi John MacFarlane
Luci Paule Constable
Movimenti coreografici Leah Hausman
Interpreti
Sarastro Peter Lobert
Tamino Juan Francisco Gatell /
Pavel Kolgatin 28, 30
Sprecher Detlef Roth
Erster Priester Saverio Fiore
Zweiter Priester Michael Kranebitter
Königin der Nacht Hulkar Sabirova 27/
Sirkka Lampimäki 28, 30, 1/ Audrey Luna 29, 31
Pamina Hanna-Elisabeth Müller /
Ekaterina Sadovnikova 28, 30
Erste Dame Sarah-Jane Brandon
Zweite Dame Romina Tomasoni
Dritte Dame Nadežda Karyazina
Papageno Markus Werba
Papagena Sibylla Duffe
Monostatos Kurt Azesberger
Erster Geharnischter Mann Alexander Kaimbacher
Zweiter Geharnischter Mann Scott Wilde
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
Allestimento del Royal Opera House Covent Garden
In lingua originale con sovratitoli in italiano

Lo Cascio nella Diceria dell’untore

Vincenzo Perrotta firma il primo adattamento teatrale del romanzo di Gesualdo Bufalino, attualmente in scena all’Eliseo di Roma, e che vede Luigi Lo Cascio nel ruolo del protagonista.

Il tema dominante è quello dell’amore contrastato dalla presenza incombente della malattia e della morte; la storia è appena abbozzata rispetto al romanzo, il filo conduttore è l’amore che il protagonista ‒ al contempo io narrante ‒ cerca di vivere con la sua Marta, pur essendo entrambi malati di tubercolosi. Tra i pensieri che sviluppa l’io narrante spicca la singolare dimostrazione dell’esistenza di Dio: l’universo è per l’uomo una disgrazia, e se c’è una colpa ci deve essere anche un colpevole. Anche il tema di Cristo viene affrontato ma soltanto nell’ambito della questione dell’aldilà ‒ cioè se crederci o no. Purtroppo non ho letto il romanzo di Bufalino e quindi non posso fare un confronto più approfondito con l’originale. L’impressione è che il testo (molto raffinato) sia sacrificato dalla presenza di troppi balletti e intermezzi musicali ‒ o “paesaggi sonori” come recita la locandina ‒ alcuni belli, altri meno significativi. In effetti questo adattamento è quasi un musical, dato che più della metà del tempo si canta o c’è musica in sottofondo. Brava la soprano; quanto ai “balletti” (minimalisti, stile Battiato anni ottanta) confesso invece di non averne proprio capito il senso. Mettere assieme in modo coerente linguaggi così diversi o richiede un’arte terribilmente evoluta (tipo il grand Opera), o si finisce con lo scadere nel mero intrattenimento, proponendo una serie di diversivi che esulano dalla narrazione principale.
Lo spettacolo si regge quasi completamente sulla bravura di Lo Cascio che nella sua parte offre un’ottima interpretazione. E il pubblico sembra premiarlo dato che gli applausi alla fine erano tutti per lui.
In scena fino all’11 marzo 2012.

Cartellone completo:
Diceria dell’untore
dal romanzo di GESUALDO BUFALINO
pubblicato da Bompiani
con Vitalba Andrea, Giovanni Argante,
Lucia Cammalleri, Andrea Gambadoro,
Nancy Lombardo, Luca Mauceri,
Plinio Milazzo, Marcello Montalto,
Salvatore Ragusa, Alessandro Romano
scene e costumi Giuseppina Maurizi
musiche e paesaggi sonori Luca Mauceri
movimenti coreografici Alessandra Luberti
luci Franco Buzzanca
musicisti Mario Gatto, Salvatore Lupo,
Michele Marsella, Giovanni Parrinello
adattamento teatrale e regia
VINCENZO PIRROTTA

Butterfly a Roma 2012

Èuna Butterfly algida e che non convince completamente, quella in scena in questi giorni al Teatro dell’Opera di Roma.
Il difetto maggiore mi è parso di rilevarlo nella regia, di Giorgio Ferrara, e nelle scene, di Gianni Quaranta, entrambe fredde e stilizzate, incapaci di assecondare il pathos drammatico della partitura, e che anzi spesso l’affossano immobilizzando i cantanti, sparpagliandoli uno lontano dall’altro e tralasciando un’infinità di dettagli del libretto. Una scena paradigmatica sotto questo profilo è l’arrivo di Madama Butterfly, la quale dovrebbe entrare in scena accompagnata e riverita dalle amiche, che invece emergono da un piedistallo in fondo alla scena e lì rimangono immobili come belle statuine; così Cio-Cio-San, la novella sposa, entra da sola e rimane in mezzo al palco abbandonata da tutti. E mentre il libretto e soprattutto la musica prefigurano colori vivi e sgargianti, un tripudio di fiori e ombrelli colorati, tutta la scena è di un tristissimo e monotono marroncino-giallognolo, con soltanto un Budda a destra e una sedia stile Ikea a sinistra. Ugualmente la scena del matrimonio si svolge nell’indifferenza generale e praticamente senza nessuna movenza. Nel programma di sala si parla di una Butterfly “minimalista”: più che minimalista la definirei nichilista! (Omissis sul ridicolo arrivo dello Zio Bonzo appeso alle funi, ricordava certi allestimenti kitsch degli anni ottanta.) Un po’ meglio, sia per le luci che per i colori, il secondo e il terzo atto.
Quanto alla musica, il direttore Pinchas Steinberg, già apprezzato nella Battaglia di Legnano, è stato bravo nelle pagine puramente sinfoniche, mentre quando doveva accompagnare i cantanti ho avuto la netta e terribile impressione che ne sommergesse le voci, schiacciando completamente i personaggi comprimari, e coprendo anche i due protagonisti. In particolare, alla recita a cui ho assistito io (24 febbraio), c’erano Elena Popovskaya nel ruolo del titolo, e Andrea Caré nei panni di Pinkerton. La Popovskaya è stata la più applaudita dal pubblico (a me invece non ha entusiasmato, sia per il vibrato che per una certa freddezza espressiva), mentre Caré è stato applaudito un po’ meno calorosamente ma personalmente è quello che mi è piaciuto di più: voce nobile e solida, mi è parso il più bravo di tutti. Sicuramente è stato penalizzato dal direttore, sia per il suddetto problema di volume dell’orchestra, ma anche per una scelta poco felice del tempo nell’aria “Dovunque al mondo” del primo atto (Puccini scrive “allegro con spirito”, Steinberg ‒ seguendo forse il cattivo esempio di von Karajan ‒ ha optato invece per un “allegro con freno a mano”). Molto applaudita dal pubblico ‒ me compreso ‒ Anna Malavasi che ha offerto un’interpretazione di Suzuki molto intensa, nonostante fosse truccata in modo incomprensibile e il ruolo non presenti particolari exploit. Vincenzo Taormina nel ruolo di Sharpless è quello che ha maggiormente sofferto gli impeti straussiani del direttore, che di fatto l’hanno praticamente annullato.
Complessivamente una Butterfly sufficiente, ma si può fare molto meglio. Se qualcuno volesse ascoltare e vedere quest’opera in tutto il suo splendore non posso fare a meno di ricordare la superba edizione con la Kaibavanska dell’82 all’Arena di Verona, diretta dall’eccellente Maurizio Arena (si trova in dvd).
Per chi volesse un commento sulla Dessì (che stava nel primo cast) rimando a quest’altra recensione.

Celentano come Dickens e Tolstoj?

Premetto che sono già sei anni che non ho il televisore, ed ho già espresso altrove tutto il mio disprezzo per questo mezzo che ottunde il cervello. Ad ogni modo ho visto su youtube un frammento del monologo di Celentano, e mi ha dato modo di far qualche riflessione.
In genere quando una persona comune parla in pubblico, soprattutto di fronte a tanta gente, sta sempre attenta a rispettare certe regole per essere “politically correct”, sa che certe cose non le può dire e per sicurezza non le dice: così ‒ a meno che non sia una persona di grande spessore ‒ finisce col mettere da parte quello che realmente pensa, e si adegua al pensiero comune, dicendo quello che chiunque avrebbe potuto dire al posto suo. Ne risultano solitamente discorsi banalissimi, privi di carattere e di nessun interesse. D’altra parte è indiscutibile che uno come Celentano, dicendo pure un sacco di sciocchezze e faccendo discorsi superficiali o confusi, ciononostante attira sempre un’attenzione enorme: perché? Semplice, il suo punto di forza è la schiettezza. Lui dice quello che pensa e, giusto o sbagliato che sia, ci crede. Non è facile trovare persone così.
Mi ha colpito in particolare l’accenno alla morte: l’invito a pensare alla vita prendendo la morte come punto di riferimento non è affatto una considerazione sciocca ‒ certo neanche originale, ma oggi senz’altro controtendenza. La prima cosa che mi viene in mente è la scena-clou del Cantico di Natale di Dickens, quando il cattivissimo Scrooge viene messo in ginocchio dal terzo spirito che lo porta nel futuro e gli indica con severità la propria lapide. Le parole di Dickens sono così eloquenti che vale la pena rileggerle:
Scrooge si trascinò a quella volta, tremando; e seguendo il dito, lesse sulla pietra della tomba negletta il proprio nome: EBENEZER SCROOGE.
‒ Son io, io quell’uomo che giaceva sul letto? ‒ gridò cadendo in ginocchio.
Il dito accennò dalla tomba a lui e da lui alla tomba.
‒ No, Spirito! Oh no, no! ‒
Il dito non si muoveva.

È proprio qui che la disperazione di Scrooge raggiunge il suo apice portando al punto di svolta:

‒ Spirito! ‒ gridò egli abbracciandosi alla sua veste, ‒ ascoltami! Io non son più lo stesso uomo di prima. Io non sarò l’uomo che sarei stato, se non t’avessi seguito. Perché mostrarmi tutto questo, se per me non c’è più speranza? ‒

Celentano ha poi accennato, da credente, alla morte come primo passo verso una nuova condizione. Ora, sospendendo il giudizio sul crederci o non crederci, la suggestione ‒ se non altro poetica ‒ di questa fede è innegabilmente potente, e una delle trasposizioni letterarie più belle l’ha data forse Tolstoj in Morte di Ivan Il’ic da cui riporto le ultime frasi:
Cercò la sua solita paura della morte, la paura di un tempo e non la trovò. Dov’era? Quale morte? Non c’era nessuna paura perché non c’era nemmeno la morte.
Al posto della morte c’era la luce.
[…]
‒ È finita! ‒ disse qualcuno sopra di lui.
Egli udì queste parole e le ripeté nella sua anima. “È finita la morte” si disse. “Non esiste più”.
Inspirò l’aria dentro di sé, si fermò a metà respiro, si allungò, e morì.
(trad. di Igor Sinibaldi, Mondadori).
Si potrebbero citare molti altri esempi, ma mi limito a questi due. Tornando a Celentano, quello che colpisce è quanto però fosse fuori contesto un discorso di questo genere fatto sul quel palco! È chiaro che chi guarda Sanremo non va lì per ascoltare un discorso edificante! E poi un tema così importante non lo si può buttare via con quattro parole, e a persone che ‒ proprio perché ti stanno ascoltando in quel contesto ‒ dimostrano di non volerne sapere di cose ‘profonde’; o perlomeno di non volerne sapere in quel momento. Se Celentano volesse fare un discorso serio dovrebbe cercare ben altre forme e luoghi: per esempio scrivere un libro o recitare in teatro (in un teatro vero intendo, e con un testo serio). A quel punto temo però che si renderebbero manifesti tutti i limiti di una persona troppo rozza e incolta per saper sviluppare un discorso coerente e organico, o trarne qualcosa di artisticamente rilevante. Come invece hanno saputo fare scrittori come Dickens o Tolstoj; o i più grandi filosofi, se cerchiamo ragionamenti ancora più sistematici.
PS: Celentano ha pure dato dell’«idiota che scrive idiozie» ad Aldo Grasso… leggendo la replica di quest’ultimo, ritrovo un giornalista che da non so quanti anni dice che la televisione fa schifo, e poi per mestiere continua a guardarla e a commentarla tutti i giorni… se non è idiotismo il suo, certo è masochismo puro. Sono d’accordo con un anonimo che gli ha lasciato scritto tra i commenti anche questo: «Ma cos’è? Un articolo il suo?»

La neve e… Dickens, un volo pindarico

In questi giorni Roma è insolitamente imbiancata da una leggera (neanche troppo) coltre di neve che ci mostra la città sotto un’ottica diversa, direi senz’altro un po’ ‘straniante’. Per esempio la strada che normalmente ci porta al lavoro e con la quale abbiamo un rapporto di utilità, si trasforma d’un tratto in un luogo dove pattinare o a giocare a palle di neve… cose che associamo inevitabilmente alla settimana bianca e a periodi di relax montanari, nonché alle feste natalizie. Inoltre la predominanza del bianco che per tradizione e istintivamente associamo all’idea di pulizia, di purezza, e di candore, si pone in netto ‒ e positivo ‒ contrasto col nero dell’asfalto a cui siamo da sempre abituati.

D’altra parte, come ci ricorda Schopenhauer, il mondo spesso è bello da vedersi ma non da viversi; perciò quello che può essere uno spettacolo superbo per l’occhio, può poi rivelarsi alla prova pratica assai meno gradevole: a causa della bellissima e candida neve si può rimanere imbottigliati nel traffico, intrappolati sul treno, si può scivolare e rompersi una gamba, fino a morire assiderati.

Comunque, a parte questi inconvenienti, soprattutto nel week-end lo spirito ludico dei romani ha reagito alla neve con un’euforia quasi sudamericana. Vi chiederete: cosa c’entra tutto questo con Dickens? Ecco, quando si è allegri e c’è la neve, come a Natale, si è tutti più buoni e… il nostro pensiero ‒ in letteratura ‒ non può andare che a Dickens, l’autore ‘buono’ per eccellenza, di cui oggi ricorre il bicentenario della nascita, e che nella neve ha ambientato la sua celeberrima Ballata di Natale, nella quale il cattivissimo Scrooge venuto a visitare da tre spiriti dell’oltretomba, apre gli occhi sulla sua tristissima vita fino ad implorare in ginocchio di poter vivere ancora un po’ per poter far del bene al prossimo.

In quest’ultimo periodo ho avuto modo di appassionarmi davvero molto a Dickens ‒ autore tra l’altro apprezzatissimo da Dostoevskij ‒ in particolare alle Avventure di Nicola Nickelby, che sto ascoltando nella esemplare lettura di Silvia Cecchini, disponibile sull’altrettanto meritorio sito LiberLiber. Il romanzo racconta le vicissitudini di questo ragazzo, Nicola Nickelby, e della sua famiglia (la sorella e sua madre), che alla morte del padre si ritrovano sul lastrico e costretti ad affidarsi ad uno zio ricco ma cattivissimo, Rodolfo Nickelby, che gli darà non poco filo da torcere. Il romanzo è ricchissimo di avventure ed ogni personaggio è scolpito con magistrale finezza introspettiva ‒ Dickens ha una penna penetrante ma mai cattiva, il suo realismo sfocia spesso in gustosissime scene di carattere comico-grottesco, ma non rinuncia mai ad una tensione drammatica che pervade tutta la storia.

A monte della sua scrittura c’è sempre un’idea di bontà e umanità che si manifesta in personaggi di gran cuore ‒ come Nicola e la sorella Caterina, o il notevolissimo Newman Noggs servitore-schiavo di Rodolfo, che sotto una scorza rude e apparentemente indifferente a tutto prende invece a cuore le sorti di Nicola e della sorella senza nessun fine personale; oppure la sensibile signora La Creevy, la quale «finché le particolari disgrazie della famiglia Nickleby non avevano attirata la sua attenzione, s’era mantenuta senza amici, benché traboccante di sentimenti amichevoli per tutta l’umanità». Ma quest’idea di bontà e umanità raggiunge il suo apice proprio in certi personaggi cattivissimi ‒ come l’istitutore-tanghero Mr. Squeers o lo stesso Rodolfo e i suoi amici baronetti, molestatori di Caterina ‒ che vediamo tratteggiati fin nei minimi dettagli, così squallidi da risultare perfino comici, e che talvolta sono costretti a ravvedersi quasi contro se stessi.

Ecco, Dickens ha la straordinaria capacità di gettare dei semi di speranza in un mondo pieno di disgrazie e di aguzzini: per questo oggi tutto il mondo della cultura lo ringrazia e gli rende omaggio.

Il giorno della memoria e della dimenticanza

È davvero un giorno della memoria quello che si sta celebrando oggi? Sono consapevole che si tratta di un tema delicato, che coinvolge figli e nipoti di persone che furono barbaramente uccise o torturate dai nazisti, nonché di qualche superstite diretto, e premetto che ad essi va tutta la mia solidarietà, tuttavia è forse giunto il tempo di uscire dalla retorica del lutto e affrontare un discorso un po’ più serio.

A fronte di un solo genocidio che oggi si ricorda, se ne dimenticano al contempo mille altri che nel passato e addirittura nel presente, a poche migliaia di chilometri da noi, ancora in questo istante probabilmente si perpetrano.

È giusto che ciascuno ricordi i propri familiari, ma finché ci si limita a questo non compie nulla di speciale, anche se si tratta del nonno morto ad Auschwitz. Molto più bello e significativo sarebbe mettere a frutto questa memoria per ricordare o prendere posizione contro le torture e i campi di concentramento in generale, soprattutto quelli attuali, cosa che purtroppo mi pare si limiti a qualche frase isolata. Sulla pagina ufficiale del giorno della memoria, Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, afferma: «il monito che la Shoah rappresenta è valido per tutta l’umanità, e da esso nasce l’imperativo: dobbiamo conoscere quel che è stato, perché non dobbiamo permettere che accada di nuovo».

Bene, ma detto così sembra che dal ‘45 a oggi non ci siano mai stati altri genocidi! È chiaro che lui si riferisce soltanto ad un’altra Shoah ebraica. Perché altrimenti si parla sempre di Shoah, e non di Genocidi e Pulizia etnica? La storia non si ripete mai identica a se stessa, c’è sempre qualche piccola variante: e se ad essere torturati non fossero gli ebrei, ma cristiani, mussulmani o atei? O gli armeni, i bosniaci, gli indiani d’America… costoro valgono di meno? Su questo sito trovate un ampio e interessantissimo articolo di un antropologo sul genocidio: forme di genocidio esistono fin dalla preistoria, e nel XX secolo se ne contano almeno dieci. Ma basta leggere Tacito per rendersi conto che già duemila anni fa si era perso il conto delle barbarie avvenute soltanto in Europa. Chiaramente non sto dicendo di dimenticare la Shoah, ma di ricordarla all’interno di un panorama molto più vasto.  Per esempio, a proposito della questione israelo-palestinese molti fatti mi sembrano pendere decisamente contro Israele: perché dunque questi comitati per la memoria non prendono posizione per una soluzione pacifica di questo conflitto e contro i soprusi che al suo interno avvengono?

Gattegna ricorda anche l’anniversario della scomparsa di Primo Levi. Benissimo, ma se oggi fosse vivo Primo Levi gli chiederei qualche spiegazione per quella sua famosa “poesia” in cui ci intima di ricordare giorno e notte ciò che è successo ad Auschwitz, altrimenti… «vi si sfaccia la casa/ la malattia vi impedisca/ i vostri nati torcano il viso da voi.»

A Primo Levi avrei chiesto: Tu che lanci queste maledizioni contro chi dimentica i tuoi morti, per caso ricordi giorno e notte il genocidio degli Armeni? I massacri degli Indios? Perché se non ricordi giorno e notte questi e tutti gli altri genocidi di cui c’è una testimonianza storica, allora c’è rischio che quella tua maledizione ti si ritorca contro. Mi si dirà che ha sofferto molto: Dostoevskij passò quattro anni ai lavori forzati in Siberia in una situazione del tutto comparabile con quella dei campi di concentramento, e tuttavia reagì in un modo mille volte più nobile. Se il risultato della sofferenza è mandare una maledizione, allora quella sofferenza è stata inutile.

Poi sempre Gattegna afferma: «oggi più di ieri dobbiamo prestare attenzione, operando per prevenire la deriva nazionalista e razzista di alcune frange della società, in Italia e all’estero».

Sono d’accordissimo. Però il signor Gattegna non si è mai accorto che tutta la tradizione ebraica si fonda su un testo ‒ grossomodo il “Vecchio Testamento” cristiano ‒ che dire nazionalista, intollerante e xenofobo è dire poco? Prendo per esempio un passo di Isaia (13, vv. 15-18) contro i Babilonesi:

Quanti saranno trovati, saranno trafitti,
quanti saranno presi, periranno di spada.
I loro piccoli saranno sfracellati davanti ai loro occhi;
saranno saccheggiate le loro case,
disonorate le loro mogli.
Ecco, io eccito contro di loro i Medi
che non pensano all’argento,
né si curano dell’oro.
Con i loro archi abbatteranno i giovani,
non avranno pietà dei piccoli appena nati,
i loro occhi non avranno pietà dei bambini.

Anche i nazisti non hanno avuto pietà dei bambini, se non ricordo male. E quest’altro passo va citato tutto per quanto fa accapponare la pelle:

Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te, quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. (Deuteronomio 7, vv. 1-5).

Mi chiedo se non sembra scritto da un nazista; non è precisamente quello che cercarono di fare i nazisti? Eppure questo è scritto nel libro sacro degli ebrei, presente e venerato in tutte le sinagoghe… (né da essi è accettato il Nuovo Testamento, dove almeno c’è un comandamento del tutto nuovo e opposto).

A onor del vero bisogna dire pure che nel Vecchio Testamento ci sono anche molti passi estremamente belli e poetici, come il Cantico dei cantici, Quoelet, la favola di Adamo ed Eva ecc; e bisogna anche aggiungere che oggi gli ebrei non lapidano più gli adulteri né mettono al rogo chi bestemmia, perché i passi dove sono prescritte cose di questo genere sono interpretati allegoricamente ‒ non mi chiedete in che modo, fatto sta che con l’escamotage dell’esegesi biblica, pietre e roghi sono stati messi da parte, per fortuna.

Ma allora lancio una proposta alla comunità ebraica: perché non leggete allegoricamente anche la circoncisione, e invece di segnare a vita e in modo irreversibile i vostri figli appena nati, non li lasciate scegliere da adulti, diciamo a 18 anni, se avere o no il marchio della religione ebraica? Non è una prevaricazione fisica e psicologica essere circoncisi alla nascita? In fondo la mia non è una semplice provocazione, perché basterebbe far leva su Geremia 9, 25, che ‒ prima dell’ebreo-fariseo-cristiano S. Paolo ‒ ha parlato di circoncisione del cuore. Come un giorno avete smesso di lapidare e bruciare sul rogo, potete anche abbandonare (o posticipare) la pratica della circoncisione pur mantenendo la vostra identità. Lo stesso dicasi per i matrimoni misti, che andrebbero favoriti invece che ostacolati (immagino su ciò vi siano posizioni differenti anche tra voi stessi).

È normale e auspicabile che le religioni cambino con i tempi, né si può predicare la tolleranza non predicandola al proprio interno. C’è un detto ‒ antico come le montagne ‒ che da sempre tutti i maestri spirituali hanno conosciuto: «Se vuoi cambiare il mondo comincia da te stesso».

Il Candide di Bernstein a Roma

È in scena questi giorni al teatro dell’Opera di Roma, l’operetta satirica di Leonard Bernstein, ispirata all’omonimo romanzo di Voltaire.

Complessivamente lo spettacolo può dirsi riuscito, la regia molto briosa di Lorenzo Mariani asseconda con verve e convinzione la musica e il libretto di Bernstein; convincente e dinamica anche la direzione di Wayne Marshall. Da lodare poi, sul piano della intelligibilità, sia la traduzione in italiano degli interventi narrativi, che rende facilmente comprensibile il testo; sia la presenza dei soprattitoli per le parti cantate in inglese. Si potrebbe discutere sulla volgarità o meno di certe scene forse un po’ troppo esplicite; d’altra parte neanche Voltaire ci va leggero, né la musica di Bernstein è immune da una certa burlesca lascivia.

Tra le voci la protagonista della serata, più che il tenore Michael Spyres (Candide), è stata senz’altro la soprano Jessica Pratt (già apprezzata interprete di Gilda a Caracalla), nel ruolo di Cunegonda; in particolare l’aria più difficile, Glitter and be gay, è quella che ha suscitato l’unico vero e sentito applauso a scena aperta. Nel resto dei numeri invece il pubblico è stato molto tiepido (applausi spesso strascicati o morti sul nascere).

D’altra parte quest’operetta di Bernstein, pur avendo un paio di belle melodie ed un’orchestrazione sempre abbastanza rifinita, non si può dire che trascini più di tanto: non c’è né il genio buffo di un Rossini, né la profondità drammatica o romantica di un Puccini.

Quanto alla tesi di Voltaire, cioè che non viviamo nel migliore dei mondi possibili (come invece sosteneva il sempre bastonato Leibniz), diciamo che, pur essendo condivisibile, non porta a risultati poetici molto alti, neanche nel romanzo.

Ultime repliche: 21-22-23 gennaio 2012.

Il caso Schettino e la corsa alla lapidazione

Un tempo ci fu uno che disse “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Chiaramente nessuno di noi ha mai portato al naufragio un transatlantico né ha abbandonato la nave da comandante con i soccorsi in corso, perciò si potrebbe obiettare che il confronto è fuori luogo. Tuttavia neanche in quel gruppo di farisei con le pietre in mano c’era nessuno, probabilmente, che avesse mai commesso adulterio (reato punito con la lapidazione all’epoca), né Gesù si stava rivolgendo solo ai non-adulteri! e ciononostante lasciarono le pietre. Questo dovrebbe farci riflettere un pochino.

Anche oggi si osserva una vera e propria corsa alla lapidazione, seppur solo verbale: non è esagerato dire che la gente si azzuffa per accaparrarsi quella “prima pietra”! E tutto ciò è sicuramente amplificato dai media e da internet che rendono il mondo intero come un’unica enorme piazza del mercato dove ognuno può aprire bocca e sentirsi Giudice della Suprema Corte, o ‒ a seconda dell’indole ‒ contadino col forcone in mano. Su facebook, su twitter, sui commenti degli articoli dei giornali, sui blog… appena si scoprono i dettagli (spesso molto parziali) di qualche crimine (o presunto tale), ecco che tutti salgono in cattedra e danno lezioni a questo e a quello, pensando di saperne più di quelli informati sui fatti, dei giudici, dei magistrati, chiaramente senza approfondire la questione. E non c’è niente di più voluttuoso che dare addosso a chi poco prima aveva una posizione di prestigio. Forse qualcuno avrà già notato che appena si è stabilito che De Falco era un eroe, subito dopo è scattato in parecchia gente un meccanismo psicologico perverso che l’ha portata a scrivere dei commenti ‒ che non so se chiamare ingiuriosi o dementi ‒ in cui si accusa l’ufficiale della capitaneria di porto di essere un “eroe in poltrona”, di non essere andato lui in prima persona a soccorrere la gente sulla nave, e cose di questo tenore.

Ora non voglio proprio commentare il caso Schettino, se è colpevole lo appurerà l’inchiesta, e lo si saprà meglio tra qualche giorno. Voglio invece ricordare un caso eclatante di qualche tempo fa: quello di Strauss-Kahn, personaggio non certo edificante, ma che è stato messo letteralmente in ceppi e alla gogna davanti a tutto il mondo per un reato che semplicemente non sussisteva. È bastata una cameriera dal passato tutt’altro che limpido per renderlo colpevole di uno stupro, che in realtà era un rapporto consensuale dal quale la suddetta voleva trarre qualcosa di più. Ricordo ancora, nel giorno appena successivo al fatto, che nella trasmissione di Radio3 “Tutta la città ne parla” si stava procedendo al consueto “processo”, e tra gli ospiti telefonici c’era un professore amico di Strauss-Kahn che non credeva all’imputazione ma pensava decisamente ad una trappola in cui fosse caduto, ma il conduttore gli ha risposto incredulo su questo tono: “Davvero lei crede che tutte queste accuse gravissime (stupro, sequestro ecc.) siano infondate?”. Cioè dava praticamente per scontata la veridicità delle accuse, e tutta la trasmissione ‒ e non stiamo parlando di tv-spazzatura, ma di una radio tra le più serie ‒ era incentrata sul perché e per come un personaggio così importante avesse finito per stuprare una cameriera, ed anzi la notizia non era tanto lo stupro quanto che l’avessero arrestato nonostante fosse un personaggio potente (se non ricordo male la puntata era questa dal titolo comicamente significativo “Cosa ci insegna l’affaire Strauss-Kahn”). Certo, ogni tanto en passant si diceva “se tutto ciò fosse confermato”, però intanto si procedeva in linea retta con quell’ipotesi, né credo ci sia stata una puntata ‘riparatrice’ quando si è scoperta la verità (allora il titolo “Cosa ci insegna l’affaire Strauss-Kahn” avrebbe avuto un po’ più di senso…)

Purtroppo la colpa di tutto ciò non sembra neanche dei giornalisti, quanto del giornalismo in sé, che vincola inderogabilmente a commentare tutto “a caldo”. Quanto vale un giornale, non dico dell’anno scorso, ma dell’altro ieri? Ecco forse Schopenhauer non esagerava troppo, quando diceva che ai giornali di oggi dovremmo dedicare la stessa attenzione che gli dedicheremo dalla prossima settimana e per il resto dell’eternità: nessuna. Almeno nella maggior parte dei casi sarebbe il contraccettivo migliore.

D’altra parte commentare un fatto d’attualità, analizzarlo, discuterne, fa parte dell’indole umana, ed è pure una cosa positiva, ma condannare o giudicare superficialmente è forse la trappola più viscida e insidiosa in cui si possa cadere. Per cominciare, i giornalisti dovrebbero limitarsi alla fedele e nuda cronaca dei fatti, specificando sempre le fonti quando indirette, e senza inzupparli di giudizi che cavalcano l’onda dell’emozione.