Poesia e verità – L’educazione, la malinconia, l’Italia del giovane Goethe.

Ecco un altro pezzo di traduzione dell’autobiografia di Goethe (segue dal post precedente).

La strada dove abitavamo, sentivamo chiamarla sempre «Il fosso del cervo», ma non avevamo mai visto né fossi né cervi, per cui volevamo capire il perché di questo soprannome. Ci spiegarono allora che la nostra casa era stata edificata in un luogo che un tempo era al di fuori della città, e lì dove ora si trovava la strada, c’era una volta un fosso, nel quale erano mantenuti un certo numero di cervi. Avevano ammassato e allevato qui questi animali, poiché il senato ogni anno, secondo un’antica tradizione, immolava pubblicamente un cervo, e si tenevano qui nel fosso, in modo che, se anche il principe e il cavaliere avessero revocato alla città l’autorizzazione alla caccia fuori delle mura, o se pure la città fosse stata sotto assedio, se ne avrebbe avuto sempre sottomano qualcuno per tale festa. Questo ci piacque molto, e desiderammo che un tale ambiente domestico fosse stato possibile vederlo ancora ai giorni nostri.

Il retro della casa aveva, specialmente dal piano più alto, una veduta veramente piacevole che spaziava sopra una distesa quasi incalcolabile di giardini del vicinato, i quali si estendevano fino al muro di cinta della città. Purtroppo però, nel trasformare quell’area comune in giardini privati, lo spazio della nostra casa e di un’altra ancora che giaceva sull’angolo della strada, venne ridotto di molto; le case verso il mercato dei cavalli si appropriarono di un vasto retro e di un grande giardino, mentre a noi l’alto muro dei nostri cortili ci escludeva la vista di questo così vicino paradiso.

Al secondo piano si trovava una camera, che si chiamava «camera-giardino», perché si era cercato di riparare alla carenza del giardino con alcune piante messe davanti alla finestra. Come divenni più grande, là trovai il mio più amato soggiorno, certo non il più triste, ma pure il più malinconico. Sopra quel giardino interno, sopra il muro della città e i valli si vedeva una bella e fertile pianura; è quella che si estende fino a Höchst. Lì, nei periodi estivi, studiavo quotidianamente le mie lezioni, aspettavo i temporali, e non potevo mai saziarmi di vedere il tramonto del sole, verso il quale la finestra era esattamente orientata. Ma lì, allo stesso tempo, vedevo i vicini vagare per il giardino e prendersi cura dei loro fiori, i bambini giocare, le combriccole dilettarsi, udivo le bocce rotolare e i birilli cadere; questo suscitò precocemente in me un senso di solitudine e di conseguente malinconia. Sentimenti che, associati all’austerità e al profondo senso del rispetto [Ahndungsvollen] in me congeniti per natura, mostrarono fin da subito il loro influsso, e ancor più chiaramente in seguito.

Il vecchio, spigoloso, – e in molti punti cupo –, aspetto della casa era d’altra parte adatto a suscitare brivido e paura nell’animo di un bambino. Sfortunatamente all’epoca i princìpi dell’educazione consistevano ancora nel privare fin da subito i fanciulli di ogni paura di tutto ciò che fosse temibile e invisibile, e ad abituarli alla spaventosità. Noi bambini dovevamo quindi dormire da soli, e quando, trovandolo insopportabile, zitti zitti uscivamo dal letto per cercare compagnia tra la servitù e le tate, allora si piazzava in corridoio nostro padre con la vestaglia al rovescio (quel tanto che bastava perché non lo riconoscessimo), e ci faceva correre terrorizzati indietro ai nostri letti. Le conseguenze, ciascuno può immaginarle da sé. Come potrà perdere la paura chi è incalzato da due terrori? Mia madre, era serena e gioviale, e volendo rendere così anche gli altri, trovò un espediente pedagogico molto migliore. Ella voleva raggiungere il suo scopo attraverso una ricompensa. Era la stagione della pesca, il pingue piacere della quale ci prometteva ogni mattina se avessimo superato la paura della notte. Funzionò, ed entrambe le parti furono contente.

Dentro la casa il mio occhio era attratto soprattutto da una fila di prospettive di Roma, con le quali mio padre aveva abbellito una sala d’attesa. Queste erano state incise da alcuni degli storici predecessori del Piranesi, i quali ben comprendevano l’architettura e la prospettiva, ed avevano un tocco molto chiaro e pregevole. Qui vedevo ogni giorno Piazza del Popolo, il Colosseo, Piazza S. Pietro e la sua Basilica, dall’esterno e dall’interno, Castel Sant’Angelo e molte altre cose. Queste figure si impressero in me assai profondamente, e mio padre, altrimenti molto laconico, ebbe spesso la compiacenza di fornirmi una descrizione di tali soggetti. La sua predilezione per la lingua italiana e per tutto ciò che acquistava in ciascun luogo era molto spiccata. Ci mostrava spesso anche una piccola collezione di marmi e di curiosità naturali, che aveva portato con sé dall’Italia, e una grande parte del suo tempo la dedicava a descrivere i suoi viaggi, alla cui scrittura e correzione poneva mano egli stesso, in molti quaderni, completandola lentamente e con accuratezza. Un maestro di Italiano, più vecchio e più sereno di lui, di nome Giovinazzi, era al suo servizio in questo lavoro. Il vecchio uomo inoltre non cantava male, e mia madre doveva accomodarsi ogni giorno ad accompagnare lui ed essa stessa al pianoforte; fu così che conobbi presto il “Solitario bosco ombroso”, e che lo imparassi a memoria prima ancora che potessi comprenderlo.

Mio padre era di natura incline soprattutto all’insegnamnto, e allontanandosi dagli affari amava trasmettere agli altri tutto ciò che conosceva o era capace di fare. Così nei primi anni di matrimonio tenne molto impegnata mia madre a scrivere, come pure a suonare il pianoforte e a cantare; motivo per cui si vide costretta necessariamente ad acquisire una certa prontezza e conoscenza della lingua italiana.
(da Aus meinem Leben. Dichtung und Wahrheit, Libro I; traduzione di Marco Pizzi ©).

Poesia e verità – I tiri burloni del giovane Goethe

Mentre gli scaffali delle librerie italiane abbondano di autori e opere del tutto irrilevanti (i nomi metteteli voi…), d’altra parte si trovano delle lacune letterarie che sarebbe meglio non ci fossero. Una di queste è l’autobiografia di Goethe, “Dalla mia vita – Poesia e Verità” (Aus meinem Leben – Dichtung und Wahrheit) di cui non esiste in commercio una traduzione italiana.
Durante questo soggiorno in Germania ho approfittato di quel poco di tedesco che ho imparato per tradurne l’inizio, che vi propongo qui di seguito (su alcuni passi mi sono avvalso anche della versione inglese di J. Oxenford).

« Il 28 agosto del 1749, a mezzogiorno, con il colpo di campana delle dodici, – a Francoforte sul Meno – venni al mondo. La costellazione era fortunata; il Sole era nel segno della Vergine, e quel giorno era nel suo culmine; Giove e Venere si guardavano amichevolmente, Mercurio non era contrario; Saturno e Marte si fronteggiavano alla pari: solo la Luna, appena allora divenuta piena, esercitava la forza della sua luce riflessa, e tanto più pienamente poiché era entrata in quel momento nella sua «ora planetaria». Essa si oppose da quel lato alla mia nascita, che non sarebbe potuta arrivare a buon termine fintantoché non fosse passata questa ora.

Questi buoni auspici, che mi sono stati in seguito accreditati con gran solennità da alcuni astrologi, potrebbero forse essere il motivo della mia sopravvivenza: infatti a causa dell’imperizia della levatrice venivo al mondo quasi morto, e soltanto grazie a molteplici aiuti fu possibile che infine vidi la luce. Questa circostanza, che aveva messo in gran pena la mia famiglia, tornò tuttavia a vantaggio dei miei concittadini, in quanto mio nonno, il podestà [Schultheiss] Johann Wolfgang Textor, da quell’episodio prese l’occasione di assumere un ostetrico, e fu introdotta o rinnovata la formazione delle nutrici; la qual cosa permise di portare a buon fine la nascita di molti bambini che nacquero dopo di me.

Quando si vuole riportare alla memoria ciò che ci è accaduto nei primi anni di gioventù, capita spesso di scambiare ciò che abbiamo udito da altri con ciò che possediamo come nostra reale esperienza vissuta. Senza d’altra parte istituire ora su questo fatto una precisa inchiesta, che, dopotutto, non porterebbe a nulla, io sono ben sicuro che abitavamo in una vecchia casa, costituita in realtà dall’unione di due case aperte l’una verso l’altra. Una scala a chiocciola portava a delle camere esterne, e la disuguaglianza del pavimento era pareggiata tramite dei gradini. Per noi bambini, una sorella più giovane ed io, quell’atrio basso e spazioso era il luogo più amato. Vicino alla porta c’era una grande grata di legno, attraverso la quale si poteva vedere direttamente la strada e si era collegati all’aria aperta. Da una tale voliera di cui erano fornite molte case, aveva preso un Geranio. Le donne si sedevano lì vicino per incontrarsi e lavorare a maglia; la cuoca coglieva la sua insalata; le vicine si consigliavano l’un l’altra, e in tal modo le strade acquisivano nella bella stagione un aspetto quasi meridionale. Ci si sentiva liberi, si era familiari con tutti. Così presso questi gerani anche noi bambini venivamo in contatto con i vicini; di questi ne conobbi tre che abitavano di fronte a noi, i fratelli von Ochsenstein. Costoro erano i figli lasciati dal defunto podestà, ed erano anche il mio diletto, poiché ci combattevo e mi ci punzecchiavo in tutti i modi.

I miei raccontavano volentieri favole di ogni sorta su Eulenspiegel(1), da cui la mia fantasia fu eccitata verso uomini tutt’altro che austeri e solitari. Racconterò soltanto uno di questi scherzi. Si era tenuta proprio allora una fiera di terrecotte, dalla quale non solo si era rifornita la nostra cucina di qualche articolo per i prossimi tempi, ma anche a noi bambini avevano comprato simili pentole di porcellana in piccolo per i nostri giochi. Un bel pomeriggio, quando in casa tutto era tranquillo, mi diressi tra i gerani con i miei piatti e le pignatte, e dacché non voleva uscirci nulla di nuovo, gettai una pentola per strada e mi divertii nel vedere che si frantumava così buffamente. I von Ochsenstein, che avevano visto come mi divertivo, e quanto allegramente agitavo le manine per la gioia, mi gridarono: Ancora un’altra! Io non indugiai affatto, immediatamente ruppi un’altra pignatta, ma sempre continuavano a gridare: Ancora un’altra! ancora e ancora ammassai scodelle, tegolini e bricchetti per fiondarli contro il lastricato. I miei vicini continuavano a mostrarmi il loro plauso, ed io ero profondamente felice di procurare il loro divertimento. Però la mia provvista era finita e loro continuavano sempre a gridare: Ancora un’altra! Io allora corsi svelto in cucina e presi i piatti di terracotta, che portavo senza ostacoli alla distruzione per dare un nuovo divertente spettacolo; e così continuavo a correre avanti e indietro, portando un piatto dietro l’altro, finché potevo ancora arrivare a prenderli sulla mensola delle stoviglie. E poiché non erano ancora soddisfatti di quello, allora mandai alla rovina con lo stesso procedimento tutto ciò che riuscii ad arraffare dal servizio di porcellane. Soltanto più tardi venne qualcuno ad ostacolarmi. Ma il guaio ormai era accaduto, e per così tanto pentolame sfasciato si aveva d’altra parte in cambio una storiella divertente, dalla quale il suo autore burlone avrebbe preso particolare diletto fino alla fine della sua vita.

La madre di mio padre, presso la quale praticamente abitavamo, viveva in una grande camera fuori nel retro, che dava direttamente sull’androne, e noi facevamo i nostri giochi davanti alla sua sedia, e quando era malata ci allungavamo fino al suo letto. Io mi ricordo di lei quasi come di un’ ospite, come di una bella e magra signora, sempre candida e vestita di bianco. Dolce, amichevole, benevola, così è rimasta nel mio ricordo. […] » (da Aus meinem Leben. Dichtung und Wahrheit, Libro I; traduzione di Marco Pizzi ©).

(1) Till Eulenspiegel è un personaggio fiabesco risalente alla tradizione medioevale germanica.

Goldoni dimenticato

Cercando delle commedie di Goldoni in dvd, sono rimasto colpito dal fatto che in tutte le biblioteche comunali di Roma sono presenti soltanto 19 titoli, che escludendo i doppioni si riducono alla misera cifra di 9. Facendo una rapida ricerca sul web si vede chiaramente che questi nove titoli corrispondono purtroppo a tutto ciò che offre il mercato italiano. Un popoco. Anzi veramente pochissimo considerando che Carlo Goldoni ha scritto oltre 150 tra commedie e libretti di opere buffe (musicate tra gli altri da Galuppi, Mozart e Haydn). In particolare laRaccolta completa delle commedie di Carlo Goldoni” (1831) conta 123 titoli, e tutte di livello comparabile, cioè di altissimo livello, perché in tutte c’è la stessa cura e la stessa arte (cosa che posso testimoniare personalmente per la quarantina che ho letto). E, se non vi fidate di me, penso basti ricordare che Schopenhauer le aveva lette tutte quante, come si può dedurre da un passo del Mondo come Volontà e Rappresentazione, dove ponetutti i drammi del Goldonial di sopra di quelli di Schiller. Ed anche Goethe ne era un aperto ammiratore, come risulta dal Viaggio in Italia, quando parla delle Baruffe Chiozzotte, e dal fatto che ha scritto anche lui un Torquato Tasso, riprendendo chiaramente la trama dellomonimo dramma di Goldoni.
Insomma, anche a volere selezionare lemigliori 50 commedie” (cioè solo un terzo della produzione), stiamo ben oltre quello che si può vedere in dvd, o quello che si vede a teatro dove gira sempre la stessa manciata di titoli.
La cosa poi ancora più sconfortante è che la qualità delle regie è quasi sempre pessimadi tutte quelle che ho visto in dvd, solo tre sono a mio avviso eccellenti: “I Rusteghi” e “Sior Todero Brontoloncon lo straordinario Cesco Baseggio, e “Le baruffe chiozzotte” con la regia di Strehler. Le altre al contrario sono perlopiù inguardabili, l’ultima che mi è capitato di vedere è “La bottega del caffècon la regia di Edmo Fenoglio. Questo poveruomo di Fenoglio, – che fa di tutto per storpiare, abbruttire, calpestare e storpiare il testo della commedia –, si può prendere come esempio del tipico registamoderno“, la cui ristrettezza mentale impedisce di comprendere la vera bellezza artistica di unopera d’arte. Il suddetto Fenoglio, mostrando gran carità, si prodiga per “migliorarla” e “aggiornarla“. Nella fattispecie, le migliorie apportate a questa Bottega del caffè consistono nelle seguenti geniali trovate:
1) Taglio di parti importanti dei dialoghi (perché sennò la commedia sarebbe stata troppo lunga?)
2) Dilatazione assurda dei tempi di recitazione (sennò sarebbe stata troppo corta?); esempio: anche una battuta semplicissima e di transizione come questa «Ho aperto questa bottega e voglio vivere onoratamente» è recitata così faticosamente che l’attore sembra stia spostando un macigno.
3)Arricchimento della scena con Arlecchini che fanno la carriola e altre buffonate senza senso che non c’entrano nulla col testo, mentre nel frattempo gli attori recitano (e non sia mai che gli spettatori li stiano a sentire senza distrazioni…).
4)Trappola è tramutato in Arlecchino, mentre dovrebbe rappresentare anchesso un personaggio reale (il garzone pigro a cui Ridolfo buoni consigli).
5) L’italiano di Goldoni è modificato: per renderlo più moderno? no! ingenui: per invecchiarlo!! Per cui, per esempio, sentiamo diresofferirementre Goldoni aveva scrittosoffrire”… Vi risparmio le altre amenità.

Quando vedo queste schifezze penso che Goldoni è poco rappresentato ed ha poco successo (rispetto a quello che potrebbe avere) per il semplice fatto che è rappresentato male. Un ragazzo, o semplicemente una persona semplice, che non conosce bene il teatro, dopo una rappresentazione del genere esce dal teatro dicendoChe noia questo Goldoni”, quando la causa della noia è solo il regista. Sono convinto che la maggior parte della gente si accontenta delle sciocchezze di un Panariello semplicemente perché non conosce di meglio – e sono ultraconvinto che anche un fruttivendolo può apprezzare Goldoni, se è ben recitato.

Per concludere invece volevo aggiungere due parole sulle opere musicali con libretti di Goldoni. Anche queste sono difficilissime da trovare (e ancor più da vedere dal vivo), però posso segnalare almeno qualche titolo reperibile. Il primo è “La finta semplice”, con musiche di un Mozart quattordicenne ma già incredibilmente bravo nel saper rendere tutte le sfumature del testo; la versione che conosco è cantata molto bene e si trova nellopera omnia di Mozart in cd, quella uscita nel 2006 per il 250 anniversario della nascita. Unaltra registrazione carina, sempre su cd, è il Filosofo di Campagna musicato da Baldassarre Galuppi (che però contiene molti tagli). Poi c’è Lo Speziale di Haydn in dvd, con l’ottimo Luigi Alva nel ruolo del protagonista. Infine di recente ho scoperto grazie a youtube che Salieri ha musicato un libretto tratto da La Locandiera, il brano che trovate nel link mostra che la musica è davvero bella e pure l’esecuzione è eccellente.

Ho scritto questo post con la speranza di stimolare l’interesse di qualcuno per una delle nostre più grandi glorie nazionali, e che magari, chissà, si possa tornare a vedere sui palcoscenici qualcuno di questi gioielli dimenticati.

La Traviata a Roma

Ieri sera (18/12/2009) ho assistito alla prima della Traviata diretta da Gelmetti. Tra qualche fischio e tiepidi applausi si può dire che non sia stato un grande successo, anche se tutto sommato è stata una discreta rappresentazione. Personalmente la delusione maggiore l’ho ricevuta da Gelmetti che ha offerto una lettura abbastanza superficiale e scolastica della partitura. Per esempio nel preludio iniziale dove un grande maestro avrebbe imposto all’orchestra un pianissimo da tre “p” e un impegno totale per dare a quelle pagine tutto il loro grande potere evocativo di malinconia e desolazione (vedi per esempio Toscanini, o Solti), Gelmetti invece si è limitato a battere il tempo e l’orchestra ha timbrato il cartellino con una sola “p”. Anche in altri punti dell’opera ho avuto l’impressione che momenti importanti, che magari richiedevano qualche “rallentando” o maggior enfasi, siano stati poco sottolineati (naturalmente prendete le mie parole come semplici impressioni perché non sono un direttore d’orchestra, né avevo lo spartito davanti). Bene invece il crescendo improvviso di “Amami Alfredo” ed il finale.
La soprano Mirtò Papatanasiu, carica di responsabilità a causa di tutte le vicende connesse alla “cacciata” della Dessì, ha saputo tener testa al ruolo con bravura, e a parte l’inizio un po’ freddo, alla fine è stata meritatamente la più applaudita della serata.
Il tenore, Antonio Gandìa, è stato fischiato da un paio di persone sul finale della terza scena del secondo atto (“Ah sì l’onta laverò”), ma non ho capito bene per quale motivo. Sicuramente non è stato molto trascinante ma neanche mi pare meritasse fischi; se poi l’hanno fischiato perché ha finito col do secondo e non in sol acuto, allora hanno fischiato Giuseppe Verdi perché in partitura c’è proprio il do secondo. Anche lui comunque ha dato il meglio nel terzo atto, quello che tra l’altro Verdi considerava il migliore (Lettere, ed. Mondadori, pag.236).
Il baritono Carlo Guelfi, mi è parso un po’ ingessato nella recitazione, ma nel complesso, come si dice “senza infamia e senza lode”.
Infine Zeffirelli, anche lui sotto i riflettori per la questione della Dessì, alla fine ha ricevuto applausi e qualche “buh”. Esaltazioni fuori luogo e disprezzo altrettanto fuori luogo mi sembrano atteggiamenti immaturi e che vanno assolutamente evitati. Ho già detto che secondo me la bravura del regista sta nell’essere il più fedele possibile al libretto, senza pedanteria ma invece esaltandolo col realismo: per far ciò non serve un “genio” ma semplicemente una persona colta ed equilibrata. In questo senso la messa in scena di ieri sera ha commesso qualche piccola infedeltà: Violetta alla fine della festa (quella del secondo atto) compare senza motivo vestita da ammalata, la camera da letto di Violetta del terzo atto è stata rappresentata in modo poco realistico e inferiore alle indicazioni del libretto (senza parete e senza finestra, e quando è passata la comitiva carnevalesca il coro era fuori scena e non si è capita una parola), inoltre il letto di lei redenta, povera e morente non ha senso che sia lo stesso di lei cortigiana. Ad ogni modo, a parte queste piccole critiche la regia è stata sostanzialmente buona, ed in un periodo dove si spaccano crocifissi per far scandalo gratuitamente e si inscenano mille altre porcate senza ritegno, uno come Zeffirelli va assolutamente lodato almeno per la sobrietà, la cura e la “classicità” dei suoi allestimenti.

L’italiano medio e l’oboista – Un breve commento alla lettera di Celli

Scrivo dalla Germania dove attualmente sto usufruendo di una borsa di studio di alcuni mesi. Mi è giunta voce dall’Italia che la lettera di Giorgio Celli ha suscitato un grande dibattito sulla situazione italiana e le prospettive dei giovani. Rispondo brevemente per non deprimermi troppo e per non perdere troppi amici.

Gli italiani hanno una responsabilità enorme sullo stato attuale delle cose, e il problema è che molti non se ne rendono neanche conto. Anche la maggior parte di quelli che hanno scritto commenti pieni di “lamenti e pianti” su quanto è brutta l’Italia, con ogni probabilità hanno nel loro piccolo responsabilità assolutamente non trascurabili. Sarebbe troppo lungo (e forse impossibile) fare un’analisi dettagliata su queste specifiche responsabilità, ma voglio portare almeno un esempio che sicuramente non troverete sui giornali. Prendiamo un bravo oboista. Un bravo oboista, per poter esercitare degnamente la sua arte ha bisogno di un’orchestra. L’orchestra ha bisogno di un adeguato pubblico per potersi mantenere. Ora prendiamo un Italiano medio. L’italiano medio, se ha venti euro e vuole ascoltare musica non va a sentire una sinfonia, ma si compra un disco di musica leggera, per es. la Pausini, Ramazzotti, Ligabue ecc. Ora quei venti euro moltiplicati per diversi milioni di italiani porta a una cifra considerevolissima, tale che Pausini, Ramazzotti, Ligabue & co. hanno dei bei fuoristrada, grandi villoni, servitù ecc., mentre il bravo oboista rimane DISOCCUPATO, ovvero tira a campare dando lezioni di musica oppure, appunto, se ne va all’estero, per esempio in Germania dove ci sono molte più orchestre che in Italia. Questo è un esempio di come l’Italiano medio usa il proprio portafoglio per UMILIARE le persone di valore presenti nel nostro paese.

Tanto per dirne un’altra: tutta la spazzatura che vendono in edicola –giornali scandalistici, calendari di donne nude, riviste di motori, riviste sportive–, chi la finanzia? L’italiano medio. L’italiano medio, che col suo bravo portafoglio va a DARE LAVORO a paparazzi, gossippari, giornalisti mediocrissimi, prostitute d’alto bordo, i loro manager… cioè tutte persone che col loro mestiere NON FANNO NULLA per portare benessere, né materiale né spirituale al nostro Paese. Le persone che foraggiano questi mestieri, mi dispiace dirlo, sono spesso le stesse persone che poi si lamentano di come va l’Italia, credendo di avere l’animo immacolato perché magari fanno solo gli impiegati. E non voglio parlare ora di coloro le cui facoltà mentali sono talmente ottenebrate da ACCETTARE di essere governati da una classe dirigente CORROTTA.

Che fare, dunque? da dove ricominciare? Il problema fondamentale da comprendere e risolvere per poter ripartire è che OGGI L’ITALIA E’ UN REPUBBLICA FONDATA SULLA TELEVISIONE. Perché è la televisione che detta i valori, i modelli di comportamento, e il metro di giudizio sulle questioni fondamentali della vita; da piu’ di cinquant’anni. Il punto di partenza quindi deve e non può essere che questo: bisogna togliere dalle case i televisori; l’ho già ripetuto e argomentato diffusamente nel mio romanzo. Se è vero che ci sono degli italiani “antiberlusconiani”, allora lo dimostrino sul serio accettando questa prova. Io l’ho già fatto da più di quattro anni.

Il Tannhäuser di Wagner diretto da Kawka

«Nell’overture del Tannhäuser, […] fin dalle prime battute, I nostri nervi vibrano all’unisono con la melodia, e la carne, risvegliata, inizia a tremare. Ogni uomo compiutamente sviluppato porta dentro di sé due mondi infiniti, il cielo e l’inferno, e in ogni immagine di uno di questi infiniti egli riconosce immediatamente la metà di se stesso». Così scriveva Baudelaire dopo aver ascoltato la prima del Tannhäuser dato a Parigi nel 1860. Ed in effetti non si può che concordare sul potere evocativo di questa overture che è forse una delle vette sinfoniche dell’ottocento, e sicuramente sintetizza tutta l’opera rappresentandone il momento più emozionante assieme al coro dei pellegrini ed al finale.

Sull’esecuzione diretta da Daniel Kawka, che ho ascoltato ieri al teatro Costanzi di Roma (repliche fino al 6 novembre), mi permetto di fare qualche appunto sulla infedeltà rispetto alle notazioni dinamiche della partitura, soprattutto sui piano. In particolare è risultato evidentissimo, e parecchio fastidioso, il mezzo forte pieno con cui l’orchestra ha eseguito le prime battute dell’overture, invece del piano che c’è in partitura. Chi vuole può fare il confronto con la superba interpretazione di Toscanini del ’48 (e notate pure quante volte il Maestro ingiunge silenzio all’orchestra! evidentemente è un vizio abbastanza diffuso eseguire Wagner in modo fracassant). In compenso bisogna dire che nei momenti di grande sfogo Kawka non si è tirato indietro e nel complesso ne è risultata una esecuzione abbastanza potente. Sull’aria di Tannhäuser “Dir töne Lob!” il tenore (Christof Fischesser) mi è parso un po’ in apnea, l’impressione è che forse Kawka abbia scelto un tempo troppo sostenuto (fuori dal gergo musicale: troppo lento).
La regia dell’ottimo Filippo Crivelli è stata eccellente: fedele al libretto e con effetti di luce e proiezioni molto suggestivi (scene di Maurizio Varamo). Nulla a che vedere con l’orribile allestimento del Pelleas et Melisande di Pierre Audì (vedi mia recensione).

Sull’opera in sé, nonostante oggi Richard Wagner sia venerato come un Dio, non si può non notare l’estrema prolissità del libretto, difetto che pare elevato a virtù nel nordeuropea, vedi per esempio Der Rosenkavalier, Pelleas et Melisande, Wozzek, e pure gli altri libretti dello stesso Wagner, il quale per dire una frase di norma ne usa quattro, e se gli gira male pure cinque – mi azzardo a dire che tutti gli sproloqui del Langravio potevano essere soppressi senza togliere nulla alla storia. È vero che gli spunti filosofici di partenza sono interessanti, Wagner aveva studiato a fondo Schopenhauer e se ne sente un forte influsso, ma in un’opera poetica certi temi astratti, soprattutto se ostentati e non nascosti “con arte”, risultano un po’ concettosi e spesso forzati, «non ho mai visto un uomo così dotato musicalmente e pure così traviato dalle sue idee filosofiche che vuole costringere a forza, costi quel che costi, nella sua musica. Wagner a mio avviso è un sinfonico puro, l’opera lo appesantisce» (Tchaikowski, citazione a braccio dall’epistolario).

È comunque doveroso riconoscere la grande audacia e originalità artistica di Wagner che nonostante le sue discutibili “fissazioni” tanto ha dato alla musica; a questo proposito voglio concludere citando un suo bel pensiero: «L’uomo che fin dalla culla non sia stato dotato da una fata di spirito di insoddisfazione per tutto ciò che esiste, non giungerà mai alla scoperta di qualcosa di nuovo». 

Ps: Rispondo alla recensione di Pier Francesco Borgia trovata sulle pagine web de “il Giornale” (unico giornale che abbia messo sul web una recensione al Tannhäuser). Qui si dice che la prima ha avuto uno scarso pubblico a causa di «un limite culturale tipicamente capitolino. Qui da noi non si andrebbe oltre il quartetto composto da Rossini, Verdi, Donizetti e Puccini». Un tale pregiudizio, a quanto pare diffuso, di ritenere Wagner e qualsiasi compositore strumentale d’oltralpe superiore agli operisti italiani è un preoccupante sintomo di completa ignoranza musicale, e sciocca e autolesionista esterofilia. A chi ritesse Rossini, Verdi, Donizetti e Puccini dei poveri compositori “minori” porto qualche testimonianza che li dovrebbe far riflettere:

1) Berlioz, nonostante non amasse molto Rossini, ha scritto più volte che il Barbiere di Siviglia è uno degli «chefs d’oeuvre du siècle» e nel Grande Trattato di Strumentazione cita diversi brani del Gugliemo Tell per la loro bellezza e originalità. Wagner stesso mentre componeva il Tannhäuser non riusciva a togliersi dalla mente alcuni passi del Guglielmo Tell (Mein Leben). Sapete inoltre i compositori preferiti di Schopenhauer? Bellini e Rossini.

2) Tcaikoswki si disse «rapito» da un’esecuzione dell’Aida e considerava Donizetti «nei suoi momenti migliori non inferiore a Verdi», considerando Verdi un autore di valore indiscusso.

3) Su Puccini è famoso il giudizio di Schoenberg, ma tanti altri se ne potrebbero riportare, se quello del pubblico proprio non vale niente (e non è vero che non vale niente alla lunga).

Insomma dire che qui da noi «non si andrebbe oltre il quartetto composto da Rossini, Verdi, Donizetti e Puccini» è semplicemente ridicolo. Magari ci si arrivasse a Rossini, Verdi, Donizetti e Puccini!

Per quanto riguarda il poco pubblico alla prima del Tannhäuser di giovedì scorso, azzardo tre ipotesi:

1) il costo dei biglietti (alla prima costano di più) che in tempi di crisi pure incide.

2) il pessimo ricordo lasciato dalla regia dell’allestimento precedente (pensate a tre ore e mezza di assurdità sul palcoscenico! chi potrebbe reggerle?!)

3) una certa “pesantezza” di Wagner che sicuramente a molti non piace (me per primo).

Comunque alla terza replica, quella a cui ho assistito io, per fortuna c’era praticamente il tutto esaurito.

L’ultimo film di Tarantino: è arte o no?

E’ arte oppure no? questa è la domanada che mi si è imposta in modo pressante, uscendo dal cinema con passo incerto e traballante, dopo aver visto l’ultima pellicola di Quentin Tarantino, Inglorious Basterds. Questo film ha infatti suscitato in me reazioni del tutto contrastanti. Sicuramente struttura narrativa, trama, concatenazione degli eventi, colpi di scena, dialoghi, e scelta degli attori sono frutto di un lavoro di grande talento, tanto da essere capaci di suscitare nello spettatore tensione, orrore (fino al disgusto), sorpresa, e anche riso. Ora, di certo un artista che riesce a comunicare tutte queste emozioni non è un artista mediocre né un cervello piatto. E se nel turpiloquio non si discosta dalla consuetudine, è però degno di stima che non cerchi di far colpo su un pubblico facile con scene di sesso gratuito, come fanno la maggior parte dei registi attuali. E notevole è anche la colonna sonora.

Eppure da un punto di vista un poco più “alto”, emerge una visione adolescenziale della vita, ricchissima di fantasia ma alquanto povera di profondità, e mi sento di dire che il film è pieno di spunti che potevano portare a grandi cose, e che invece vengono sviluppati come dire… all’americana, cioè in modo del tutto superficiale (per quanto molto originale) e puntando solo sulla spettacolarità visiva.

Porto ora qualche esempio specifico. Nel «secondo capitolo», davanti al personaggio interpretato da Brad Pitt c’è un capitano delle SS, il quale preferisce morire piuttosto che tradire i compagni: la scena finisce con lui che viene orribilmente massacrato con una mazza da baseball da un tizio alto e grosso detto l’«Orso», mi pare. Questa scena, pervasa da una certa ironia, non evoca nessun sentimento eroico, ma soltanto una macabra comicità, tanto che mi chiedo cosa volesse mostrarci Tarantino con questo episodio: un esempio di come affrontare la morte con coraggio? la punizione di un malvagio? che anche un malvagio può morire da eroe? Sembra piuttosto un modo very-original per massacrare un essere umano inerme e nulla più. A questo proposito vorrei fare un’osservazione: la grande letteratura è piena di massacri, e il tema della morte e dell’omicidio sono tra i più frequenti. Prendiamo un capolavoro assoluto come l’Eneide di Virgilio : pur essendo ugualmente carica di sangue, lì ogni uccisione ha un suo significato e il modo in cui ciascuna morte è descritta racchiude un’emozione, una commozione diversa. Ecco per esempio la morte di Eurialo e Niso, che riporto dalle parole di Volcente:

«Ma pure intanto tu col caldo sangue
mi pagherai per ambedue», prorompe,
e con la spada sguainata andava
contro Eurialo. Allora esterrefatto,
folle Niso dà un urlo, e ascoso in ombra
più star non sa né sì gran duol patire.
«Me, me! qui sono, io fui: contro me l’armi,
Rutuli! tutta questa trama è mia:
nulla osò questi e nol potea, lo giuro
a questo cielo e a le veggenti stelle;
sol che amò troppo l’infelice amico».
Cosí diceva; ma il fendente sceso
passò le coste e il bianco petto ruppe.
Cade Eurialo morente, e per le belle
membra va il sangue, e su l’omero cade
abbandonata la cervice: come
purpureo fior ch’è raso da l’aratro
languido smuore, o sopra il collo stanco
i papaveri piegano la testa,
quando li preme il peso de la pioggia.
Ma Niso balza in mezzo a tutti, e solo
vuol fra tutti Volcente e in lui s’appunta.
D’ogn’intorno lo serrano i nemici
intesi a ributtarlo. Egli non meno
incalza e ruota la fulminea spada,
fin che in bocca del Rutulo gridante
la mise ed a lui diè morendo morte.
Poi pien di colpi si lasciò cadere
su l’esanime amico, e finalmente
ne la mortal quïete ivi si posa.

(Volcente sta per uccidere Eurialo, Niso cerca di salvare l’amico ma non fa in tempo, Volcente uccide Eurialo, Niso uccide Volcente mentre viene a sua volta ucciso dai compagni di Volcente; trad. di G. Albini)

Insomma qui non c’è meno spargimento di sangue e le meccaniche esteriori del massacro non sono diverse da quelle di Tarantino, però il risultato è ben diverso essendo di tutt’altra profondità l’universo metafisico dei personaggi, e quello di Virgilio. (Detto per inciso, nel film precedente di Tarantino, Kill Bill, la violenza era invece così esagerata da essere parodistica – di un genere accostabile all’Orlando Furioso – e per questo penso che avesse più senso).

Ma torniamo a Inglorious Basterds (Bastardi senza gloria nelle sale italiane), un’altra scena che colpisce è l’omicidio reciproco tra la ragazza ebrea proprietaria del cinema e il suo spasimante non corrisposto, il giovane ‘eroe’ nazista. Questa scena ricorda vagamente Tancredi che uccide l’amata Clorinda (però in quel caso lui era inconsapevole), ma anche qui oltre a non esserci nessuna ‘morale’, non c’è neanche quell’esplosione di sentimenti di Tancredi e Clorinda, qui semplicemente muoiono due persone della cui vita spirituale non sappiamo nulla – la ragazza è sopravvissuta a un rastrellamento, ama un nero (di un amore, peraltro, identificato soltanto dal fatto che si baciano) e odia i nazisti, lui, il nazista, è un ragazzetto ingenuo e imbranato che però in battaglia (come è possibile?!) ha ucciso un centinaio di soldati nemici.

Anche la potenziale storia d’amore tra i due giovani è stata un’occasione persa, in quanto lui è il personaggio psicologicamente peggio caratterizzato di tutto il film, spesso contraddittorio e incapace di grandi sentimenti, lei d’altra parte non desta la minima simpatia essendo capace soltanto d’odio e vendetta. Per cui alla fine questo amore non corrisposto viene sfruttato solo ai fini della trama e per qualche scenetta comica con la macchietta di Goebbels.

Il film si conclude alla Tarantino: il tenente Aldo Raine (Brad Pitt) per capriccio uccide un ignoto soldato SS manco fosse una mosca («– Non era nei patti! – Chissenefrega, al massimo mi beccherò una lavata di testa dai superiori»), e poi, come sua usanza, incide a sfregio una svastica sulla fronte del colonnello tedesco (Christoph Waltz) che si contorce dal dolore. Della serie «homo sum sed inhumani nihil alienum a me puto».

Insomma, è arte o no? Senza alcun dubbio Quentin Tarantino è uno dei più originali e dotati registi sulla piazza, però è anche intriso di una superficialità yankee alquanto deprecabile, e se lo avessi davanti (come disse Puccini a Stravinski) gli direi: «Lei ha un gran talento, ma scrive cose orribili».

Pelléas et Mélisande a Roma

Ho assistito ieri sera all’Opera di Roma all’ultima rappresentazione del Pelléas et Mélisande di Debussy, diretto dal maestro Gelmetti, con la regia di Pierre Audi.

Il teatro era semivuoto, gli applausi pochi e di circostanza; sicuramente non è stata una scelta felice iniziare la stagione in questo modo. Vorrei dividere la mia breve analisi in tre punti: 1) cantanti e direttore d’orchestra, 2) la regia teatrale, 3) l’opera in sé.

1) Per quanto riguarda i cantanti (Massimiliano Gagliardo, Nathalie Manfrino, Marc Barrard) e il direttore, non mi sento di avanzare nessuna critica, anche perché Pelléas et Mélisande è un’opera complessa e se non la si conosce bene (come ammetto essere il mio caso) bisognerebbe avere lo spartito davanti per poter giudicare con competenza la bravura degli interpreti, cosa che non ho potuto fare. L’impressione che ho avuto ieri sera è ad ogni modo positiva sotto questo aspetto, mi pare che Gelmetti e i cantanti l’abbiano interpretata bene o comunque nell’ambito dell’eccellenza.

2) La stessa cosa non si può dire per la regia, fastidiosamente assurda e insopportabilmente infedele al libretto. L’unico compito del regista dovrebbe essere quello di seguire il più fedelmente possibile il libretto, esaltare con la recitazione lo spirito della musica, e di dare verosimiglianza all’azione scenica. Qualche sera fa rivedevo la Manon Lescaut (Scotto, Domingo, Levine), con la bellissima regia di Giancarlo Menotti: quella è la strada che i registi dovrebbero seguire, quelli sono i princìpi giusti. Ma tutto questo sembra oggi purtroppo una chimera. Per Pierre Audi un bosco, un ruscello, una fontana, una torre di un castello, diventano una brocca rosa tagliata a metà (quelli della Barcaccia non inverosimilmente hanno detto “un bidè”) con una scala che non arriva da nessuna parte. E Mélisande dai bellissimi capelli lunghi diventa… completamente calva!? Proh dolor! Hanno dovuto chiamare un regista da Amsterdam per mettere in atto questo aborto mentale? Se pure i colori delle scene erano belli, come si può giustificare tutto il resto?

3) Qualche parola infine su quest’opera di Debussy. Devo dire che, a prescindere dalla regia, la musica in sé (assumendo che l’abbiano eseguita bene) non mi ha entusiasmato molto, perlomeno non ho ricevuto nessuna forte emozione mentre l’ascoltavo. Stamattina ho letto il giudizio che ne diede all’epoca Puccini, e devo dire che lo condivido pienamente (per quel che le mie competenze mi permettono, certo molto minori del nostro lucchese): «Pelléas et Mélisande di Debussy ha qualità straordinarie di armonie e sensazioni diafane strumentali, è veramente interessante, ma mai ti trasporta, ti solleva, è sempre d’un colore “sombre”, uniforme come un abito francescano. C’è il soggetto che interessa e fa da rimorchiatore alla musica [ma questo aspetto è stato completamente offuscato da Pierre Audi]. Di tutte le altre opere nuove che si danno, non vale la pena di parlarne. Dunque non è gran sforzo vincere con Butterfly…» (Parigi, 1906, lettera a G. Ricordi; in Carteggi pucciniani).

Insomma per chi non è del mestiere è un’opera ultra-sofisticata e storicamente importante, ma alquanto avara di emozioni; aggiungi la trama stravolta dalla regia e poi ti spieghi il teatro semivuoto e i fiacchi applausi. Non un bel modo di cominciare la stagione.

P.s.: Ho scritto questa recensione perché sulle pagine web del Messaggero, Repubblica, Corriere… non ne ho trovata nessuna, e mi chiedo: è normale che l’opera di apertura della stagione di uno dei teatri più importanti d’Italia sia accolta in modo così distratto? è vero che ne hanno parlato diffusamente su Radiotre, ma i giornali che ci stanno a fare? e gli intellettuali, parlano solo di politica? non dovrebbe essere il teatro l’anima del nostro paese?

Morte di un teledipendente

Cari lettori, amici e parenti… sono lieto di comunicarvi (si dice sempre così) che ho da poco pubblicato su Lulu Morte di un teledipendente, una piccola operetta che sviluppa con un linguaggio teatrale alcuni temi già presenti in Lucio. Si tratta di una breve e spero divertente commedia in due atti e un epilogo in cui viene messo alla berlina il mondo dello spettacolo, e della tv in particolare. Mi sono un po’ rifatto alla commedia del carattere di Goldoni, dove stavolta i personaggi sono: la soubrette stupida e carina, il presentatore televisivo scaltro e venale, il giornalista d’assalto che farebbe il reportage anche dell’inferno, la diva bizzosa che fa innamorare il nostro teledipendente… Questa la trama: un incendio spaventoso ha completamente distrutto gli studi di Canale Uno, importante emittente televisiva nazionale. Tutti coloro che vi erano dentro – pubblico, presentatori, giornalisti, attrici e soubrette – sono morti e arrivano alla spicciolata all’inferno. Qui devono aspettare che Caronte li trasporti al di là dello Stige, dove poi saranno giudicati dal saggio e inflessibile Plutone coadiuvato dalla moglie Proserpina. Ma alla fine si scopre che…
Eccovi intanto un assaggio:

RAMBALDO: Quante volte l’ho detto a quell’idiota della sicurezza che non c’erano abbastanza idranti?! Ecco, è bastato che prendesse fuoco un riflettore e ci ha spedito tutti nell’aldilà!
CINDY: (Piangendo in modo infantile) Uuh…! Non voglio morire!! Uuh! Se ci fossero stati più idratanti… non è giusto!! proprio adesso che ero in prima serata!
RAMBALDO: E smettila di piangere, non vedi che ormai sei morta?
CINDY: (Piangendo più forte) Uuh!! Non è giusto!! Non è giusto!!
RAMBALDO: Piantala!! (Cindy si azzittisce) Cerchiamo piuttosto di capire dove siamo… cos’è questo fiume? (Si avvicina ad un cartello tutto infangato, si sforza di leggere senza occhiali) Sti-ge…?
CINDY: No, si legge stage! io ne ho fatti tanti…

Il resto lo trovate qui sul sito di Lulu.

Tosca a Caracalla svilita da Ripa di Meana

Quando penso a Tosca penso all’opera d’arte per eccellenza, e senza dubbio ad una delle vette assolute della cultura europea. Ma in questa nuova produzione in scena a Caracalla, l’opera è stata completamente rovinata e svilita, tanto che mi sento in dovere di dare un breve resoconto dell’accaduto onde prevenire il pubblico da troppe illusioni (dato che i giornali come al solito si sono rivelati completamente inutili o vergognosamente accondiscendenti).
L’interpretazione dell’altra sera (31 luglio) è stata una delle più squallide che abbia mai visto. Ecco alcuni dei motivi: uno scenario assurdo e spersonificante, movenze teatrali totalmente fuori tempo rispetto alla musica, direzione d’orchestra fiacca e stanca, il tenore principale che evidentemente non cantava in italiano (è la prima volta che sono stato contento per la fucilazione di un Cavaradossi), Scarpia vestito da prete e ucciso con una “crocefissata” in pancia, una Tosca rosa e fucsia ridicolmente addobbata con brillantini catarifrangenti, che infine si suicida (nessuno ha capito come) accasciandosi su Cavaradossi.
Di certo il maggior responsabile delle bruttezze che si sono viste è il regista, Franco Ripa di Meana. Fortunatamente il pubblico è stato molto più saggio dei giornali: quasi nessuno ha applaudito, anzi molti se ne sono andati via prima della fine, e i cantanti – a parte Tosca e Cavaradossi – non si sono neanche presentati per gli applausi finali.
Ripa di Meana ha giustificato alcune delle sue trovate con una serie di dichiarazioni una più sciocca dell’altra: «Puccini non voleva che Tosca morisse». È vero che per un po’ l’ha pensato, ma alla fine si è convinto per il finale che tutti conosciamo e quello e soltanto quello bisogna rappresentare. È normale che nella creazione di un’opera ci siano tante correzioni e ripensamenti, ma alla fine è il risultato finale che conta e che bisogna giudicare. Poi sul fatto che «Puccini fosse un mangiapreti» è una ipersemplificazione da bar dello sport. Puccini era anche amico di un prete e poi, se Ripa di Meana non lo sapesse, ha pure scritto Suor Angelica. Quindi se Ripa di Meana vuole mettere in scena un’opera anticlericale la scriva egli stesso, e non vada storpiando i capolavori altrui.
Siccome è sempre brutto criticare (ma in questi casi purtroppo anche necessario), voglio ricordare, in antitesi, una delle più belle produzioni di Tosca di sempre, anche se molti di voi già la conosceranno: quella interpretata da Maria Callas, con Tito Gobbi nel ruolo di Scarpia. In video è disponibile solo il secondo atto, mentre su CD si trovano diverse incisioni integrali con differenti direttori d’orchestra. Comunque, il secondo atto, visibile su youtube, è sufficiente per rendersi conto della perfezione teatrale di quest’opera e della grandezza insuperata di questi due rimpianti interpreti.