Bohème a Caracalla, la prima al pianoforte, vince la regia di Livermore

Ieri sera è stata una serata decisamente travagliata per la prima di Bohème alle Terme di Caracalla. La pioggia fino alle otto e quaranta e le nuvole che continuavano ad aggirarsi minacciose nel cielo hanno portato a un ritardo di una mezzora sull’inizio. Poi, scongiurato il pericolo pioggia, è arrivata la notizia dello sciopero di parte dell’orchestra che ha costretto gli organizzatori a ripiegare sul pianoforte. Parte del pubblico se n’è andata (un quarto del totale?), optando per il rimborso dei biglietti, ai restanti è stato offerto il 50% di sconto su un altro spettacolo a piacere.
Qui c’è da chiedersi se uno sciopero di questo genere abbia senso o non sia piuttosto un tentativo di omicidio-suicidio artistico della fondazione da parte di un 20-30% dei lavoratori. Non sarebbe stato più efficace protestare con dei volantini, uno striscione all’ingresso, magari una raccolta di firme, e andare regolarmente in scena mostrando cosa potremmo perderci con i tagli? Forse mi sbaglio, ma mutilare il lavoro del direttore d’orchestra, dei cantanti, del regista, e del resto dell’orchestra che non si è potuto esibire non mi pare un modo corretto di protestare. Anche perché il pubblico pagante è quello che assicura l’esistenza al teatro (senza pubblico non ci sarebbero neanche i fondi esterni), e il pubblico è sicuramente dalla parte dei lavoratori del teatro e contro i tagli, per cui infastidirlo e penalizzarlo, col rischio, potenzialmente infausto, di scoraggiarlo a venire una prossima volta, non mi pare una buona idea. Comunque lo spettacolo, seppur in forma ridotta, c’è stato e veniamo ad esso.
I cantanti si sono tutti fatti valere, nonostante le condizioni avverse (oltre allo sciopero, c’era una grande umidità, bassa temperatura, e in generale la difficile acustica di un luogo all’aperto). In primo luogo segnalerei la splendida voce del tenore, Aquiles Machado, potente e musicale e sempre credibile nel ruolo. Buona anche la prova di Carmela Remigio, che avevamo imparato ad apprezzare nelle sue superbe interpretazioni belcantiste e ritroviamo qui con la stessa tecnica e lo stesso impegno recitativo anche se forse non è il suo repertorio d’elezione. Nel ruolo di Musetta Rosa Feola, ha dato prova di ottima tecnica, specialmente con alcuni diminuendo da manuale. Si potrebbe osservare che la Mimì della Remigio è sicuramente un po’ più scaltra della candida eroina immaginata da Puccini, e mi azzardo a dire che, come temperamento, quasi avrei visto meglio la Feola e la Remigio a ruoli invertiti… Di tutto il cast canoro va sottolineata l’estrema cura nella dizione che ha permesso di comprendere distintamente ogni singola parola. In questo, un elogio particolare va al coreano Julian Kim, che ha dimostrato di padroneggiare perfettamente la nostra lingua. Per la cronaca, forse per la prima volta a Caracalla, erano presenti anche i soprattitoli in inglese, accanto a quelli italiani.
Della direzione d’orchestra si può dire poco, dato che l’orchestra non c’era. Il giovane e promettente maestro, Daniele Rustioni, è stato senz’altro il più penalizzato dallo sciopero. Comunque tempi e fraseggio sono stati ottimi, e di questo già gliene si può dare atto, sul resto si potrà giudicare meglio nelle recite successive.
Lo sciopero non ha potuto invece scalfire la regia, le scene, i costumi e le luci di David Livermore. Sotto questo aspetto è stata una delle migliori Bohème che abbia mai visto. Lo spettacolo infatti è ricchissimo di trovate discrete e al servizio del libretto, che danno alla scena un tono vivo, moderno e al contempo fedele allo spirito originario dell’opera. Simpatici i due allegri camerieri che seguono l’arrivo di Shaunard e poi ritroviamo da Momus, carina l’idea di far ritrovare Rodolfo e Mimì sul divano in mezzo alla piazza all’inizio del secondo quadro, audace variante di far spegnere a Mimì la candela da se stessa (assecondando in questo modo, suppongo, il temperamento della Remigio). In generale comunque dominano le proiezioni, che, seguendo il corso della storia, dipingono virtualmente dei grandi pannelli alle spalle dei cantanti con quadri famosi o scenografie suggestive. Con queste proiezioni Livermore è riuscito a includere, con un effetto estremamente pittoresco, anche i retrostanti ruderi di Caracalla, che diventano, tra l’altro, due palazzine del quartiere latino con i comignoli fumanti nel primo quadro, e vengono innevati nel terzo. In generale Livermore ha dimostrato grande intelligenza nell’adattare l’opera al luogo e al tempo della rappresentazione e ai cantanti. Nella parte attoriale invece qualche dettaglio perfettibile c’era (per esempio quando il tenore attacca O soave fanciulla non può stare con le mani in tasca… o quando Musetta ha il «crampo al piè» dovrebbe essere circondata da uomini che cercano di toglierle la scarpetta, oppure nel finale la disposizione dei personaggi sulla scena mi è parsa poco naturale), piccole cose, comunque, che non intaccano la magia dello spettacolo.
Infine da menzionare l’eroina-salvatrice della serata, la pianista Enrica Ruggiero che ha sostituito l’orchestra, permettendoci di ascoltare una Bohème quantomeno insolita, più essenziale, che sacrificando la variabile timbrica ha fatto percepire con più chiarezza la melodia e l’armonia, e ha reso protagoniste ancor di più le voci.

Postilla dopo la recita del 4 agosto
Finalmente la Bohème con l’orchestra: il giovane Rustioni si è fatto valere.
Rivedendo lo spettacolo ho potuto notare meglio alcuni dettagli attoriali. Il difetto maggiore nella Mimì della Remigio, non so se imputabile a lei o a Livermore, è stato quello di avere caricato troppo di tragedia la recitazione: le movenze erano troppe, i gesti erano troppi, e in questo modo ha finito per risultare “melodrammatica” nel senso deteriore del termine, cioè falsa. Cosa che il pubblico ha percepito, tributandole applausi meno convinti del solito. Il motto del tempio di Delfi, “meden agan” (“nulla di troppo”), è una delle regole auree della recitazione e una delle più infrante. Dalla platea ho avvertito nella Remigio una rigidità contraria alla naturalezza con cui andrebbe affrontato (soprattutto) il personaggio di Mimì, caratterizzato da ingenuità, semplicità e candore… e che quindi dovrebbe gesticolare il meno possibile. Mimì non è Maria Stuarda, la commozione scaturisce da un grande sentimento in una piccola anima, l’emozione viene trasmessa da una grande voce e piccolissimi gesti. Ripeto, quanto sia imputabile a lei o a Livermore non lo so, sicuramente alcune scelte sono registiche e vanno nella direzione sbagliata (per esempio nel quarto quadro, Mimì si alza dal divano per poi riaccasciarsi e risollevarsi di nuovo…).
Ho notato con piacere che stavolta su O soave fanciulla Machado non teneva le mani in tasca. Se la prossima volta apre anche le braccia e si avvicina a Mimì è perfetto. Comunque è stato, giustamente, il più applaudito della serata.

Dopo questo secondo ascolto mi fa piacere dire due parole anche sui “comprimari” che hanno recitato e cantato ottimamente. I ruoli dei tre amici di Rodolfo sono come quelli di tre soldati in una guerra di trincea, dove fare il proprio dovere rasenta l’eroismo, anche se è poco appariscente. Julian Kim è stato un Marcello credibile e solido; Gianluca Buratto, nel ruolo di Colline ha esibito una voce grande e sicura (anche se in questa recita lievemente affaticata); Simone Del Salvo, Schaunard, ha dominato la scena con estrema padronanza ed eleganza.
In ogni caso confermo il giudizio della prima: complessivamente è uno spettacolo da non perdere.

Calendario delle recite
Lunedì 14 luglio, ore 21.00
Sabato 26 luglio, ore 21.00
Martedì 29 luglio, ore 21.00
Giovedì 31 luglio, ore 21.00
Sabato 2 agosto, ore 21.00
Lunedì 4 agosto, ore 21.00
Sabato 9 agosto, ore 21.00

Mimì – Carmela Remigio
Rodolfo – Aquiles Machado / Alessandro Liberatore (2)
Marcello – Julian Kim / Dionisio Sourbis (2, 9)
Shaunard – Simone Del Savio
Colline – Gianluca Buratto
Musetta – Rosa Feola / Mihaela Marcu (2, 9)
Benoit – Roberto Accurso

Direttore – Daniele Rustioni
Regia, scene, costumi, luci – Davide Livermore
Maestro del Coro – Roberto Gabbiani

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
con la partecipazione degli Allievi della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera diretta da José Maria Sciutto

Nuovo allestimento con Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia
http://www.operaroma.it/ita/opera-la-boheme-2014.php

Una Carmen convincente all’Opera di Roma

Un breve resoconto dalla prova generale della Carmen di Bizet, che sarà in scena dal 19 al 28 giugno al Teatro dell’Opera di Roma.
Il primo luogo voglio segnalare la scenografia diDaniel Bianco, bellissima in tutti e quattro gli atti. Il legno e i muri a mattoni immettono subito in un’atmosfera reale, vissuta. In questo modo anche i colori risultano veri, caldi, umani, al contrario dei colori “di plastica” che si vedono in molte produzioni recenti (come per esempio nel Don Pasqualedi Cappuccio dove veniva annullato qualsiasi barlume di umanità).
La regia di Emilio Sagi è stata tradizionale senza essere pedante, in generale ricca, gradevole e mai forzata. Èambientata negli anni venti del Novecento, anche se in maniera appena percettibile (me ne sono accorto al quarto atto, quando compare un fotografo). Felice anche la scelta dei balli di flamenco, molto apprezzati anche dal pubblico. L’unico neo nel finale, dove il libretto prevede l’arrivo delle guardie a cui Don Josè chiede di essere arrestato, mentre nella regia di Sagi Don Josè rimane desolatamente solo in scena, con Carmen esangue tra le braccia, chiedendo di essere arrestato al vuoto.
Venendo agli interpreti, dal punto di vista vocale tutti molto bene, in particolare segnalerei la Micaela di Erika Grimaldi e il Don Josè di Andeka Gorrotxategui, voce potente e tenore perfetto nel ruolo. La protagonista, la mezzosoprano spagnola Nancy Fabiola Herrera, è stata anche lei convincente dal punto di vista vocale, un po’ meno da quello dell’arte della seduzione. D’altra parte il ruolo di Carmen è veramente difficile da interpretare in modo completo, perché serve una cantante-attrice-ballerina, e forse negli ultimi tempi solo la Garanca è riuscita nell’impresa. La Herrera è comunque stata molto brava nella scena delle nacchere, che ha suonato lei stessa.
La direzione d’orchestra, di Emmanuel Villaume, è stata molto buona nei pezzi energici, ma forse in generale un po’ uniforme e poco attenta ai dettagli, col risultato che nei punti meno spettacolari la musica sembrava perdere di interesse.
Infine una chicca. Stamattina su Radio3 ho sentito un giornalista (Francesco Merli) che, leggendo la rassegna stampa, ha detto la Carmen di Berlioz… inondato da messaggi di correzione del pubblico, ha insistito, piccato, sostenendo che esiste anche una “Carmen dionisiaca di Berlioz”… sarà un inedito?
La locandina completa
Carmen
Clémentine Margaine /
Nancy Fabiola Herrera (19, 21, 24, 28) /

Giuseppina Piunti (26)

Don José Dmytro Popov /
Andeka Gorrotxategui (19, 21, 24, 26, 28)          
Escamillo Kyle Ketelsen /
Simón Orfila (19, 21, 24, 26, 28)
Micaëla
Eleonora Buratto /

Erika Grimaldi (19, 21, 24 26, 28)    

Frasquita Hannah Bradbury
Mercédès  Theresa Holzhauser
Le Dancaïre Marco Nisticò
Le Remendado Pietro Picone
Zuniga Gianfranco Montresor
Moralès Alexey Bogdanchikov
Direttore Emmanuel Villaume
Regia Emilio Sagi
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene Daniel Bianco
Costumi Renata Schussheim
Luci Eduardo Bravo
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
con la partecipazione degli Allievi della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera diretta da José Maria Sciutto

Produzione in collaborazione con il Teatro Municipal di SantiagoCile

Gli Spettri di Ibsen al teatro Duse di Roma

Ecco la dimostrazione che si può portare una grande pièce teatrale anche in una piccola (ma gremitissima) sala. Abbiamo infatti assistito a una rappresentazione essenziale ma intensa e credibile, soprattutto grazie all’ottima Anna Mazzantini nel ruolo della protagonista, la signora Alving.
Il testo di Ibsen è attualissimo, come ogni classico che si rispetti, e tratta temi molto moderni come la convivenza, i figli illegittimi, l’ipocrisia borgehse, e persino il tema scabroso dell’eutanasia. I personaggi sono cinque: la signora Alving vedova del dissoluto capitano Alving, loro figlio Osval, uno scultore affetto da una brutta malattia ereditata dal padre, il puritano pastore Manders che è stato amante della signora ed è venuto ad inaugurare un asilo dedicato alla memoria del capitano, il lubrico falegname Engstrand e sua figlia putativa Regine. Gli “spettri” sono quelli del passato, che tornano gettando un’ombra inquietante sul presente, fino quasi a divorarlo.
Il testo è stato“sfrondato” in più parti e in questo modo dura circa 1h e 20’. In generale sono contrario ai tagli, ma trattandosi di una piccola produzione si può ben chiudere un occhio e apprezzare ciò che viene fornito. Quanto al cast, la giovane attrice che interpreta Regine ha una recitazione ancora veramente troppo ingenua, e anche l’altro giovane che interpreta Osvald non è stato del tutto convincente; meglio la parte del cast più matura, e soprattutto, come dicevo Anna Mazzantini, che interpretando la signora Alving ha fornito una prova commossa e commovente, e dopo il drammatico finale ha giustamente stappato un’acclamazione dal piccolo ma folto pubblico.
Ancora due repliche fino al 1 giugno.

Frost/Nixon: un esperimento americano di teatro-giornalismo

Frost/Nixon è un testo del drammaturgo e sceneggiatore Peter Morgan, che ricostruisce la vicenda del Watergate nel suo epilogo mediatico, quando cioè il presentatore televisivo David Frost riuscì clamorosamente, dopo una serie di domande incalzanti, a far ammettere all’ex presidente Nixon le sue colpe.
Il testo è interessante anche se non è un capolavoro dal punto strettamente teatrale. Quasi mai, infatti, supera il livello della ricostruzione giornalistica, anche se ben realizzata. E questo limite forse lo sentiamo molto più noi europei, a cui la vicenda di Nixon in sé risulta abbastanza lontana. Viene spesso da chiedersi: cosa c’è di universale in questa storia? E Peter Morgan non sembra averlo messo bene in luce.

In ogni caso la compagnia di attori guidati da Elio De Capitani si destreggia egregiamente e lo spettacolo vale la pena di essere visto. A parte qualche umano inceppamento qua e là, l’unico difetto mi è parso nella voce di Ferdinando Bruni (Frost), un poco sforzata e quindi, almeno per me, poco gradevole da ascoltare.
È in scena fino al 30 maggio al Teatro Argentina.

Cose di Cosa Nostra, il testamento di Falcone

«La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società».
«La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inerti cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni».
A ventidue anni dalla strage di Capaci,avvenuta il 23 maggio 1992,penso non ci sia modo migliore di commemorare Giovanni Falcone che tornare a parlare di Cose di Cosa Nostra, questo libro-intervista, ormai un classico della letteratura in materia, in cui il grande magistrato delinea a grandi linee la struttura della mafia e i momenti di svolta nelle indagini che portarono allo storico evento del famoso “maxiprocesso”, senz’altro una delle pagine di storia più importanti del nostro Paese dal dopoguerra a oggi.
Molti uomini sono stati uccisi dalla mafia, in pochissimi si trovano le qualità straordinarie di Giovanni Falcone. Sia da questo libro che da tutte le testimonianze di chi lavorò con lui emerge la grande lucidità nelle analisi e la straordinaria personalità di quest’uomo, a cui l’FBI ha dedicato persino una statua alla scuola di addestramento di Quantico (Virginia). Fu il primo a usare metodi moderni contro la mafia cercando una visione globale e non relegata ai singoli omicidi, il primo a cercare le prove nei conti in banca, il primo a collaborare con le forze investigative degli altri paesi, in particolare con l’FBI, il primo a mettere a frutto le dichiarazioni di un pentito.
Ma fu anche il primo a trattare i mafiosi come uomini: «Provate a mettervi nei loro panni: erano uomini d’onore, riveriti, stipendiati da un’associazione più seria e più solida di uno stato sovrano, ben protetti dal loro infallibile servizio d’ordine, che all’improvviso si trovano a doversi confrontare con uno Stato indifferente, da una parte, e un’organizzazione inferocita per il tradimento, dall’altra». Buscetta parlò perché di Falcone si fidava. Non nel senso che si aspettava da lui favori o che diventassero amici, come malignarono vergognosamente parecchi giornalisti, ma nel senso che tra loro si instaurò un rapporto professionale di assoluta lealtà e professionalità. Buscetta disse il vero, e Falcone, con l’aiuto dell’allora vicequestore De Gennaro, si adoperò, tra mille difficoltà, per garantirgli la sopravvivenza contro le terribili ritorsioni di Cosa Nostra.
Avendo letto le parole e i fatti che riguardano Giovanni Falcone, se dovessi accostarlo a un personaggio del passato, penserei a Catone l’Uticense o a un’altra di quelle figure intrepide di cui parla spesso Seneca, uno di quelli che preferirono la morte alla sconfitta. Èparadossale ed è degno di riflessione come la vita di uno dei più grandi uomini della nostra epoca sia stata costellata da una miriade di sconfitte e veleni, non tanto — o perlomeno non solo — provenienti dalla mafia come ci si sarebbe aspettato, ma anche dalla magistratura, dalla politica, dai giornalisti, persino dalla gente comune: insomma da una fetta non irrilevante della cosiddetta società civile. (Ma in fondo, a Cristo, mutatis mutandis, andò diversamente?…)
Come ricorda Borsellino in una delle sue ultimissime interviste, Falcone dopo aver istruito il maxiprocesso, quando avrebbe dovuto essere portato in trionfo da tutti, fu “bocciato” tre volte consecutive: quando si candidò come successore di Caponnetto all’Ufficio Istruzione per dirigere il pool antimafia di Palermo, quando si candidò al CSM, quando si mise in corsa per la superprocura. Fu attaccato da Leoluca Orlando che lo accusò, in tv e poi con un esposto, di tenere nel cassetto carte e informazioni segrete, fu attaccato con accuse infamanti da mille articoli di giornali che lo accusavano di tutto, addirittura di essersi “costruito” il mancato attentato all’Addaura dove si salvò per un nonnulla. Persino i coinquilini del suo palazzo a Palermo si lamentarono del rumore delle sirene, dei fastidi della scorta…
Ora gli è stato dedicato il nome di un aeroporto — a lui e a Borsellino –, e il suo ricordo è vivissimo in tutti noi (lo dimostrano le innumerevoli pubblicazioni sull’argomento). Ma fa comunque riflettere un aneddoto raccontato da Giuseppe Ayala, amico intimo di Falcone e pm al maxiprocesso. Ayala, nel suo libro Chi ha paura muore ogni giorno, racconta che quando fu invitato a New York per la campagna elettorale di Rudolph Giuliani: «Nel momento in cui si accingeva a parlare del ruolo avuto da Giovanni Falcone [nella lotta alla criminalità organizzata], si alzò in piedi e solo dopo pronunciò, abbracciandomi con gli occhi visibilmente lucidi, “the name of our great friend”. Tutti i giornalisti presenti, a quel punto, si alzarono a loro volta e salutarono quel name con un lungo, commosso applauso…». Una testimonianza non da poco.

Non sposate mai una soubrette – Dopo la caduta

Superficialmente si potrebbe pensare a Marilyn Monroe come a una donna di successo, spensierata, simbolo di bellezza e attrazione sessuale, “la donna più fortunata del mondo”. Ma chi vuole farsi un’idea della vera vita di questa donna e del dramma che visse, dovrebbe leggere After the fall(“Dopo la caduta”) di Arthur Miller. Oltre ad essere stato forse il più grande drammaturgo del XX secolo, Arthur Miller fu infatti, per un breve e tormentato periodo, il secondo marito di Marylin, al secolo Norma Jeane Mortenson.

Una struttura innovativa. Il dramma, forse il più autobiografico dell’intera produzione del drammaturgo statunitense, va ben oltre i meri fatti privati e può essere considerato un’opera d’arte completa sotto tutti profili. Intanto la struttura, fortemente innovativa per l’epoca, ha aperto nuove strade al teatro. Il dramma si svolge “nella mente del protagonista”, Quentin, che fa il punto della situazione sulla sua esistenza, come alla fine di un incubo. Dietro di lui ci sono tre pedane e la torre di un campo di concentramento, che si illuminano o cadono nel buio a seconda delle scene e dei dialoghi. Tutte le persone che hanno avuto su di lui maggior influsso e alcuni degli eventi principali della sua vita si susseguono in una sorta di flusso di coscienza che li intreccia per associazioni e rimandi, come avviene in sogno o come quando ci abbandoniamo a ricordi e riflessioni su noi stessi. La cosa straordinaria è che a questo apparente caos, nel quale appaiono e scompaiono persone come fantasmi e che spazia dall’infanzia del protagonista alla terza moglie, Arthur Miller riesce a dare una compattezza drammaturgica pari a quella di qualsiasi altro dramma tradizionale nel quale siano rispettate unità di tempo e luogo.

Marylin dietro le quinte. Il dramma è molto esteso e tratta vari temi, dal rapporto genitori-figli al fatto di sentirsi troppo ipocritamente “innocenti”, il “dopo la caduta” del titolo allude proprio a questo riferendosi metaforicamente alla caduta di Adamo. Nel primo atto prevale la questione di un processo, dovuto al “vento di follia” che coinvolse l’America in quegli anni di guerra fredda e maccartismo, che Miller visse sulla propria pelle come imputato con l’accusa di comunismo: ingenuità ed errori del passato che si riperquotono sul presente (un tema di ascendenza ibseniana). Nel secondo atto, invece, assume un ruolo preponderante Maggie, questa ragazza bellissima e disinibita, ingenua e maliziosa, che da semplice commessa diventa una star della televisione, e poi moglie del protagonista. Lei è una donna senza cultura che sente tutta la sua inferiorità rispetto al grande uomo, Quentin – nella finzione un illustre avvocato –, e anche per questo se ne sente attratta in modo speciale. È il primo uomo che non le salta subito addosso e che la tratta con dignità, e grazie al coraggio che ciò le infonde lei riesce a diventare famosa. Quentin è attratto, oltre che dal corpo, dalla sincerità fuori dal comune di Maggie. I due finiscono per innamorarsi, ma il loro rapporto degenera per l’insicurezza di lei che la porta da un lato a degradarsi e a tentare più volte il suicidio, abusando di alcol e barbiturici, dall’altro a insuperbirsi per il successo e quindi a fare spese folli e pretendere l’impossibile dai sottoposti e dal marito stesso, umiliandolo e tradendolo in continuazione. (Leggendo la biografia di Marylin e cambiando i dovuti nomi e dettagli superflui si ritrova più o meno tutto). Il conflitto tra i due diventa un inferno – che ricorda a tratti la fase finale dell’amore tra Vronski e Anna Karenina – una sorta di bomba dilaniante che esplode nella mente di Quentin, dal quale egli si salverà nell’unico modo forse possibile: abbandonando Maggie e lasciandola suicidare. Come è poi successo anche nella realtà con Marylin. Questo è quello di reale che rimane dietro l’immagine di cartapesta di un’icona pop del ’900.

Scellerata Einaudi. Non so quale altro aggettivo utilizzare nei confronti dell’Einaudi, che si è permessa di lasciare quest’opera fuori catalogo – assieme a tante altre di Arthur Miller! –, mentre al contempo si prodiga nel pubblicare e sostenere autori contemporanei di poco o nessun valore. La traduzione di Gerardo Guerrieri pubblicata dall’Einaudi nel 1964 (lo stesso anno in cui uscì in America) è peraltro ottima, a volte addirittura superiore all’originale.

Albertazzi e Monica Vitti. Nell’introduzione leggo che la prima italiana avvenne lo stesso anno in cui uscì in America, con protagonisti Giorgio Albertazzi e Monica Vitti, sotto la regia di Zeffirelli. Alcune recensioni dell’epoca si trovano ancora sul web e meritano di essere rilette. La pièce suscitò anche in Italia un interesse enorme; c’era all’epoca un’attenzione per il teatro che oggi appare soltanto un lontano ricordo. Il guaio è che fu un’attenzione forse un po’ superficiale, nella quale probabilmente giocavano un ruolo i fatti freschi di cronaca di cui si parlava nel dramma. Ma al di là della cronaca, si tratta di un’opera di valore permanente, che merita un posto fisso nella letteratura del teatro “classico” e non può essere dimenticata così impunemente.

Nymphomaniac I: un film che non salverà il mondo

Non basta qualche ora per riprendersi dall’ultimo film di Lars von Trier. È un film che lascia disorientati ed è veramente difficile giudicarne il valore. Scriverò qui di seguito alcune impressioni sparse.
Il sesso è un argomento difficile da trattare in un’opera d’arte perché si riferisce al nostro istinto più forte e brutale, che, se viene aizzato, pone fine a ogni ragionamento. È come ragionare quando si ha fame: non si può. «La parte interessante della vita inizia quando gli istinti primari sono soddisfatti» dice Orwell da qualche parte. Von Trier riesce, ma soltanto in parte, nella difficile sfida di trattare il sesso in modo distaccato senza andare a stimolare l’appetito sessuale dello spettatore. È un film più morale di quanto ci si potrebbe aspettare, ma non mi pare arrivi molto in alto.
Gli aforismi che ogni tanto spuntano fuori risultano abbastanza insipidi, come: “Divido le persone in due categorie: quelle che tagliano le unghie prima alla mano destra, e quelle che tagliano le unghie prima alla mano sinistra”; o il più pretenzioso, che fa da incipit al film: “Forse l’unica differenza tra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto, colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte, forse è questo il mio unico peccato”.
La similitudine tra la polifonia bachiana e l’armonia che sentirebbe la ninfomane con tre amanti diversi in parallelo sorprende e lascia perplessi allo stesso tempo.
Che emozioni trasmette, commuove? No. Fa ridere? A tratti. Disgusta? Spesso. Fa riflettere? Anche. Se ne esce migliorati o peggiorati? Non lo so. Probabilmente questo è uno degli effetti del fare un film “senza voler mandare un messaggio”, come ha dichiarato Von Trier, in accordo con la moda attuale.
Da una bella esecuzione del Flauto magico di Mozart se ne esce ristorati, col cuore pieno di gioia e la voglia di fare bene. Da un film come questo se ne esce mezzi intossicati.
Leggendo le varie dichiarazioni degli attori ho trovato ironicamente paradossale come a fronte di tanto preteso realismo si affrettino tutti a dire di non aver fatto sesso sul set e che Stacy Martin, la giovane ninfomane, è stata messa “completamente a suo agio” dal regista che l’ha trattata come fosse suo zio, e che ogni giorno perdeva cinque ore per farsi montare una vagina finta addosso… mentre per le scene di sesso c’era un set separato con gli attori porno, una sorta di anonimo carro bestiame al servizio degli esseri umani.
Con i tagli la prima parte dura 120 minuti, complessivamente la versione non censurata durerà cinque ore e mezza, quasi il doppio del Don Carlo di Verdi. Poi vi lamentate della lunghezza delle opere…
Non crea bellezza. Questa è forse la maggiore accusa che posso muovere contro Nymphomaniac. È un film che mostra una forte personalità registica e fa riflettere, ed è già qualcosa, ma non crea bellezza, come ci si dovrebbe aspettare da un’opera d’arte. Descrive la vita di una donna di uno squallore infinito, e vengono inanellate con un certo talento narrativo decine di scene degradanti che mostrano la vuotezza del sesso fine a se stesso. Ma che c’è di bello in tutto ciò? Se la bellezza salverà il mondo questo film non aiuterà a salvarci.
In una società che ci sbatte in faccia donne nude e provocanti in ogni angolo della strada, in ogni film, in ogni palestra, per non parlare di internet, mi viene voglia di chiudermi per un mesetto in un monastero per ritrovare un poco di concentrazione. Sono estremamente contento di aver finito questa sciocca e importuna recensione.

Un nemico del popolo nel peggioramento di Tognazzi-Erba-Pugliese

Non è una cosa seria. Non c’è molto altro da dire su questo “adattamento” ‒ o meglio “peggioramento” ‒ del capolavoro ibseniano operato da Gianmarco Tognazzi (protagonista), Edoardo Erba (adattatore), e Armando Pugliese (regista), in scena alla Sala Umberto dal 8 aprile.
Il testo originale. Un nemico del popolo è ‒ non meno dell’Amleto ‒ un capolavoro attualissimo, che scava nei meccanismi della corruzione politica e della collusione che il potere riesce a generare tramite ricatti e favoritismi. Il Dottor Stockmann ha scoperto che le acque termali sono inquinate a causa di uno scolo di una fabbrica (del suocero). Rifare l’impianto costa troppo e il sindaco (il fratello del dottor Stockmann) fa di tutto per minimizzare e screditare il fratello, che pian piano si ritrova sempre più solo. Alla fine arriverà alla conclusione che «l’uomo più forte al mondo è l’uomo più solo». Ma questo è solo uno degli spunti, per un maggiore approfondimento rimando a un mio precedente post (Ibsen: Un nemico del popolo e i disastri ambientali).
Il testo adattato-peggiorato. Tutta la nobiltà drammatica e il realismo ibseniano vengono sviliti in un adattamento da pubblico televisivo. Cioè un pubblico che, secondo loro, non è in grado di apprezzare un dramma “serio”, per cui vengono inserite battute e gag, col risultato che, essendo pure parecchio sceme, strappano giusto qualche risata striminzita nei più ingenui, riuscendo in compenso a rovinare l’atmosfera di un dramma che tratta un tema vitale, che meriterebbe tutta la serietà del caso. E se non altro di lasciare da parte le gag da cabaret. Poi ci sono mille altre modifiche inutili e banali per attualizzare il testo portandolo in Italia negli anni ’70, come se recitando sic et simpliciter il testo di Ibsen non si capisse lo stesso l’attualità delle sue istanze. Neanche il pubblico dei film dei Vanzina sarebbe così minorato da non coglierle. I riferimenti al vangelo naturalmente sono stati tutti soppressi. Da Bim Bum Bam (programma di cui Erba è stato coautore, se è vero quello che c’è scritto su Wikipedia) a Ibsen il salto è lungo, forse troppo.

La regia e gli interpreti. Cominciamo dal peggiore: Gianmarco Tognazzi. Per interpretare Stockmann, qui ribattezzato Storchi, Tognazzi assume una voce camuffata, stridula, magari adatta a qualche personaggio di Zelig, ma che non ha nulla a che fare col carattere preciso e rigoroso del Dottor Stockmann. In particolare la scena del comizio è insopportabile, sia per i decibel di troppo dell’amplificazione, sia per lo stile da “cane con l’affanno” con cui Tognazzi recita, o meglio urla e abbaia. L’impressione è che venendo da film leggeri abbia una sorta di complesso di inferiorità nei confronti del grande autore, che lo porta a strafare risultando non credibile e, personalmente, insopportabile. Ugualmente insopportabile, sempre per scelte registiche immagino, è la moglie del dottore, che è ridotta una sorta di idiota dall’espressione perennemente ebete. Gli altri attori stanno a un livello superiore, e sembrano tutti molto bravi, non fosse per il fatto che devono adattarsi anche loro a questa regia-adattamento che non permette di sfoggiare grandi qualità. Per spigliatezza e naturalezza, oltre che naturale bellezza, segnalerei comunque la giovane Stella Egitto della quale sicuramente sentiremo ancora parlare, soprattutto se avrà la fortuna di lavorare in qualche produzione più seria.

La Scuola con Silvio Orlando all’Ambra Jovinelli

Èin scena in questi giorni all’Ambra Jovinelli Sottobanco, il testo di Domenico Starnone tratto dall’omonimo romanzo del 1992 e rinominato La scuola dopo il successo del film che vi fu tratto.
La commedia è molto divertente, ha dei ritmi comici perfetti e sembra scritta su misura per gli attori che la interpretano (molti dei quali sono gli stessi del film). Tra gli interpreti svettano fra tutti per simpatia Silvio Orlando e Mario Prosperi, che fa il burbero prof di francese (“Ci sono quelli nati per studiare e quelli nati per zappare”).
Ma a parte gli interpreti, il testo è scritto in maniera estremamente sapiente: i caratteri sono ben definiti e la trama è molto compatta, nulla è lasciato al caso e in qualche modo “tutti i fili si chiudono”. Oltre a divertire, analizza, anche se non troppo approfonditamente, alcune dinamiche della scuola italiana degli anni novanta, sostanzialmente valide ancora oggi (lo dico per esperienza diretta). È sfruttata bene anche qualche citazione colta, come nel pezzo in cui il preside legge la sua poesia (in cui si intravede una scena del Misantropo di Molière). E le variazioni sul tema, come è noto, sono il sale della buona letteratura.

La sala è piena e il pubblico applaude contento: un successo meritato.
Presentato da  Cardellino srl
Attori Silvio Orlando, Marina Massironi, Vittorio Ciorcalo,Roberto Citran, Roberto Nobile, Antonio Petrocelli, , Maria Laura Rondanini
Regia  Daniele Luchetti
Scritto da  Domenico Starnone

50 sfumature di grigio per il Maometto II

Rassicuro i lettori: non si tratta di una variante del discusso bestseller (che non ho letto), ma di un’opera rara di Gioacchino Rossini, il Maometto II, in scena in questi giorni al Teatro dell’Opera di Roma.

L’opera. Dopo L’italiana in Algeri e Il Turco in Italia, Rossini, nel 1820, trovò il tempo di scrivere sui turchi anche in quest’opera seria, che trae spunto dall’assedio di Negroponte, quando Maometto II sconfisse i veneziani conquistando l’isola. Il libretto, scritto da Cesare della Valle, si basa sul classico topos dei due innamorati appartenenti a due schieramenti opposti (come poi Norma, Aida ecc. ecc.). In questo caso la protagonista è Anna, la figlia di Erisso, duce dei veneziani: Erisso vuole darla in sposa al fido Calbo, mentre lei è innamorata di Uberto, che poi si scopre essere nientemeno che Maometto II. Da qui il tragico dissidio patria-amore che si risolve in favore della patria. La versificazione è buona, anche se a volte si perde in lungaggini (almeno per i nostri parametri). La musica di Rossini è sempre bella, con alcuni momenti sublimi, come il terzetto “In questi estremi istanti…”, l’aria finale di Anna, un’aria di Calbo e diversi altri cori. Il limite è probabilmente nella credibilità drammatica, che Rossini raggiunse pienamente solo col Guglielmo Tell. Qua e là, infatti, la natura giocosa rossiniana riaffiora incontenibilmente e sembra di ascoltare pezzi che per stile e orchestrazione potrebbero appartenere al Barbiere o a Cenerentola. Non aveva torto Beethoven quando scosse la testa di fronte alle sue opere serie, sconsigliandolo di dedicarsi all’opera drammatica e di fare “soprattutto molti Barbiere”. (Certo, all’epoca non aveva scritto ancora il Guglielmo Tell…)
La regia (con scene e costumi) di Pizzi. La regia di Pier Luigi Pizzi è ormai inconfondibile, ovvero ha sempre gli stessi pregi e difetti: elegante e austera, statica e grigia. Dopo il grigio della Gioconda e il grigio di Attila, ecco l’ennesima sfumatura di grigio cimiteriale per il Maometto II. La cosa che più infastidisce è quel grigio non c’entra niente né con il libretto né con la musica. Non è mica il Wozzeck. Se poi il dramma di Rossini già soffre di un’azione troppo spesso congelata, questa regia non lo aiuta per niente con una scena fissa per atto (e la differenza tra una e l’altra è quasi impercettibile, di nuovo una sfumatura di grigio). A confronto la didascalia del libretto è molto più dinamica e sensata.
Il cast. Superba Carmela Remigio, nel ruolo di Anna, che si conferma una dei migliori soprani oggi in circolazione, sia per tecnica vocale che per dizione e per coinvolgimento emotivo: sulla scena dà tutta se stessa e questo fa la differenza. Eccellenti anche la mezzosoprano Teresa Iervolino, nel ruolo en travesti di Calbo, e il basso Mirco Palazzi, nel ruolo del titolo. Per entrambi applausi a scena aperta. Non da meno il tenore Giulio Pelligra nel ruolo di Erisso; meglio forse nel secondo atto che nel primo (ma potrebbe essere solo una mia impressione dovuta al fatto che ho cambiato posto). Infine promossa a pieni voti la direzione di Roberto Abbado: smagliante e convincente; si poteva notare inoltre come il Maestro fosse molto attento e accurato nel seguire i cantanti, suggerendo anche le parole e la dinamica del canto.
Ultima replica martedì 8 aprile.