Riccardo III al Globe di Roma

È un Riccardo III in una veste moderna ma al contempo fedele al testo shakespeariano quello in scena fino al 18 settembre 2011 al Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese, con la regia di Marco Carniti.
All’inizio, in verità, ho temuto che fosse una delle tante rivisitazioni fuori luogo all’insegna dell’assurdo, mentre poi, a dispetto di qualche adattamento e dei costumi “strani” ̶  i soldati sono vestiti da schermisti, Riccardo ha delle bardature che ricordano i film di fantascienza hollywoodiani  ̶ , a parte queste apparenze dicevo, che se non altro hanno il merito di dare un tocco più moderno alla messinscena, la recitazione è invece molto curata e fedele al senso del testo: sa cogliere sia la tragicità, sia l’ironia delle battute che il Bardo ha saputo frammischiare a questa storia di odio, cieca brama di potere, maledizioni, e orrendi delitti fratricidi, che portano Riccardo verso la corona e infine all’inesorabile morte solitaria in battaglia. 
“Chi di spada ferisce, di spada perisce”, e poi l’odio che attira l’odio, le maledizioni che si ritorcono contro chi le proferisce… questo testo shakespeariano è pieno di rimandi evangelici, spesso infranti o diabolicamente ribaltati, specialmente da Riccardo, quando, col manto della pietà, si finge agnello per esser più facilmente lupo. Sembra in effetti un laboratorio dove si mostrano le conseguenze di un comportamento opposto a quello predicato da Gesù.
Ottimi gli attori e la regia; gli unici due piccoli appunti che mi permetto di sollevare sono: la recitazione di Margherita, troppo caricata (nonostante sia stata molto applaudita dal pubblico, ma è la moda del periodo); e la scena dell’incoronazione di Riccardo, forse recitata in modo un po’ troppo farsesco ̶ per quanto abbia effettivamente una fortissima carica sarcastica nei confronti delle connivenze tra potere e chiesa (una foto a caso… nessuno voglia pensare male!). Superba Sandra Collodel nel ruolo della regina Elisabetta, bravissimo e carismatico Maurizio Donadoni nei panni del perfido protagonista. Molto azzeccate infine le musiche, anch’esse a metà tra il classico e il moderno, con i primi tre accordi della Forza del destino da una parte (dove Verdi è più shakespeariano dei contemporanei di Shakespeare!), e stacchi brutalmente percussivi dall’altra.

Tosca a Caracalla 2011

Ieri (21/07/2011) ha debuttato la nuova produzione del capolavoro di Puccini alle Terme di Caracalla. Protagonista in positivo della serata è stato senz’altro il tenore Thiago Arancam nel ruolo di Cavaradossi: voce potente ed in grado di tenere note lunghissime, sul lato espressivo è stato in parte penalizzato dal direttore e dalla regia di cui parlerò dopo, comunque gli applausi a scena aperta sono stati meritatissimi. Allo stesso modo molto bene la soprano Csilla Boross, che è stata una Tosca del tutto convincente sia nella recitazione che nel canto; infine Carlo Guelfi nel ruolo del barone Scarpia si conferma come cantante e attore di primissimo livello.
Venendo invece alle note dolenti troviamo il direttore Asher Fisch che di questa partitura ̶ che anche nella strumentazione è di una bellezza sinfonica straordinaria ̶ , ha dato una lettura abbastanza sciatta, per esempio: troppo lento il tempo dopo “Vittoria, vittoria” del tenore; semplicemente inefficace il preludio del secondo atto, scivolato via senza un perché; e poi questa è stata davvero la prima volta in cui ho sentito “E lucevan le stelle” con la parte del tenore fatta bene e quella strumentale fatta male (in genere è il contrario!), d’altra parte complimenti ancora a Thiago Arancam che su quell’aria ha toccato veramente una quota altissima!
Infine la regia. Se due anni fa quella di Franco Ripa di Meana era stata squallida, quella di quest’anno firmata da Arnaud Bernard è stata semplicemente stupida. Non so se sia un progresso, resta comunque un fatto triste che venga pagata della gente per rovinare le opere. L’“idea” portante di questo regista è di vedere Tosca come un set cinematografico dove tutto è finto  ̶  per cui se da una parte i cantanti si sforzano di essere credibili e coinvolgenti (come l’Arte e la partitura richiedono), dall’altra ci sono una decina di comparse vestite da tecnici e operatori che si adoperano instancabilmente per convincere lo spettatore che tutto è finto. Così mentre Tosca, in ginocchio, si rivolgeva a Dio nella sua preghiera disperata “Vissi d’arte, vissi d’amore”, sul palco c’era gente che camminava col ciak in mano, spostava riflettori, muoveva cineprese, indicava oggetti, eccetera eccetera. Non che ci sia nulla di originale in tutto ciò, poiché saranno almeno quindici anni che si vedono queste cose, però… davvero hanno colmato la misura! Questi registi li paragonerei a dei ragazzini immaturi che passando davanti a una statua famosa di cui non riescono a capire la bellezza, e stupendosi che venga molta gente ad ammirarla, la imbrattassero con qualche stupida scritta per far vedere a tutti che esistono anche loro. Speriamo che in futuro queste gesta tornino a chiamarsi con il loro giusto nome: atti vandalici. Intanto hanno incassato i fischi del pubblico di Caracalla, che stupido non è.

La Bohème torna a Roma dopo otto anni

È sempre una grande emozione riascoltare quest’opera, che confesso apertamente essere una delle mie preferite. Mai, a mio avviso, nella storia della lirica si era trovata una forma così compatta, moderna, realistica e sognante allo stesso tempo, che riuscisse a coniugare comico e drammatico in un modo così drammaturgicamente perfetto. Da questo punto di vista soltanto le opere successive di Puccini sono giunte allo stesso livello di perfezione.
Nella produzione attualmente in scena al Teatro dell’opera di Roma spicca la presenza di voci molto potenti  ̶ Ramon Vargas (Rodolfo), Hiibla Gerzmava (Mimì), e Franco Vassallo (Marcello)  ̶  e dell’eccellente direttore newyorkese James Conlon. L’unico appunto che oso muovere al direttore è che forse in alcuni passaggi l’orchestra sovrasta un po’ troppo i cantanti  ̶ d’altra parte il suono dell’orchestra è veramente bello, equilibrato, smagliante, e assolutamente fedele allo spirito della partitura.
La regia, seppur non di Zeffirelli (sostituito per motivi di budget da Marco Gandini), risulta parecchio zeffirelliana, soprattutto nel senso di “classicheggiante”. Come atmosfera generale rispecchia abbastanza bene il clima della Bohème e per questo verso è senz’altro da lodarsi; meno bene invece nella recitazione, dove un occhio esperto poteva rilevare parecchi difetti, soprattutto per la sincronizzazione tra i gesti e la musica. Una delle qualità straordinarie della musica di Puccini è infatti la capacità di “pilotare” lo svolgimento scenico attraverso l’orchestrazione, per cui la partitura indica in maniera nettissima i punti chiave di ogni scena. Per esempio: nel primo atto, quando Mimì sviene e Rodolfo la asperge con un po’ d’acqua, l’arpa ha delle note pizzicate che indicano chiaramente gli schizzetti delle gocce, ma se l’attore compie il gesto prima della battuta dell’arpa tutto l’effetto chiaramente si perde  ̶  come appunto è successo ieri. Oppure quando Rodolfo prende la mano di Mimì (“Che gelida manina”), quel momento fatidico è indicato chiarissimamente dall’accordo di corni, clarinetti e arpa: Rodolfo non può prenderle la mano tre secondi prima! E poi un altro esempio nel secondo atto: l’abbraccio “a rallentatore” di Musetta e Marcello è indicato chiaramente dal rallentando orchestrale e dal relativo accordo finale a tutta orchestra, mentre per non so quale scelta registica si sono abbracciati… dopo. Poi un altro errore: troppo gesticolare inutile  ̶  nel terzo atto, quando Marcello parla con Rodolfo è tutto uno strattonarsi e spingersi francamente esagerato! Potrei continuare a lungo con gli errori di questa regia, ma penso di essermi spiegato a sufficienza: il regista sappia almeno che queste cose non passano inosservate, e se pure la maggior parte del pubblico non se ne accorge coscientemente, comunque le avverte. Poi la musica è talmente bella che fa dimenticare tutto… ma questo è un altro discorso.
Per completezza riporto qui sotto il cartellone:
Teatro dell’Opera di Roma, giugno 2011
La bohème
Musica di
Giacomo Puccini
Opera in quattro atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Direttore James Conlon
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Regia Marco Gandini
Scene Pierluigi Samaritani
Costumi Anna Biagiotti
Disegno luci Mario De Amicis
Interpreti
Rodolfo Ramòn Vargas (16, 18, 21, 23, 25) /
Stefano Secco (17, 19, 22, 24, 26)
Schaunard Vito Priante (16, 18, 21, 23, 25, 26) /
Guido Loconsolo (17, 19, 22, 24)
Benoit Matteo Peirone
Mimì Hibla Gerzmava (16, 18, 21, 23, 25) /
Carmela Remigio (17, 19, 22, 24, 26)
Marcello Franco Vassallo (16, 18, 21, 23, 25) /
Luca Salsi (17, 19, 22, 24, 26)
Colline Marco Spotti (16, 18, 21, 23, 25) /
Giovanni Battista Parodi (17, 19, 22, 24, 26)
Alcindoro Luca Dall’Amico
Musetta Patrizia Ciofi (16, 18, 21, 23) /
Ellie Dehn (17, 19, 22, 24, 25, 26)
Parpignol Luca Battagello (16, 19, 23, 26) /
Giordano Massaro (17, 21, 24) /
Vinicio Cecere (18, 22, 25)
Sergente Giampiero Pippia (16, 18, 21, 23, 25) /
Fabio Tinalli (17, 19, 22, 24, 26)
Doganiere Riccardo Coltellacci (16, 18, 21, 23, 25) /
Antonio Taschini (17, 19, 22, 24, 26)
Venditore ambulante Francesco Giannelli (16, 18, 21, 23, 25) /
Pasquale Faillaci (17, 19, 22, 24, 26)
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
Coro di voci bianche del Teatro dell’Opera di Roma diretto dal M° Gea Garatti Ansini
Allestimento del Teatro Massimo Bellini di Catania

La Battaglia di Legnano a Roma

Al Teatro Costanzi di Roma sono in corso in questi giorni le repliche della Battaglia di Legnano, l’opera più “patriottica” di Giuseppe Verdi, scritta a Parigi nel 1848.
In questa edizione romana c’è innanzitutto da menzionare la prestigiosa bacchetta di Steinberg Pinchas, assolutamente travolgente ed entusiasmante, soprattutto nell’ouverture e nei pezzi di grande impatto sonoro; in secondo luogo è senzaltro da sottolineare  il tenore esordiente Riccardo Massi (nel ruolo di Arrigo), di soli ventisei anni (!!), che ha registrato un meritatissimo successo personale: voce bella e potente, e soprattutto convincente nella parte. Purtroppo Massi era previsto soltanto per la recita di ieri, nelle altre date c’è un coreano, che ascoltandolo martedì alla radio sinceramente mi è parso avere una voce un po’ “di gola”. Molti applausi anche per Lidia (Serena Farnocchia), Rolando (Giuseppe Altomare), e Barbarossa (Dmitriy Beloselskiy).
La regia, di Ruggero Cappuccio, non mi è piaciuta molto: l’ho trovata concettosa e pretestuosa, non tanto per l’uso dei quadri, quanto per “la restauratrice e gli operai” che si aggiravano sul palco e tutte le altre trovate che non c’entravano nulla con la storia (il regista poi ha dato la sua spiegazione, ma totalmente incomprensibile per il semplice spettatore). Nel terzo atto soprattutto, la scenografia completamente sganciata dalla storia rende incomprensibile lo svolgimento dei fatti a chi non abbia letto il libretto per conto suo. Insomma le solite miserie delle regie “alla tedesca” (se a Legnano gli invasori tedeschi sono stati respinti, sulle scene continuano invece a dominare!). In questo caso, a onor del vero, c’è da dire che perlomeno la regia si astiene dalle volgarità che spesso si vedono altrove; quindi se non si fa amare almeno non si fa odiare.
Anche se oggi non è tra le partiture più frequentate di Verdi quest’opera non è comunque di molto inferiore alle sue sorelle più famose. Due cose penso fondamentalmente la penalizzino: l’assenza di un tema melodico di grande impatto e il libretto. Quanto al tema c’è poco da dire, non sempre riesce quello che diventa celebre. Riguardo al libretto di Salvatore Cammarano il discorso è più complesso. Quello che si nota (l’hanno detto in molti e mi associo), è l’impennata drammatica che avviene nel terzo e quarto atto, quando emergono i contrasti tra amicizia, amore e infedeltà dei protagonisti. I primi due atti in effetti sono quelli più politici e meno moderni dell’opera: l’azione si svolge in maniera macchinosa e didascalica, i molti personaggi secondari sfilano senza quasi lasciare traccia e il tema dominante è racchiuso in queste tre formule “Dio, la patria, e sconfiggere l’invasore tedesco”. Tutte cose molto nobili e attuali per l’epoca, ma appunto tanto attuali per loro quanto lontane per noi. In generale è estremamente difficile tirare fuori qualcosa di grande livello artistico da un intento politico contingente, e neanche il genio di Verdi ha potuto più di tanto. Nel terzo e quarto atto invece la questione politica rimane in secondo piano e l’attenzione si concentra sull’amore impossibile tra Lida (ora sposa di Rolando) e Arrigo, suo antico amore e per giunta amico strettissimo di Rolando. Qui si scatena un putiferio di sentimenti ed esce il Verdi autentico. Lo stesso triangolo marito-moglie-amico del marito sarà ripreso tale e quale nel Ballo in maschera.

Le Operette Morali a teatro

Dopo tanti spettacoli appena sufficienti, mediocri, e talvolta pessimi, che ho visto negli ultimi mesi qui a Roma (molti dei quali non ho neanche recensito), è stato davvero un piacere tornare a vedere una compagnia di attori così bravi e ben diretti come quelli che ieri sera hanno debuttato al Teatro Argentina con le Operette morali di Leopardi in versione teatrale.

La regia di Mario Martone è stata pressoché perfetta, tutti i dialoghi scelti dal testo leopardiano sono stati resi con grande ingegno e buon gusto, senza retorica, esaltandone l’atmosfera quando onirica quando più realista, e sempre mirando a facilitare la comprensione del testo. Sembra una cosa banale ma molte compagnie oggi si impegnano per fare il contrario! con caricature, voci contraffatte, stravolgendo il testo dell’autore, costruendo scene che visivamente non c’entrano nulla col testo ecc. Qui niente di tutto questo perché regia, scene, e recitazione sono state messe a completo servizio del testo con onestà, bravura, e impegno totali. Appropriate anche le musiche rossiniane (Guglielmo Tell e Gazza ladra), oltre al Coro dei morti che invece è stato scritto apposta per lo spettacolo da Salvatore Caputo.

Riporto qui con piacere i nomi di tutti gli attori: Renato Carpentieri, Marco Cavicchioli, Roberto De Francesco, Maurizio Donadoni, Giovanni Ludeno, Paolo Musio, Totò Onnis, Franca Penone, Barbara Valmorin; meritano di essere nominati tutti perché sono stati uno più bravo dell’altro (trovate qui i ruoli). Dei vari dialoghi ho trovato poi particolarmente riusciti quelli in cui era presente Leopardi stesso (ovvero dei personaggi che sotto mentite spoglie rappresentavano l’autore); in particolare Tristano e un amico, è uno dei più densi d’emozione. In essi infatti la voce del poeta si fa sentire in maniera diretta con tutta la sua nuda sincerità, amara ironia, e acutezza di giudizio; e le critiche che avanza allo sciocco “ottimismo scientifico” del suo secolo, nonché all’esaltazione delle masse sull’individuo, si scoprono sorprendentemente attuali. In questa versione teatrale — grazie alla bravura dell’attore, Roberto De Francesco, che ha saputo eludere ogni retorica –, avviene il miracolo di illudersi di sentire quasi, per un attimo, la voce del buon Giacomo in persona.

Leopardi è senz’altro un grande della nostra letteratura, eppure io credo veramente che se il destino non si fosse accanito così crudelmente sulla sua persona avremmo avuto uno scrittore ancora più grande. Forse, con le ovvie differenze del caso, un altro Goethe. Cos’ha Leopardi in meno di un Goethe, o di uno Shakespeare? Quegli sprazzi di gioia, quei momenti in cui il cuore è pieno e lo spirito soddisfatto, e senza i quali il cielo sarebbe sempre grigio. Quei momenti che, per quanto fugaci, pure esistono nella vita… se la fortuna lo permette. Ma la fortuna a lui non ha concesso quasi niente da questo punto di vista, per cui purtroppo non si trova mai un momento nelle sue opere in cui si abbia voglia di dire con pienezza «Fermati attimo, tu sei così bello!». Che io ricordi, un rarissimo istante di gioia c’è forse nel Consalvo, con quel bacio alla fine concesso.
Il fatto che non abbia mai avuto un amore felice penso possa annoverarsi tra quelle ingiustizie che la Sorte ha perpetrato contro alcuni grandi ingegni: come è successo a Mozart che non ha avuto il tempo di finire il Requiem, a Pergolesi che è morto a ventisei anni, e così via. Tra l’altro essendo nato in un angusto paesino, privo di teatri o sale da concerto (pensate a Recanati duecento anni fa…), immagino gli fu negato anche il piacere della musica, infatti in tutto lo Zibaldone non nomina quasi alcun musicista, se non Rossini e solo per sentito dire (tanto per la cronaca era contemporaneo di Beethoven, Schubert, Berlioz, Bellini, Donizetti…).
Insomma confesso che quando leggo Leopardi sento che gli manca qualcosa, ed il suo cielo sempre grigio un po’ mi pesa… Tuttavia per non “sminuire” troppo la sua opera, riporto il giudizio positivo quanto lucido di Schopenhauer: «Nessuno tuttavia ha trattato questo argomento [la miseria della nostra esistenza] tanto a fondo ed esaurientemente come, ai giorni nostri, Leopardi. Egli ne è completamente colmato e compenetrato: dappertutto il suo tema è lo scherno e lo strazio di questa esistenza, egli lo dichiara in ogni pagina delle sue opere, e però in una tale molteplicità di forme e di giri, con una tale ricchezza di immagini, da non ingenerare mai fastidio ma, riuscendo anzi sempre dilettoso e stimolante» (Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione, cap. 46).
Le Operette morali saranno in scena al Teatro Argentina fino al 15 maggio 2011.
PS: Complimenti a Franca Penone che ha fatto la danza orientale, pensavo fosse una ballerina e invece era proprio un’attrice e pure brava!
Per il regista: nel dialogo tra il Folletto e lo gnomo, il Folletto dice: «mancati gli uomini la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota ad un arpione, se ne sta con le braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani»; questa battuta l’attore la dice mentre è fuori scena, è un peccato che si senta solo a metà!

Il ratto dal serraglio a Roma

Ciò che forse risalta più di tutto in questa nuova produzione del Teatro dell’opera di Roma è la presenza di due soprani veramente eccezionali: Maria Grazia Schiavo e Beate Ritter(*), nel ruolo rispettivamente di Konstanze e Blonde. È veramente il caso di dire, come dicevano i greci, “calà kai agatà” (“belle e virtuose”). Entrambe hanno timbro, tecnica, espressività e presenza scenica da cinque stelle: la Schiavo ha una voce più potente, agile ma anche maestosa nelle messe di voce, sembra adatta a cantare qualsiasi cosa, da Mozart a Puccini; la Ritter è più leggera, ma ha una voce così limpida e morbida da rimanere a bocca aperta. Hanno entrambe giustamente ricevuto applausi a scena aperta e un ovazione alla fine;  detto per inciso nella recita di ieri (sabato 16 aprile) c’era quasi il tutto esaurito. Il tenore Charles Castronovo è stato anche lui molto bravo anche se forse la partitura non lo metteva in risalto quanto le colleghe femminili; lo stesso dicasi e a maggior ragione per Cosmin Ifrim che interpretava Pedrillo. Il basso che interpretava Osmin, Jaco Hujipen, mi è parso invece un po’ debole sulle note gravi, forse ha un registro più adatto a tessiture più acute; il regista inoltre ne ha fatto una sorta di boia accigliato piuttosto che il personaggio burbero e un po’ comico del libretto.
Venendo appunto alla regia di Graham Vick, la definirei “semibuona”, nel senso che, a parte Osmin, è buona in generale per quanto riguarda la recitazione, e meno comprensibile per la scenografia, costituita da un grande cubo con molte porte poggiato sulla riva di una spiaggia, e quattro corde che disegnavano due “V” sulla scena (non mi chiedete perché!). Il maggior difetto di questi allestimenti “astrattisti”, secondo me, sta nel fatto che disattendendo la verosimiglianza (e talvolta la comprensibilità) della scena, tolgono calore e umanità all’azione, e di conseguenza riducono la partecipazione dello spettatore. L’impressione è che queste stramberie siano dettate soltanto da una voglia di stupire fine a se stessa, che poi viene camuffata col manto di qualche fumosa elucubrazione metafisica. (Pur non condividendo parecchie cose dell’estetica teatrale di Brecht riporto a mo’ di prevenzione questa frase dal suo Breviario di estetica teatrale:che invece condivido: «Sono le incongruenze nella rappresentazione di fatti umani che diminuiscono il nostro godimento in teatro»). Ma sulla stupidità, o addirittura “volgarità” di ammirare ciò che stupisce piuttosto che ciò che si comprende si potrebbe citare Spinoza, il quale a proposito dell’assurdo amore del popolo per i miracoli dice con sprezzo: «il volgo ritiene di comprendere sufficientemente qualcosa soltanto quando non la ammira [nel senso: quando non ne è stupito]», come se ciò che è comprensibile fosse meno degno di ammirazione perché lo si capisce, quando dovrebbe essere proprio il contrario.
Il fatto che i recitativi non siano stati tradotti in italiano è discutibile; è vero che ci sono i sopratitoli, è vero anche che i pezzi cantati sono in tedesco e si creerebbe una discontinuità, ma una cosa è sentir recitare in italiano, un’altra sentirlo in tedesco e dover guardare in alto per capire cosa stanno dicendo.
Due parole sull’opera. Drammaturgicamente quest’opera non è il massimo della scorrevolezza, in quanto l’azione procede a scatti e lunghe frenate, soprattutto nelle lunghe arie dove una stessa frase è ripetuta tante volte e tutto si congela per diversi minuti. Naturalmente l’attenzione lì si sposta sulla musica che in genere fa perdonare la frenata… però resta il fatto che le opere successive, soprattutto Le nozze di Figaro e il Don Giovanni scorrono meglio di questa. Nel duetto prima del finale, quando sembra che Belmonte e Konstanze vadano incontro alla morte ho avuto l’impressione (forse fallace) che l’orchestrazione non raggiunga le vette drammatiche che uno si aspetterebbe. C’è probabilmente da considerare anche il fatto che Mozart era ancora giovane, aveva solo 26 anni quando scrisse quest’opera, che di fatto è la prima rimasta famosa tra quelle che ha musicato. Per quanto fosse indiscutibilmente un genio, la piena maturità sul versante drammatico penso l’ha raggiunta nei suoi ultimi anni, basti pensare alla potente drammaticità del Requiem! Ciò non toglie che già in quest’opera, nel registro giocoso e virtuosistico, in quanto a brio e fantasia Mozart è assolutamente straordinario.
E tornando al Ratto dal serraglio, il finale edificante del libretto di Gottlieb Stephanie (da Christoph Friedrich Bretzner) lo trovo veramente bellissimo, quasi gandhiano, con quel gesto magnanimo del Pascià che, rinunciando alla vendetta, addirittura concede la libertà all’amata Konstanze e al suo legittimo fidanzato Belmonte, nonostante egli sia il figlio del suo peggior nemico:
«Ho odiato tuo padre troppo per poter seguire i suoi stessi passi. Prendi la tua libertà, prendi Konstanze, riparti per la tua patria, dì a tuo padre che eri in mio potere e che ti ho liberato per potergli dire che sarebbe un piacere di gran lunga maggiore rispondere a un’ingiustizia subìta con opere di bene, come al vizio sradicando i vizi.»
Insomma un finale d’altri tempi come, pure l’ultimo quartetto:
«Nulla è brutto come la vendetta;
al contrario essere umani, benevoli,
e perdonare senza interesse personale
è cosa soltanto da grandi anime!
Chi non riconosce questo
non lo si può guardare che con disprezzo.»
Die Entfuhrung aus dem Serail è in scena al Teatro dell’opera di Roma fino al 19 aprile. Da vedere.

(*) Seguendo una locandina vecchia che non riportava il cambio di programma, avevo scritto erroneamente Olga Peretjakto al posto di Beate Ritter, di cui riporto qui sopra la foto ed anche un link per farmi perdonare…

La (molto) resistibile ascesa di Arturo Ui all’Argentina

In questi giorni e fino al 29 aprile Umberto Orsini è in scena al Teatro Argentina di Roma con La resistibile ascesa di Arturo Ui, commedia postuma di Bertolt Brecht; regia di Claudio Longhi.
Non mi aspettavo molto da questo spettacolo ma neanche così poco. Quel che segue è la recensione dello spettacolo fino al primo quarto d’ora del secondo tempo, poi me ne sono andato perché quella recitazione “alla Roger Rabit” tutta a sbalzi, discontinua, illogica, frutto più di intemperanza che di arte, mi risultava del tutto insopportabile. Ma andiamo con ordine.
La pièce si apre con uno stupro en plein air, mentre un baritono canta un lied in tedesco. A parte la pretestuosità di cantare in tedesco, cosa assolutamente non necessaria e che in più preclude di capire il senso di quello che si dice, evidentemente il contrasto tra lo stupro e il lied ben enuncia metà dell’idea dello spettacolo, cioè mostrare nel modo più crudo le ingiustizie e le violenze impunite di questo Arturo Ui nella sua ascesa al potere. Dopo questa scena lo spettacolo prende poi una piega leggermente diversa e “la resistibile ascesa” del nostro diventa una lunga carrellata di abusi, aggressioni, false testimonianze, brutalità spietate, col tono però ̶ ecco l’altra metà dell’idea ̶ della farsa da avanspettacolo. Oltre questo il nulla.
La recitazione è quanto di più sguaiato si possa immaginare: vocette, mossette, isterismi, movenze clownesche, finti storpi, finti ebeti… non se ne salva uno! Nella prima mezz’ora non si ride né si piange, soltanto noia alternata al disgusto, poi quando il tono dell’avanspettacolo diventa più marcato il pubblico ha accennato qualche modestissima risata su battute però talmente squallide che mi vergogno a riferirle (tanto per dare l’idea posso dire questa che era la meno volgare: compare una scritta “gabinetto del governatore” e si vede poi il governatore con le brache calate sulla tazza del bagno… insomma roba da Canale 5).
Ad un certo punto c’è una citazione da Shakespeare (totalmente fuori luogo tra tanta melma) nella quale il “grande attore”, Umberto Orsini, spiega come bisogna recitare la parte del grande dittatore
prendendo come modello il discorso di Antonio sulla morte di Cesare.
Anche qui Orsini, a cui il successo ha dato talmente alla testa da credere di potersi permettere di tutto, dà una prova alquanto mediocre cavandosela con la voce impostata e un po’ di mestiere; del resto egli ha evidentemente abbandonato la disciplina della buona recitazione per la trascuratezza più negligente, come si può notare dal continuo uso della caricatura.
Cosa poi avesse voluto dire Brecht con quella citazione di Shakespeare non mi è affatto chiaro (“il discorso di Antonio come antesignano dei discorsi di Hitler” mi sembra un’idiozia troppo grossa). Né mi arrischio a dare un giudizio sull’opera di Brecht che immagino sia stata ampiamente manomessa. Per esempio la lettura Ui=Hitler che viene tanto sbandierata dal regista mi sembra alquanto pretestuosa, già per il solo fatto che non c’è nessun riferimento alla questione ebraica. Nel testo infatti ci sono solo riferimenti al contrasto capitalismo-comunismo, ed Ui è un gangster americano che si inserisce nella crisi di Wall Street del ‘33… sicuramente Brecht avrà preso qualcosa dal personaggio di Hitler, ma molto meno di quel che si vuol dare ad intendere con la ridicola e semplicistica equazione Ui=Hitler.
È brutto dirlo, ma teatro giustamente semivuoto. D’altra parte se dobbiamo andare a teatro per sentire  vocette camuffate tipo Krasty il clown e Telespallabob meglio allora una puntata dei Simpson; sicuramente c’è molta più intelligenza lì che in uno spettacolo del genere. Ovviamente non dico di non andare a teatro… ma speriamo che il prossimo sia meglio!

(*) Giudizio che confermo in pieno dopo aver letto il testo originale: non c’era il baritono all’inizio, non c’era lo stupro, non c’erano tutti gli stacchi musicali presi dall’Opera da tre soldi con volgarità gratuite annesse, non c’era Dogsborough colle brache calate sulla tazza del cesso, non c’era la scena in cui lo spalmano de merde; e l’unico personaggio caricato era il figlio di Dogsborough. Con quale coraggio una collaboratrice del regista mi è venuta a dire che non c’erano state manipolazioni!! NESSUNA delle volgarità mostrate nella recita è stata scritta da Brecht. Nella scena del discorso di Antonio, Brecht intendeva parodiare un certo modo “sussiegoso” di recitare Shakespeare e allo stesso tempo attaccare la figura di Giulio Cesare, che considerava un dittatore; in questo caso l’errore della regia non è tanto la voce caricata (Brecht difatti dice “tono brusco e rauco”) quanto il fatto che Orsini interpreta due ruoli contemporaneamente impedendo il meccanismo comico concepito dall’autore (quindi la colpa passa da Orsini al regista).
(**) Brecht aveva effettivamente in mente Hitler e la sua ascesa al potere, ma ne ha preso soltanto un aspetto, quello della violenza e della corruzione, volendo mostrare come le stesse turpitudini si potessero ripetere in un contesto diverso. È ben diverso dal dire “Ui=Hitler” perché allora ci si potrebbe chiedere che fine abbiano fatto la questione ebraica, il nazionalismo, la rivalsa dalla sconfitta della prima guerra mondiale ecc. I cartelli previsti da Brecht inoltre spiegavano in modo chiaro i parallelismi con le azioni naziste, ma il regista li ha ipersemplificati con le suddette “equazioni” e ne ha proiettati soltanto una parte.
Queste precisazioni non modificano di una virgola la nullità e la volgarità di questa messa in scena: se proprio vi piace Brecht (e ci sono molti autori superiori a lui) almeno rispettatelo!

L’inganno di Glauco Mauri


In questi giorni si stanno svolgendo al Teatro Sala Umberto di Roma le ultime repliche de L’inganno, una commedia-giallo scritta nel 1972 da Anthony Shaffer, tradotta e diretta da Glauco Mauri, e interpretata assieme al socio Roberto Sturno.

Devo dire che nonostante l’indiscutibile bravura dei due attori la commedia mi ha sostanzialmente deluso. Il protagonista è uno scrittore di gialli che si annoia, e per fuggire da questa sorta di pendolo che oscilla tra la noia e… la sua amante, inventa intrighi, finti delitti e indovinelli astrusi per umiliare l’amante invece di sua moglie. L’amante poi si vendica con la stessa carta, ma rimane ucciso sul serio, e morendo sentenzia: «Che giochi da coglioni!». Ipse dixit. Che dire di più? Battute deboli, personaggi (soltanto due) patinati, poco credibili, al limite della fasullità, nessun tema interessante: la noia di cui tanto parla il protagonista in realtà assale anche lo spettatore che non si accontenta del mero “giallo”. Sì è vero, ci sono i temi della menzogna, dell’umiliazione, del tradimento: ma sviluppati come? Molto, molto mediocremente, e con nessun altro fine che “tenere sulle spine” lo spettatore. Shaffer dimostra infatti un certo talento nel creare sorprese, un po’ di humour all’inglese, ma nulla più. È uno di quelli abbastanza bravi da avere il concetto di mediocrità, ma neppure abbastanza non-mediocre da alzarsi al di sopra della sufficienza scarsa. Quando prova ad impennarsi si perde nella più inconcludente retorica. E poi quegli insopportabili sprazzi di volgarità… tanto più fastidiosa perché gratuita e inutile (mi riferisco a poche battute, ma tanto basta). Guardandomi attorno mi viene da dire che se oggi gli scrittori non inseriscono queste venature di volgarità pare che non si sentono moderni.

A scanso di equivoci, torno a ribadire che la compagnia Mauri-Sturno è una delle eccellenze del teatro italiano  ̶  ricordo ancora con estremo piacere lo straordinario Faust che ci hanno regalato tre anni fa ̶ , e appunto per questo spero che tornino presto con uno spettacolo più significativo. E se proprio non trovano un contemporaneo all’altezza della situazione, gliela scrivo io una commedia meglio di questa…
Alla fine Roberto Sturno ha letto un appello per ricordare che il 26-27-28 marzo ci saranno delle manifestazioni per il teatro e contro i tagli alla cultura. Anche Glauco Mauri ha detto due parole sulla difesa del teatro, ed è stato, penso, significativo che mentre nelle due ore dello spettacolo non ha mancato una battuta,  su quelle due frasi invece la voce gli ha tremato. Segno di quanto è sentito l’appello.

Il Nabucco dell’unità


Riccardo Muti anche questa volta ci ha regalato un’interpretazione davvero straordinaria. Davvero difficile trovare un’esecuzione del Nabucco così intensa, convinta, espressiva e consapevole. Anche il Va pensiero, in questi giorni ascoltatissimo, torna nella sua veste più originale e più autentica, con un tempo più lento del solito, “largo” come è scritto in partitura, e si carica di un pathos che difficilmente le esecuzioni normali conoscono. Bellissima anche la regia, di Jean-Paul Scarpitta, tradizionale e moderna allo stesso tempo. Sono rimasto veramente colpito dalla poesia delle luci e degli scenari, ed anche stregato ̶ è la prima volta che mi capita! ̶ dalla bellezza dei costumi, capaci di richiamare un fascino antico e al contempo modernissimi nei colori, quasi futuristici. Con tutto che ho visto lo spettacolo, ahimè, soltanto in e-streaming poiché già un mese fa i biglietti erano tutti esauriti.
Anche il cast canoro anche è stato fantastico: a parte forse Zaccaria, Dmitry Beloselskiy, voce molto bella ma un po’ poco espressiva, Leo Nucci ha fatto valere la sua grande esperienza, dando un’ottima prova, forse nella foga dell’interpretazione faceva qualche smorfia di troppo, ma a parte questo è stato eccellente; come pure eccellenti Abdigaille e Fenena, rispettivamente Csilla Boross e Anna Malavasi.
Alla fine della recita è stato anche bello ed emozionante quando il Maestro Muti ha preso un bordo dello striscione esposto dalle maestranze del teatro in cui c’era scritto «Per i 150 anni dell’unità d’Italia salviamo l’opera», facendo suo l’appello di tutti di fronte al Capo dello Stato ed al Presidente del Senato (il Presidente del Consiglio se l’era già svignata…).
Mi aspettavo applausi più forti dal pubblico, ma evidentemente era un pubblico d’occasione più che appassionato d’opera. Ma di questi tempi va bene anche così, c’erano in sala molti politici e questo Nabucco ha acquistato significati che vanno ben oltre la musica. Anzi il miracolo di Muti e di tutti i musicisti e i cantanti è stato quello di fornire una prestazione straordinaria in una situazione così scivolosa, in quanto la politica sposta la concentrazione su questioni che non hanno niente a che vedere con l’arte; ma alla fine ha vinto la musica. Inoltre, come ho appreso dai giornali e da un’intervista a Muti, c’è stato un incontro qualche giorno fa tra il Maestro, Alemanno, e il ministro Tremonti, e Tremonti ha dato “la parola” che risolverà la situazione dei tagli al FUS, quindi speriamo bene.
Voglio chiudere ricopiando una emozionante lettera che lo stesso Verdi scrisse a Giulio Ricordi nel 1879, raccontando la genesi del Nabucco, nato in un momento di particolare crisi del musicista, a cui erano appena morte la moglie e due figli: «Il 19 giugno 1840 una terza bara esce da casa mia!… ero solo!… solo! […]. In mezzo a queste angosce terribili, per non mancare all’impegno assunto, dovetti scrivere e condurre a termine un’opera buffa!…» L’opera, Un giorno di regno, non piacque, e Verdi era ormai convinto di voler abbandonare tutto: «mi persuasi che dall’arte avrei invano aspettato consolazioni e decisi di non comporre mai più!…» L’impresario Merelli tenta invano di affidargli un nuovo libretto che un altro musicista aveva rifiutato, ma Verdi non ne vuole sapere, alla fine però Merelli riesce a ficcare il manoscritto sotto il braccio a Verdi che se lo porta a casa: « Rincasai e con un gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomisi ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo sul tavolo stesso si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissano una pagina che stava a me innanzi, e mi si affaccia questo verso: Va, pensiero, sull’ali dorate.» Come è andata a finire lo sappiamo tutti.

Ps: Metto il link ad una bella intervista a Muti.

Sull’unità d’Italia, cronaca di un festeggiamento


Ieri sera, 16 marzo, si è tenuto alle Terme di Diocleziano un concerto gratuito offerto per il festeggiamento dei 150 anni dell’unità d’Italia, partire da questa cronaca mi pare un buon punto per fare qualche piccola riflessione sul nostro Paese. 

L’iniziativa in sé era buona, consisteva in alcune celebri pagine d’opera italiana, prevalentemente dell’ottocento, per coro, soprano e tenore, eseguite dalla Xilon orchestra. La performance migliore l’ha offerta senz’altro il soprano, Carmela Maffongelli , mostrando grande impegno, espressività, ottima dizione, e grande voce. Ma veniamo alle note dolenti, poiché lo svolgimento ha mostrato alcune pecche nell’organizzazione tipiche del nostro paese. Innanzi tutto un po’ infelice la scelta di eseguire l’inno di Novaro in versione solo per archi, perché la forza dell’inno sta più che altro nelle parole e nella semplicità della melodia, in versione strumentale e senza coro è un pezzo quasi senza senso. D’altra parte il coro c’era, poiché è entrato  alcuni brani dopo per cantare il Va’ pensiero: ma peccato che più che un coro fosse un coretto di dieci pensionati, che non sapevano il Va’ pensiero neanche a memoria, ma cantavano flebilmente e con la faccia appiccicata allo spartito in maniera quasi imbarazzante data la notorietà del brano (oltre al fatto che un bravo corista dovrebbe tenere un occhio alla parte e uno al direttore, come minimo, e mai lo spartito davanti al viso perché impedisce l’emissione).

Già questo è un po’ una vergogna dato che non eravamo a Zagarolo ma nel cuore della Capitale, e per i 150 anni dell’unità d’Italia sarebbe stato bello un coro non dico di 150 persone, ma di 50 almeno sì. Ma non finisce qui, perché dopo la Xilon orchestra, si è esibito il Coro Orazio Vecchi, questo sì un coro di più di 50 cantori, e che infatti il coro del Nabucco l’ha rifatto molto meglio. Anche perché oltre alla  grande massa di cantori, erano diretti da un eccellente musicista, il Maestro Alessandro Anniballi, che ha dato veramente tutta l’anima nella direzione, offrendo anche interessanti spiegazioni tra un brano e l’altro (a differenza del direttore dell’orchestra precedente che si è limitato alla presenza).
Ecco, qui il problema non è stato il coro, ma l’orchestra… che non c’era (la Xilon intanto se n’era andata), e il pianoforte… che non l’hanno potuto portare per questioni di trasporto, come ha accennato in sala (e con rammarico) il maestro Anniballi. Problemi che penso con un po’ più di sforzo degli organizzatori potevano essere superati, ma fatto sta che si sono dovuti accontentare di una misera tastiera elettronica. strumento buono più per lo studio che per un concerto. Inoltre senz’altro non hanno avuto la possibilità di provare nella sala, perché si è notato un chiaro smarrimento nella disposizione sul palco prima che iniziassero a cantare.
Insomma, guardando la serata nel suo complesso mi ha colpito la disorganizzazione: da una parte c’era un’orchestra senza coro, dall’altra un coro senza orchestra, (con un direttore che tra l’altro un’orchestra la meritava tutta). Ora ci si lamenta che l’unità d’Italia è ancora un fatto così problematico, ma l’unità d’Italia non è che un fatto di organizzazione politica, e l’organizzazione non è proprio il nostro forte, non riusciamo ad unire un coro e un’orchestra che cantano a distanza di dieci minuti nella stessa sala…
Ecco, a parte la battuta penso che l’unità dell’Italia, ̶ quella spirituale, quella vera ̶ , la faccia proprio la cultura, cioè il teatro, la musica, la letteratura, e, in un senso leggermente diverso, anche la scienza. Avere un patrimonio culturale condiviso e non essere dimentichi delle straordinarie cose che ci hanno lasciato i nostri predecessori: in questo consiste il patriottismo, e spero che chi in questi giorni sventola la bandiera italiana non si fermi al superficiale ricordo dell’impresa dei Mille, ma ne tragga spunto per conoscere meglio i vari Ariosto, Machiavelli, Goldoni, Monteverdi, e quanti altri sono soltanto nomi sbiaditi imparati di malavoglia ai tempi lontani della scuola. Aggiungo che i tagli alla cultura non sarebbero così tragici  (soprattutto per  la musica) se la gente frequentasse un po’ di più le sale da concerto e i teatri invece di accontentarsi di intrattenimenti di più bassa lega. Ha poco senso sventolare la bandiera e poi stare tutte le sere a rincretinirsi davanti al televisore, o non andare mai a teatro.
Ps: Ieri sera il coro del Nabucco, nonostante l’autorizzazione del direttore al pubblico, non l’ha cantato quasi nessuno (eravamo forse in due), eppure mi dicono che i cinquantenni di oggi lo cantavano a scuola, se lo saranno scordato?