Il medioevo dietro l’angolo: La soldatessa del califfato

«Mi imploravano. Si inginocchiavano e piangevano, disperate e nude come vermi. Chiedevano di essere ammazzate. Era il loro più grande desiderio. Morire con un colpo di fucile alla testa o una corda al collo, e non soffrire più. Non ricordo nemmeno che faccia avessero, e forse per me non ne avevano alcuna quando le osservavo da dietro il hijab, il velo che mi nascondeva il volto. Non provavo pietà. Non potevo provarne. Ero una muhajirah.»
Con questa impressionante descrizione si apre la testimonianza di Aicha, una soldatessa del califfato pentita, che ha deciso di raccontare l’orrore di cui è stata partecipe, per seguire il suo fidanzato che si era arruolato nell’ISIS, o ISIL, o IS, o Daeshcome lo chiamano con disprezzo i musulmani moderati, con un gioco di parole arabo. Le donne di cui Aicha parla nel succitato passo sono le schiave del sesso dei guerriglieri islamici di Raqqa, in Siria. Sono ragazze cristiane oppure islamiche ma appartenenti a etnie considerate infedeli che vengono stuprate anche trenta volte al giorno, e vengono sottoposte a torture di tutti i tipi, come quella della mutilazione genitale perché provino soltanto dolore durante lo stupro. Siccome il Corano vieta il sesso fuori dal matrimonio, prima di essere stuprate vengono sposate e poi ripudiate. Quando sono sole vengono lasciate completamente nude perché se avessero un qualsiasi straccio lo userebbero per impiccarsi. E una volta che sono inutilizzabili per lo stupro gli iniettano un ago in vena per prelevargli il sangue che serve per i miliziani feriti. In questo modo terminano finalmente le loro sofferenze, uccise per dissanguamento.
Nell’introduzione del libro, pubblicato nel marzo scorso, leggiamo: «Oggi, in Medioriente, si sta combattendo una guerra tutta interna al mondo islamico da cui dipendono le sorti e gli assetti geopolitici mondiali e la nostra sicurezza. La nube tossica dell’Isis è alle porte dell’Italia. A Sirte, in Libia, a meno di cinquecento chilometri dalle coste siciliane, i nuovi barbari ululano contro Roma e il cristianesimo minacciando di issare la bandiera nera sulla Cupola di San Pietro e di dare alle fiamme il Colosseo». Anche la Siria, aggiungo, si affaccia sul mediterraneo, la sua distanza dalle nostre coste è poco più di quella da Siracusa a Trento.
«Da’Sh» racconta Aicha, «è integralismo allo stato puro che intende distruggere, polverizzare, disintegrare tutto ciò che non sia sunnita e salafita. Per questo dico che i musulmani “normali” sono in pericolo. Nessun arabo sarà risparmiato se si metterà d’intralcio. La maggior parte delle vittime dello Stato Islamico è di origine musulmana, questo non bisogna mai dimenticarlo.» Riguardo le cause politiche, Aicha osserva che «la “primavera araba” è stata un innesco micidiale per quelle generazioni che già guardavano con simpatia all’estremismo religioso. Nel 2011, in Tunisia ci sono state le prime elezioni libere. C’era il sogno di una democrazia vera, autentica. La gente – ricordo – era allegra, si appassionava, discuteva di politica. Nessuno però si aspettava la vittoria di Rached Ghannouchi e del suo partito islamico Ennahdha».
Molti dei dettagli raccontati da Aicha sembrano tratti da Nineteen Eighty-Four. Aicha, assieme ad altre mogli di miliziani, è stata impiegata per alcuni mesi nella «polizia morale», il cui nome fa venire i brividi e ricorda terribilmente da vicino la «polizia del pensiero» immaginata da Orwell in 1984; in questo caso si tratta di un corpo costituito da donne che girano in plotoni, coperte dal burqua, con la facoltà di torturare e uccidere le donne e i bambini che non rispettano la sharia; quando poi non sono in strada reclutano nuovi jihadisti su internet. Ma le analogie con Nineteen Eighty-Four sono veramente innumerevoli: ogni volta che Al Baghdadi parla in televisione, tutti devono interrompere le proprie attività per ascoltarlo, proprio come il Big Brother. I «due minuti d’odio» orwelliani vanno moltiplicati per tutto il tempo in cui i miliziani guardano, spesso su youtube, i filmati in cui vengono uccisi o torturati i «kafir», cioè gli infedeli. Tra loro i miliziani si chiamano «fratelli», gli altri sono «kafir» o «maiali». Quello che nel romanzo di Orwell era Goldstein, il grande nemico del Big Brother, bersaglio delle sue invettive e colpevole di ogni turpitudine, è ora Hollande ora Obama; mentre l’Eurasia, il mega-stato antagonista, è tutto l’Occidente.
Chi sono le donne che si arruolano nel Da’Sh? Prendiamo il caso di Aicha. Lei è nata a Tunisi nel 1989 da una famiglia musulmana sunnita, lontana dal fondamentalismo. Si è laureata in Scienze della comunicazione e ha vissuto una vita normale fino al 2014, quando è stata ricontattata dal suo ex fidanzato che, dopo essere sparito per un anno, l’ha invitata a raggiungerlo in Siria dove nel frattempo era divenuto un importante mujaheddin. Dopo un iniziale scetticismo, a poco poco Aicha si fa convincere: «io non intendevo emigrare come mia sorella, costretta a fare la cameriera in giro per l’Europa per guadagnarsi un tozzo di pane. Volevo dei figli. Volevo andare al cinema. Volevo comprarmi dei vestiti. Volevo sentirmi utile. Dopo circa un mese dal primo invito»… si è trasformata in una macchina da guerra. La coscienza che forse c’era qualcosa di sbagliato in quello che faceva le è venuta alcuni mesi dopo, quando ha visto decapitare senza motivo diversi bambini. (In questo mi ha ricordato il pentito di mafia Antonino Calderone, che iniziò a dissociarsi da Cosa Nostra dopo un episodio del genere; in effetti le analogie tra terrorismo e mafia sono parecchie).
Più in generale, il metodo che gli jihadisti usano per reclutare nuovi adepti alla causa è semplice e inquietante per la sua efficacia: la promessa del paradiso futuro, l’invettiva continua contro le malvagità occidentali (sia vere che pretestuose), con la relativa invocazione ai versetti più violenti del Corano, last but not least la promessa di donne e soldi. L’esca è quindi triplice: l’ideologia, l’odio, e il piacere materiale. L’ideologia dà un manto di nobiltà a qualsiasi loro azione, rendendo eroici perfino i massacri, perché perpetrati in nome di Dio; l’odio verso gli occidentali, sfruttatori e infedeli, fornisce un movente semplice e terribile, soprattutto negli strati più disagiati della popolazione; infine il piacere materiale costituisce un richiamo potentissimo per chi non abbraccerebbe mai la jihad senza un fine biecamente egoistico. E purtroppo questi tre fattori creano un mix devastante, capace di lavare il cervello a molte persone.

Credo che La soldatessa del califfatoporti una testimonianza preziosissima riguardo ciò che sta accadendo oggi in Siria. Poi, naturalmente, al di là degli orrori medievali sarebbe importante chiedersi anche da dove nasce tutto questo odio e quali colpe abbiamo noi occidentali (colpe che comunque non giustificano minimamente il terrorismo, ça va sans dire). Per esempio riguardo Al Baghdadi, Aicha ci informa che «nell’Isis tutti dicono che sia una creatura degli americani sfuggita al loro controllo». Né è difficile crederle. Questo argomento richiederebbe un libro a parte, ma in ogni caso penso che il primo passo per combattere il terrorismo sia prima di tutto capire cosa passa per la testa di tale gente, e questo libro aiuta molto a comprenderlo.

Soldatessa del Califfato: Il racconto della miliziana fuggita all’Isis, Simone Di Meo, Giuseppe Iannini, Imprimatur editore, 23 aprile 2015, 192 pagine.

Nella testa di una jihadista: l’emiro e la giovane sposa occidentale

Nella testa di una jihadista, è un reportage pubblicato nel 2014 dalla giornalista francese Anna Erelle. Come recita il sottotitolo, si tratta di «un’inchiesta shock sui meccanismi di arruolamento dello stato islamico», e in effetti può essere un buon punto di partenza per capire cosa si nasconde dietro l’ISIS, ovvero com’è un terrorista nel privato, quando ha messo da parte il kalashnikov.
Nel marzo 2014, Anna Erelle si crea una falsa identità su facebook fingendo di essere Mélodie, una giovane e ingenua diciannovenne convertita all’Islam che vuole abbracciare la Jihad (la «guerra santa»). Viene così contattata da Abu Bilel, miliziano francese che ora combatte in Siria. Bilel non è però un miliziano qualsiasi, nella ferrea gerarchia dell’ISIS è un «emiro», un pezzo grosso, divenuto per di più braccio destro del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, cioè il capo supremo dello Stato Islamico. Bilel e Mélodie dialogano a lungo su facebook e soprattutto su Skype, mostrandoci uno scorcio singolare sulla personalità del terrorista.
A tratti il reportage cerca di farsi romanzo e questo in diversi punti mi ha infastidito, soprattutto all’inizio, quando l’autrice, invece di concentrasi sulle informazioni acquisite, si mette a raccontare una serie di dettagli superflui sul proprio stato d’animo mentre stava per connettersi, o quando rivedeva il fidanzato vero, o quando andava a cena con gli amici ecc. Comunque, a parte qualche melismo inutile, di cose interessanti ce ne sono parecchie.
Dopo un primo (brevissimo) approccio improntato ai valori di un Islam fondamentalista, in tutto un paio di chat e un incontro su Skype, Bilel va subito al sodo: chiede a Mélodie di sposarlo e di raggiungerlo in Siria. Per il resto si comporta né più né meno come un qualsiasi bullo di periferia che vuole rimorchiare una giovane ragazza, l’unica differenza è che il suo vanto sono gli infedeli sgozzati e massacrati in nome di Allah.
Bibel ha trentotto anni è nato a Parigi, di origini algerine, combatte con i fondamentalisti da una quindicina di anni, tuttavia lo esalta il fatto che lei sia giovane e «pura» (la giornalista si finge diciannovenne e un po’ oca, cercando di fargli più domande possibili e rimandando il giorno del matrimonio). Quando Mèlodie gli dice che verrà accompagnata da un cugino, lui appare piuttosto contrariato nonostante le leggi islamiche impongano o consiglino (mi fido di ciò che dice la giornalista) che una donna non vada in giro da sola; Bibel invece si esalta quando Mélanie gli chiede se può portare un’amica quindicenne. Bibel preferisce le occidentali convertite alle siriane, perché «sono di mentalità più aperta». Di fronte all’ingenua perplessità di Mélodie, spiega che sotto il burqua si può mettere quello che vuole: biancheria intima, le giarrettiere… richiesta che ritorna diverse volte nelle loro conversazioni, quando si dice la banalità del male!
Bibel è un uomo solo, che dopo le efferatezze della guerra va all’internet point lustrato a lucido, ansiosissimo di sentire la sua futura sposa. Durante la giornata la inonda di messaggi affettuosi («fin dal primo giorno, me ne mandava più del mio fidanzato» dice la giornalista, «pagine e pagine di cuoricini ed emoticon»!). Le promette pure che la tratterà come una regina e che ha già un appartamento pronto per lei, ma probabilmente è una bugia. Le assicura pure che non ha altre mogli, quando invece si scoprirà che ne ha già due o tre. Quando Mélodie si prende una settimana di vacanza in Tunisia, Bibel letteralmente impazzisce di dolore, le dice che non riesce a dormire la notte, «dove sei, dove sei, DOVE SEI?!!» le scrive, le urla, decine e decine di volte finché lei non è costretta a rispondere a una sua telefonata per rassicurarlo. E qui emerge il suo lato più fragile.
Il secondo lato di Bibel, quello violento e autoritario, di persona abituata a comandare, che non ammette una volontà difforme dalla propria, emerge invece ogni volta che Mélodie lo contraddice, o appena lo contraria: allora lui si inferocisce, le ordina di tacere o fare così e così.
L’impressione è che Bibel abbia un profilo psicologico simile a un qualsiasi criminale di periferia, e in effetti, prima del “salto di qualità”, era già noto alla polizia francese per diversi reati, tra cui furto e rapina a mano armata.

Dopo diverse procrastinazioni, Mélodie accetta di partire per la Siria affiancata da una minorenne incinta, che andrà in sposa a un altro emiro. Il reportage avrebbe dovuto concludersi sulla frontiera turca, ma ad Amsterdam la giornalista si è accorta, nonostante la sua spericolatezza, che forse non era il caso di rischiare oltre. Anche perché una volta scoperto il doppio gioco, sono cominciati i suoi veri guai. Bibel si è finto morto (probabilmente per cambiare identità in seguito alla figuraccia), e ha lanciato contro di lei una fatwa, una «maledizione», né più né meno di come fanno i mafiosi contro chi considerano traditori, tanto che oggi la giornalista vive sotto falsa identità in una località segreta.

Il prezzo (didascalie escluse): Popolizio dimezza Arthur Miller

il prezzo miller
Dopo la performance monstre di Jan Fabre, da ieri sera il palcoscenico dell’Argentina torna a ospitare un teatro più a misura d’uomo con una rara pièce di Arthur Miller, Il prezzo, nella nuova traduzione di Masolino d’Amico pubblicata da Einaudi proprio in concomitanza di questo allestimento che vede la regia di Massimo Popolizio. Un’operazione senz’altro meritoria, dato che si tratta della prima edizione italiana di questo testo, che viene a 47 anni dalla prima (meglio tardi che mai), avvenuta a Broadway nel 1968. Ciò sembrava preludere a una regia fedele al testo, e invece… ma andiamo con ordine.
Il dramma è incentrato su due fratelli che si ritrovano a sedici anni dalla morte del padre per vendere i mobili di famiglia. Victor e la bella moglie Esther vivono nel rimpianto di una vita sprecata: lui rinunciò a laurearsi arruolandosi in polizia per mantenere il padre dopo che i suoi affari andarono in rovina, mentre il fratello Walter se ne andò di casa senza farsi tanti scrupoli, intraprendendo una brillante carriera di medico. Walter ora si sente in colpa e parzialmente in debito con il fratello, ma sa pure che Victor ha le sue colpe e non ci sta a fare da capro espiatorio. Dal canto suo Victor oscilla tra l’astio verso il fratello e l’insostenibile dubbio di aver rinunciato a vivere la sua vita per codardia. Ad approfittare di tutto ciò sarà il vecchio Solomon, l’astuto commerciante che acquisterà tutto il mobilio a un prezzo stracciato.
Il prezzo è un testo estremamente denso di risvolti psicologici, di sguardi, di pause, carico di sottintesi, dove le didascalie, numerose e dettagliatissime, hanno un ruolo fondamentale («Va verso di lui, ma lui la delude guardando l’orologio» oppure per citare un passaggio platealmente disatteso da Popolizio: «VICTOR: (Ride stancamente ed esegue un affondo di un paio di metri. Il bottone in cima al fioretto le tocca lo stomaco). ESTHER (arretrando con un salto) Dio! Victor!»). Talvolta le indicazioni di Miller sono delle vere e proprie sfide per l’attore; potrei menzionarne due particolarmente difficili: «con ancora tenacemente addosso la tristezza, la lontananza», si legge in una battuta di Victor diretta a Esther; oppure «facendole una piccola concessione» è indicato nella battuta successiva.
Già questi pochi esempi dovrebbero dare un’idea del peso fondamentale che ha il modo con cui si porge la battuta: questo è certamente un fatto generale a teatro, ma in un dramma del genere è ancora più fondamentale che in Shakespeare, per intenderci. In Shakespeare infatti quasi non ci sono didascalie e la parola, il verso, ha un valore fondante e imprescindibile; nella scrittura moderna di Miller, invece, la didascalia spesso sopravanza l’importanza delle parole. Prendiamo l’esempio summenzionato della stoccata. Esther avrebbe potuto esclamare parimenti: «Accidenti, Victor!» oppure «Che fai, sei impazzito?!», o una qualsiasi altra esclamazione senza cambiare di una virgola il significato della scena (il messaggio principale è che Victor era uno spadaccino provetto, altro talento che non ha sfruttato).
Ora, venendo alla messa in scena di ieri, nella suddetta scena Popolizio ha pronunciato le parole corrette e fedelissime al testo, ma invece di eseguire l’affondo di due metri… si è rovesciato su se stesso come il più goffo degli spadaccini (per cosa poi? strappare una risata da quattro soldi? rendere il personaggio una macchietta?). Questo penso sia un buon punto di partenza per commentare lo spettacolo di ieri, perché quella appena descritta è solo una, e neppure la più grave, delle centinaia di infedeltà alle didascalie che potrei riportare.
Già, perché ieri le didascalie di Arthur Miller sono state “piallate via” in blocco, come fossero scorie inutili, superflue, opzionali. Il risultato è stata una recitazione goffa e caricaturale, che al complesso intreccio di psicologie, ha sostituito una piatta sequenza di battute, spesso insensata e noiosa. Elia Schilton ha rappresentato un Walter completamente fasullo, senza nessun segno di pentimento, che viene a mostrarsi uomo di successo senza remore. Alvia Reale, nel ruolo di Esther, che dal testo emerge come una bella donna, che ama spendere e vestirsi con gusto, sembrava invece la caricatura di una casalinga di Voghera, mal vestita e con un tono di voce mascolino, completamente privo di sensualità. È già almeno la terza volta che Popolizio mi delude, mi pare che ormai si sia fossilizzato sullo stesso modo di recitare “a collo torto”, caricaturale, sovraccarico. Che sia Viktor Franz, John Gabriel Borkman o l’Alceste del Misantropo fa poca differenza. Spero vivamente che esca da questa macchietta a una maggiore naturalezza e soprattutto a evitare la regia. Umberto Orsini tutto sommato era il più accettabile dei quattro: ha dato un’interpretazione del mercante Solomon un po’ alternativa ma abbastanza credibile.
La prima brutta impressione di questo spettacolo comunque la si ha persino prima che gli attori entrino in scena: all’apertura del sipario avremmo dovuto trovarci nell’attico di un vecchio e aristocratico palazzo, invece sembrava di stare in un seminterrato senza finestre con il muro a piastrelle, tipo un laboratorio di chimica. Non dico che avrebbero dovuto seguire la didascalia parola per parola anche nell’arredamento della scena, ma almeno nelle cose fondamentali sì! Mettere la poltrona del padre sull’estremo lato sinistro invece che al centro è un errore drammaturgico macroscopico: quella poltrona rappresenta il padre di Victor e Walter, cioè il grande assente e il motore immobile di tutto il dramma, perciò quella poltrona DEVE stare al centro della scena, come ha scritto Miller; e così l’arpa, più volte nominata, doveva essere sempre in vista sul fondo; mentre l’assenza del tavolino dove i personaggi avrebbero potuto poggiarsi creava un fastidioso vuoto sulla scena.
Ultimo problema che voglio sottolineare, i tagli al testo. A occhio e croce è stato tagliato un 20% del testo. Sono stati tagliati alcuni riferimenti storici che inquadravano l’opera nell’America degli anni Sessanta e che caratterizzavano meglio i protagonisti. Per esempio doveva emergere che Victor aveva avuto rapporti con altre donne anche da sposato, ma soprattutto è stata tagliata la parte in cui Walter confessa la sua crisi spirituale e diverse riflessioni di Victor. Il finale, poi, oltre a essere stato tagliato (manca una lunga riflessione di Esther e una battuta di Solomon) è stato anche lievemente modificato. In particolare non capisco perché Victor non prenda i 50 dollari in più, ma pazienza… tra tante infedeltà, una più una meno cambia poco.
A questo punto mi chiedo che senso abbia rappresentare un testo se poi lo si tradisce in questo modo?
Due anni fa, a un seminario del CENDIC (Centro di Drammaturgia Contemporanea) sollevai la questione della fedeltà al testo, didascalia compresa, lamentandomi che in Italia questa cultura non c’è, ed è un fatto specifico del teatro, perché se a Santa Cecilia eseguissero la Quinta di Beethoven con tagli e manomissioni succederebbe giustamente un putiferio, mentre nel teatro di prosa tutto è lecito, il taglio e la manomissione sono anzi la norma. A questo mio intervento seguì un’aspra polemica, con autori e registi divisi, che si trascinò per tutto il ciclo dei seminari. Purtroppo bisogna constatare che oggi i registi che la pensano come Popolizio sono la netta maggioranza.

A ribadire l’importanza delle didascalie aggiungo però un’ultima osservazione. Secondo i linguisti più del 90% della nostra comunicazione giornaliera è non-verbale, e le didascalie riguardano proprio quella sfera. Se dobbiamo prendere per buona questa stima, ieri hanno recitato meno del 10% del dramma di Arthur Miller. Ecco, se siete d’accordo, prendete questa mia critica come un invito a leggervi il testo originale, ora che è possibile.

Le ultime diciotto ore di Gesù e Incontro con Cristo

Corrado Augias ha recentemente pubblicato un libro intitolato Le ultime diciotto ore di Gesù (Einaudi, cartaceo pp.246, €17, e-book €9,99), che descrive le ultime ore di vita di «Joshua Ha-Nozri», dal suo arresto alla morte in croce. Non è il primo volume che Augias scrive sull’argomento, ma il primo che esce dalla forma del saggio e tenta, almeno in parte, un approccio narrativo. Come si trova scritto nella controcopertina le vicende sono viste «forse per la prima volta, anche dalla prospettiva degli occupanti romani».
Il «forse» è opportuno perché un approccio molto simile lo avevo adottato anch’io nel mio romanzo Incontro con Cristo. Il filosofo e il messia (pubblicato in e-book nel novembre 2013, pp. 305, Amazon KDP, €4,17), in cui le vicende sono narrate da un vecchio filosofo romano, che all’epoca dei fatti era un giovane discepolo di Fabiano Papirio, in visita da Pilato.
Leggendo Le ultime diciotto ore di Gesù ho trovato alcuni dettagli che mi fanno supporre che Augias possa aver letto Incontro con Cristo (l’approccio romano e filosofico, il discorso di Pilato sull’acquedotto e sulle insegne, alcuni stratagemmi narrativi, una simile parafrasi leopardiana e altre piccole cose). Se effettivamente il mio romanzo lo avesse in qualche grado ispirato ciò non mi dispiacerebbe affatto, anzi mi farebbe più che piacere. D’altra parte potrebbero essere mere coincidenze dovuto all’uso delle stesse fonti, e siccome in bibliografia non mi cita, assumo che non mi abbia letto. In ogni caso l’identità dell’argomento e la somiglianza del punto di vista non toglie che i due lavori siano sottilmente, e talvolta profondamente, diversi: nella forma, nei caratteri dei personaggi, nella trama e nelle tesi sostenute.
Intanto il libro di Augias è solo a tratti un romanzo, mentre per il resto è un saggio che spesso prende le sembianze di un’amabile chiacchierata sull’argomento. Argomento che peraltro Augias conosce bene citando abbondantemente le fonti storiche: i Vangeli, Flavio Giuseppe, Filone d’Alessandria, Tacito e Svetonio. Tuttavia, questi strappi narrativi che sono senz’altro comodi per l’autore, perché lo liberano dalle strette bande della narrazione, non sono il massimo dal punto di vista stilistico. E quel che più lascia perplessi è che le parti saggistiche sono spesso in contraddizione con le parti letterarie. Per esempio Augias descrive in forma narrativa la celebre scena in cui Pilato si lava le mani, per poi smentirla nella chiacchierata seguente dove afferma che la scena è inverosimile essendo «un gesto rituale della Bibbia previsto per particolari omicidi». (Un’obiezione peraltro debolissima: intanto quel gesto sarebbe una trovata letteraria troppo acuta per l’evangelista Matteo, poi è perfettamente coerente con l’andamento della scena che descrivono tutti e quattro i Vangeli, infine è un gesto troppo elementare per non essere universale, oltretutto Pilato conosceva bene le usanze giudee perché era in Palestina già da diversi anni e con quell’atto era consapevole di rivolgersi a ebrei). Ma a parte il passo particolare, descrivere la scena in un modo e poi sconfessarla nel commento seguente (cosa che Augias fa diverse altre volte), significa relegare tutto ciò che c’è di letterario a puro divertissement che non ha alcuna ambizione di avvicinarsi alla realtà.
In Incontro con Cristo, che è integralmenteun romanzo, ho cercato invece di usare la tecnica narrativa con uno scopo chiaro: tentare di ricostruire non dico la verità ma almeno una versione realistica e assolutamente coerente dei fatti. Per esempio il non-tradimento di Giuda difficilmente sarei riuscito ad argomentarlo in maniera migliore che ricostruendo una completa e accurata narrazione della vicenda. Augias su questo punto riprende una tesi apparentemente simile alla mia, quella del «tradimento fedele». In realtà questa tesi del «tradimento fedele», espressa già in passato da diversi studiosi, è ancora più inverosimile di quella del tradimento vero e proprio. Secondo essa, Giuda avrebbe consegnato Gesù per adempiere il disegno divino della crocifissione. Io sostengo una cosa molto più semplice: Giuda non tradì affatto perché Gesù stesso gli chiese di chiamare le guardie per farsi consegnare. E questo lo si desume da vari indizi sparsi qua e là nei Vangeli (sì proprio nei Vangeli canonici), a partire dal fatto che in greco non usano mai il verbo «tradire» ma sempre «consegnare», e poi perché Gesù tornò apposta a Gerusalemme nonostante fosse già stato emesso dal Sinedrio un mandato di cattura nei suoi confronti. Ma ci sono tanti altri indizi che sarebbe qui lungo elencare, per chi è interessato rimando ai miei libri.
Chiudo con un’ultima osservazione su Giuseppe d’Arimatea. Secondo Augias è un fariseo. A tal proposito non abbiamo nessuna informazione, quindi è un’ipotesi accettabile, ma avendo egli un sepolcro privato per ospitare la salma di Gesù, ho pensato che fosse verosimile che appartenesse alla fazione dei sadducei, essendo questi i più ricchi. A parte questo dettaglio, in aggiunta, nel mio romanzo, ho immaginato che Giuseppe fosse l’autore del librodella Sapienza. Si tratta ovviamente di una finzione letteraria, ma affatto gratuita perché pare che il libro della Sapienza sia stato scritto proprio da un sadduceo contemporaneo di Gesù. Come ho scritto nelle mie note Perché Giuda non tradì. Note sui Vangeli: «Èmolto interessante il fatto che gli studiosi abbiano progressivamente avvicinato la datazione di questo libro, e che ora la stimino tra il I secolo avanti e il I dopo Cristo. Ma i riferimenti alla vicenda di Gesù che in esso sono presenti sono talmente calzanti da supporre ‒ almeno per chi non crede nelle profezie ‒ che la sua scrittura risalga sicuramente a qualche tempo dopola crocefissione. (Ciò naturalmente infastidisce molti ecclesiastici perché in questo caso avremmo un testo sacro dove Gesù viene chiamato solo con l’appellativo di «giusto» e non come il messia)». Sarebbe in effetti uno scandalo per la Chiesa accettare che questo testo sia attribuibile a un contemporaneo di Gesù, come pare confermato anche dagli studiosi. Se fosse veramente così, e io ne sono convinto perché i riferimenti alla vicenda sono troppo precisi per essere una coincidenza, il libro della Sapienza è un’ulteriore prova della storicità di Gesù, e soprattutto è l’unico testo che descriva la vicenda della passione da un’ottica autenticamente ebraica.
Ci sarebbero innumerevoli altre questioni da analizzare data la vastità dell’argomento, ma penso di aver già fornito abbastanza spunti per ulteriori approfondimenti.
P.S.  Per chi non avesse presente il passo della Sapienza a cui mi riferivo, è questo:

Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo

ed è contrario alle nostre azioni;

ci rimprovera le trasgressioni della legge

e ci rinfaccia le mancanze

contro l’educazione da noi ricevuta.

Proclama di possedere la conoscenza di Dio

e si dichiara figlio del Signore.

È diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti;

ci è insopportabile solo al vederlo,

perché la sua vita è diversa da quella degli altri,

e del tutto diverse sono le sue strade.

Moneta falsa ci considera,

schiva le nostre abitudini come immondezze.

Proclama beata la fine dei giusti

e si vanta di aver Dio per padre.

Vediamo se le sue parole sono vere;

proviamo ciò che gli accadrà alla fine.

Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà,

e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.

Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti,

per conoscere la mitezza del suo carattere

e saggiare la sua rassegnazione.

Condanniamolo a una morte infame,

perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà.

Il metodo di Jordi Galceran alla Sala Umberto

Bisogna riconoscere a Gabriele Lavia di essere un regista capace di rinnovarsi, spaziando su testi classici e contemporanei, spesso ingiustamente poco rappresentati, almeno in Italia. Dopo I Masnadieri di Schiller, opera ormai rarissima, e I pilastri della società di Ibsen, che pure in pochi osano affrontare, stavolta Lavia mette in scena Il metodo (titolo originale: El mètode Grönholm, 2003), il dramma più famoso dell’autore catalano Jordi Galcerán, classe 1964: un drammaturgo abbastanza noto all’estero, molto meno da noi visto che non ha neanche una pagina di Wikipedia in italiano.
 
Il testo del Metodo è molto originale, attuale e coinvolgente. La storia è ambientata in una sala riunioni di una multinazionale dove si deve svolgere la selezione finale di quattro candidati per l’ottenimento di un posto dirigenziale. La regola fondamentale è che chi esce dalla sala, per qualunque motivo, sarà escluso dalla selezione. I quattro (presunti) candidati dovranno superare delle prove di gruppo che implicano inganni e trabocchetti continui, tesi a saggiare le loro capacità dirigenziali e di tenuta psicologica. La pièce ci fa riflettere sul cinismo e la cattiveria di una società altamente competitiva, proponendoci continui dilemmi etici che generalmente contrappongono il lavoro e il successo all’umanità e alla comprensione. La morale, volendone trovare una, potrebbe trovarsi in una frase pronunciata nelle battute finali: «Noi non cerchiamo brave persone che sembrino figli di puttana, ma figli di puttana che sembrino brave persone».
 
L’unico piccolo appunto che sento di sollevare riguarda l’uso del turpiloquio, a volte giustificato a volte meno. Non so se in questo caso le numerose parolacce, soprattutto del personaggio di Paciotti, siano attribuibili alla traduzione e all’adattamento di Pino Tierno o se erano già contemplate nell’originale. Sarò ottocentesco ma è una cosa che mi dà fastidio, soprattutto nel teatro contemporaneo, dove mi pare se ne abusi, scadendo spesso nel cosiddetto “eccesso di realismo”.
 
Chiudo ricordando gli ottimi interpreti, tutti e quattro credibili e perfettamente nella parte: Antonello Fasari, Giorgio Pasotti, Fiorella Rubino e Gigio Alberti, equamente e calorosamente applauditi dal pubblico di ieri sera.
 
La pièce è in scena dal 30 settembre all’11 ottobre alla Sala Umberto, Roma.

Il decalogo dell’automobilista romano (un post semiserio)

1 Le strisce pedonali: un luogo dove è più facile trovare parcheggio.
2 La freccia: non usarla mai.
3 Semaforo rosso: guardare bene prima di passare.
3 Semaforo giallo: scalare la marcia e accelerare.
4 Semaforo verde: passare anche a costo di falciare eventuali pedoni in mezzo alla strada.
5 Gli specchietti laterali: stare attenti a quelli delle truffe.
6 Lo specchietto centrale: aggiustarlo se dietro (o accanto) c’è una bella donna.
7 Clacson: usarlo il più possibile.
8 La precedenza: è di chi arriva prima.
9 I motorini: imprecargli contro augurandogli di cadere in una buca.
10 La cintura: arrabbiarsi se qualche passeggero la mette (soprattutto quelli dietro).

La Medea di Seneca al Colosseo

Questa produzione della Medea di Seneca, in scena per tre giorni al Colosseo (13/14/15 luglio), presenta tutti i difetti (ma per alcuni sono pregi) del teatro contemporaneo. La recitazione è spesso urlata, le legature sono completamente falsate rispetto a una recitazione normale, gli accenti sono anch’essi spesso spostati (molti sull’ultima vocale, per intenderci: Medeaaaa, porta fuoriiii i tuoi passiiii…), e anche la gestualità va nettamente nella direzione della follia. Le musiche di Annecchino, fatte di accompagnamenti techno e urla animalesche, assecondano perfettamente la regia squilibrata di Magelli. L’esegesi dei costumi anni venti la lascio a persone più dotte e intelligenti di me.
Il testo di Seneca, che comunque rimane di grandissima modernità, è in molti punti tagliato e a volte ripetuto (per enfatizzarlo). In questo modo lo spettacolo dura circa un’ora e quarantacinque minuti.

A chi volesse prendere i biglietti in piedi (alla modica cifra di 35€), lo avverto che se non si accaparra i primi posti (non numerati), avrà o una pessima acustica o una difficilissima visuale; e tutti sono comunque a una cinquantina di metri dal palco. Verrebbe da chiedersi perché non abbiano ridotto le dimensioni dell’enorme palcoscenico per mettere più posti a sedere vicino agli attori. Domanda ormai inutile.

Presentazione del Mare di Majorana in Sala Consiliare

Vi ricordo che giovedì 4 giugno alle 17:00 c’è la presentazione del mio dramma nella Sala Consiliare del III Municipio, in Piazza Sempione 15, a Roma. Gli argomenti del mio intervento saranno grossomodo i seguenti:
  1. Perché Majorana?
  2. Le scoperte scientifiche di Majorana
  3. Il carattere di Majorana: misantropia e cordialità, lo spirito filosofico
  4. Majorana e Fermi: due giganti a confronto
  5. Gli altri personaggi del dramma: da Segré a Giovanni Gentile jr.
  6. Una nuova chiave di lettura: l’articolo maledetto
  7. Dalla storia al teatro: verità e finzione
  8. Modelli e influssi letterari, teatro e meccanica quantistica (!)
  9. Analisi della scomparsa
  10. Debolezze della tesi di Sciascia
  11. Le varie ipotesi sulla fine: suicidio, malattia, fuga
Poi naturalmente sarò lieto di rispondere alle domande del pubblico.
Modera Alessandro Rigoli. L’evento sarà videoregistrato e poi messo in podcast da Incomunetv.it

Il candidato di Flaubert, una tragedia in forma di farsa

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Le candidat fu scritta da Flaubert per il Théâtre du Vaudeville di Parigi, diretto da Léon Carvalho. La prima andò in scena l’11 marzo del 1874 e fu un autentico fiasco. Una delle tante riprove di quanto successo e talento siano fin troppo spesso scollegati.

La trama principale è semplice: il signor Rousselin decide di candidarsi a deputato, sogno che coltiva già da diversi anni. Per farsi eleggere non esiterà a passare da un partito all’altro, promettendo favori a destra e a manca, fino a promettere sua figlia allo sciocco rampollo di un conte decaduto, e solo per avere sessantaquattro voti in più.

La commedia è brillante, estremamente divertente e ben intrecciata. Diversi punti sono addirittura esilaranti, per esempio: l’esercitazione sulle frasi fatte, in cui Rousselin immagina di vincere un eventuale contraddittorio a prescindere dai contenuti («Bisognerà tuttavia intercalare qualche frase a effetto, di quelle che fomentano… […] e parecchie parole in -ismo: parlamentarismo, oscurantismo…»); oppure la lettura dei programmi elettorali, tutti dall’incipit comicamente simile («Amici miei, cedendo a delle vive istanze, ho creduto mio dovere presentarmi…»); e poi il comizio, quando Rousselin deve vedersela con elettori molto più rozzi e concreti di quel che aveva supposto.

Ma oltre alle risate ci sono anche delle impennate liriche che imprimono all’opera il marchio di un talento superiore. Flaubert le ottiene dando voce al delicatissimo personaggio di Julien, giovane poeta costretto, per sbarcare il lunario, all’umiliante lavoro di giornalista de L’impartial, giornale che ovviamente è l’esatto contrario di quello che pretende di essere nel titolo (oggi ne abbiamo almeno due esempi del tutto analoghi). Julien è innamorato della moglie di Rousselin, e a lei si dichiara con un monologo di altissimo trasporto emotivo. Flaubert, in una lettera a George Sand descrive con indignazione la reazione che ebbe il pubblico del Vaudeville in quella scena: «Bisogna anche dire che la sala era detestabile. Tutti zerbinotti e giocatori di Borsa che non comprendevano neanche il senso materiale delle parole. Hanno preso in burla cose poetiche. Quando Julien dice di aver appreso a leggere con l’Ernaniecc. in platea un’esplosione di risate ironiche».

Considerando la vita di Flaubert, Julien è senz’altro il personaggio più autobiografico. Trovo bellissimo, in particolare, questo passo: «L’arte germoglia male sul territorio della provincia. Il poeta che vi si trova e che la miseria obbliga a certi lavori, è come un uomo che volesse correre in un pantano. Un ignobile peso sempre incollato ai suoi talloni lo frena; più si agita, più affonda. E tuttavia qualcosa di indomabile protesta e ruggisce dentro di lui! Per consolarsi di quello che è costretto a fare sogna, pensando sempre, orgogliosamente, a quello che farà. Poi i mesi passano, la mediocrità dell’ambiente si insinua in lui… e si arriva dolcemente alla rassegnazione, questa forma tranquilla di disperazione».

I motivi del fiasco probabilmente furono molteplici. Era un testo scomodo perché metteva in ridicolo i due maggiori partiti dell’epoca, i conservatori e i repubblicani, suscitando il risentimento di entrambi. Inoltre il pubblico del Vaudeville probabilmente trovò questa commedia troppo seria e raffinata per i suoi gusti semplici, mentre gli intellettuali troppo farsesca per prenderla sul serio. E a giustificare la bocciatura, una semplice frase fatta: “è un romanziere, non sa scrivere per il teatro”. Di fronte a certi pregiudizi non può nulla neanche il talento, fosse anche quello di uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura.

Purtroppo anche la critica negò valore a quest’opera, deridendo Flaubert in maniera feroce all’epoca, e non riabilitando la pièce neanche col tempo, visto che, ancora ai giorni nostri, dobbiamo leggere, nella prefazione al Candidatocontenuta nell’opera omnia edita da Mondadori, che «la riproposta del teatro di Flaubert […] può aver senso soltanto nel contesto delle sue opere complete»! La passione di Flaubert per il teatro risaliva alla gioventù, ma fu sempre frustrata dall’incompetenza del suo pubblico. Essenzialmente la sua epoca gli impedì di scrivere per il teatro. Cosa che fa rallegrare l’autore della succitata prefazione, considerandola «una fortuna» per Flaubert, che così non ebbe modo di «scambiare la sua passione per una vocazione»! In realtà fu un vero peccato e una grande perdita per la letteratura teatrale il fatto che Flaubert non abbia potuto lasciarci qualcosa di più in questo ambito.

Da un punto di vista “superiore” si potrebbe osservare che la struttura farsesca è l’unico punto debole dell’opera, per cui non le si può concedere il titolo di capolavoro: succedono troppe cose, a scapito dell’approfondimento interno dei personaggi. Ma questo era il vincolo iniziale di Flaubert: doveva scrivere una farsa (anche perché aveva bisogno di soldi). Nonostante ciò Flaubert utilizza la tecnica della farsa per veicolare le sue istanze senza compromessi. In un certo senso fa suo il consiglio che la signora Rousselin dà al povero Julien: «Invece di fuggire il mondo, andate verso di lui. Il suo linguaggio non è il vostro: apprendetelo! Sottomettetevi alle sue esigenze». In fondo «le persone intelligenti possono applicarsi a tutto senza degradarsi».

Da questa commedia emerge un mondo di personaggi squallidi; non diverso, a ben vedere, da quello che troviamo in Madame Bovary. Infatti, non solo tutti i candidati sono mossi da ambizioni private ed egoistiche, ma anche tutti gli elettori cercano apertamente uno scambio clientelare, votando quello che promette loro più benefici personali, indipendentemente da qualsiasi considerazione del bene pubblico. In questa luce, Il candidato è in effetti un’opera ben più tragica di quel che si potrebbe immaginare: la si potrebbe definire una tragedia in forma di farsa.

In appendice mi sono permesso di aggiungere una “coda” per un finale alternativo, più drammatico e in linea con quanto indicato da Flaubert stesso in un’altra lettera a George Sand, dove dichiara alcune cose da correggere dopo il fiasco in teatro: «Poi [Rousselin] promette sua figlia. Questa è la fine. E nel momento in cui si accorge della sua vigliaccata, viene eletto. Allora il suo sogno è realizzato, ma non prova nessuna gioia» (Parigi, 8 aprile 1874). Flaubert non diede seguito a questo suo intento, probabilmente sconfortato dall’insuccesso o per non stravolgere troppo la struttura farsesca della pièce. Ma io rimango dell’idea che il finale tragico sia il più conseguenziale e appropriato. In appendice alla traduzione ne ho proposto una semplice “ipotesi”.

[Dalla Prefazione a Il candidato, traduzione di Marco Pizzi, KDP Amazon]

Alla stessa ora il prossimo anno, Columbro-De Laurentiis a teatro

Marco Columbro e Gaia De Laurentiis si cimentano nella commedia più famosa di Bernard Slade, Same Time, Next Yeartradotta e adattata da Nino Marino, in scena fino al 10 maggio alla Sala Umberto di Roma.
La trama è semplice e originale: Stati Uniti, 1951, un uomo e una donna, entrambi sposati con tre figli, si conoscono per caso in un ristorante e passano una notte d’amore in un motel. La cosa si ripete ogni anno per 24 anni, mentre le loro vite si evolvono assieme alla società americana.
Non conosco il testo originale, quindi mi baso solo su quello che ho visto. Nel complesso lo spettacolo offerto dal duo Columbro-De Lauerntiis è divertente, e offre anche qualche spunto di riflessione sulle dinamiche di coppia (il desiderio di avere una famiglia e degli affetti stabili, ma allo stesso tempo la voglia di evadere verso un amore più carnale). Columbro regge bene la scena anche se non riesce a scrollarsi di dosso una certa tendenza alla clownerie, adatta più a un pubblico televisivo che a uno teatrale (spero che questa differenza esista ancora). La De Laurentiis nella prima parte dello spettacolo interpreta il ruolo caricando troppo sulla stupidità della protagonista: sì, abbiamo capito che in venticinque anni il personaggio si evolve… però un po’ di credibilità in più non guasterebbe, c’è uno scarto troppo grande tra la Doris bambola deficiente delle prime scene e quella posata quaranta-cinquantenne delle ultime.

Come ultima notazione personale aggiungo che la commedia, essendo basata solo su due personaggi e su un unico set, offre un indubbio vantaggio economico per l’impresario, ma alla lunga risulta leggermente pesante, almeno in questa interpretazione.