Tosca a Caracalla 2011
La Bohème torna a Roma dopo otto anni
La Battaglia di Legnano a Roma
Le Operette Morali a teatro
La regia di Mario Martone è stata pressoché perfetta, tutti i dialoghi scelti dal testo leopardiano sono stati resi con grande ingegno e buon gusto, senza retorica, esaltandone l’atmosfera quando onirica quando più realista, e sempre mirando a facilitare la comprensione del testo. Sembra una cosa banale ma molte compagnie oggi si impegnano per fare il contrario! con caricature, voci contraffatte, stravolgendo il testo dell’autore, costruendo scene che visivamente non c’entrano nulla col testo ecc. Qui niente di tutto questo perché regia, scene, e recitazione sono state messe a completo servizio del testo con onestà, bravura, e impegno totali. Appropriate anche le musiche rossiniane (Guglielmo Tell e Gazza ladra), oltre al Coro dei morti che invece è stato scritto apposta per lo spettacolo da Salvatore Caputo.
Per il regista: nel dialogo tra il Folletto e lo gnomo, il Folletto dice: «mancati gli uomini la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota ad un arpione, se ne sta con le braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani»; questa battuta l’attore la dice mentre è fuori scena, è un peccato che si senta solo a metà!
Il ratto dal serraglio a Roma
al contrario essere umani, benevoli,
e perdonare senza interesse personale
Chi non riconosce questo
(*) Seguendo una locandina vecchia che non riportava il cambio di programma, avevo scritto erroneamente Olga Peretjakto al posto di Beate Ritter, di cui riporto qui sopra la foto ed anche un link per farmi perdonare…
La (molto) resistibile ascesa di Arturo Ui all’Argentina
L’inganno di Glauco Mauri
Devo dire che nonostante l’indiscutibile bravura dei due attori la commedia mi ha sostanzialmente deluso. Il protagonista è uno scrittore di gialli che si annoia, e per fuggire da questa sorta di pendolo che oscilla tra la noia e… la sua amante, inventa intrighi, finti delitti e indovinelli astrusi per umiliare l’amante invece di sua moglie. L’amante poi si vendica con la stessa carta, ma rimane ucciso sul serio, e morendo sentenzia: «Che giochi da coglioni!». Ipse dixit. Che dire di più? Battute deboli, personaggi (soltanto due) patinati, poco credibili, al limite della fasullità, nessun tema interessante: la noia di cui tanto parla il protagonista in realtà assale anche lo spettatore che non si accontenta del mero “giallo”. Sì è vero, ci sono i temi della menzogna, dell’umiliazione, del tradimento: ma sviluppati come? Molto, molto mediocremente, e con nessun altro fine che “tenere sulle spine” lo spettatore. Shaffer dimostra infatti un certo talento nel creare sorprese, un po’ di humour all’inglese, ma nulla più. È uno di quelli abbastanza bravi da avere il concetto di mediocrità, ma neppure abbastanza non-mediocre da alzarsi al di sopra della sufficienza scarsa. Quando prova ad impennarsi si perde nella più inconcludente retorica. E poi quegli insopportabili sprazzi di volgarità… tanto più fastidiosa perché gratuita e inutile (mi riferisco a poche battute, ma tanto basta). Guardandomi attorno mi viene da dire che se oggi gli scrittori non inseriscono queste venature di volgarità pare che non si sentono moderni.
Il Nabucco dell’unità
Ps: Metto il link ad una bella intervista a Muti.
Sull’unità d’Italia, cronaca di un festeggiamento
L’iniziativa in sé era buona, consisteva in alcune celebri pagine d’opera italiana, prevalentemente dell’ottocento, per coro, soprano e tenore, eseguite dalla Xilon orchestra. La performance migliore l’ha offerta senz’altro il soprano, Carmela Maffongelli , mostrando grande impegno, espressività, ottima dizione, e grande voce. Ma veniamo alle note dolenti, poiché lo svolgimento ha mostrato alcune pecche nell’organizzazione tipiche del nostro paese. Innanzi tutto un po’ infelice la scelta di eseguire l’inno di Novaro in versione solo per archi, perché la forza dell’inno sta più che altro nelle parole e nella semplicità della melodia, in versione strumentale e senza coro è un pezzo quasi senza senso. D’altra parte il coro c’era, poiché è entrato alcuni brani dopo per cantare il Va’ pensiero: ma peccato che più che un coro fosse un coretto di dieci pensionati, che non sapevano il Va’ pensiero neanche a memoria, ma cantavano flebilmente e con la faccia appiccicata allo spartito in maniera quasi imbarazzante data la notorietà del brano (oltre al fatto che un bravo corista dovrebbe tenere un occhio alla parte e uno al direttore, come minimo, e mai lo spartito davanti al viso perché impedisce l’emissione).










