Sarto per signora, Solfrizzi alla Sala Umberto

Sarto per signora è un classico della commedia di costume francese sul sempreverde tema del matrimonio e delle corna. Georges Feydeau, con la brillantezza e l’ironia che lo contraddistinguono, mette alla berlina vizi e ipocrisie della società borghese del suo tempo. Il dottor Molineauxvorrebbe tradire la moglie, ma non gliene va una per il verso giusto ed è costretto a inventare bugie ed escamotage sempre più inverosimili, innescando un meccanismo a catena di sicuro effetto comico, alla fine del quale si scopre che tradire va bene… l’importante è che nessuno sappia.

La versione in scena alla Sala Umberto, pur nel rispetto del testo e dell’ambientazione originali, declina la commedia in versione italiana utilizzando diverse inflessioni dialettali. Così Susanna,(l’amante del dottore, interpretata da Lisa Galantini), parla da romagnola; il marito, il generale Auben (Simone Luglio) ha la calata calabrese; mentre Emilio Solfrizzi regge ottimamente il ruolo del protagonista col suo simpatico accento barese. Lo spettacolo funziona, anche se sono del parere che un taglio meno farsesco gioverebbe alla commedia, rendendola anche più sottilmente divertente.
In scena fino al 26 aprile alla Sala Umberto, via della Mercede 50, Roma.

La mafia, i meriti di De Gennaro e l’episodio del G8 di Genova

Oggi ascoltando un radiogiornale e leggendo alcuni post su internet ho avuto la netta impressione che un’intera pagina della storia italiana sia stata rimossa. Forse è fisiologico, ma allora è ancora più doveroso ricordare a chi non sa o ha dimenticato.
Gianni De Gennaro è stato uno dei protagonisti della lotta alla mafia negli anni ottanta e novanta, e non mi stupirebbe che il fango che alcuni gli gettarono addosso all’epoca, e che ancora oggi gli viene gettato, sia in parte dovuto al suo impegno serio e determinante contro la criminalità organizzata.
De Gennaro era una delle pochissime persone di cui Falcone aveva piena fiducia. Fu lui ad andare a prelevare Buscetta in Brasile nell’84, e lui a custodire personalmente il teste chiave del maxiprocesso fino all’estradizione in America. Fu lui poi il capo della DIA, braccio operativo di Falcone, che tra mille difficoltà cercò di fronteggiare i servizi deviati dello Stato, e fu lui a mettere le manette a Bruno Contrada, che ancora oggi l’attacca. Solo per questo dovremmo fargli una statua. Per chi non se lo ricordasse, Contrada era un personaggio potentissimo, numero tre del SISDE, i cui rapporti con la mafia sono stati acclarati, fortunatamente anche a livello processuale (è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa).
In un famoso articolo che osteggiava l’avvento di Falcone a Roma, Lino Jannuzzi attaccava così: «Sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della debacle dello Stato di fronte alla mafia… L’affare comincia a diventare pericoloso per noi tutti… dovremo guardarci da due Cosa Nostra, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma…». Col senno di poi, quale più grande medaglia che essere diffamato assieme a Falcone?
Bene, ora veniamo all’episodio di Genova. De Gennaro era all’epoca capo della polizia, ma prefetto a Genova era un certo Arnaldo La Barbera. Se vi documentate un poco, La Barbera fu quello che picchiò Scarantino per indurlo ad addossarsi la colpa di aver rubato e guidato l’autobomba che uccise Borsellino in via d’Amelio. Leggendo i libri dei pentiti il nome di La Barbera torna spesso, e sempre in pessima luce (vedi per es. Un uomo d’onore, scritto dal pentito Di Carlo). Ecco, da diversi fatti processuali emerge il ruolo determinante che ebbe nell’episodio di Genova, in una situazione peraltro terribilmente confusa dove ci furono violenze da parte da ambo le parti.
L’unico capo di imputazione contro De Gennaro è stata una presunta telefonata in cui avrebbe cercato di fare pressioni per modificare una testimonianza. De Gennaro è stato poi assolto in I grado, condannato in appello, e assolto in via definitiva “perché il fatto non sussiste” in Cassazione. Sulla pagina di Wikipedia ci si può fare un’idea più chiara della questione .
Ora con quale criterio, se non l’ignoranza o la malafede si chiedono le sue dimissioni da Finmeccanica?

La grandezza di Germi e la miseria dei critici

Pietro Germi, con i suoi soli diciannove film, ha lasciato probabilmente uno dei maggiori contributi al cinema del Novecento. Non solo del cinema italiano, ma del cinema mondiale.

Noi italiani dovremmo apprezzarlo più degli altri, perché il suo cinema ha descritto l’Italia con una capacità visiva, un rigore etico e una sapienza drammaturgica che difficilmente si riscontra, spesso neppure in minima parte, in altri registi. Ha descritto l’Italia anteguerra, dell’immediato dopoguerra, e quella del boom economico, sapendo far ridere e piangere con la stessa intelligenza.

Nonostante questo, Germi è stato umiliato e offeso, e peggio ancora dimenticato proprio dalla critica italiana. Le sue analisi sull’ipocrisia della società erano evidentemente troppo originali per essere comprese, o troppo vere e scomode per essere accettate. La lontananza da qualsiasi faziosità l’ha poi isolato e lasciato privo di quelle coperture di cui altri registi di minor valore e di maggior opportunismo hanno goduto.

Tracce di questo livore della critica nostrana possono ancora rilevarsi nel momento in cui scrivo (6 aprile 2015) su diverse pagine della versione italiana di Wikipedia.

Prendiamo per esempio Il testimone (1945), l’esordio alla regia di Germi. Pur essendo un’opera prima, già mostra delle qualità straordinarie. Il protagonista si chiama Pietro Scotti, interpretato da Roldano Lupi: è imputato per assassinio a scopo di rapina e per questo viene condannato a morte (in Italia la pena capitale fu abolita tre anni dopo, nel ’48). Ma l’avvocato difensore, grazie a un sotterfugio, riesce a mettere in crisi le certezze del testimone chiave (Ernesto Almirante), riaprendo il processo e ribaltando la sentenza. Scotti torna in libertà e si innamora di una giovane ragazza (la bellissima Marina Berti), che poi cerca di sposare, senza però dirle niente del suo passato, che lui stesso vorrebbe dimenticare. Ma il suo passato riemerge, sempre più prepotentemente, come in un dramma ibseniano, fino a travolgerlo e a portarlo alla confessione della sua colpa.

Il film ha un’intensità drammatica che non cala mai dall’inizio alla fine, e tratta di temi importanti come la giustizia, l’inganno, l’amore e la morte. Gli attori sono diretti in modo superbo, la fotografia è spettacolare e a distanza di settant’anni ci offre uno scorcio bellissimo su una Roma appena uscita dalla guerra, piena di ferite e ricca di voglia di ricominciare. Quei muri scrostati, le vecchie osterie sul Tevere, i vicoli attorno a Regina Coeli, i tram all’epoca nuovi, i vecchi interruttori, le padelle appese ai muri, le terrazze con le mattonelle spezzate e i panni stesi… sono dettagli che arricchiscono ogni fotogramma, e sono il frutto evidente di una maestria già elevatissima. È un film poetico e dotato di una struttura narrativa solida, coerente, pieno di rimandi e premonizioni, che esprime un’etica sublime e tutt’altro che pedante. La giovane, quando scopre che il suo amante è, con ogni probabilità, un poco di buono, fa le valige per andarsene: ma lo ama e non riesce a lasciarlo quindi lo abbraccia disperata, facendolo scoppiare dal dolore per il rimorso, in una scena che sarebbe degna di una delle migliori pagine di Dostoevskij.

Bene, a fronte di un capolavoro del genere, se andiamo su Wikipedia alla voce del film, troviamo una scarna scheda che riporta:

Per il Dizionario Mereghetti «è una specie di giallo psicologico del tutto insolito per la rinascente cinematografia nazionale. Un film confuso ma non privo di talento registico e di una consistente vitalità». Per il Dizionario Morandini è un film che, pur «sbagliato e moderatamente interessante nei contenuti, rivela nell’esordiente P. Germi una capacità e una sicurezza che non sono soltanto tecniche»

Secondo il Morandini è un film «sbagliato»! Ma che significa «sbagliato»? Quale stupido pregiudizio ideologico può giustificare un giudizio del genere? Ora, anche se questo dizionario è pubblicato dalla Zanichelli, che credibilità può avere dopo una sentenza del genere? Stesso discorso per il Merenghetti, secondo cui saremmo di fronte a un film «confuso»… Questo film di così rara lucidità sarebbe «confuso»! Ed è inutile poi aggiungere «ma non privo di talento registico», perché si fa presto a gettare fango e poi a dare il contentino per giustificare la fama del regista. E purtroppo critiche simili si trovano per diversi altri film di Germi (uno su tutti il tanto vituperato Le castagne sono buone, che invece è un film che rimane impresso e sul quale magari scriverò un altro post in seguito).

Per quale motivo tutti i film presenti su Wikipedia devono riportare il giudizio di questi esimi critici? Chi li ha eletti gli arbiter elegantiae del cinema italiano? Quando il signor Morandini o il Mereghetti criticano Pietro Germi mi ricordano gli scribi e i farisei che attaccavano Cristo dandogli dell’empio perché non badava alle loro norme sulla filtrazione del vino dai moscerini. Sono dei sepolcri imbiancati che forse sarebbe meglio mandare in pensione una volta per tutte, o no?

Tosca nell’allestimento originale all’Opera di Roma

Il nuovo allestimento della Tosca, in scena al Costanzi fino al 12 marzo, riprende le scene e i costumi ideati da Adolf Hohenstein per la prima rappresentazione, che avvenne proprio in questo teatro, il 12 gennaio 1900, sotto la supervisione di Puccini stesso. Devo dire che l’impatto visivo, fin dall’apertura del sipario nel primo atto, sullo scorcio di Sant’Andrea della Valle, è stato qualcosa di meraviglioso: la cancellata in ferro battuto, la statua della madonna, le colonne, i capitelli, gli affreschi, le proporzioni perfette e i chiaroscuri, tutti dipinti a mano, davano la sensazione di essere immersi un “bagno d’arte”. Inoltre, l’inconsueta prospettiva realizzata di taglio, realizzata nella seconda parte del palcoscenico, riusciva a imprimere una proiezione drammatica alla scena in se stessa. Impressionante poi la scena corale del Te Deum, col fiume di chierichetti con gli incensi, la processione di preti e fedeli, Scarpia, e infine il Papa: un climax di colori degni del miglior quadro d’insieme della Roma papalina d’inizio Ottocento.

La scena del secondo atto, ambientato in una elegantissima stanza di Palazzo Farnese, ricca di archi, stucchi, una grande finestra e due affreschi circolari sul soffitto, non era da meno. Infine nel terzo atto, che si svolge sulla terrazza di Castel Sant’Angelo, offriva una suggestiva panoramica su Roma e uno splendido cielo stellato. Merita veramente un grande plauso il sovrintendente Fuortes che ha voluto questo rifacimento, e meritano un applauso ancora più grande i maestri pittori del Teatro, che hanno saputo ricostruire dai bozzetti di Hohenstein scene così belle, adattandole perfettamente anche all’attuale dimensione del palco (più profonda di quella del 1900, a seguito di una ristrutturazione). Viene da chiedersi dov’erano queste maestranze negli anni passati e se non sono state sottoimpiegate, né mi sorprenderebbe troppo che il cubo insulso di Graham Vick di qualche anno fa non sia costato più di questi splendidi pannelli.

Rimanendo sulla parte visiva, l’unica cosa che non ho apprezzato molto è stato il vestito di Tosca: con quei guanti fuori misura del primo atto, e quel colore turchese chiaro, intonato con gli affreschi di Palazzo Farnese, ma poco aderente al personaggio.

Sul lato più strettamente musicale la serata è stata meno memorabile. La direzione di Renzetti non mi sembra che abbia dato una lettura particolarmente profonda della partitura: ha tenuto spesso tempi troppo lenti (già dall’incipit, dopo “Vittoria vittoria” ecc.), una dinamica un po’ strana (mi riferisco al bilanciamento tra gli strumenti, e tra orchestra e voci), male anche le sincopi di E lucevan le stelle (ma quelle le fanno bene solo i direttori migliori, vedi ad esempio Votto o Bartoletti). L’unica pagina che a livello musicale mi ha dato un brivido è stato il crescendo del Te Deum.

Per quanto riguarda le voci, io ho assistito alla replica di ieri (4 marzo), con il secondo cast. Cavaradossi era interpretato daAquiles Machado: voce limpida, forse non potentissima, ma dizione chiara, e buon coinvolgimento emotivo; Tosca, Raffaella Angeletti: se l’è cavata ma non è stata una grande interpretazione (nel registro medio-basso quasi non si sentiva), e soprattutto le messe di voci mi sono parse molto perfettibili; Scarpia, interpretato da Claudio Sgura, si è rivelato invece una voce importante, ricca di armonici e autorevole. Mentre della sua interpretazione mi è parsa migliorabile la parte attoriale: nel secondo atto era, in generale, troppo distaccato e viceversa si è mostrato eccessivo, al limite del goffo, nei momenti in cui tentava di stringersi a Tosca. A ogni modo, negli applausi finaliè stato, giustamente, il più applaudito.

Ettore Majorana alla Biblioteca Mameli

Informo i miei lettori che giovedì 19 febbraio 2015, alle 17:30, si terrà presso la Biblioteca Mameli (via del Pigneto 22), un incontro sul mio testo teatrale Il mare di Majorana, che ricostruisce gli ultimi dieci anni della vita pubblica di Ettore Majorana e indaga sui motivi della sua scomparsa, dandone una interpretazione letteraria inedita, basata anche sui documenti storici.
Naturalmente diremo anche due parole sulle nuove ipotesi di cui si è tanto discusso in questi giorni.
L’incontro sarà presentato da Maria Chiara Piazza, mia amica nonché scrittrice e drammaturga (che tra pochi giorni debutterà al Teatro Abarico), e sarà arricchito dalla partecipazione di Giovanni Battimelli, professore di Storia della Fisica alla Sapienza.
A seguire un piccolo rinfresco.

Mentre l’ebook è sempre scaricabile dalla pagina Amazon.

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Ringrazio tutti per la numerosa partecipazione e il vivo interesse che mi è stato testimoniato da tutti. Spero ci saranno anche altri incontri di questo tipo. Vi terrò comunque aggiornati su questo blog.

Apparizioni e sparizioni di Majorana

La notizia di ieri del presunto avvistamento di Majorana in Venezuela mi ha abbastanza sbalordito, non tanto per l’ipotesi in sé, dato che questa dell’emigrazione in Sud America è una pista che periodicamente rispunta fuori (naturalmente sempre in città, paesi e modalità completamente diverse e incompatibili… ma cosa importa!), quanto per la fonte. Sembra incredibile che un magistrato sia arrivato ad avere la «certezza» (così affermano i giornali), che Majorana abbia soggiornato dal ’55 al’59 in Venezuela sotto le false spoglie del signor Bini, suffragando questa «certezza» con prove tanto labili.
Vediamo dunque quali sono queste prove.
1. Una foto di un signore anziano, che analizzata dal RIS, sarebbe compatibile con quella del padre di Majorana (neanche di Ettore, ma del padre). Ora, a parte il fatto che il soggetto della suddetta foto non somiglia per niente a Ettore Majorana, ma anche scientificamente questi test hanno un certo margine d’errore (20%, 30%?), e a forza di tirare fuori foto, una compatibile la si trova. (Solo un paio di anni fa ne era stata trovata un’altra compatibile con un uomo vicino a Eichmann, in Argentina).
2. Una cartolina scritta negli anni venti (una quindicina di anni prima della scomparsa di Ettore!) dallo zio di Majorana, neanche indirizzata a Ettore, ma a W.G. Conklin. Ora, secondo quale nesso logico questa cartolina sarebbe una prova che il signor Bini era Majorana, seppure fosse vero sia stata ritrovata nella macchina di questo signor Bini?
3. La testimonianza di un meccanico che avrebbe descritto quest’uomo con un profilo psicologico «compatibile» con quello di Majorana: cioè un uomo schivo che non amava farsi fotografare e che aveva la macchina ingombra di carte…
Tutto ciò mi pare ridicolo. E se mi chiedo a chi giova, vedo solo il nome di un magistrato, che con questa storia è riuscito a farsi una gran pubblicità arrivando su tutti i giornali nazionali.
Per quale motivo poi Majorana sarebbe emigrato in Venezuela? Non è dato sapere.
Se invece guardiamo ai documenti storici, e alle testimonianze di chi lo conobbe, troviamo un percorso personale difficilmente compatibile con questa fuga in Venezuela (escludere, non si può escludere nulla).
Per quanto riguarda l’analisi su cui si fonda il mio dramma teatrale, ricordo i seguenti fatti:
Majorana si chiude in isolamento dal ’33 interrompendo bruscamente la sua carriera scientifica (qui è la chiave della mia analisi).
Ha disturbi gastrici e una specie di esaurimento (e altro?), tanto da avere, quando si trasferisce a Napoli, un’infermiera personale.
A Giuseppe Occhialini, nel ’38, manifesta esplicitamente intenti suicidi (Occhialini lo dichiarò in un’intervista rilasciata a Bruno Russo poco prima di morire, Ettore Majorana, un giorno di marzo).
Preleva tutti i soldi in banca e prende il passaporto.
Poche settimane dopo, prima di scomparire, lascia una lettera con chiari intenti suicidi.
In un primo momento ci ripensa, e poi fa perdere definitivamente le sue tracce, forse nascondendosi in un convento.
Nel ’39 la polizia smette di cercarlo, la polizia e la famiglia lo danno per morto (vedere Un punto fermo sulla vicenda Majorana, di F. Guerra e N. Robotti).
Sempre nel ’39 Giovannino Gentile, suo amico intimo, in una lettera autografa accosta il suo «destino» e la sua «suprema decisione» a quelli di Manià, matematico morto suicida nello stesso periodo (Tra scienza e lettere, P. Simoncelli).
Nessun altro, di chi lo conobbe, ne ebbe più notizie.
La sua fine rimane a tutt’oggi misteriosa, anche se il suicidio o una grave malattia che l’abbia ucciso entro il 1939 sembrano le ipotesi più accreditate.
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Il Giulio Cesare di Shakespeare: una traduzione moderna e sintetica


Il teatro è sintesi. Non è solo questione di lunghezza complessiva: uno spettacolo di mezz’ora può essere prolisso, come uno di tre ore può essere sintetico. Èquestione di densità. Molto del mio sforzo è stato volto a rendere i versi di Shakespeare con il minor numero di parole (e talvolta di sillabe) possibili. In questo modo ho voluto anche sfatare il luogo comune secondo cui l’italiano sarebbe per sua natura più prolisso dell’inglese: mi sono imposto di non superare la lunghezza dell’originale, tanto che alla conta delle parole e dei caratteri la mia versione è più corta di un paio di pagine. La possibilità di lasciare il soggetto sottinteso, per esempio, è un piccolo vantaggio, ma è soprattutto la vastissima ricchezza lessicale dell’italiano che, se ben sfruttata, permette di raggiungere una grande incisività. Inoltre, nello specifico di questo lavoro, l’uso della prosa, mi ha svincolato dalla rigorosa metrica del verso, affrancandomi da ridondanti parole di “riempimento”.

La mia non è una traduzione letterale: èpiuttosto una traduzione pensata per la messa in scena, come d’altra parte era, e rimane, il fine originario dell’opera. Ciò non toglie che si possa apprezzare anche nella lettura, anzi, sono convinto che le due cose vadano di pari passo. Per raggiungere il mio fine ho cercato la fedeltà allo spirito, anche a costo dell’infedeltà alla lettera. In qualche caso ho persino omesso l’uso di qualche artificio retorico (apostrofi, anafore, terza persona riferita a se stessi, e diversi vocativi…), cercando però sempre di non cadere nella sciatteria di un linguaggio troppo colloquiale. Forse è proprio questa la sfida più ardua che si presenta al traduttore contemporaneo: quella di rendere la vivezza delle infinite metafore scespiriane senza forzature, sia verso il registro alto, sia verso quello basso. Come metodo di lavoro, ho approntato una prima traduzione abbastanza letterale, che poi ho revisionato, quasi come fosse un testo mio, cercando di renderlo più fluido e conseguente possibile.

Il Giulio Cesare di Shakespeare è scritto prevalentemente in pentametri giambici non rimati, cioè in decasillabi con gli accenti, di norma, sulle sillabe pari. Sono presenti soltanto tre passaggi in prosa, tutti e tre con solide giustificazioni teatrali: il racconto di Casca (come potrebbe, una persona scontrosa e seccata esprimersi in versi?), il famoso discorso di Bruto (che, nella sua semplicità, si contrappone alla retorica di Antonio), la missiva di Artemidoro (leggendo una lettera si “esce” dalla convenzione del parlato; in un altro contesto, si pensi alla lettera di Lady Macbeth nel Macbeth di Verdi…). Nonostante ciò, ho creduto impresa disperata tradurre in versi, per un semplice motivo: nessun dramma italiano in forma metrica, neppure se scritto da grandissimi poeti come Ariosto, Alfieri e D’Annunzio, ha superato la prova del tempo. Certo si leggono ancora, ma nessuno è più in repertorio da vari decenni, perché all’orecchio moderno appaiono difficilmente accettabili. (C’è poi la testimonianza di Goldoni, che invece riempie ancora i teatri: egli aveva scritto diverse commedie in versi martelliani, ma l’aveva fatto inchinandosi alla moda dell’epoca, come lui stesso ammette, perciò poi si prese la briga di volgerle in prosa per i posteri). Ciò non toglie, che pure nell’ambito della prosa, ho cercato un ritmo e una musicalità confacente al discorso.
Altro problema sono i giochi di parole, spesso presenti e spesso intraducibili, se non cambiando completamente area semantica. Per esempio, nella prima scena il calzolaio gioca con l’ambiguità di «soul», che in inglese significa sia «anima» che «suola» (letteralmente dice: «Faccio un mestiere, signore, che spero di esercitare con buona coscienza; e consiste, nei fatti, signore, nel medicare le cattive anime/suole»); nell’impossibilità di renderlo letteralmente, ho optato per un gioco di parole completamente diverso: «Un mestiere, signore, che spero di fare con i piedi ben piantati per terra; e che consiste, nei fatti, signore, nel dare una mano agli spiantati». Trovo che sia fondamentale, soprattutto in una tragedia come questa, rendere adeguatamente le scene che dovrebbero strappare un sorriso nello spettatore. Si tratta di pochi momenti, che sono però presenti, e hanno una funzione drammaturgica essenziale, ossia quella di alleggerire l’atmosfera, evitando la marmorea e disumanizzante monotonia di una tragedia senza una battuta di spirito. Spirito di cui Shakespeare certo non mancava, e anche per questo lo ammiriamo tanto. (Debbo invece rilevare che la maggior parte sia delle traduzioni, sia delle messe in scena “serie”, non rendono adeguatamente lo humour scespiriano, appiattendo le battute brillanti a vuoti e noiosi momenti di transizione).
Nell’in-folio del 1623 (che contiene la prima edizione del Giulio Cesare), le sole didascalie presenti sono quelle di entrata e uscita in scena dei personaggi. Con molta parsimonia, ho aggiunto altre didascalie apocrife, specialmente dove potevano illuminare il significato delle battute. In alcuni passi particolarmente oscuri mi sono preso la responsabilità di scegliere un’interpretazione chiara, a costo di fare scelte che vanno al di là del testo esplicito. Per dirimere alcuni passi mi sono rifatto a Plutarco, la fonte principale di Shakespeare; in particolare le Vitedi Giulio Cesare e Bruto, dalle quali sono tratte praticamente tutte le scene del dramma. Per esempio, la didascalia che ho aggiunto nel III Atto, secondo cui il poeta Cinna viene ucciso, mi pare che sia più che giustificata dal racconto di Plutarco, da cui la scena è chiaramente tratta.
La presenza di ben quaranta personaggi (!), più le comparse, costituisce senz’altro un inconveniente strutturale del dramma, soprattutto per la rappresentazione. Certo, si potrebbe obiettare, uno stesso attore può interpretare più ruoli; ad esempio, chi fa Marullo, che compare solo nella prima scena del primo atto, può benissimo recitare le quattro battute di Stratone nel V atto. (C’è una singolare ma significativa testimonianza di un certo Thomas Platter, che nel suo diario racconta di aver visto a Londra, nel settembre-ottobre del 1599, un dramma su Giulio Cesare recitato da «una quindicina di attori», e gli studiosi concordano che in quelle date a Londra poteva essere in scena solo il Giulio Cesare di Shakespeare). Rimane il problema di avere in scena personaggi sempre diversi che confondono un po’ lo spettatore. Da drammaturgo non riesco a giustificare questa scelta e mi chiedo perché Shakespeare, ammesso che non ci siano state manomissioni postume, abbia commesso l’“ingenuità” di scomodare così tanti personaggi per poche battute. L’unica risposta che riesco a congetturare è un fine didattico. Shakespeare aveva un pubblico costituito prevalentemente da popolani, persone che non avrebbero mai letto Plutarco, e la cui unica fonte di istruzione era proprio il teatro. Allora il dramma storico assurgeva anche al nobile ruolo di maestro di storia. D’altra parte, se ogni tanto compare qualche oscuro Stratone per dire un paio di battute, pazienza: si può vedere il Giulio Cesare come un turbinio di eventi che accadono attorno ai tre personaggi principali: Bruto, Cassio e Antonio.
Volendo, con piccolissime modifiche si può ridurre a venti il numero dei personaggi parlanti. Per esempio le uniche tre battute di Cicerone possono essere attribuite e recitate senza problemi da Popilio, un altro senatore che compare per due sole battute.Lo stesso dicasi per il personaggio di Catone il giovane, o meglio il figlio di Catone il giovane, che si potrebbe eliminare espungendo una sola battuta, e attribuendone altre due a Messalla, senza togliere una virgola al corso del dramma. Diversi personaggi subalterni si potrebbero poi “unificare” seguendo la stessa linea. Ma questo è comunque più un problema della messa in scena che della lettura.

Mi è d’obbligo ricordare che nel mio lavoro mi sono confrontato con le seguenti traduzioni: Gabriele Baldini, in prosa (BUR, 1963); Goffredo Raponi, in versi (LiberLiber, 2000); nonché quella abbastanza libera di Eugenio Montale, a mio avviso la migliore, trasmessa alla radio dalla RAI il 18 gennaio 1955 (ascoltabile su http://www.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-657ef682-91e7-4a0e-a8b6-df0d4e27e0e9.html# ). Infine, ho trovato molto utili i glossari e le note presenti sul sito http://www.shakespeareswords.com/.

La trattativa ben ricostruita da Sabina Guzzanti

Ho trovato il film-documentario della Guzzanti abbastanza oggettivo e ben documentato, anche se per forza di cose non esaustivo. La Trattativa ripercorre le verità emerse nei processi riguardanti la strage di via d’Amelio e i successivi attentati del 1993, la cattura di Riina con la “svista” del colonnello Mori che non fa perquisire né sorvegliare il covo del boss e il mancato arresto di Provenzano (altra “svista” di Mori), fino alla nascita di Forza Italia come nuovo referente politico della mafia. Questo è l’argomento su cui si focalizza una buona metà del documentario. Se prima sospettavamo fortemente sull’origine poco pulita di Forza Italia, adesso è agghiacciante averne la certezza con tanta dovizia di particolari (venuti a galla grazie ai pentiti).
Mi sono sembrate, invece, inutili e di cattivo gusto le caricature di Massimo Ciancimino e Scarantino; e ho trovato pure gratuita una certa cattiveria nei confronti di Gaspare Spatuzza. Èvero che quest’ultimo è responsabile di una quarantina di omicidi, ma collaborando sta aiutando a fare emergere verità storiche di primaria grandezza, a rischio della vita sua e dei suoi parenti. Di fronte a questi collaboratori di giustizia bisognerebbe avere il distacco necessario ma anche il massimo rispetto per la loro scelta, come ci hanno insegnato Falcone e Borsellino stessi (e la Guzzanti non sembra averlo capito pienamente).

Vengono lanciate anche delle stilettate contro Caselli che non so quanto siano fondate; Caselli stesso ha protestato con una lettera al Fatto quotidiano.

Il Barbiere di Hollywood a Caracalla

Se c’era andata bene con la regia di Bohème, stavolta non si può dire la stessa cosa per il Barbiere di Siviglia. La regia di Lorenzo Mariani è sì fantasiosa e piena di trovate, ma la maggior parte di queste trovate sono del tutto senza senso e fuori luogo: andrebbero bene per riempire una farsa di quart’ordine ma non certo per il capolavoro rossiniano. La scena è ambientata a Hollywood con tanto di squadre di nuoto, scivoli acquatici, acrobati, macisti, divani giganti e tutto quello che di più assurdo vi può venire in mente. Mancavano gli elefanti, forse per problemi logistici. Qua e là c’era anche qualcosa di passabile (Rosina-Titti in gabbia), o persino di carino, come la scena durante l’aria della servetta e il finale (solo gli ultimi tre minuti, quando gli sposi vengono sollevati sulla torta nuziale). Ma questo non giustifica le altre assurdità che hanno letteralmente maciullato la tensione drammatica della storia.

Anche la direzione d’orchestra è stata abbastanza piatta e routinaria; di certo non è riuscita ad accendere la miccia di Mr Crescendo. La cosa migliore sono state le voci, soprattutto Rosina, interpretata dal mezzosoprano Annalisa Stroppa, che ha esibito una voce agile e ricca di armonici.
Per il resto del cartellone rimando al sito del teatro http://www.operaroma.it/ita/opera-barbiere-2014.php 

Bohème a Caracalla, la prima al pianoforte, vince la regia di Livermore

Ieri sera è stata una serata decisamente travagliata per la prima di Bohème alle Terme di Caracalla. La pioggia fino alle otto e quaranta e le nuvole che continuavano ad aggirarsi minacciose nel cielo hanno portato a un ritardo di una mezzora sull’inizio. Poi, scongiurato il pericolo pioggia, è arrivata la notizia dello sciopero di parte dell’orchestra che ha costretto gli organizzatori a ripiegare sul pianoforte. Parte del pubblico se n’è andata (un quarto del totale?), optando per il rimborso dei biglietti, ai restanti è stato offerto il 50% di sconto su un altro spettacolo a piacere.
Qui c’è da chiedersi se uno sciopero di questo genere abbia senso o non sia piuttosto un tentativo di omicidio-suicidio artistico della fondazione da parte di un 20-30% dei lavoratori. Non sarebbe stato più efficace protestare con dei volantini, uno striscione all’ingresso, magari una raccolta di firme, e andare regolarmente in scena mostrando cosa potremmo perderci con i tagli? Forse mi sbaglio, ma mutilare il lavoro del direttore d’orchestra, dei cantanti, del regista, e del resto dell’orchestra che non si è potuto esibire non mi pare un modo corretto di protestare. Anche perché il pubblico pagante è quello che assicura l’esistenza al teatro (senza pubblico non ci sarebbero neanche i fondi esterni), e il pubblico è sicuramente dalla parte dei lavoratori del teatro e contro i tagli, per cui infastidirlo e penalizzarlo, col rischio, potenzialmente infausto, di scoraggiarlo a venire una prossima volta, non mi pare una buona idea. Comunque lo spettacolo, seppur in forma ridotta, c’è stato e veniamo ad esso.
I cantanti si sono tutti fatti valere, nonostante le condizioni avverse (oltre allo sciopero, c’era una grande umidità, bassa temperatura, e in generale la difficile acustica di un luogo all’aperto). In primo luogo segnalerei la splendida voce del tenore, Aquiles Machado, potente e musicale e sempre credibile nel ruolo. Buona anche la prova di Carmela Remigio, che avevamo imparato ad apprezzare nelle sue superbe interpretazioni belcantiste e ritroviamo qui con la stessa tecnica e lo stesso impegno recitativo anche se forse non è il suo repertorio d’elezione. Nel ruolo di Musetta Rosa Feola, ha dato prova di ottima tecnica, specialmente con alcuni diminuendo da manuale. Si potrebbe osservare che la Mimì della Remigio è sicuramente un po’ più scaltra della candida eroina immaginata da Puccini, e mi azzardo a dire che, come temperamento, quasi avrei visto meglio la Feola e la Remigio a ruoli invertiti… Di tutto il cast canoro va sottolineata l’estrema cura nella dizione che ha permesso di comprendere distintamente ogni singola parola. In questo, un elogio particolare va al coreano Julian Kim, che ha dimostrato di padroneggiare perfettamente la nostra lingua. Per la cronaca, forse per la prima volta a Caracalla, erano presenti anche i soprattitoli in inglese, accanto a quelli italiani.
Della direzione d’orchestra si può dire poco, dato che l’orchestra non c’era. Il giovane e promettente maestro, Daniele Rustioni, è stato senz’altro il più penalizzato dallo sciopero. Comunque tempi e fraseggio sono stati ottimi, e di questo già gliene si può dare atto, sul resto si potrà giudicare meglio nelle recite successive.
Lo sciopero non ha potuto invece scalfire la regia, le scene, i costumi e le luci di David Livermore. Sotto questo aspetto è stata una delle migliori Bohème che abbia mai visto. Lo spettacolo infatti è ricchissimo di trovate discrete e al servizio del libretto, che danno alla scena un tono vivo, moderno e al contempo fedele allo spirito originario dell’opera. Simpatici i due allegri camerieri che seguono l’arrivo di Shaunard e poi ritroviamo da Momus, carina l’idea di far ritrovare Rodolfo e Mimì sul divano in mezzo alla piazza all’inizio del secondo quadro, audace variante di far spegnere a Mimì la candela da se stessa (assecondando in questo modo, suppongo, il temperamento della Remigio). In generale comunque dominano le proiezioni, che, seguendo il corso della storia, dipingono virtualmente dei grandi pannelli alle spalle dei cantanti con quadri famosi o scenografie suggestive. Con queste proiezioni Livermore è riuscito a includere, con un effetto estremamente pittoresco, anche i retrostanti ruderi di Caracalla, che diventano, tra l’altro, due palazzine del quartiere latino con i comignoli fumanti nel primo quadro, e vengono innevati nel terzo. In generale Livermore ha dimostrato grande intelligenza nell’adattare l’opera al luogo e al tempo della rappresentazione e ai cantanti. Nella parte attoriale invece qualche dettaglio perfettibile c’era (per esempio quando il tenore attacca O soave fanciulla non può stare con le mani in tasca… o quando Musetta ha il «crampo al piè» dovrebbe essere circondata da uomini che cercano di toglierle la scarpetta, oppure nel finale la disposizione dei personaggi sulla scena mi è parsa poco naturale), piccole cose, comunque, che non intaccano la magia dello spettacolo.
Infine da menzionare l’eroina-salvatrice della serata, la pianista Enrica Ruggiero che ha sostituito l’orchestra, permettendoci di ascoltare una Bohème quantomeno insolita, più essenziale, che sacrificando la variabile timbrica ha fatto percepire con più chiarezza la melodia e l’armonia, e ha reso protagoniste ancor di più le voci.

Postilla dopo la recita del 4 agosto
Finalmente la Bohème con l’orchestra: il giovane Rustioni si è fatto valere.
Rivedendo lo spettacolo ho potuto notare meglio alcuni dettagli attoriali. Il difetto maggiore nella Mimì della Remigio, non so se imputabile a lei o a Livermore, è stato quello di avere caricato troppo di tragedia la recitazione: le movenze erano troppe, i gesti erano troppi, e in questo modo ha finito per risultare “melodrammatica” nel senso deteriore del termine, cioè falsa. Cosa che il pubblico ha percepito, tributandole applausi meno convinti del solito. Il motto del tempio di Delfi, “meden agan” (“nulla di troppo”), è una delle regole auree della recitazione e una delle più infrante. Dalla platea ho avvertito nella Remigio una rigidità contraria alla naturalezza con cui andrebbe affrontato (soprattutto) il personaggio di Mimì, caratterizzato da ingenuità, semplicità e candore… e che quindi dovrebbe gesticolare il meno possibile. Mimì non è Maria Stuarda, la commozione scaturisce da un grande sentimento in una piccola anima, l’emozione viene trasmessa da una grande voce e piccolissimi gesti. Ripeto, quanto sia imputabile a lei o a Livermore non lo so, sicuramente alcune scelte sono registiche e vanno nella direzione sbagliata (per esempio nel quarto quadro, Mimì si alza dal divano per poi riaccasciarsi e risollevarsi di nuovo…).
Ho notato con piacere che stavolta su O soave fanciulla Machado non teneva le mani in tasca. Se la prossima volta apre anche le braccia e si avvicina a Mimì è perfetto. Comunque è stato, giustamente, il più applaudito della serata.

Dopo questo secondo ascolto mi fa piacere dire due parole anche sui “comprimari” che hanno recitato e cantato ottimamente. I ruoli dei tre amici di Rodolfo sono come quelli di tre soldati in una guerra di trincea, dove fare il proprio dovere rasenta l’eroismo, anche se è poco appariscente. Julian Kim è stato un Marcello credibile e solido; Gianluca Buratto, nel ruolo di Colline ha esibito una voce grande e sicura (anche se in questa recita lievemente affaticata); Simone Del Salvo, Schaunard, ha dominato la scena con estrema padronanza ed eleganza.
In ogni caso confermo il giudizio della prima: complessivamente è uno spettacolo da non perdere.

Calendario delle recite
Lunedì 14 luglio, ore 21.00
Sabato 26 luglio, ore 21.00
Martedì 29 luglio, ore 21.00
Giovedì 31 luglio, ore 21.00
Sabato 2 agosto, ore 21.00
Lunedì 4 agosto, ore 21.00
Sabato 9 agosto, ore 21.00

Mimì – Carmela Remigio
Rodolfo – Aquiles Machado / Alessandro Liberatore (2)
Marcello – Julian Kim / Dionisio Sourbis (2, 9)
Shaunard – Simone Del Savio
Colline – Gianluca Buratto
Musetta – Rosa Feola / Mihaela Marcu (2, 9)
Benoit – Roberto Accurso

Direttore – Daniele Rustioni
Regia, scene, costumi, luci – Davide Livermore
Maestro del Coro – Roberto Gabbiani

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
con la partecipazione degli Allievi della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera diretta da José Maria Sciutto

Nuovo allestimento con Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia
http://www.operaroma.it/ita/opera-la-boheme-2014.php