“A Midsummer Night’s Dream” di Benjamin Britten a Roma
Nella produzione in scena in questi giorni a Roma spicca la prestigiosa direzione di James Conlon, il più applaudito della serata. Anche il cast di cantanti è stato scelto con estrema accuratezza, sia per le voci che per i physique du rôle; molto suggestive pure le luci, di David Martin Jacques, le scene e i costumi (per chi li aveva), di Kevin Knight. La regia invece è abbastanza discutibile, a tratti buona, soprattutto nella recitazione, a tratti insopportabilmente volgare: cantanti in mutande, allusioni oscene e palpeggi plateali: non c’è bacio senza qualche vistoso soppesamento delle natiche della femmina di turno, sia essa Ermia, Elena, Ippolita o Titania. Insomma le solite cose. Anche la cornice del British Museum l’ho trovata del tutto gratuita e meaningless.| Direttore | James Conlon |
| Regia | Paul Curran |
| Scene e costumi | Kevin Knight |
| Luci | David Martin Jacques |
| Oberon | Lawrence Zazzo |
| Tytania | Claudia Boyle |
| Puck | Michael Batten |
| Theseus | Peter Savidge |
| Hyppolyta | Natascha Petrinsky |
| Lysander | Shawn Mathey |
| Demetrius | Phillip Addis |
| Hermia | Tamara Gura |
| Helena | Ellie Dehn |
| Nick Bottom | Peter Rose |
| Peter Quince | Peter Strummer |
| Francis Flute | Anthony Dean Griffey |
| Snug | Filippo Bettoschi |
| Tom Snout | Saverio Fiore |
| Robin Starveling | George Humphreys |
Ibsen: Un nemico del popolo e i disastri ambientali
L’Attila di Verdi diretto da Muti a Roma (senza sovratitoli)
| Direttore | Riccardo Muti |
| Regia, scene e costumi | Pier Luigi Pizzi |
| Maestro del Coro | Roberto Gabbiani |
| Luci | Vincenzo Raponi |
| Movimenti coreografici | Roberto Maria Pizzuto |
| Attila | Ildar Abdrazakov |
| Ezio | Nicola Alaimo |
| Odabella | Tatiana Serjan |
| Foresto | Giuseppe Gipali |
| Uldino | Antonello Ceron |
| Leone | Luca Dall’Amico |
Le Affinità elettive (per adulti) al Teatro Arcobaleno
da Wolfgang Goethe
Drammaturgia e Regia Ilaria Testoni
musiche Giovanni Zappalorto
Con (in ordine di apparizione) Annalisa Biancofiore, Mauro Mandolini, Vittorio Vannutelli, Giulia Adami
Ibsen: uno sconosciuto a Roma
-
Shakespeare 138 produzioni (escluse le repliche chiaramente).
-
Pirandello 81
-
Goldoni 39
-
Molière 38
-
Cechov 32
-
Brecht 18
-
Ibsen 7
-
Miller 3
Un esempio di come NON fare giornalismo
«La differenza tra me e lui, è una sola» (o una sòla?, ndr). «Io critico ma voglio costruire un’alternativa, lui mira a sfasciare tutto e basta»
Arguto il commento tra parentesi, complimenti! A che serve? cosa aggiunge? Ma osserviamo come continua:
E Di Pietro in cambio si prende un «vaffa», tipico dell’eloquio del comico barbuto? Quasi. «Le parole di Di Pietro mi lasciano sbigottito – risponde Grillo – e spero che sia stato un lapsus. Da lui, proprio da lui, non me lo aspettavo».
Notare come il giornalista introduce la risposta di Grillo: con una ipotesi dell’irrealtà che viene ‒ secondo Ajello ‒ soltanto sfiorata, quando poi dal virgolettato successivo chiunque può constatare che di quel «vaffa» non c’è neanche l’ombra. È superfluo dire che un giornalista corretto avrebbe semplicemente riportato la risposta di Grillo senza commenti.
Infine il nostro commentatore-giornalista apostrofa i due contendenti i questo modo:
Tonino Robespierre e Beppe Savonarola
Divertente, ma troppo facile. È troppo facile dire a una persona “sei troppo critico” senza entrare nel merito di nessuna critica. È anzi paradossale accusare di qualunquismo una persona, condannando tutto quello che essa dice senza entrare nel merito di nulla ‒ appunto qualunquisticamente ‒, ma citando opportunamente le parole di altri (come fa Ajello nel seguito dell’articolo citando altri politici). Se il signor Ajello volesse scrivere un articolo serio per dimostrare la sua tesi, dovrebbe prendersi la briga di riportare punto per punto le parole di Grillo e Di Pietro e poi mostrarci per filo e per segno in cosa sono qualunquiste. Altrimenti sono solo chiacchiere da bar.
Il Barbiere di Siviglia a Roma
| Direttore | Bruno Campanella |
| Regia | Ruggero Cappuccio |
| Maestro del Coro | Gea Garatti Ansini |
| Scene | Carlo Savi |
| Costumi | Carlo Poggioli |
| Luci | Agostino Angelini |
| Il Conte d’Almaviva | Juan Francisco Gatell / |
| Alessandro Luciano 19, 21 | |
| Bartolo | Paolo Bordogna / |
| Marco Camastra 19, 21 | |
| Rosina | Annalisa Stroppa / |
| Marina Comparato 19, 21, 24 | |
| Figaro | Alessandro Luongo / |
| Vincenzo Taormina 19, 21 | |
| Basilio | Nicola Ulivieri / |
| Mikhail Korobeynikov 19, 21 | |
| Berta | Laura Cherici |
| Fiorello | Ilia Silchukov |
| Un Ufficiale | Fabio Tinalli / |
| Daniele Massimi 19, 21, 24 |
Alberico e Ro, artisti contemporanei
La mia camera è esattamente al centro dei due fuochi. Nella stanza dal lato del mio letto abita una specie di scrittore-scultore-performer… lui si definisce “artista della neo-post-avanguardia”. Concedo pure che sia un performer(anche perché non significa niente), ma di certo non è né uno scrittore né uno scultore né tanto meno un artista… è un artistoide altro che artista e artista!
Si chiama Roberto, ma si fa chiamare “Ro” perché odia la ridondanza e sostiene che “ove non ci sia possibilità di fraintendimento” deve essere chiamato solo e soltanto “Ro”: guai a chi aggiunge una sola lettera, se lo chiami Roberto è capace di prenderti a schiaffi!
Nell’altra stanza, quella dal lato del mio armadio, c’è invece Alberico: un “poeta”. Anche lui guarda al futuro, ma in un modo decisamente opposto a Ro: lui infatti adorala ridondanza, non per niente è un fan sfegatato di D’Annunzio. Se Ro si esprime in genere per monosillabi o con muti cenni del capo (che bisogna sforzarsi parecchio per capirlo!), Alberico, invece, anche per dire che ha fame inizia a descrivere le rive dell’Elicona, quella tal pittura del Tintoretto, i palazzi di Venezia, citando en passant Goethe, Byron, Dante e quant’altro…
Chiaramente, se poco poco si incontrano, iniziano a sfrigolare peggio dell’acqua sull’olio bollente.
Certi giorni Ro mette a tutto volume Marylin Manson, e Alberico, che ha un impianto stereo di potenza doppia, risponde con la Cavalcata delle Valchirie a un volume così alto da far tremare tutto il palazzo: la prima volta ho temuto che mi sarebbe piombata in camera Brunilde in persona! Insomma potete immaginare in che casa vivo.
Alberico dal mese scorso è entrato in una sorta di crisi esistenziale: va in giro di notte per le vie del Pigneto declamando con un megafono le Laudi di D’Annunzio. La polizia lo ha già arrestato due volte, ma lui non si darà per vinto, ne sono certo. Alcuni amici miei l’hanno visto un paio di sere fa in una famosa enoteca su via del Pigneto, che beveva e dava lezioni di greco non richieste ai clienti del locale. Ormai lo conosce tutta Roma.
Se devo proprio dirlo, Alberico non mi sta neanche tanto antipatico, anzi mi fa un po’ tenerezza. Un giorno ho avuto la malsana idea di portarlo in un locale a Trastevere dove fanno musica dal vivo (così, per fargli sperimentare un po’ di vita giovanile…) A un certo punto salta in piedi su un tavolo gridando: ‒ O voi neoprimitivi che cantate in una lingua barbara le vostre balbuzienti e rudimentali prosodie! O voi che vi agitate con novelli scellerati brutali riti dionisiaci, o voi Violentatori di Euterpe, Stupratori di Tersicore… attraverso di voi un nuovo profeta solcherà il vasto Oceano dell’Arte, perché l’Arte viene dal popolo incolto… ‒ La musica allora si interrompe e tutti lo guardano allibiti; lui, indicando un ragazzotto che fino a un attimo prima stava “pogando” con più foga di tutti, gli dice: ‒ Sì, anche da te, bovaro borchiato vestito di nero, un giorno proromperà nuova vita…
Va da sé che dovetti trascinarlo via per evitargli un linciaggio.
La scorsa settimana Ro ci ha annunciato l’imminente inaugurazione dell’esposizione dei suoi nuovi cessi. Sì sì, ho detto “cessi”, e non per denigrarlo, ma perché lui scolpisce proprio dei cessi. Ma non dei normali cessi, bensì dei cessi con delle scritte che secondo lui le rendono opere artistiche. Per esempio, su quello che diede inizio a tutta la serie c’era inciso “Il mondo è un cesso”; poi, inseguendo la sua lotta alla ridondanza, appose scritte via via sempre più stringate, come “Il mondo è cesso” e poi “Mondo = Cesso” (di quest’opera andava particolarmente orgoglioso in quanto pretendeva di aver unito scrittura, poesia, scultura, e matematica in una sintesi mai raggiunta prima nella storia dell’arte occidentale).
Da chi lo accusa di volgarità si difende ricordando che la parola “cesso” deriva per aferesi dal latino necessarium, un’abbreviazione di ben sei lettere che egli considera una delle più profonde allegorie della civiltà moderna.
A chi critica la sua arte dicendo che fa acqua da tutte le parti, risponde che ne è assai consapevole e anzi se ne vanta; a chi invece lo taccia di essere privo di idee, non risponde che con uno sdegnoso silenzio.
E allo stesso modo nega ogni risposta a chi più volgarmente gli dice che «i suoi cessi fanno cagare» (ho usato le virgolette basse perché, oltre a essere una citazione bassa, sono testuali parole di un altro: non mi permetterei mai di scrivere una tale volgarità da me medesimo; ho anche cercato «cagare» sul dizionario dei sinonimi ma non ho trovato un termine altrettanto pregnante).
A casa nostra io mi sono sempre astenuto da ogni commento, ma basta un niente perché mi ritrovi in mezzo a una guerra: appena Ro si azzarda a sostenere che i suoi cessi sono opere d’arte, Alberico gli controbatte chiasmicamente che sono le sue opere d’artea essere dei cessi. Poi si accapigliano e devo separarli.
Ma la cosa più imbarazzante è successa l’altra settimana a San Lorenzo, all’inaugurazione della mostra di Ro. Oltre ai suoi vecchi cessi, Ro ne presentava altri due che considerava “quasi un punto d’arrivo” del suo percorso artistico. Si vergognava persino a esibirli, sosteneva che rivelassero “troppo” della sua personalità e se ne sentiva come imbarazzato.
Il primo era un cesso con su scritto soltanto “Cesso” ‒ talvolta si commuoveva nel guardarlo, davvero in quella sintesi suprema gli sembrava di aver colto “l’essenza dell’essenza”, tutto l’infinito in una parola.
Ma il secondo lo considerava proprio il suo capolavoro insuperabile. Egli stesso diceva che forse aveva “osato troppo”. Ad alcuni amici aveva persino confessato che “oltre quel punto non si poteva andare”. Prima di mostracelo, si esibì nella lettura di una poesia senza parole (una delle sue performance preferite, dura nove minuti e sei secondi… interminabilmente noiosa). Poi sollevò il telo e potemmo ammirare il suo capolavoro.
Era un cesso con su scritto… niente! Un cesso senza scritte, un’idea rivoluzionaria. Si stupiva di come la televisione non fosse venuta a riprenderlo (ma su questo punto il suo agente lo rassicurava, perché aveva già preso contatti con diversi giornalisti e qualcosa ne sarebbe venuto fuori, necessariamente).
La mostra, comunque, stava avendo un discreto successo (dico sul serio, non per fare sterili giochi di parole). Molti visitatori infatti, tra un cocktail e l’altro, si fermavano davanti alle sue opere assorti in un pensieroso silenzio, trovandole “molto profonde”, “non banali” e persino “foriere di grandi messaggi”.
Era insomma già l’una di notte passata e tutto sembrava volgere tranquillamente al termine, quando all’improvviso, proprio vicino al capolavoro di Ro, si udì un forte strepito e una voce a me ben nota che gridava stentorea:
‒ Anche da un volgar vaso defecatorio si può raggiungere l’Infinito!
‒ Attento, è un’opera d’arte! ‒ lo avvertì uno del pubblico.
‒ E dove sta scritto? ‒ rispose Alberico, con sottile ironia.
Vedendo che saliva sul water, corsi immediatamente nell’altra sala per avvertire Ro:
‒ Roberto, ‒ gli dissi, ‒ c’è Alberico su un tuo ces‒!
Non l’avessi mai fatto! Ro mi prese per il bavero e iniziò a schiaffeggiarmi perché l’avevo chiamato per esteso… io mi giustificai dicendogli che lì vicino c’era uno che si chiamava Rocco e che tutti chiamavano Ro, per cui ero autorizzato a specificare: non era vero ma fortunatamente ci credette e, lasciatomi il bavero, corse a difendere le sue creazioni.
Vedendo Alberico, mezzo ubriaco e in piedi a recitare una lirica del Vate sul suo cesso senza scritte, Ro fu preso da sgomento isterico:
‒ Non vedi…? ‒ esclamò gesticolando, tutto paonazzo in volto.
‒ Cosa, di grazia? ‒ rispose Alberico, con la massima calma, e pretendendo che Ro esplicitasse il suo complemento oggetto.
Ma Ro, sempre più soffocato dalla rabbia, continuava a gesticolare non volendo esplicitare alcunché.
‒ Adunque? ‒ lo incalzò Alberico con aria di sfida.
Con voce stridula e al colmo dell’esasperazione Ro sbottò:
‒ È il mio cesso!
Allora Alberico, di fronte a tutti ‒ ce l’ho ancora davanti agli occhi ‒, s’è tirato giù la zip, dichiarando solennemente:
‒ E io ci piscio dentro.
L’ultima sonata
Non so se fossi un fesso o un sognatore, fatto sta che continuai ad alimentare questa passione pur nell’impossibilità di esserne corrisposto. Ma ogni goccia del mio sangue sembrava rinfacciarmelo impietosamente. Non a torto, un famoso evoluzionista ha detto che, dal punto di vista biologico, siamo solo delle «macchine per riprodurre i nostri geni»: la natura non ci porta alla felicità, ma usala felicità come amo ‒ e l’infelicità come sprone ‒ per ottenere i suoi scopi. E a ventidue anni è facile essere preda della natura.
Vennero la polizia, e poi i giornalisti; ricordo una gran confusione. Ma il mio cervello era rimasto fermo a quell’istante in cui mi ero trovato di fronte al suo corpo, sollevato da terra in maniera così innaturale. Rivedevo quelle mani che erano state capaci, soltanto poche ore prima, di così impervie magie,e che ora giacevano fredde e rigide lungo il cadavere. “Tutta quella vita corsa via come la sabbia di una clessidra spezzata”, pensai.






