Mastro Don Gesualdo in versione teatrale al Quirino

Èsentita e toccante questa trasposizione teatrale del capolavoro di Verga, in scena da ieri al teatro Quirino di Roma, con la regia di Guglielmo Ferro.
Attraverso dei flashback viene ripercorsa la dura, e in fondo tragica, vita di Mastro Gesualdo, che da povero bracciante riesce a diventare ricchissimo proprietario e quindi anche “Don”, cioè “signore”, rimanendo però sempre disprezzato dai nobili, primi fra tutti la moglie e la figlia. In lui si ammira la forza di volontà e la dedizione al lavoro, che però viene messa al servizio del vano accumulo di denaro, reso ancora più vano dalla sua (incolpevole) mancanza di cultura. Come spesso accade in Verga non c’è un ‘colpevole’, ma un destino crudele e beffardo che stritola tutto, non perdonando nessuna debolezza a nessuno.
Ottima la regia e la compagnia degli attori, capeggiata da Enrico Guarneri. Lo spettacolo è anche un omaggio a Turi Ferro (grandissimo attore catanese scomparso nel 2001). 

Repliche fino al 13 ottobre 2013.

Diario di Hiroshima ‒ per non dimenticare

Oggi ricorre il 68-esimo anniversario della bomba atomica su Hiroshima.Fino a qualche mese fa consideravo lo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki come un’immane tragedia, ma senza rendermi effettivamente conto di quanto fosse stata “immane”. Pensavo, cioè, a un numero enorme di morti, di case e palazzi distrutti, di donne, bambini e civili uccisi indistintamente, ma la mia fantasia non andava molto oltre; anzi, ingenuamente pensavo che la maggior parte fossero morti sul colpo. Conoscevo anche la descrizione riportata dai fisici che osservarono la prima bomba fatta esplodere nel deserto del New Mexico: dello spostamento d’aria impressionante sentito a chilometri di distanza, con Fermi che lascia cadere dei pezzetti di carta e stima la potenza dell’esplosione misurando quanto i pezzettini cadono lontani. Uno di quei fisici pensò “Impressionante, ma credevo peggio”, poi si ricordò di avere un filtro di vetro scuro di dieci centimetri per riparare gli occhi, e sbirciando da sotto il filtro vide il deserto illuminato a giorno.

Ma questo è l’effetto della bomba visto da lontano‒ come in genere siamo abituati a pensarvi ‒ tutt’altro è leggere i racconti di chi la bomba se la vide esplodere a poche centinaia di metri dalla testa e ne provò le conseguenze sulla propria pelle, sui propri famigliari e amici, e poi si rimboccò le maniche per ricominciare a vivere in mezzo alle macerie. Ecco Diario di Hiroshima,di Hachiya Michihiko. Soltanto dopo aver letto la testimonianza di questo grande uomo, medico, direttore dell’ospedale delle comunicazioni di Hiroshima, posso dire di essermi fatto un’idea concreta di cosa cosa fu quell’“immane tragedia”.

Tanto per cominciare, quelli che morirono sul colpo furono molti meno di quel che si potrebbe immaginare. Sicuramente meno della metà dei morti (nonostante l’enorme potere distruttivo, la bomba all’uranio era 800 volte meno potente della bomba all’idrogeno, che fu realizzata pochi anni dopo). Il dottor Hachiya al momento dell’esplosione era nella sua casa, appena tornato dal turno di notte all’ospedale, era sdraiato e stava cercando di addormentarsi. Vide un lampo e poi l’apocalisse; riuscì a fatica a trarsi fuori di casa ritrovandosi senza vestiti e con una quarantina di ferite su tutto il corpo; assieme alla moglie, anche lei ferita ma meno gravemente, riuscì a trascinarsi miracolosamente fino all’ospedale, che essendo in cemento armato era uno dei soli due edifici di Hiroshima ad essere rimasto in piedi dopo l’esplosione, seppur completamente sventrato.
Nel tragitto che lo porta da casa sua all’ospedale, quello che vede Hachiya è l’inferno. Nessun componimento letterario potrebbe rendere con altrettanta forza l’orrore di quelle descrizioni: uomini senza più volto, senza naso, occhi e orecchi, completamente sfigurati, nudi, con la pelle che gli colava dalle braccia, che vagavano come spettri in cerca di un goccio d’acqua, e che andavano morendo uno dopo l’altro, chi dopo venti metri, chi dopo qualche chilometro a seconda delle ustioni; fiumane di persone in queste condizioni furono viste uscire dalla città in cerca d’acqua, come morti viventi; i fiumi e le strade traboccavano di cadaveri. 
Èdifficile dirlo con esattezza ‒ nessuno sa neanche quanti furono i morti totali ‒, ma da quello che ho letto si potrebbe stimare che soltanto un venti-trenta (?) percento della popolazione morì sul colpo, mentre gli altri furono travolti da una palla di fuoco incandescente e furono cotti vivi, come in un enorme toro di Falaride. Morirono chi nei minuti immediatamente successivi, chi nel giro di qualche ora, chi dopo qualche giorno, chi nelle settimane e negli anni successivi a causa delle radiazioni assorbite. Èimpressionante il caso di una paziente che si era trovata a soli 400 metri dall’epicentro dell’esplosione, ma essendo all’interno di un edificio di cemento armato era rimasta apparentemente illesa (!!); pochi giorni dopo però morì di una leucemia fulminante (e allora ancora inspiegabile).
Ma Diario di Hiroshima va molto al di là delle scene raccapriccianti a cui ho accennato, e racconta i 56 giorni seguenti al pikadon (letteralmente “lampo-tuono”, nome dato dai giapponesi all’esplosione nucleare), la lenta reazione alla tragedia, gli stati d’animo della gente sopravvissuta, l’incredulità di fronte a quanto era accaduto (si capì solo alcuni giorni dopo che era esplosa una bomba “atomica”, e gli effetti erano ancora sconosciuti), fino all’arrivo degli americani.
Di questo scritto colpisce la sincerità, l’assenza di retorica, la delicatezza e la forza d’animo del suo autore: un uomo colto e coraggioso, sensibile ma anche dall’atteggiamento scientifico, essendo un medico. Al contempo questo resoconto ci offre uno sguardo immediato, senza filtri storici deformanti, di come i giapponesi, e gli abitanti di Hiroshima in particolare, vissero la fine della guerra, l’annuncio atterrente di resa dell’imperatore, il panico per l’occupazione dell’esercito americano. La sensibilità d’osservazione di Hachiya mi ha ricordato, se mi consentite un paragone un po’ ardito, quella di Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altopiano.
In ogni caso non esiterei a mettere il Diario di Hiroshima tra le testimonianze più significative del ’900, un testo che andrebbe fatto leggere nelle scuole accanto ai libri sull’olocausto. Oggi purtroppo gli arsenali nucleari sono migliaia di volte più potenti di quelli usati su Hiroshima e Nagasaki, e costituiscono una spada di Damocle sul destino dell’umanità. Leggere e diffondere queste testimonianze è un atto dovuto per scongiurare il rischio che qualcosa di simile accada di nuovo. 
Sullo stesso argomento un altro libro fondamentale è Hiroshima, il giorno dopo, sul quale magari scriverò un post a parte.

Il mare di Majorana, dramma teatrale in tre atti

versione e-book e cartacea

Se la vicenda di Ettore Majorana, scomparso misteriosamente il 25 marzo 1938, desta ancora oggi un così grande interesse ‒ non solo in Italia ma in tutto il mondo ‒ ciò è senz’altro dovuto alla straordinaria profondità del suo carattere, al suo talento, e alle circostanze del tutto speciali in cui visse. Aveva un intuito e una cultura matematica che lasciò impressionati tutti i fisici con i quali interagì, da Heisenberg a Fermi; quest’ultimo lo paragonò addirittura a Galileo e Newton. Ma accanto alle doti eccelse di fisico teorico Majorana aveva un lato umano altrettanto complesso, fiero e sensibile, che a un certo punto lo portarono a isolarsi da tutto e da tutti.

In questo lavoro ho tentato di intrecciare il dramma umano con la sua folgorante ma sfortunata carriera scientifica (questo è raramente ricordato). In particolare ‒ e qui posso forse dire di aver detto una parola nuova sull’interpretazione della sua vicenda ‒ ho collegato la sua scomparsa con un fatto avvenuto cinque anni prima: la scoperta del positrone. Nel 1933 infatti l’inaspettata scoperta dell’antiparticella dell’elettrone mise fuorigioco la sua teoria basata sull’equazione a infinite componenti. Una teoria di straordinaria bellezza matematica, ma scritta proprio per “evitare” le soluzioni a energia negativa, la cui necessità divenne invece palese con la scoperta dell’antimateria, di cui il positrone era la prima e del tutto inattesa prova. Ed è proprio in quel periodo che Majorana presenta i primi sintomi di un esaurimento nervoso che lo porterà, in quello stesso anno, all’abbandono della fisica e all’isolamento dal mondo. Majorana, dopo quel fatto, non pubblicherà più nulla per ben quattro lunghissimi anni, quando torna alla fisica con la teoria del neutrino che gli permette di vincere la cattedra per chiara fama a Napoli. Ma ormai la sua salute è fortemente intaccata e pochi mesi dopo scompare nel nulla. Dove e in che modo abbia finito i suoi giorni è invece tuttora un mistero.
Il mio punto di partenza sono state le fonti primarie e le varie testimonianze di chi conobbe personalmente lo scienziato (Laura Fermi, Segré, Amaldi, Heisenberg), nonché le recenti scoperte storiche di Nadia Robotti e Francesco Guerra, che hanno gettato nuova luce su una vicenda ancora molto nebbiosa. Tuttavia il mio scopo principale non è stato né storico né didattico, ma quello di raccontare una storia avvincente, incentrata attorno alla complessa personalità del protagonista, il cui disagio esistenziale è degno di un «eroe di Dostoevskij», autore probabilmente tra i suoi preferiti.
Vicino a Ettore c’è Maria, la sorella pianista, anima dolce e sensibile; e il suo amico intimo Giovanni Gentile jr. (figlio del filosofo), figura anch’essa affascinante e travagliata, compagno di studi di Majorana, del quale sono state pubblicate di recente diverse lettere inedite (Paolo Simoncelli, Tra scienza e lettere). Amici di Ettore ‒ e tuttavia a lui contrapposti ‒ sono i ragazzi di via Panisperna: Amaldi, Rasetti, e Segré, futuro premio Nobel e personalità assai pungente, non per niente soprannominato il Basilisco. Ma soprattutto c’è Enrico Fermi, l’altro gigante della fisica, con il quale i rapporti non sempre furono facili.
Ho adottato una tecnica narrativa moderna ma anche rispettosa della tradizione, per cui Majorana è sia narratore interno che personaggio; alternando monologhi e scene tradizionali la pièce copre circa dieci anni, dal ’27 al ’38 e, letterariamente, oltre. Nel finale, in particolare, mi sono ispirato alla tecnica degli “integrali sul cammino di Feynman”, tipica della meccanica quantistica, facendo ipotizzare a Majorana appena scomparso le varie possibili conclusioni della sua storia.
Marco Pizzi
Il mare di Majorana ha vinto il Premio Teatro Helios nell’ambito del concorso Passione Drammaturgia 2012, con la motivazione: «Avvincente ricostruzione di un mistero all’italiana che rende il testo gradevole e coinvolgente con sapiente equilibrio di realtà e fantasia».
Il testo è ora disponibile su Amazon in formato elettronico e cartaceo.

Cavalleria rusticana in camicia nera a Caracalla 2013

Ieri alle terme di Caracalla c’è stata la prima di Cavalleria rusticana, il capolavoro di Mascagni tratto dalla novella di Verga.
Meno di tutto mi è piaciuta la regia di Pier Luigi Pizzi: ho trovato abbastanza infelice l’idea di ambientare l’opera negli anni del fascismo, e per di più trasformare il coro di contadini e contadine in ricchi cittadini borghesi vestiti alla moda degli anni ’30. Ho trovato insopportabile ascoltare “Il cavallo scalpita” ‒ un canto verace e sanguigno, tipicamente contadino ‒ cantato da un Alfio militante fascista, con risposta del coro di camerati “Oh che bel mestiere fare il carrettiere” quasi fosse “Faccetta nera” o qualche altro inno fascista; e poi vedere Turiddu in camicia nera, e mamma Lucia truccata come una diva hollywoodiana in pensione: cosa c’entrava con il clima e il tema dell’opera? E così “Viva il vino spumeggiante”, gioioso inno alla vita tipico di una festa paesana cantato da fascisti in divisa e cittadini medio-alto borghesi degli anni ’30, assumeva un’aria sinistra e totalmente estranea alle intenzioni del compositore.
Le voci non mi hanno colpito né in positivo né in negativo, e comunque con l’acustica amplificata di Caracalla è difficile giudicare; probabilmente la migliore è stata Santuzza, il mezzosoprano Anna Pirozzi. Chi mi ha convinto più di tutti è stato invece il direttore d’orchestra, Gaetano D’Espinosa, che ci ha restituito una lettura molto vigorosa e sentita della magnifica partitura mascagnana.
Lo spettacolo è stato preceduto dal balletto Tra cielo e terra, sulla musica di Nino Rota tratta dalla colonna sonora del Gattopardo: elegante ma poco incisivo e in definitiva abbastanza noioso.

Repliche e cartellone completo.

La guerra dopo Guerra e pace

«Petja galoppava con il suo cavallo lungo il cortile padronale e invece di reggere le briglie, agitava le braccia in modo rapido e strano, sempre più sbilanciato da una parte della sella. Il cavallo andò a finire su un fuoco morente nella luce del mattino e si impennò. Petja cadde pesantemente sulla terra
umida. I cosacchi videro che le sue braccia e le sue gambe si contraevano convulsamente mentre la testa non si muoveva. Una pallottola gliela aveva trapassata.»
Verrebbe da dire che la letteratura è inutile se, nonostante una condanna così potente alle atrocità della guerra come quella contenuta in Guerra e pace, siano scoppiate, dopo neanche cinquant’anni dalla sua pubblicazione, ben due guerre mondiali. Purtroppo chi decide le sorti dell’umanità non legge molto, e soprattutto gli interessi economici e la volontà di sopraffazione, insita nel nostro DNA, non sono così facili da debellare. Tuttavia qualche influsso c’è stato, per esempio la politica della non violenza di Gandhi nacque proprio dalla lettura di Tolstoj.
Èdifficile scrivere la recensione di qualsiasi libro, figuriamoci di uno della portata di Guerra e pace: lungi dal tentare un’impresa del genere, mi limiterò soltanto a riportare qualche pensiero sparso.
Tolstoj paragonava Guerra e pace all’Iliade, ma la descrizione di certe battaglie, persino di certi dettagli, mi ricorda anche l’Eneide. Come quando il giovane Rostov, alla prima battaglia, ferito e atterrato vede venirgli incontro dei soldati: «“Chi sono? Perché corrono? Verso di me? Corrono proprio verso di me? Ma perché? Per uccidermi? Uccidere me, a cui tutti vogliono bene?” Si ricordò dell’amore che avevano per lui sua madre, la famiglia, gli amici; il proposito dei nemici di ucciderlo gli parve assurdo.»
Èmagistrale il modo in cui Tolstoj riesce a rendere evidente, in certe scene, l’assurdo passaggio di rapportotra uomini che si verificava nelle battaglie: da due esseri umani civilizzati, un ufficiale russo e uno francese, ognuno con la sua vita i suoi legami affettivi, a due nemici “costretti” dalla storia a uccidersi l’un l’altro.
Ecco il dramma di persone in carne ed ossa ‒ giovani, padri di famiglia ‒ che non tornano a casa dalla madre, dal padre, dai figli, dalla moglie, o dalla promessa sposa. Tutto grazie al “genio” di Napoleone che manda al massacro centinaia di migliaia di uomini contro altre centinaia di migliaia di uomini, distruggendo terreni, razziando raccolti, saccheggiando città e villaggi. Eravamo nel 1812, qualcosa di simile ‒ ugualmente terribile ‒ si ripeterà centotrenta anni dopo, neanche trent’anni dopo la morte di Tolstoj.
Ho già scritto in un altro post che le nostre “giornate della memoria” hanno la memoria ridicolmente corta quando ricordano solo la Seconda Guerra Mondiale. Cosa ricordiamo di tutti quei morti ‒ italiani, francesi, russi, austriaci ‒ delle campagne napoleoniche? Nulla. D’altra parte ci sono state infinite altre guerre fin da quando esiste l’uomo e sarebbe impossibile ricordarle tutte: però almeno la consapevolezza che ci sono state la si dovrebbe avere, perché pone in una prospettiva diversa e più sensata tutta la Storia.
Se Orazio diceva che anche il buon Omero ogni tanto sonnecchia, si potrebbe ugualmente dire che il grande Tolstoj talvolta esagera un po’. Nell’Epilogo Tolstoj rinuncia a una chiusa romanzesca ‒ cosa di per sé del tutto legittima ‒ inserendo però una lunga digressione sulla Storia e le sue “leggi”, i suoi scopi ecc., e gettandosi di peso in una polemica con gli storici del suo tempo, che oggi appare abbastanza sterile e noiosa; più interessante invece è la dissertazione con cui si chiude il romanzo, sulla spinosa questione del libero arbitrio. Tolstoj vi giunge legandola alla responsabilità dei singoli uomini nella storia, ma la questione ci tocca nell’intimo anche a prescindere da considerazioni storiciste. Le conclusioni di Tolstoj confesso che mi sono del tutto oscure ‒ ammesso che si possano trarre conclusioni chiare e solide su un argomento così impervio ‒, tuttavia questa frase mi pare che afferri il centro della questione: «Il problema consiste in questo, che, guardando l’uomo come oggetto d’osservazione, da qualsiasi punto di vista (teologico, storico, etico, filosofico) noi troviamo la legge generale della necessità alla quale egli soggiace, allo stesso modo di tutto ciò che esiste. Guardandolo invece dall’interno, come ciò di cui abbiamo coscienza, noi ci sentiamo liberi». Questo è il problema: c’è una legge che muove le nostre azioni, altrimenti la nostra coscienza sarebbe fuori della causalità a cui soggiace l’universo (cfr. Kant), d’altra parte cosa sarebbe l’uomo senza la sua libertà interiore? Un inutile automa, un manichino nelle mani di Ananke:«per ciò stesso distruggeremmo il concetto stesso di uomo così come noi lo consideriamo, poiché non appena non esiste la libertà, non esiste più l’uomo».
Non posso trattenermi infine dall’aprire una piccola polemica contro ciò che scrive il professor Gianlorenzo Pacini nell’edizione Feltrinelli di Confessione, un opuscolo pubblicato da Tolstoj dopo Anna Karenina. Pacini afferma che «La confessione (1882) è l’opera che spezza esattamente in due la vita creativa di Lev NikolaevičTolstoj separando nettamente il ‘primo’ dal ‘secondo’ Tolstoj, ossia quello precedente e quello posteriore alla conversione». Questa è una tale assurdità che può essere buona da spiattellare sul retro di copertina per vendere qualche copia in più, o anche per pubblicare qualche tonnellata di serissimi articoli accademici, ma che certo non ha nullaa che spartire con la realtà. Già in Guerra e Pace(1869) ci sono tutti i temi sviluppati nei suoi romanzi successivi: già c’è la venerazione del Vangelo, già la condanna degli stravizi e dell’ipocrisia pseudoreligiosa, già le trappole della seduzione, già il desiderio di povertà e semplicità, già la conversione spirituale, già il trattamento equo dei contadini.
P.S. Una nota personale: ho letto questo romanzo con il kindle (la versione base), e ora me ne sto pentendo abbastanza. Èstato comodo leggerlo in formato elettronico perché ho potuto portarlo sul tram in metro ecc., ma ora che l’ho finito è terribile non poter sfogliare in libertà le pagine lette e le annotazioni!

Le citazioni sono state tratte dalla traduzione edita in e-book da Scrivere Edizioni su amazon (il prezzo è buono ma di refusi ce stanno veramente un po’ troppi; nel frattempo però sono uscite nuove edizioni). 

Rienzi, L’ultimo dei tribuni a Roma

Èin scena in questi giorni a Roma il Rienzi di Wagner, prima opera di successo del compositore tedesco, scritta tra i 24 i 27 anni sotto il chiaro influsso della scuola italiana, e quindi ancora lontana dallo stile “maturo” di Wagner, ma già ricca di pagine di grande spessore lirico e sinfonico, alcune delle quali preludono già al Tannhäuser.
Il dramma è incentrato sull’affascinante figura tardo-medievale di Nicola, detto Cola, di Rienzo (o Rienzi) notaio di umili origini, uomo del popolo, che ascese al potere schierandosi contro i soprusi della nobiltà romana, e facendo poi una tragica fine, linciato da quello stesso popolo che l’aveva acclamato tribuno. Una figura a dir la verità oggi caduta un po’ nell’oblio, ai romani nota perlopiù soltanto perché gli è dedicata un’importante via in Prati. Fu amico del Petrarca e nell’Ottocento ebbe diversi cantori tra scrittori, poeti e drammaturghi; lo stesso Wagner prese il soggetto da un romanzo di successo dell’epoca. Persino Verdi voleva mettere in musica questo soggetto (ignaro dell’opera di Wagner), ma poi fu frenato dai soliti insormontabili problemi di censura. (La censura, che oggi fa la fortuna di registi altrimenti del tutto mediocri, a quel tempo era invece veramente un flagello per i grandi artisti).
Splendida la regia le scene e i costumi di Hugo de Ana, che si conferma uno dei più grandi registi contemporanei, oltre che un gradito ritorno a Roma. Scene e costumi ci prospettano una Roma monumentale ed essenziale al tempo stesso, dove ogni riferimento ad un epoca precisa viene eluso proiettando la storia in un passato indefinito, collocabile tra l’antica Roma e l’Ottocento, con alcuni dettagli che rimandano addirittura al futuro. Semplicemente mozzafiato la scena finale, in cui viene linciato Rienzi e la sorella, tra le fiamme che ingoiano il Campidoglio e tutta la scena. Molto applauditi i cantanti, in particolare il protagonista, il tenore Andreas Schager, che ha raccolto un grande applauso a scena aperta dopo la preghiera del quinto atto, uno dei momenti più toccanti dell’opera dove la musica raggiunge vette altissime. (L’unico appunto: in certi frangenti Schager avrebbe forse dovuto mantenere un po’ più di contegno nella recitazione; per il resto è stato impeccabile, in un ruolo peraltro difficile e lunghissimo). Coro, orchestra e direttore ottimi: se c’erano dei difetti non ho saputo scorgerli.
Repliche fino al 18 maggio.
Cast completo:
Direttore Stefan Soltesz
Regia, Scene e Costumi Hugo de Ana
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Luci Vinicio Cheli
Movimenti mimici Leda Lojodice
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
Interpreti
Cola Rienzi Andreas Schager /
Carsten Süss 16
Irene Manuela Uhl /
Carola Glaser 16
Stefano Colonna Roman Astakhov
Adriano Angela Denoke /
Chariklia Mavropoulou 16
Paolo Orsini Ljubomir Puskaric
Raimondo Milcho Borovinov
Baroncelli Martin Homrich
Cecco del Vecchio Jean Luc Ballestra
Un ambasciatore di pace Hannah Bradbury
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
Nuovo allestimento
In lingua originale con sovratitoli in italiano

Da Krapp a Senza parole: il teatro della tristezza

So che dirò cose che non piaceranno a parecchi amici, e che la mia opinione è del tutto minoritaria. Ma proprio per questo non posso fare a meno di dire quello che penso: Samuel Beckett è sopravvalutato, tremendamente sopravvalutato. Sciaguratamente sopravvalutato.
E così capita di vedere due dei migliori attori italiani delle ultime decadi, Glauco Mauri e Roberto Sturno, impelagati in un “omaggio” a Beckett che definire triste è dire poco. Oggi (sabato 13 aprile 2013) sono uscito dal teatro Piccolo Eliseo come fossi stato a dieci funerali.
Lo spettacolo è un collage di quattro pezzi brevi ‒ Respiro, Improvviso dell’Ohio, Atto senza parole, L’ultimo nastro di Krapp ‒ preceduti da un Prologoin cui sono riportati alcuni pensieri di Beckett tratti da altri scritti.
Come viene riportato nel prologo, Beckett non capiva e non leggeva i filosofi: si vede. Diceva di non mirare ad essere compreso col cervello ma con lo stomaco. Bene, con lo stomaco mi disgusta.
Respiroè l’analogo teatrale dell’orinatoio di Duchamp. La stessa cosa si può dire forse di tutta l’opera di Beckett. So che per alcuni questo può essere un complimento. (Tra l’altro Beckett e Duchamp erano amici).
Improvviso dell’Ohio è troppo noioso, triste e ripetitivo da meritare qualsiasi commento.
Atto senza parole, ovvero una farsetta tragica che obbliga lo spettatore a regredire al livello di una scimmia. Mauri ricorda, nelle note di regia, che la prima volta che lo mise in scena il pubblico rumoreggiò parecchio: «sintomo di un teatro vivo» dice lui; bei tempi, aggiungo io. Oggi un applauso non si nega a nessuno.
L’ultimo nastro di Krapp, tutto sommato il testo meno banale (ma neanche un capolavoro, beninteso), ha il suo acme nella reminiscenza di un coito. Nell’interpretazione di Mauri invece il maggior punto d’interesse sta nel duetto con la propria voce, registrata veramente cinquant’anni fa.
Secondo Glauco Mauri il maggior obiettivo di questo spettacolo è «Far capire al pubblico che non è Beckett difficile e complicato, ma difficile e complicata è la vita». Sono d’accordo che Beckett non sia difficile e complicato, e pure che la vita è difficile e complicata, ma serviva Beckett per spiegarcelo? Non lo sa già da sola qualsiasi casalinga? «Il mondo è un caos senza senso e io ho portato il caos nel teatro» afferma Beckett, ma se il teatro diventa uguale al mondo perché devo pagare tredici euro per vedere le stesse cose che vedo fuori sul marciapiede? Anzi via Nazionale è molto meno caotica e più sensata di quel che Beckett voglia farci credere. In genere l’arte, la letteratura, il teatro, sono la consolazione dell’anima alle brutture del mondo. Uscendo da questo spettacolo sembra invece che sia il mondo la consolazione alle brutture del teatro. Del teatro di Beckett, naturalmente.
Ad ogni modo, per chi ha voglia di intristirsi (o confutarmi) può rallegrarsi, le repliche al teatro Piccolo Eliseo durano fino a domenica 21 aprile.

Samson et Dalila all’Opera di Roma

Il Samson et Daliladi Camille Saint-Saëns era assente da 50 anni all’Opera di Roma (ciò non stupisce dato l’esiguo numero di opere rappresentate all’anno), e riproporlo è stata sicuramente un’ottima idea che ha riscosso un grande successo di pubblico.
La storia, tratta dall’Antico Testamento (capitoli 13-16 del Libro dei Giudici), è famosa probabilmente più per sentito dire che per essere realmente letta. Il Sansone biblico è un ebreo vendicativo, assassino, violento e “puttaniere”; un soggetto assai più turpe, quindi, dell’eroe forte e generoso che siamo soliti immaginare (a meno di non essere ultrasionisti, o particolarmente avversi ai filistei). Così anche nel testo musicato da Saint-Saëns la storia viene riveduta e corretta in modo da togliere, oltre alle ingenuità più grossolane della narrazione veterotestamentaria, anche le doti meno edificanti del protagonista, che diventa così un eroe della patria, sedotto e tradito dalla bella e sensuale Dalila.
Il primo atto dell’opera ha una monumentalità liturgica molto marcata, dove il coro ‒ il popolo ebreo ‒ è il soggetto predominante; sembra quasi una messa per coro e orchestra, e il punto di riferimento è senz’altro la musica sacra (in particolare si rileva l’influsso di Berlioz). Poi con l’entrata di Dalila la storia prende una piega molto più romantica, dove emerge con forza la cifra stilistica forse più propria di Saint-Saëns, caratterizzata da un’atmosfera delicata, voluttuosa e raffinatissima, che culmina nel secondo atto con la famosa aria del mezzo-soprano Mon coeur s’ouvre à ta voix dove la storia d’amore tra Sansone e Dalila, seppur falsa, in quel momento diventa verissima. Infine nel terzo atto l’atmosfera cambia ancora, si fa più cupa e drammatica: il tradimento è svelato, Sansone è in catene e la storia procede inesorabile verso il tragico epilogo che tutti conosciamo.
Eccellente prova dell’orchestra e del direttore Charles Dutoit; molto applauditi i due protagonisti, il tenore Aleksandrs Antonenko e la mezzo-soprano Olga Borodina, anche se personalmente ho qualche riserva su quest’ultima che, almeno nel registro acuto, mi è sembrata avere qualche difficoltà. Quanto alla regia e scenografia di Carlus Padrissa / La Fura del Baus, complessivamente bene i primi due atti ‒ grandi effetti a volte bizzarri ma pure accattivanti (certo non originale ma ottima la scelta di far cantare il coro dalla galleria) ‒, meno bene il terzo atto dove mi sembra che le bizzarrie diventino troppo assurde e fastidiose; soprattutto il finale poteva essere valorizzato meglio; poco curata invece la recitazione. Comunque nel complesso uno spettacolo da vedere.

Repliche fino a sabato 13 aprile. 
P.s. Un ascolto secondo me straordinario: Elina Garanca.

La torre d’avorio con Zingaretti e de Francovich

Un copione di prima grandezza per due attori di prima grandezza, il risultato: uno spettacolo memorabile. Erano anni che non vedevo, almeno nel teatro di prosa, un dramma così vivido e interessante. Bravissimo Luca Zingaretti, straordinario Massimo de Francovich, in scena al Teatro Eliseo fino al 24 marzo.
L’autore innanzitutto è Ronald Harwood, un ormai celebrato scrittore sudafricano, già vincitore, nell’81, di un Oscar per la sceneggiatura di The dresser, e autore tra l’altro di Quartet,da cui Dustin Hoffman ha tratto il suo ultimo film. Harwood ha scritto molto per il teatro anche se, a quanto pare, su questo fronte è più conosciuto all’estero che in Italia (per esempio la pagina italiana di Wikipedia neanche riporta l’elenco delle sue opere teatrali).
La torre d’avorioTaking sidesnel titolo originale ‒ è incentrato sulla vicenda di Wilhelm Furtwängler, leggendario direttore dei Berliner Philharmoniker dal 1922 al ’45, che fu coinvolto tra mille polemiche nel processo di “denazificazione”. Hartwood ricostruisce l’interrogatorio subìto da Furtwängler (Massimo de Francovich) da parte di un rozzo maggiore dell’esercito americano (Luca Zingaretti), basandosi proprio sui diari del direttore d’orchestra. La chiave del dramma sta tutta in questo duello tra due uomini completamente diversi: da un lato un grande artista, che per non abbandonare la propria patria dovette camminare «su una fune sottile tesa tra l’esilio e la morte», dall’altra un uomo volgare e ignorante, totalmente ignaro di cosa sia la musica colta, che ascolta un disco di Beethoven come fosse una tortura. Agli occhi del maggiore, Furtwängler è soltanto un «maestro di banda», un «amichetto di Adolf, Hermann e Joseph». Il rispetto che Furtwängler incute agli assistenti del maggiore ‒ una segretaria, figlia di un dissidente ucciso dai nazisti, e un ebreo, che a dispetto di ogni immaginabile partito preso stimano il maestro riconoscendogli tutta la sua grandezza artistica ‒ appare al maggiore del tutto incomprensibile.
Cos’è un grande artista di fronte a un uomo pratico? Niente: un uomo come tutti gli altri, che va attaccato per le sue debolezze (le donne nel caso di Furtwängler) senza nessuno sconto. Tornano in mente le parole di Schopenhauer secondo cui «l’intelligenza è una qualità invisibile allo stupido»; allo stesso modo si potrebbe dire che il talento artistico è invisibile all’uomo insensibile.
Nonostante tutta la sua acrimonia il maggiore non riesce a trovare una sola prova contro il grande direttore: non fu mai iscritto al partito nazista, salvò centinaia di ebrei, i suoi rapporti con Goering e Goebbels furono pochi e tutt’altro che cordiali.
Ogni tanto risuonano nomi che, per chi è appassionato di musica, dicono molto: Schoenberg, De Sabata, Toscanini… tutti colleghi e amici di Furtwängler. E poi c’è von Karajan ‒ «K» come lo chiama Furtwängler che non riesce a pronunciarne il nome ‒ il quale sì che era iscritto al partito nazista, ma curiosamente fu riabilitato prima di Furtwängler stesso.
L’interpretazione di Zingaretti nel ruolo dell’antipatico maggiore è stata efficace e pregnante, ma va sottolineata soprattutto la prova magistraledi Massimo de Francovich che ha saputo rendere un uomo della statura di Furtwängler in maniera del tutto credibile. E un personaggio eccezionale lo può interpretare soltanto un attore eccezionale. Bravissimi e ineccepibili nei loro ruoli anche gli altri attori, che vale la pena ricordare uno per uno: Peppino Mazzotta (l’assistente del maggiore), Gianluigi Fogacci (il secondo violino dei Berliner, che si vende al maggiore accusando Furtwängler), Elena Arvigo (la segretaria del maggiore), Caterina Gramaglia (moglie di un pianista ebreo salvato da Furtwängler). Teatro pieno, applausi scroscianti e numerose grida di “bravo” ai protagonisti.

Il ventaglio di Goldoni al Teatro Eutheca

Anche se le repliche finiscono oggi, mi fa piacere segnalare questo spettacolo andato in scena al Teatro Eutheca di Roma, dove una compagnia di giovani (a occhio direi tutti under 30) ha avuto “l’ardire” di mettere in scena Il ventaglio, divertente e raffinatissima commedia dell’ultimo periodo di Goldoni.
Tutto ruota attorno a un ventaglio smarrito; lo spunto è un pettegolezzo che innesca un meccanismo di fraintendimenti mettendo a nudo le passioni e le debolezze dei vari personaggi.
Tra le note positive sicuramente la verve con cui questi giovani e ottimi attori hanno reso il testo. Tra le cose da migliorare invece c’è la regia, ancora abbastanza acerba, che spinge troppo spesso i toni e tempi al limite del farsesco (troppo veloci, troppo urlati); inoltre, va a scapito della verosimiglianza il far impersonare anche i ruoli “maturi” ad attori ventenni, per esempio il decaduto Conte di Rocca Marina me lo immaginerei basso, grasso, e sulla sessantina andante (tutto l’opposto dell’attore che lo impersonava), e così la vedova Geltruda… Ed è pure brutto che ci sia questa frattura tra generazioni: sarebbe molto più bello se il brio giovanile si fondesse con la maturità dei più navigati. Comunque in bocca al lupo a tutto il cast.
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Dal 21 al 24 Febbraio 2013 al Teatro Eutheca di Roma

IL VENTAGLIO
Di Carlo Goldoni
Regia Salvatore Costa
Con Mariagrazia Cerullo, Stefano Chiliberti, Salvatore Costa, Chiara Della Rossa, Loris De Luna, Michele Falica, Ambra Giordano,Francesco Mastroianni, Lorena Ranieri, Francesco Siggillino, Fabio Trunfio

Ps: tra l’altro vedo che su LiberLiber cercano una compagnia per rappresentare classici del teatro, se qualcuno è interessato… http://www.liberliber.it/home/index.php