Trentadue recensioni se fossero oggettive

  1. L’autore si crogiola per duecento pagine nel suo dolore senza trarne nulla di significativo. Buono per chi ama piangere senza motivo.
  2. L’autore cerca di dire qualcosa ma non si capisce bene cosa.
  3. Una lettura senza grandi pretese, per passare un paio d’ore se non avete niente di meglio da fare.
  4. Una storia di vampiri: per chi ama aver paura di cose che non esistono per poi rassicurarsi ché effettivamente non esistono.
  5. Un saggio di duemila pagine con una copertina molto ben curata: per chi vuol passare da intellettuale con gli amici del bar.
  6. Il nuovo mattone del Professor ***. Non serve leggerlo, basta tenerlo bene in vista nella libreria. (Se vi chiedono di cosa parla dite che è troppo difficile da riassumere).
  7. Un romanzo confuso, pieno di luoghi comuni, scritto dal solito personaggio televisivo.
  8. Non molto originale, alla portata delle menti più comuni.
  9. Le poesie di un cantante rock: per i suoi fan più stupidi.
  10. Un libro dell’onorevole ***: vi sentirete dire quello che avete sempre voluto sentirvi dire.
  11. Il nuovo libro di ***. Per chi ancora non ha capito che l’autore ha smesso di scrivere dieci anni fa, e se ne volesse convincere di persona.
  12. Il nuovo romanzo di un mio AMICO: devo dire assolutamente che è imperdibile, ma ci siamo capiti.
  13. Lo pubblica il direttore del mio giornale: un CAPOLAVORO, sennò mi licenzia.
  14. È un romanzo scorrevole come altri. (Ve lo segnalo soltanto perché l’autore ha scritto una bella recensione del mio ultimo libro).
  15. Un romanzo singolarmente volgare e rancoroso. L’autore è da molti anni candidato al Nobel ma ogni volta lo supera qualcuno con più amici di lui.
  16. Si vede che l’autore ha frequentato molte scuole di scrittura: inodore, incolore, insapore, ma senza un refuso.
  17. È un romanzo che parla di sesso, cinema e televisione, con citazioni dalle canzoni degli Oasis, e va a capo ad ogni frase. Se non è alla moda questo.
  18. Un libro sul sesso: per sentirsi migliori comportandosi peggio.
  19. Un titolo intrigante, il resto non c’entra niente.
  20. Bel titolo, copertina convincente, un autore cciovane: il resto che importa?
  21. Ho letto solo il primo capitolo, non me la sento di esprimere un giudizio.
  22. Alcuni dicono che sia un libro, leggendolo non sembra.
  23. Non serve aver studiato per capire che la tesi sostenuta dall’autore è sbagliata.
  24. Direi che è un capolavoro: se non avessi letto Goethe, Dostoevskij, Tolstoj, Orwell…
  25. Questo romanzo lo vendono anche nei supermercati e a un prezzo imperdibile: perché non comprarlo al posto della carta igienica?
  26. L’ennesimo romanzo “contro”, come sottintende il titolo della collana a cui appartiene.
  27. Una lettura che vi consiglio solo se volete riposarvi il cervello.
  28. Un divertissement senza senso.
  29. Un romanzo rosa.
  30. Un libro di ricette.
  31. Un giallo.
  32. Un noir.

Punto contro punto di Huxley: da Bach a Poincaré passando per libertini e intellettualoidi

In Punto contro punto Aldous Huxley si cimenta in una tecnica inconsueta per la narrativa ma ricchissima di possibilità: la tecnica del contrappunto musicale applicata al romanzo. Egli stesso nel capitolo XXII, tramite un tenue escamotage narrativo (il taccuino di Philip Quarles, un romanziere guarda caso), ce la illustra esplicitamente: «I passaggi bruschi sono facili. Basta avere un numero sufficiente di personaggi e di vicende parallele, in contrappunto. I temi si alternano. Modulazioni e variazioni, essendo più interessanti, sono anche più difficili. Il metodo del romanziere consiste nel replicare le situazioni e i personaggi». Nasce così un intreccio polifonico di storie, spesso a sfondo passionale, collegate tra loro per analogia, contrasto, o tramite  i personaggi, che per un motivo o per l’altro orbitano attorno all’aristocratica famiglia dei Tantamount.
Per esempio Hilda Tantamount, che dà il ricevimento con cui si apre il romanzo, è sposata con Lord Edward ‒ un ricco che odia la ricchezza ed è sempre immerso nei suoi studi di fisiologia ‒, ma al contempo è stata l’amante e frequenta ancora John Bidlake, vecchio pittore libertino, uno dei personaggi più notevoli e meglio caratterizzati del romanzo.
La giovane Lucy, erede dei Tantamount, è una mangiauomini sempre in cerca di sesso senza implicazioni sentimentali: «Al giorno d’oggi non puoi trascinarti appresso un carico di ideali e romanticherie. Quando si viaggia in aeroplano bisogna lasciare a terra le valigie pesanti». Ogni tanto mi capitava di ricontrollare l’aletta della copertina e chiedermi stupito: davvero è stato scritto nel 1928? A quanto pare sì.
Elinor, figlia di John Bidlake, è una sorta di principe Myŝkin al femminile, che con fredda logica dice sempre quello che pensa e non capisce perché la suocera se la prenda a male per certe sue osservazioni. Elinor si sente trascurata e tradisce il marito ‒ il summenzionato Philip Quarles ‒ con Everard Webley ‒ capo del movimento politico dei Freemen ‒ ma senza riuscire a suscitare in Philip alcuna gelosia.
Sprandell è uno sverginatore pervertito (ma con distacco), omicida (ma per gioco; uccide proprio Webley), epigono dello Stravogin dei Demonidi Dostoevskij, che allo stesso tempo disquisisce di ascetismo e quartetti di Beethoven.
Walter Bidlake è figlio di John e fratello di Elinor: scrive per una rivista letteraria ed è sposato con Marjorie ma la tradisce con la già menzionata Lucy, di cui è follemente invaghito. Burlap è il viscido direttore della rivista letteraria dove lavora Walter: un codardo in piena regola che cerca di passare per uomo dai grandi ideali, provocando pure il suicidio della sua segretaria. La carrellata dei personaggi sarebbe ancora lunga e gustosa… io mi fermo qui, ma in questa recensione del Corriere della Sera trovate altri dettagli sulla trama.
La prosa di Huxley pur senza essere pedante è assai erudita, non solo sul versante umanistico e musicale ma anche su quello scientifico (nomi come Newton, Einstein, Poincaré, non ricorrono meno di Dante, Shakespeare o Dickens); e possiede uno spiccato senso dello humour, sempre acuto e spesso cattivissimo. Bellissime le fantasie sui temi musicali, come quella sulla Suite in si minore per flauto e archi di Bach eseguita nel palazzo dei Tantamount in apertura del romanzo; o come quella non meno notevole sull’ultimo quartetto di Beethoven, nel finale. Fa parte dello stile di Huxley anche la predilezione per i temi scabrosi, primo fra tutti l’impulso sessuale (vedi anche Il genio e la dea): «il pudore non è innato. È artificiale e acquisito» fa dire a Mark Rampion, un pittore mezzo filosofo.
A volte tuttavia infastidiscono le farneticazioni di Rampion, che rappresenta, mi pare, l’anima anti-intellettualistica di Huxley. Secondo lui Gesù, Newton ed Henry Ford «ci hanno strappato la vita dal corpo e l’hanno riempito di odio», perché hanno sbilanciato la vita, rispettivamente, sul cuore, l’intelletto e la materialità, a scapito di tutto il resto. Una visione deformante che non condivido, neanche come provocazione.
Tra i difetti del romanzo va rilevata anche la presenza di non infrequenti ripetizioni, e l’eccessiva intellettualizzazione dei personaggi. Di quest’ultima cosa ne è consapevole lo stesso Huxley: «Il romanzo di idee ha un grave difetto, quello di essere artificioso». «Il principale inconveniente […] consiste nel dover scrivere di persone che abbiano idee da esprimere, escludendo così l’umanità intera, tranne lo 0,01 per cento. Per questo i romanzieri veri, congeniti, non scrivono romanzi d’idee» scrive Huxley, con una certa autoironia, sempre nel capitolo XXII. L’abilità, secondo me, sta nel dosare opportunamente narrazione e idee, in modo da realizzare un flusso continuo tra le due cose. Huxley a volte ci riesce (e pure magistralmente), a volte di meno, risultando un po’ farraginoso.
Molte sono comunque le osservazioni di grande attualità; per esempio quella sull’uso demagogico della parola “libertà”. Attualmente abbiamo ben tre partiti che la sventolano già nel nome: Popolo della Libertà, Futuro e Libertà, Sinistra Ecologia e Libertà, e più o meno tutti la evocano negli slogan: «Subito l’ascoltatore ‒ scrive Huxley ‒ ha un’immagine di se stesso in maniche di camicia, con una bottiglia e una ragazzotta al fianco, senza divieti creati dalle leggi, dal galateo, dalla moglie, dalla polizia, dal parroco. La libertà! Ènaturale che provochi il suo entusiasmo». Oppure leggete questa osservazione su lavoro e tempo libero: «[‒ Bisogna] convincere le persone a vivere dualisticamente […]. Idioti e macchine per otto ore su ventiquattro, e veri esseri umani per il resto della giornata. ‒ Non è quello che stanno già facendo? ‒ Neanche per sogno. Vivono sempre come idioti e macchine anche nel tempo libero». «Umani e completi» infatti non significa «lettori di giornali, fanatici del jazz o della radio. Gli industriali che forniscono svaghi preconfezionati cercano di far di voi degli imbecilli meccanici anche nel tempo libero. Non permetteteglielo». Bastava aggiungere la televisione, e dal 1928 passavamo direttamente al 2012.
Punto contro Punto, di Aldous Huxley, traduzione di Maria Grazia Bellone, Adelphi, 528 pagine, 24€.
(Consiglio il formato cartaceo: è un libro che si può leggere e sottolineare come un saggio).

La Gioconda di Ponchielli a Roma

Nonostante il librettaccio di Boito (che cautamente si firmò con un anagramma), dove si susseguono un intrico di avvenimenti poco conseguenziali e con tanti personaggi senza spessore, l’opera sopravvive dignitosamente grazie alla eccellente musica di Ponchielli, che se non è tra i grandissimi gli è tuttavia molto prossimo.
Ricordo che in una sua lettera Tchaikovski raccontava di aver passato un intero pomeriggio suonando e cantando al piano La Gioconda, e traendone un vivo piacere. Di Ponchielli elogiava il raffinato gusto, appuntandogli appena, se non ricordo male, una certa dipendenza da Verdi e forse poca originalità. In realtà sentendola oggi più che l’influsso di Verdi, salta alle orecchie l’ascendente che ebbe poi egli stesso su Puccini (senza nulla togliere alla grandezza di quest’ultimo).
Venendo alla rappresentazione di questi giorni, bene il tenore, Aquiles Machado, nel ruolo di Enzo: aveva l’accento e l’ardore dominghiani, anche se meno volume (applauso a scena aperta sulla bella romanza “Cielo e mar”); ottimo il basso, Roberto Scandiuzzi, nella pur breve parte del cattivo Alvise; discreta Ekaterina Semenchuk, soprano nel ruolo di Laura; molto meno bene la protagonista, Elisabete Matos, che aveva una voce voluminosa ma spesso stridente e con un forte vibrato (effetto gallina strozzata che, ahimè, allontana dalla lirica parecchi neofiti). Eccellente la direzione d’orchestra di Roberto Abbado. Veniamo poi alla regia e le scene e i costumi di Pier Luigi Pizzi (no, non siamo parenti). Le scene assomigliavano molto come atmosfera a quelle dell’Attila(c’è qualche connessione? a me non pare): Venezia sembrava un cimitero monumentale, tutto di un grigio metallizzato, sicuramente austero e aristocratico, ma assai deprimente e fuori luogo per buona parte dell’opera. Beninteso: Pizzi è stato un grande in passato, però oggi, con i suoi ottantadue anni, se non vivessimo in una società gerontocratica non penso che avrebbe tutti questi incarichi.
Molto suggestiva la Danza delle Ore (la conosce anche chi non la conosce, cercatela su youtube…), a parte il nude-look della ballerina principale, va data una menzione di merito speciale per il protagonista maschile, Angel Corella, che ha retto una performance davvero virtuosistica. Per tutti gli altri dettagli: http://www.operaroma.it/stagione/stagione_2011_2012/la_gioconda.

John Gabriel Borkman di Ibsen con Popolizio

Questo dramma appartiene alla maturità di Henrik Ibsen, fu infatti scritto nel 1896 ed è il suo penultimo lavoro. Si tratta di un capolavoro assoluto, non meno dei più noti Casa di bambola o Anitra selvatica.
La trama, come nella migliore tradizione del drammaturgo norvegese, è un congegno perfetto dove ogni personaggio ha un ruolo esattamente confacente al proprio carattere e ogni situazione riesce a metterne a nudo le debolezze, i sogni, le aspettative, toccando al contempo temi forti e spesso scabrosi.
Il passato di Borkman ‒ ex direttore di banca finito in carcere per bancarotta fraudolenta ‒ grava pesantemente su tutti i protagonisti della storia. Borkman infatti per fare carriera ha sacrificato l’amore corrisposto di Ella, sposando la sorella gemella di questa, e con lo scandalo ha poi distrutto la vita della sua famiglia. I tre protagonisti della vicenda si costruiscono ciascuno una chimera per sopravvivere alla prova schiacciante a cui il destino li ha sottoposti. Borkman in particolare è convinto che, un giorno, quelli che l’hanno condannato verranno in ginocchio da lui non potendo fare a meno delle sue qualità eccezionali; e in questa fantasia assurda ha passato gli ultimi otto anni autorecludendosi in casa e frequentando come unico compagno un anziano e malridotto scrivano, Foldal, il quale a sua volta è invecchiato con la fissazione di essere un grande scrittore incompreso. La loro amicizia consiste precisamente in questo: ingannarsi a vicenda ciascuno dando credito alla chimera dell’altro. «Ma in fondo non è questa l’amicizia, John Gabriel?» aggiunge amaramente Foldal quando l’incantesimo si rompe. E in effetti è questa una delle degenerazioni più frequenti dell’amicizia: farsi i complimenti a vicenda cullandosi nell’idea che corrispondano alla realtà. La storia tocca poi molti altri temi interessanti che sarebbe troppo lungo riportare qui (la scrittura di Ibsen è sempre densissima).
Venendo alla rappresentazione in scena al Teatro Eliseo di Roma, devo dire che l’ho trovata nel complesso deludente. Gli attori recitano sì le parole del testo di Ibsen, ma il tono suona spesso falso, camuffato, caricato. Praticamente tutte le didascalie di Ibsen (magistrali e minuziosissime) vengono totalmente disattese, tanto che il pubblico ride su battute che dovrebbero essere della tragicità più alta. In questo senso Popolizio è il primo che mi ha deluso, perché ha tolto tutta la grave, seppur patetica, dignità di Borkman rendendolo una specie di pazzo esaurito. Anche il personaggio della fascinosa signora Wilton ‒ «donna vistosamente bella, formosa, sulla trentina; dalle labbra piene, rosse, sorridenti; occhi vivaci» dice la didascalia di Ibsen ‒ doveva avere tutto un altro charme… già dal vestito.
La traduzione di Sua Divinità Claudio Magris è buona… a parte i tagli che talvolta deformano sostanzialmente il testo (ciò avviene per diversi passaggi come quello sulle donne nel dialogo tra Foldal e Borkman, o quando Ella dice: «si parla nella Bibbia di un peccato misterioso ecc.»). Così non sentiamo i passi di Borkman che cammina al piano di sopra, non c’è la cameriera, l’ultima scena non è in mezzo alla neve ecc. ecc. Insomma chi ha letto il testo sa che l’originale è un’altra cosa. Complessivamente credo che soltanto un 60% dell’opera sia arrivata al pubblico, il restante 30% si è perso con la recitazione, e un altro 10% con i tagli. Aggiungo come piccola nota positiva che almeno non ci sono volgarità; cosa che dato il periodo non è affatto scontata.
Alla fine applausi tiepidi (per quanto mi riguarda, una sufficienza stentata, ad essere buoni). Ed è un peccato, perché l’idea di riproporre questo testo era ottima, ma poteva essere realizzata molto meglio.
Repliche a Roma fino al 4 novembre 2012, poi in tournée.

Mo Yan: Cambiamenti

Mo Yan, da poco insignito del premio Nobel per la letteratura, è la dimostrazione vivente di come con la quinta elementare si possa andare molto lontano. Come infatti egli stesso ci racconta in questa recentissima autobiografia, Cambiamenti, pubblicato da Nottetempo, egli dovette rinunciare alla scuola perché in pochi potevano permetterselo. Ma «per uno scrittore titoli e diplomi non sono importanti quanto la qualità della creazione», osserva giustamente Mo Yan.
Forse l’elemento più interessante di questo suo racconto, che parte dal 1969, è quello di offrirci uno spaccato della Cina dagli anni ’60 fino a oggi, con scene che sembrano venire veramente dal nostro medioevo. Mo Yan per sfuggire dalla povertà del proprio paesino natale, dove il personaggio più ammirato era l’autista di un vecchio camion sovietico (l’unico del paese), dovete arruolarsi nell’esercito. Avrebbe preferito l’università, ma i posti erano pochissimi e bisognava avere una raccomandazione di qualche membro del partito comunista per potervi accedere. (Suo padre aveva cercato per tutta la vita di ottenere la tessera del partito senza riuscirvi e la sua più grande aspirazione era che ci riuscisse almeno il figlio).
La gavetta è dura, ma, come in un racconto di Dickens, il ragazzo è sveglio, osserva, si impegna, scrive racconti, e alla fine viene notato. Poi il successo internazionale gli verrà nel 1986 col romanzo Sorgo rosso, che ebbe pure una fortunata trasposizione cinematografica l’anno seguente.
Non ho letto nient’altro di Mo Yan, né si può giudicare uno scrittore da un breve racconto autobiografico (sono solo un centinaio di pagine), tuttavia posso dire che la capacità di osservazione, la compostezza spirituale e la mancanza di orpelli retorici depongono a suo favore. Forse la sua formazione irregolare potrà pesare da un punto di vista più alto, nel senso della profondità speculativa o del “respiro universale”, tuttavia un bravo scrittore, almeno in una certa misura, può farselo perdonare.
Una nota personale: è il primo libro intero che leggo sul kindle (un buon acquisto), e l’unico di Mo Yan disponibile per ora in questo formato in italiano.

Huxley: Il genio e la dea

Di recente mi è capitato spesso di sentir citare un’affermazione di Flaubert (ma che hanno fatto propria molti altri scrittori, per esempio Ibsen), riguardo al fatto di far parlare le cose e la storia invece dell’autore. Èvero senz’altro che in questo modo sono stati scritti dei capolavori, e che questa è un’ottima tecnica narrativa… ma non è l’unica! Dire direttamente ciò che si pensa, quando la cosa sia rilevante, non fa scadere di certo la qualità di un romanzo, anzi è un ottimo modo per andare al bersaglio senza essere prolissi. Sento spesso rimproverare Tolstoj perché nelle ultime opere diceva brutalmente quello che pensava… ma quale sciocchezza! Come sono interessanti certe sue disamine psicologiche sul matrimonio, sul sesso, sui meccanismi della società, presenti per esempio in Sonata a Kreutzer o in Resurrezione.
Ed ecco che veniamo ad Huxley, perché anche lui è un autorevole esponente della letteratura filosofica, del “romanzo di idee” se si preferisce chiamarlo così, e The Genius and the Goddess è un ottimo esemplare di questo filone.
Si tratta di una storia scabrosa. John Rivers, un vecchio professore, racconta a un suo amico scrittore di quando, da giovane, andò a vivere presso Henry Maartens, suo supervisore di dottorato, nonché premio Nobel per la fisica (è lui il Genio), che però al di fuori della fisica appare come un patetico bambinone, totalmente dipendente dalla bella ‒ e molto più giovane di lui ‒ moglie (ecco la Dea). La situazione presto si complica perché la figlia adolescente del genio si innamora di Rivers, mentre Rivers a sua volta si innamora della moglie del genio… La vicenda comunque è molto più interessante e articolata di quanto la trama, come brutalmente l’ho accennata, potrebbe far pensare. Il libro è breve (100 pagine) ma la prosa di Huxley è densissima: di intelligenza, ritratti psicologici, osservazioni acute, digressioni colte (Shakespeare, Mozart, Dostoevskij…), spunti comici e drammatici… tutte cose che chiaramente sarebbe impossibile riassumere qui.
Voglio però riportare almeno lo spunto iniziale: «La realtà non ha mai senso» afferma un po’ provocatoriamente il protagonista nell’incipit, e poi aggiunge che la letteratura è più sensata della realtà, e pure più rilevante. E nel prosieguo del ragionamento aggiunge che: «Forse l’intera realtà è sempre troppo ignobile per essere registrata, troppo insensata o troppo orribile perché la si possa lasciare non romanzata». Oggi purtroppo molti sono di parere opposto, e vanno a cercare le brutture col lumicino, le amplificano, se c’è del bello intorno lo tolgono, e infine rendono la scrittura più insensata della realtà stessa. Ma togliere senso alla realtà è fin troppo facile. Mentre lo scopo più alto della letteratura, io credo, dovrebbe essere proprio quello di dare un senso alla realtà, o perlomeno di interrogarsi seriamente su esso.
PS: Io ho letto questo libro su carta, nella bella versione italiana di Paolo Cioni, edita da Mattioli 1885.Ora che si sta aprendo l’era dell’ebook vale la pena di dire che, essendo un libro da sottolineare e annotare, la versione su carta è forse ancora quella più comoda, perciò la consiglio.

Heisenberg: Fisica e oltre

Volendo passare dalle recensioni musicali dei post precedenti a recensioni di libri, mi è parso che non ci fosse miglior scelta di questo volume di Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1920-1965, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri. Si tratta di una sorta di lungo dialogo platonico, aperto a considerazioni personali, ricordi, incontri, aneddoti e speculazioni filosofiche di uno dei più grandi protagonisti della fisica del ’900.
Abbiamo anche una testimonianza di prima mano sulle due guerre mondiali ‒ la prima vissuta nell’adolescenza, e che lo costringe a lavorare come contadino in una fattoria ‒ la seconda vista dall’interno della Germania nazista. Verso la fine degli anni ’30 Heisenberg dovette scegliere se emigrare e lasciare i giovani studenti allo sbando, o rimanere in patria e venire a patti, necessariamente, col nazismo. In un certo senso tutto il libro è una sorta di apologia della scelta di rimanere in Germania. Interessante, a questo proposito, è il suo colloquio con Planck, dal quale andò come si va da un venerabile maestro, cercando la risposta al dubbio esistenziale ‒ licenziarsi, emigrare, aspettare? ‒, che gli si pose innanzi quando si fecero più le persecuzioni razziali colpirono un suo stimato collega ebreo. Planck gli disse che aveva parlato pochi giorni prima con Hitler, cercando di convincerlo (!) di come fosse «assurdo e immorale perseguitare uomini che si sono sempre ritenuti tedeschi» e che espellere «i nostri colleghi ebrei comporta un danno gravissimo per le università». Ma trovò, come è immaginabile, un uomo che «aveva perso ogni contatto con la realtà», che parlava per slogan («togliere il marcio»), totalmente posseduto dalle sue pseudoidee, e col quale era ormai impossibile qualsiasi dialogo. Il disastro era imminente e ogni scelta sembrava quella sbagliata; Heisenberg infine decise di restare.
Venne quindi il periodo della guerra, vissuto col sentimento di «tenere in ordine gli angoli oscuri in cui siamo costretti a vivere», cercando di ritagliarsi un’isola di ordine in mezzo al caos. Una delle osservazioni di Heisenberg che più colpisce è questa: «il mio mondo si era ridotto solo al presente». La situazione anomala della guerra era vissuta come il ritorno a uno stato ferino (gli animali vivono soltanto nel presente, osserva Schopenhauer), in cui «per giorni non vi fu passato né futuro». Sensazioni simili le provava il suo giovane collega Euler (oggi famoso per l’effetto Euler-Heisenberg di polarizzazione del vuoto), che gli scriveva dal fronte, nel quale morirà alla prima ricognizione.
Per quanto riguarda gli aneddoti scientifici uno dei più sorprendenti è che Schrödinger all’epoca dei suoi primi lavori propendeva per una meccanica deterministica: «Se pensassi che questo stupido saltellare dei quanti avesse un fondamento di realtà ‒ disse Schrödinger, ‒ mai mi sarei sporcato le mani con la meccanica quantistica!» Infatti la funzione d’onda non era ancora stata interpretata come ampiezza di probabilità… e per fortuna ci si è sporcato le mani, altrimenti non avrebbe scoperto l’equazione che porta il suo nome!
Un altro aspetto del libro: gli squarci poetici. Heisenberg suonava il pianoforte, e non di rado la musica caratterizza alcuni dei momenti più felici ‒ o più difficili ‒ della sua vita, gettando un ponte tra la razionalità della scienza, la contingenza della vita e l’infinito dell’arte. La Ciaccona di Bach, Schumann, Schubert, e Beethoven sono per lui compagni di viaggio imprescindibili ‒ non meno che Schiller, Goethe e Platone. E il libro si conclude appunto con una riflessione che ha come sottofondo la Serenata in re maggiore di Beethoven, suonata dai suoi due figli e dal biologo von Holst alla viola, sullo sfondo di un bosco di faggi «il cui verde splendeva contro il cielo sereno».

Norma e Adalgisa a Caracalla 2012

Due soprani, come nelle intenzioni originarie di Bellini, tornano a duettare (e duellare) nello scenario delle terme di Caracalla, in questa nuova ‒ ed eccellente ‒ produzione del Teatro dell’Opera di Roma. In genere siamo abituati a trovare in Norma la protagonista dell’opera, e in Adalgisa soltanto una comprimaria ‒ un esempio su tutti l’incisione diretta da Serafin nel 1954, dove la Callas nel ruolo di Norma sovrastava completamente Adalgisa; ruolo lì affidato, come spesso, a un mezzosoprano invece che a un soprano. Ma stavolta le cose vanno diversamente: immaginate una Adalgisa più giovane, più bella, più squillante di Norma, ed ecco come come il capolavoro belliniano, grazie all’ottima prova di Carmela Remigio nel ruolo appunto di Adalgisa, assume sfumature nuove, forse anche più vicine alla drammaturgia originaria del libretto.
Pollione è l’amante di Norma, con la quale ha avuto segretamente due figli, ma che poi tradisce, innamorandosi ‒ sinceramente, sembra ‒ di un’altra sacerdotessa più giovane, Adalgisa, che lo ricambia con altrettanta passione. Le due donne, da amiche e confidenti, si scoprono a un tratto rivali, con l’ira immediata e feroce di Norma, e il dolore di Adalgisa, la quale era ingenuamente all’oscuro di tutto. Il dramma è poi complicato dal fatto che Pollione è il proconsole romano in Gallia, mentre Norma è druidessa e figlia del capo dei Galli, i quali sono i procinto di ribellione contro i dominatori romani. (Detto di passaggio, il libretto di Aida non dico che è il calco di Norma, ma ha davvero molte analogie con questo, basta considerare le sostituzioni: Adalgisa → Aida, Norma → Amneris, Pollione → Radames, Oroveso → Il Re d’Egitto).
Tornando agli interpreti di ieri sera, Julianna di Giacomo, nel ruolo di Norma, ha fornito una buona prestazione, senza particolari pecche, anche se personalmente in Casta diva, mi è parsa un po’ incerta (per quanto mi renda conto della difficoltà virtuosistica del pezzo, cantato per di più all’aperto); l’ho invece apprezzata molto di più nel prosieguo dell’opera. Carmela Remigio, come dicevo, è stata senz’altro la protagonista della serata: oltre al physique du rôleche pure fa la sua parte, si è dimostrata un’interprete credibile e appassionata, con qualità vocali eccellenti, sia nei pianissimoche nei fortissimo, che nelle agilità.Buona la prova del tenoreFabio Sartori (Pollione), anche se forse una forma atletica migliore gli gioverebbe dal punto di vista scenico; molto buona anche la prova di Riccardo Zanellato (Oroveso), ormai una presenza fissa del Teatro dell’Opera di Roma. Ottima infine la direzione di Gabriele Ferro, sia nella scelta dei tempi che nel bilanciamento dell’orchestra (per quanto a Caracalla c’è sempre il problema dell’amplificazione).
Una volta tanto ‒ e lo dico con vero piacere ‒ è stata ottima anche la regia, di Andrea De Rosa, improntata sul realismo della recitazione e l’aderenza al libretto, con scene e costumi molto semplici ma efficaci e suggestivi.
Non farà male ricordare che tra gli ammiratori di quest’opera spicca pure Schopenhauer, che oltre alla musica (Bellini era tra i suoi preferiti), apprezzava molto il libretto: «raramente l’effetto genuinamente tragico della catastrofe ‒ cioè la rassegnazione ed elevazione spirituale dei personaggi ‒ è stato così ben motivato e trasparentemente espresso come nell’opera Norma, quando si arriva al duetto Qual cor tradisti qual cor perdesti, in cui il capovolgimento della volontà è chiaramente indicato dal silenzio della musica che subentra improvvisamente». E poi, sempre sul libretto di Felice Romani: «quest’opera ‒ a prescindere del tutto dalla sua musica eccellente […] ‒ è una tragedia perfetta, un vero modello di disposizione tragica dei motivi, di progressione tragica dell’azione e di svolgimento tragico» (Supplementi al terzo libro de Il mondo come volontà e rappresentazione).
Èun peccato che il pubblico alla prima non fosse così folto come ci si sarebbe potuto aspettare; tanto più che il teatro è venuto in contro con molti biglietti last minute al 50% di sconto.
Norma

Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani,
Musica di Vincenzo Bellini
Prima rappresentazione
Sabato, 21 Luglio, ore 21.00
Repliche
Mercoledì, 25 Luglio, ore 21.00
Domenica, 5 Agosto, ore 21.00
Venerdì, 27 Luglio, ore 21.00
Mercoledì, 8 Agosto, ore 21.00
Mercoledì, 1 Agosto, ore 21.00
Venerdì, 3 Agosto, ore 21.00
Direttore Gabriele Ferro
Regia Andrea De Rosa
Impianto scenico Andrea De Rosa
e Carlo Savi
con interventi di Matthew Spender
Costumi Alessandro Ciammarughi
Luci Pasquale Mari
Interpreti
Pollione Fabio Sartori /
Riccardo Massi 25, 5
Oroveso Riccardo Zanellato
Norma Julianna Di Giacomo /
Maria Pia Piscitelli 25, 5
Adalgisa Carmela Remigio /
Serena Farnocchia 25, 5
Clotilde Alessia Nadin
Flavio Enrico Cossutta

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
Nuovo allestimento

Combattimento di Tancredi e Clorinda a Caracalla 2012

Mi è parso più un evento mondano che un appuntamento musicale quello che si e svolto stasera nella “Palestra Orientale” delle terme di Caracalla: tanti vip e poca musica ‒ appena quaranta minuti in tutto, e per un biglietto di 30€. Ma veniamo ai fatti.
Il combattimento di Tancredi e Clorinda è stato preceduto da un altro certamen, quello degli Orazi e Curiazi, un piccolo componimento “per due percussionisti” di Giorgio Battistelli. Una cosa curiosa, ma niente di più. I due percussionisti, dotati di microfono, urlavano e suonavano come ossessi, faccia a faccia, in una sorta di combattimento percussivo. La maggior parte del pubblico ha applaudito, ma tiepidamente. Sicuramente un esercizio da virtuosi per i due percussionisti, Antonio Caggiano e Gianluca Ruggeri, ma non mi è parso che ci fosse molta sostanza artistica nell’idea, e se fosse durato due minuti invece di dieci penso che sarebbe stato molto meglio.
Raggiunta poi la Palestra Orientale, tra i magnifici ruderi e gli antichi mosaici di Caracalla, abbiamo trovato ad attenderci Clorinda, inginocchiata con un libro in mano. (Adesso va di moda mettere gli attori sulla scena già da quando entra il pubblico, e anche Mario Martone non si sottrae a questa usanza). Dopo un breve recitativo di Clorinda e del Narratore (rispettivamente Cristina Zavalloni e Roberto Abbondanza), si è passati al celebre brano dall’VIII libro dei madrigali di Claudio Monteverdi. Il programma recitava “musica di Giorgio Battistelli da Monteverdi”, ma mi è parso che Battistelli, a parte il breve introito, si è limitato soltanto a riorchestrare la partitura monteverdiana con strumenti moderni.
Èbello che la musica contemporanea getti un ponte verso i grandi autori del passato (non farlo sarebbe il suicidio); e che un autore italiano guardi a Monteverdi non può che far piacere: però l’omaggio più bello forse è quello che non è troppo esplicito, un esempio illuminante è quello di Rossini, che ha saputo assorbire moltissimo da Mozart, ma rimanendo sempre se stesso.
L’aspetto più curato di questa rappresentazione è stato quello scenico, che si è avvalso della supervisione del maestro d’armi Renzo Musumeci Greco: Tancredi, Lorenzo Carola, è giunto al galoppo su un magnifico cavallo nero, poi metà dello sforzo dei due duellanti è stato quello di combattere sul serio, ancora più che di cantare. 
Prima rappresentazione
martedì, 10 luglio, ore 19.30
Repliche
giovedì, 12 luglio, ore 19.30
domenica, 15 luglio, ore 19.30
venerdì, 13 luglio, ore 19.30
sabato, 14 luglio, ore 19.30
Direttore Erasmo Gaudiomonte
Regia e spazio scenico Mario Martone
Costumi Ursula Patzak
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco

Interpreti
Il Testo Roberto Abbondanza
Clorinda Cristina Zavalloni
Tancredi Lorenzo Carola

Prokof’ef a Caracalla 2012

La stagione estiva dell’opera di Roma, apertasi il 30 giugno con il balletto Giselle, ha offerto ieri sera come secondo appuntamento un concerto sinfonico di matrice completamente russa, incentrato sull’Aleksandr Nevskij di Sergej Prokof’ef, e preceduto da due lavori di Nikolaj Rimskij-Korsakov: l’ouverture La grande Pasqua russa e la suite dall’opera La leggenda dell’invisibile città di Kitež. Russi anche il direttore, Jiurij Termikanov, il mezzosoprano Marianna Terasova e, non ultima, l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, che ha affiancato l’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera di Roma. Come ospite d’onore c’era, in platea, anche il presidente Napolitano.
L’Aleksandr Nevskij, nato come colonna sonora dell’omonimo film di Ejzenštejn, è una partitura sanguigna, di sapore arcaico, intrisa del sangue e del dramma terribile della guerra: sia quella evocata dal medioevo russo, nella quale il condottiero Nevskij sconfisse l’esercito teutonico; sia quella che incombeva in quegli anni (il film è del 1938). La musica era commentata dalle immagini, eleganti e suggestive, realizzate da Pier’Alli, e proiettate su un grande schermo alle spalle del coro. Dominava, soprattutto nei momenti di maggior impatto sonoro, il rosso del fuoco, con immagini di battaglie e devastazioni. Non sempre però, se devo fare un piccolo appunto, le immagini riuscivano a seguire gli improvvisi scarti della musica di Prokof’ef. Negli interventi del coro e del mezzosoprano sarebbero certo stati graditi i soprattitoli. Buffa, e forse evitabile, l’apparizione, a un certo punto, per una distrazione tecnica, delle icone del desktop sopra le proiezioni.
Resta infine, come ogni anno, il problema dell’acustica: pur avendo l’orchestra di fronte a sé, sembra di ascoltarla da una radiolina, a causa del vasto spazio e di una amplificazione insufficiente o inadatta; e poi c’è l’inquinamento sonoro proveniente dall’esterno poiché, soprattutto il sabato sera, la zona pullula di barbari(lo dico con tono scherzoso, ma fino a un certo punto) la cui “musica” da discoteca, seppur lontana, riesce, a tratti, a sporcare i pianissimodell’orchestra. D’altra parte sono degli inconvenienti sopportabili, considerata la bellezza del cielo stellato e delle imponenti rovine di Caracalla da cui si è circondati.
Quest’anno il cartellone si distingue positivamente rispetto all’anno scorso, essendo molto più variegato e decisamente non convenzionale. Martedì 10 luglio debutterà il Combattimento di Tancredi e Clorindacon musiche di Giorgio Battistelli (da Monteverdi), poi ci sarà la danza con Roberto Bolle, e anche due serate con Gigi Proietti e una con Riccardo Cocciante, che possono essere un buon mezzo per familiarizzare un pubblico più ampio con questa struttura. Per quanto riguarda l’opera, spicca la presenza di Norma, un titolo classico sì, ma non dei più frequentati, a causa delle notorie impervietà canore; infine, a chiudere la stagione, ci saranno le repliche di Attila, un’altra opera senz’altro rara.