Prima la musica, poi le parole, l’autobiografia di Riccardo Muti

Quando gli scrittori “professionisti” non sono all’altezza della situazione, può capitare che le cose migliori le scrivano gli outsider, quelli per esempio che venendo da altre esperienze mettono poi per iscritto le loro memorie. È questo il caso dell’autobiografia di Riccardo Muti, pubblicata da Rizzoli in vista dei suoi settant’anni, compiuti qualche mese fa.
Da quando ho iniziato a capire qualche cosa ho adottato come criterio quello di leggere soltanto autori di grande spessore spirituale, a prescindere dal tema trattato, che spesso è secondario. Per esempio tra un libro su Schopenhauer e uno di Schopenhauer preferisco sempre il secondo (e già così vi assicuro che si screma una quantità enorme di libri!). In particolar modo quando si tratta di biografie di grandi personaggi, le deformazioni sono sempre in agguato: un libro su Muti non credo che l’avrei mai degnato di uno sguardo, mentre uno di Muti difficilmente poteva lasciarmi indifferente. E devo dire che non ne sono stato affatto deluso, tanto che l’ho letto tutto “d’un fiato” e con grande interesse.
In primo luogo Muti racconta la sua formazione, cosa interessantissima, soprattutto per un giovane, considerando quanto è difficile diventare uomini completamente realizzati come lui. Dai suoi ricordi emerge quanto sia stato importate l’ambiente esterno: ebbe un padre medico ma tenore dilettante e che credeva nella musica come bagaglio di ogni uomo di cultura, una madre che gli fece prendere lezioni di solfeggio a sette anni, un nonno insegnante di latino che gli impartì una disciplina ferrea… e poi Nino Rota che all’esame di pianoforte lo premiò con un dieci e lode: «Non per come hai suonato, ma per come potrai farlo in futuro» gli disse incoraggiandolo. Lo stesso Rota gli consigliò poi di andare a studiare a Napoli, dove trovò eccellenti musicisti e didatti; fu lì che il direttore del conservatorio, Jacopo Napoli, gli chiese per la prima volta «Hai mai pensato a dirigere?», ed ecco che ‒ inaspettatamente anche per lui stesso ‒ iniziò la sua folgorante carriera di direttore.
Naturalmente se è arrivato dove è arrivato il merito non è stato solo dell’ambiente in cui è nato, ma è stato in primo luogo suo, che con grande spirito di sacrificio e con una dedizione totale ha saputo sfruttare le opportunità concessegli dalla fortuna. Allo stesso tempo però deve far riflettere quanto può significare vivere in un ambiente dove c’è una cultura diffusa e dove la “disciplina” è tenuta nel massimo rispetto, o viceversa quanto sarebbe più difficile realizzarsi in un ambiente più degradato e anarcoide.
Per esempio mi ha colpito l’episodio in cui, in prima media, il suo professore di latino gli chiese che caso fosse «pluit aqua», e poi lo prese per un orecchio per aver detto che era nominativo…! Forse questo era esagerato, ma oggi veramente siamo all’estremo opposto, tanto che in classe un professore fatica a far sentire la propria voce! E quanto allo studio del latino, io stesso di recente mi sono trovato a far delle figuracce, avendo dimenticato parecchie regole. Ora non voglio dar la colpa ad altri, ma è un fatto che a scuola l’ho studiato in pratica solo al biennio del liceo scientifico e in un clima di generale denigrazione (“è una lingua morta, serve solo l’inglese, il computer ecc.”); e adesso che ne riconosco l’importanza, questa parziale lacuna mi infastidisce non poco.
Tornando all’autobiografia di Muti, è bello anche il capitolo sugli incontri importanti, a cominciare da quello con Antonino Votto (su cd, di Votto, si trova la più bella Turandot che abbia mai ascoltato) e poi quelli con Richter, Orff, Vittorio Gui (altro grandissimo direttore, consiglio per esempio il suo Barbiere di Siviglia). Toccante anche la telefonata inaspettata di «una voce molto calda, misteriosa, profonda e ammaliante» che poi dice una frase semplice quanto disarmante: «Sono Maria Callas». Muti la cercava per il Macbeth, la Callas gli rispose citando la Traviata «È tardi». Purtroppo era il 1975 e benché soltanto cinquantenne, lei si era ritirata già da otto anni, e morirà due anni dopo. Nonostante ciò l’idea di cercare una Callas “fuori forma” per il ruolo di Lady Macbeth era semplicemente geniale, poiché corrispondeva perfettamente alle richieste di Verdi che in una lettera diceva di cercare una voce “brutta”, e più attrice che cantante. È un peccato che il progetto non sia andato in porto.
Il libro ha un tono tutt’altro che serioso, ci sono anzi parecchie battute divertenti, di chiara matrice apulo-campana, ma allo stesso tempo, pur senza pretese letterarie, non manca di finezze. Muti infatti ‒ da uomo di vasta cultura qual è ‒ tra un ricordo e l’altro cita con naturalezza Dante, Seneca, Goethe, frasi latine, Nietzsche, e pure diversi scritti, forse meno frequentati ma non meno interessanti, che danno modo di riflettere su parecchi temi legati all’arte e alla vita in generale. Per esempio, nell’ultimo capitolo La musica non ha confini ‒ dove egli racconta anche del suo attuale impegno per portare la musica nelle carceri ‒, mi ha colpito la citazione di un episodio tratto da un libro che non conoscevo, Ultime lettere da Stalingrado (AA.VV., Einaudi 1981), dove si racconta di un ufficiale tedesco che, nel dicembre 1942, durante l’assedio, in un momento di riposo, approfittando di un pianoforte tirato fuori da una casa abbandonata, suonò per i suoi soldati l’Appassionata di Beethoven… (per strada, nel gelo, con i soldati con le coperte tirate fin sopra il naso, che lo ascoltavano attentissimi nonostante gli spari in lontananza, consapevoli che poteva essere l’ultimo piacere della loro vita… impressionante!). Davvero tornano in mente le famose parole di Dostoevskij, ovvero di quella “folle” ma irrinunciabile idea del principe Myŝkin sul potere salvifico della bellezza.
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Riccardo Muti, Prima la musica poi le parole ‒ Autobiografia, Rizzoli 2010, 266 pag.

“Gli esordi” di Moresco, una specie di recensione

Introitus
Frequento poco la letteratura contemporanea, e diciamo solo che ho i miei motivi, ma l’articolo di Moresco in risposta alla solite dichiarazioni di Baricco mi aveva per un attimo illuso di aver trovato uno scrittore contemporaneo degno di essere letto: «Ci si continua a disperare per i nostri impresentabili governanti  ̶  dice Moresco sulla sua rivista Primo amore  ̶ , per come sono disonorevoli, interessati, cinici, per come stanno volando basso. E gli scrittori? E gli uomini di cultura? Stanno volando alto?» E poi «Ma, se questo è o può solo essere uno scrittore, come può chiedere alle altre donne e agli altri uomini di regalargli il prezioso tempo della loro vite per leggerlo? Con che diritto? Che cosa dà, che cosa aggiunge al mondo?» Sono completamente d’accordo con queste parole, vado in biblioteca e inizio a leggere Lettere a nessuno. Interessante, racconta la sua via crucis con gli editori, anch’io ne ho assaporati parecchi di rifiuti e non so ancora quanto dovrò attendere per avere un editore che investa sul serio su di me. Anch’io ho incontrato Busi… (un giorno lo racconterò, è stato un incontro divertente anche se senza parole). “Va bene”, mi dico, “però questo è una specie di epistolario, fammi leggere qualcosa di più letterario”. Vedo che ha scritto anche per il teatro: “Ottimo!” mi dico, “dovrebbe essere nel repertorio di ogni scrittore”. Inizio a leggere La santa. Deludente, non riesco ad andare oltre la trentesima pagina: mi sembra tutto così freddo, arido, e quella bambina che non parla insostenibile, asfissiante… Va bene, non è la sua opera maggiore, in una sua intervista dice di tenere molto al suo romanzo Gli esordi e dice che in troppi l’hanno trascurato: vado in libreria e lo compro. Sull’aletta di copertina c’è scritto che è un libro “spartiacque”… mah, vediamo un po’.
Parte prima, in seminario
«Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio». Ottimo incipit, mi piace. Baremboim dice giustamente che ogni pezzo musicale come prima cosa deve scegliere come porsi nei confronti del silenzio che lo precede. La stessa cosa vale per un romanzo, Moresco si pone in maniera avversativa col resto del mondo e preferisce il silenzio. Quante cose ci sarebbero da dire sul silenzio negatoci in ogni angolo della città, spesso persino deliberatamente (ormai pressoché ovunque nei locali notturni, nelle palestre, nei supermercati si persegue la “desilenziazione”… forse per paura che qualcuno provi a pensare).
Nel libro di Moresco invece non c’è nessuna riflessione sul silenzio, piuttosto ci troviamo di fronte ad un silenzio narrativo e contestuale, arido, autistico, schiacciante, soffocante. Il protagonista-narratore è in seminario per farsi prete: prega, dorme, mangia in refettorio, accompagna il prete nella funzione… ma tutto meccanicamente, come un automa privo di personalità. Quasi non ci sono dialoghi, le descrizioni si susseguono senza soluzione di continuità, ma ciò che colpisce di più è la completa disumanità dei personaggi: nessuno ha un nome, hanno solo soprannomi ‒ il Gatto, la suora nera, il Nervo, ecc. ‒ oppure sono identificati dalla loro mansione; e poi ognuno ha la sua stranezza: il padre priore ha la testa deforme «come segata in due e rimontata senza precisione», il Gatto invece è un seminarista che si arrampica sui lampioni, poi c’è il sordomuto, un tizio con gli occhiali che non si sa chi sia ecc. ecc. Insomma, tutto degno della peggior tradizione del teatro dell’assurdo.
(Caro Moresco, davvero da un seminario sei riuscito a tirarci fuori così poco? La volontà di annullare sé stessi, il rifiuto del mondo, la ricerca di Dio, le parole del vangelo, credere nella resurrezione dei morti oggi, i seminaristi sinceri e quelli ipocriti… pur avendo tutti questi temi a portata di mano neanche li sfiori! Davvero non li vedi o ti sembrano così insignificanti da preferirgli il Gatto che si arrampica sui lampioni?)
La scena si sposta in una villa a «Ducale», entrano nuovi personaggi ‒ la Pesca, lo Ziò, ‒ ma l’atmosfera asfittica e piena di assurdità non cambia. Moresco descrive una realtà deformata, immersa in un liquido opaco e talvolta allucinogeno. Non si può negare che abbia un certo talento per le descrizioni, c’è qualche buono spunto “surrealista”, forse un po’ fumettistico, certe immagini mi riportano alla mente i cartoni animati giapponesi anni ’70-’80, forse potrebbe ispirare qualche pittore o disegnatore in cerca di nuovi spunti. Ma non ci trovo niente di più profondo.
La compattezza del romanzo non è data dalla trama o da tematiche ‒ entrambi assenti ‒ quanto piuttosto da certi motivi descrittivi che ritornano: le vesti che frusciano, la ghiaia che si frantuma, sigarette e persone che si «incendiano»… e poi punti distanti, rette sghembe, ogni tanto qualche parabola, qualche cerchio… Tutta la matematica di terza liceo… mancano le ellissi: poteva metterci un’ostia ellittica, perché no? E se ci metteva pure un’iperbole completavamo le coniche! A me invece stanno venendo le coliche a leggere questa mattonata.
(‒ Ma perché non smetti di leggere allora? ‒ Eh, adesso è una questione di principio… ma tu chi sei? ‒ La voce della tua coscienza ‒ Ah… quindi sono sempre io? ‒ Sì, più o meno.)
Forse Moresco dovrebbe darsi alla graphic novel piuttosto che al romanzo. Al limite anche alla poesia, ma cercando una maggiore sintesi. Ad ogni modo ciò che gli manca per essere uno scrittore “maggiore” è la capacità di leggere nell’animo e quella di ragionare. Non c’è infatti un solo ragionamento ‒ dico UNO! ‒ in tutto il libro, né un solo personaggio dotato di anima. La penna di Moresco sembra una telecamera che mette a fuoco questo o quel dettaglio costruendo un film di cinque ore su… niente! Il senso del romanzo sembra infatti l’agognata pubblicazione del romanzo stesso e nulla più! Ma sto anticipando troppo…
Una qualità di Moresco? È icastico, quando fa una descrizione “vedi” quello che descrive. Però da un punto di vista un po’ più alto mi pare arido, o se volete inutile come certi racconti di Landolfi.
Finisco la prima parte con grande sollievo di averla finita, ma mi sento mancare il fiato vedendo le pagine che mi restano… (Caro Moresco, è inutile che mi guardi così accigliato dall’aletta di copertina! ho speso ventuno euro per comprare il tuo libro, almeno mezzo sorriso potresti farmelo!) Sul comodino invece c’è L’Adolescente di Dostoevskij che mi chiama… ma no, no, devo resistere… devo farcela: continuo a leggere!
Parte seconda, il freddo
La seconda parte intitolata “Scena della storia” si svolge intorno agli anni Settanta (lo si capisce da indizi indiretti, non ci sono né date né nomi) e il protagonista-narratore si dà alla lotta politica di matrice comunista ‒ anche di lui non sappiamo né sapremo mai il nome, ma sospettiamo sempre di più che possa essere Antonio M. o al massimo A. Moresco.
Speravo in qualche cambiamento, e in effetti dal silenzio si passa al freddo, ora è la neve che «fruscia» non più le vesti, ma la sostanza non cambia. I protagonisti non parlano se non per dire cose del tutto banali; più che esprimersi, semplicemente comunicano: come gli insetti, direbbe Sgalambro. C’è il calvo, il cieco, il cane, la Signora, qualche scena surreale… comizi di cui non si sente una parola. A proposito, “parlare” per Moresco significa solo muovere la mascella, incurvare la lingua, aprire e chiudere i denti, il valore semantico è roba vecchia, roba da reazionari. (Sono sempre più asfissiato da questa mancanza di concetti, da questo continuo susseguirsi di personaggi senz’anima).
È sempre inverno, poi ad un certo punto arriva l’estate. Per un attimo rimango sorpreso, pensavo avrebbe continuato nell’inverno tutta la seconda parte. Ma ecco che in un’istante ritorna l’inverno. Bravo, questa trovata mi è piaciuta. E anche il fatto che passano gli anni ed è sempre inverno. Un’altra pagina discreta ‒ forse la migliore di tutto il romanzo ‒ è quella su un tizio famoso per il suo fervore politico e per avere una falce e martello tatuata sul petto. Il nostro protagonista lo cerca, ma trova invece una vedova che gli racconta di essere stata sedotta e abbandonata proprio da costui: lei si era innamorata così perdutamente che gli aveva intestato il conto corrente e poi quello era fuggito… e la stessa cosa era successa in contemporanea alla figlia…! Ora che ci penso forse queste due donne sono gli unici personaggi con un minimo d’anima, gli unici in tutto il romanzo capaci di amare, seppur con esiti catastrofici. Nel resto del libro, infatti, nessuno è capace né di amare né di essere amato! Tutti i personaggi sono dei robot di latta, che degli esseri umani hanno solo le sembianze e i movimenti esteriori, e talvolta neanche quelli.
Eureka! Forse era questa l’intenzione di Moresco: voleva sottrarre la letteratura dall’ambito umanistico per metterla in quello della zoologia, o magari dell’entomologia.
Continuo a leggere; ancora descrizioni a catinelle. A pagina 489 scopro la tecnica di Moresco: la maggior parte delle frasi sono costituite da due proposizioni più un “raddoppio” finale, che fa da precisazione. Non so da quant’è che va avanti in questo modo, forse sono già un centinaio di pagine; soprattutto questo raddoppio mi inizia a stancare parecchio. In genere uno raddoppia un aggettivo se vuole mettere a fuoco meglio qualche dettaglio particolarmente importante, lui invece fa il contrario: raddoppia quasi sempre, mentre solo quando vuole essere più incisivo usa una proposizione semplice.
E così… la sua prosa procedeva sempre uguale: lui descriveva, precisava. Diceva una cosa e poi raddoppiava, puntualizzava. Continuavo a leggere ed ero quasi abbagliato, abbacinato. I raddoppi abbondavano, imperversavano. Si incendiava una sigaretta e io non capivo, sbadigliavo (‒ E basta, abbiamo capito! ‒ Scusa mi sono lasciato prendere la mano, però pensa trecento pagine tutte così…).
Cosa mi insegna questo libro? A uccidere l’anima? Ma se dobbiamo leggere per inardirci non è meglio farsi una passeggiata?
(‒ Però devi ammettere che ci ha lavorato molto su questo libro. ‒ Sì, ma il risultato non cambia.)
Parte terza: l’editore e la festa
E bravo Moresco, alla fine siamo arrivati dall’editore, che si scopre essere il Gatto ‒ quello stesso che nella Prima parte era un seminarista e diceva di voler leggere un biglietto che il nostro narratore aveva scritto, ma poi non lo leggeva mai. Il Gatto, ora che fa l’editore, dice che gli interessa il suo scritto, ma poi non si fa trovare, rimanda, gli dice di ripassare; lui ripassa e quello sta all’estero e gli lascia detto dalla segretaria di ripassare un’altra volta. Anch’io ho incontrato una persona potente che faceva così, ma non era un editore. Credo che in tali persone scatti un meccanismo psicologico simile a quello di certe donne, che per debolezza amano farsi corteggiare, e amano tenere al cappio anche quegli spasimanti ‒ questo è forse il fatto più sorprendente ‒ a cui sanno con certezza che non si concederanno mai. È chiaro che fanno così per avere più potere. Molière ha descritto bene questo atteggiamento in Célimène, la donna amata da Alceste, nel Misantropo. Ma torniamo a Moresco.
Due parole vanno dette sulle descrizioni di scene scabrose, perfino oscene, presenti a più riprese nel libro, una su tutte il cunnilingus postprandiale tra la coppia di una certa età osservata dalla finestra del palazzo di fronte (poi si scopre pure che erano ciechi). Dico la sensazione che mi ha fatto. Non l’ho trovata volgare ma semplicemente squallida. Moresco descrive la scena con sguardo asettico e senza partecipazione ‒ atteggiamento costante in tutto il libro, peraltro. Questo lo salva dall’accusa di volgarità, ma rimane la domanda: che senso ha? che voleva dire? Forse può far riflettere sullo squallore del sesso visto come atto meccanico alla luce del sole e per di più accostato al cibo. Ma serve uno scrittore per farlo vedere sotto questa luce così squallida? soprattutto nel mondo di oggi, dove la pornografia bisogna faticare per non trovarla? Questo lo chiama “volare in alto”? Non sarebbe molto più utile trovare una luce più bella, più degna di un uomo per mostrare l’amore, anche carnale? ‒ «if love be blind, it best agrees with darkness» diceva per esempio Shakespeare.
Un appunto sul versante stilistico: non trovo alcuno scarto tra i dialoghi e il discorso indiretto. Cioè descrizioni da una parte e descrizioni di descrizioni dall’altra, e tutte con lo stesso stile. Mentre leggevo assonnato mi annoiavo, sbadigliavo (‒ Ehi l’hai rifatto! ‒ Mi è scappato!). Rileggevo le parole sfuocate e restavo confuso, abbacinato (‒ Eh? ‒ Ok, ok, scusa non lo faccio più, ma devi capire che dopo 647 pagine devo un po’ disintossicarmi!).
L’ironia in Moresco? Sporadica, distaccata, blanda e anche un po’ triste.
“Il biografo” del narratore ad un certo punto dice di voler scrivere una «biografia spartiacque tra generi nuovi», sobbalzo. Chissà se era voluta questa coincidenza con l’aletta: non lo so ma certo stride. Se consideriamo la letteratura da Omero fino a Tolstoj, per esempio, io non vedo “spartiacque” ma piuttosto capolavori, ognuno con la sua identità, diversa e irripetibile. “Spartiacque” è un concetto da scribacchini, buono per quelli che non seguono sé stessi ma devono inserirsi in una corrente.
Poi la scena finale della festicciola con Pascal, Leopardi, la Dickinson, Smerdijakov… (‒ Il servo-assassino dei Fratelli Karamazov? ma perché? che c’entra? ‒ Che razza di domande, ma non le hai lette tutte le 600 pagine precedenti, di cosa ti vuoi stupire ora?). Questi personaggi famosi stanno lì, muti come sagome col nome appiccicato sopra: già questo mi pare abbastanza pretestuoso, ma la cosa peggiore è quel «Sarà stato Pascal, l’avrà leccata [lui la Pesca sul seno fino dove lo permetteva la scollatura] mentre erano intenti a danzare, con quella sua linguetta». Caro Moresco, ma non ti vergogni di usare Pascal come tuo zimbello? Se proprio ne avevi voglia, ci potevi mettere Faletti, Camilleri, Baricco… ma l’autore dei Pensieri!!
Il biografo sogna pure una targa dove un giorno lo ricorderanno commossi… non so se c’era qualche intenzione ma se poco poco ci fosse stata, gli rammento che Seneca giustamente notava che è già qualcosa non essere ricordati. Infatti, potresti pure essere ricordato in negativo, e forse un giorno ritrovarti una bella targa di questo tipo: “Qui A.M. scrisse le scene pornografiche con i ciechi, evirò con la fantasia Gesù, e sbeffeggiò Pascal. A futura memoria”.
‒ Però come la metti con la sua originalità? ‒ Non nego che abbia una certa originalità, e infatti se questo libro ha un qualche piccolo valore è proprio quello di andare per la sua strada… però l’originalità non è tutto, anche i campi di concentramento nazisti avevano una loro “originalità”: non si era mai visto prima un metodo di annullamento così scientifico e ordinato… ma ciò non toglie niente al loro orrore. E poi quello che conta è la bellezza: «I veri artisti se ne fregano di cercare di essere originali o indipendenti. Loro cercano la bellezza, e se questa è originale o imprestata diviene chiaro solo dopo», non lo dico io, l’ha detto Čajkovskij.
‒ Allora pollice alto o pollice verso? ‒ Sicuramente pollice… ehi ma chi è che bussa? e con questa violenza?! Oddio sul mio pianerottolo c’è il Nervo in motocicletta con la tuta attillata di pelle nera, e sul sidecar… Moresco che mi guarda in cagnesco! e in mano ha un rasoio insanguinato e nell’altra un sacchetto di calli tagliati che si muovono! Non parla, ma sento lo stesso che dice “Ti voglio tagliare via l’anima e sostituirla con un sacchetto di calli imperversanti”! Oddio devo scappare! Ecco che vuole sfondare la porta, salto dalla finestra, mi arrampico su un palo della luce e arrivo fino alla luna, corro, mi sta inseguendo ancora con la moto, la ghiaia mi si frantuma sotto i piedi… ma quando mai si è vista la ghiaia sulla luna? “Ce l’ho portata io!” mi urla Moresco imperversando da un punto lontano e imbracciando come lance due rette sghembe abbacinanti… Scappando mi avvicino al cielo, le stelle sono in realtà dei pulsantini luminosi (toh c’è Astolfo che mi saluta), faccio per premerne uno… perché Astolfo continua a sbracciarsi? Accidenti non mi stava salutando! voleva dirmi di non premere… ma ormai ho premuto!! L’intera volta celeste cade in frantumi, sono travolto da un oceano di luce, sento suonare la tromba del giudizio, vedo scendere Cristo in persona che mi dice: “Già vi ho detto: ‘Non giudicare’. E se giudichi fallo con verità”. “Sì”, rispondo io.
Amen.

“La ci darem al mano” è musica leggera?

Oggi su Radio3 viene trasmessa la prima del Don Giovanni alla Scala di Milano, diretto da Baremboim. Con l’occasione volevo dire due cose sul famoso duettino “La ci darem la mano” che stamattina ho sentito trasmettere già molte volte in varie forme.
L’orecchiabilità di questo che è uno tra i duetti più famosi dell’opera, potrebbe far pensare a qualcuno che sia simile ad una canzone di musica leggera, ma appena si apre lo spartito e lo si osserva un po’ meglio ci si accorge subito che non è così. Prendiamo le prime sette note, quelle sulle parole iniziali “La ci darem la mano” (la-la-si-do#-la-fa-si). Bene, quelle sette note un Ramazzotti  ̶ magari nel momento di più alta ispirazione di tutta la sua vita ̶ forse sarebbe riuscito pure lui a imbroccarle, ma già alla battuta dopo tra lui e Mozart si sarebbe aperto un abisso. Un Ramazzotti infatti avrebbe ripetuto identicamente quelle sette note per due-tre minuti facendoci così tutta la sua bella canzoncina, Mozart invece già all’attacco di “la mi dirai di sì” fa qualcosa che nessun autore di musica leggera avrebbe mai fatto: cala di un semitono (e diventa sol#-sol#-sol#-la-si-mi, facendo quindi anche un’altra variazione). Quel passaggio di un semitono – l’intervallo tonico più piccolo sulla tastiera! – dal la al sol#, che in questo caso è pure il passaggio dalla tonica alla sensibile, riesce ad aggiungere una tensione enorme alla melodia (che spesso neanche i cantanti lirici fanno ben sentire purtroppo!!) e apre un vero e proprio abisso tra il compositore mediocre e il genio. Naturalmente non finisce qui, perché Mozart non si accontenta di questa variazione ma aggiunge qualcosa di nuovo ad ogni battuta!!, seguendo tutte le sfumature del testo, con una sensibilità una fantasia e un’arguzia che lascia davvero senza fiato. Per esempio quando Zerlina inizia a cedere dicendo “presto non son più forte non son più forte” c’è un gioco di semitoni oscillanti che danno proprio l’idea di “vacillare” (è un madrigalismo). Poi quando Don Giovanni riprende la sua peroratio “Vie-ni, vie-ni” sulla semiminima del secondo “vieni” c’è un re-bequadro sforzato (quindi più sentito) che porta all’acme della tensione – con pure una chiara sfumatura comica – e mostra tutta l’attesa, lo spasmo erotico di Don Giovanni che vuole portarsi a letto Zerlina. Dico questo da dilettante, ma un musicista competente sono sicuro che saprebbe sottolineare molti più dettagli (nell’orchestrazione, nell’armonia ecc.) che si nascondono in questo piccolo gioiello musicale. Insomma non è un “duettino” da musica leggera.

Macbeth firmato Muti-Stein

Il maestro Muti con la sua arte e il suo carisma eccezionali riesce sempre a catalizzare su di sé un’attenzione che raramente viene concessa all’opera dai media. E così stavolta, per questo Macbeth in scena al teatro di Costanzi di Roma, scrivere un’altra recensione oltre alle numerose già presenti in rete sembra quasi superfluo. Mi limiterò tuttavia a scrivere qualche nota, principalmente sulla regia di Peter Stein, poiché è stata veramente una delle migliori che abbia mai visto.
Quello che mi ha colpito di più ieri è stato il perfetto amalgama delle parti, in una parola “l’insieme”, e ciò è avvenuto grazie ad un cast di primo livello, alla direzione di Muti, ma anche al regista Peter Stein, che è davvero riuscito ad essere fedele alla partitura ma allo stesso tempo moderno e “originale” (uso questa parola con qualche imbarazzo perché i registi “originali” sono in genere da evitare peggio della peste; in questo caso invece l’originalità è stata nel modo intelligente e sapiente in cui ha usato i mezzi a sua disposizione non per deformare la storia ma per arricchirla). La scena di base era completamente nera, in pieno stile shakespeariano, incentrata sulla recitazione ma anche con begli effetti di luce e parecchi altri effetti scenici… talmente grande mi è parsa la cura dei dettagli che sarebbe quasi impossibile descrivere tutto lo spettacolo (spero vivamente ne facciano un DVD), posso comunque dire che il momento che più mi ha emozionato è stata la morte del re Duncano. La scena si era lentamente riempita di servitori con delle fiaccole dalle fiamme (vere) estremamente vivide che si stagliavano con grande effetto sulla scena nera e buia. Poi quando Banco grida:
«È morto assassinato il re Duncano!»
l’orchestra (e qui sia lode a Muti!) ha saputo sottolinearlo con un pathos e una tensione da brividi, e poi il coro e i solisti nel tutti hanno fatto esplodere in maniera mirabile tutto l’orrore e lo sgomento della situazione. Toccante anche la scena dei bambini (piccolissimi) che ballano attorno a Macbeth svenuto, e poi terribilmente efficace la scena seguente in cui Macduff piange sui cadaveri insanguinati (deposti davanti a lui sul proscenio) dei figli e della loro madre uccisi dal tiranno “Macbetto”. Bellissima anche la battaglia finale con le spade (supervisionate dal maestro d’armi Renzo Musumeci Greco). Proprio come voleva Verdi  ̶ lo dice egli stesso in una sua lettera che in quest’opera viene prima il dramma e poi la musica ̶  così è stato in questa produzione.
E dietro a tutto questo, nascosto nel golfo mistico, c’era la direzione sempre vibrante e coinvolgente di Riccardo Muti, in uno dei suoi titoli favoriti. Anche la scelta di questo regista, nonché la necessaria collaborazione che deve esserci stata tra tutti  ̶ musicisti, cantanti, coro, regista ecc. ̶ , penso sia in buona parte dovuta a lui. È davvero bello che sia stato nominato “direttore onorario a vita” dell’Opera di Roma.
Da segnalare, a parte i protagonisti Dario Solari e Tatiana Serjan, anche il tenore, Antonio Poli, che nella sua pur breve parte di Macduff ha riscosso un meritato successo personale.
Ultima replica 11 dicembre 2011. Qui di seguito il cast completo:
Direttore Riccardo Muti
Regia Peter Stein
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene Ferdinand Wögerbauer
Costumi Anna Maria Heinreich
Luci Joachim Barth
Movimenti coreografici Lia Tsolaki
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
Interpreti
Macbeth Dario Solari /
Sebastian Catana
Banco Riccardo Zanellato
Lady Macbeth Tatiana Serjan
Dama di Lady Macbeth Anna Malavasi
Macduff Antonio Poli
Malcolm Antonio Corianò
Domestico di Macbeth Luca Dall’Amico
Medico Gianluca Buratto
Sicario Alessandro Spina
Araldo Francesco Luccioni

L’affarista di Balzac con Geppy Glaijeses

L’affarista, di Honoreé de Balzac, è una commedia divertente e particolarmente attuale in un periodo di così spregiudicate speculazioni finanziarie; è in scena fino al 21 novembre al teatro Quirino di Roma, con l’ottimo Geppy Glaijeses (direttore artistico del Quirino) nel ruolo del protagonistsa Mercadet, e la regia di Antonio Calenda.
Nonostante sia una commedia brillante, che scorre leggera e ironica fino alla fine, rimane pur sempre una commedia d’autore, che tra un risvolto e l’altro della trama trova sempre il momento per riflettere sui comportamenti dei personaggi, soprattutto sull’arrivismo ̶ del protagonista, ma anche dei suoi creditori, e del pretendente della figlia (quello finto ricco, De la Brive) ̶ che viene contrapposto al desiderio d’onestà della consorte di Mercadet, e della figlia stessa, brutta ma molto intelligente e virtuosa.
Il cuore della vicenda è appunto il matrimonio della figlia con un presunto ricco pretendente. Mercadet tratta la questione come un affare, poiché è l’ultima speranza che ha per tirarsi fuori dalla sua disastrosa condizione finanziaria: con vari escamotage si finge ricco per proporre la figlia come un buon partito a questo, apparentemente ricchissimo, signor De la Brive. Ma la cosa gustosa è che anche De la Brive in realtà è un imbroglione anch’egli inseguito dai debitori, che lo conoscono sotto un altro nome, e spera lui di risollevarsi con questo matrimonio, credendo Mercadet ancora ricchissimo. Tutto questo avviene tra bluff , inganni, e vendite d’azioni sottobanco che mirano a comprare azioni in ribasso e a venderle in rialzo cercando di far guadagni con la speculazione finanziaria giusta… insomma dal 1845 (anno in cui è ambientata la commedia) ad oggi non è cambiato molto. Il quadro è sempre quello di ognuno che vuole fregare l’altro, e quello che frega meglio raggiunge il posto più alto in società, non per niente De la Brive, tra i suoi sogni, ha quello di diventare ministro…
Una delle battute più gustose e significative, è quella che viene ripetuta più di una volta dalla moglie di Mercadet, sia al marito che a De la Brive: “Perché non vi trovate un lavoro onesto?” “Un lavoro?!” rispondono con orrore sia l’uno che l’altro.
Lo spettacolo è ben riuscito, Geppy Glaijeses è davvero simpatico e bravissimo, più volte ha suscitato l’applauso a scena aperta. L’unico difetto mi pare quello riscontrabile nel personaggio della figlia di Mercadet: per imbruttirla, oltre a vestirla in modo ridicolo, hanno scelto di farla muovere e recitare in modo goffo, caricato, insomma da stupida, quando invece il personaggio è tutt’altro che stupido, e anzi molto dolce e di delicati sentimenti, è lei l’“illuminata” della situazione; forse bastava farle il naso finto (ce n’erano tanti…) ma poi farla recitare da persona intelligente. Se il pubblico l’ha gradita ̶ è stata la più applaudita dopo Glaijeses ̶ credo che ciò sia avvenuto in virtù di uno di quei sentimenti “popolari” che non andrebbero alimentati.
Comunque è uno spettacolo da vedere e che ha il pregio di portare sulle scene un testo raramente rappresentato, ma di chiara attualità. Il teatro Quirino offre anche una piccola ma preziosa stagione d’opera, cosa che mi rende alquanto felice, e che depone a onore della sua direzione artistica.

I Masnadieri di Schiller nella versione di Lavia

È interessante e di grande impatto emotivo questa rilettura di Gabriele Lavia dei Masnadieri di Schiller, in scena fino al 27 novembre al Teatro India di Roma, con un cast di giovani attori veramente di talento.
Sturm und Drang” scritto come un graffito metropolitano sul fondo della scena, giubbotti di pelle, e musiche decisamente underground spostano di cinque secoli il dramma d’esordio di Schiller (la censura lo aveva costretto a retrodatarlo di tre secoli) e lo portano con forza nei giorni nostri, trasformando i masnadieri  ̶ ribelli, anarchici, banditi ̶  in una sorta di anarco-insurezionisti contemporanei, dark-boys che oggi non possono non farci pensare ai black bloc.
Devo dire che fino all’intervallo ero entusiasta dello spettacolo, poi il finale mi ha un po’ deluso: l’ho trovato esile, quasi incomprensibile. Poi, leggendo il testo di Schiller, mi sono reso conto che erano state tagliate molte battute (forse un terzo del testo). Tra le cose strozzate dai tagli le più notevoli sono i motivi per cui Karl e i suoi seguaci diventano banditi ̶ nelle intenzioni (esplicite) di Schiller, Karl doveva essere una sorta di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, che uccide ministri corrotti, avvocati senza scrupoli ecc. tutto per sanare le ingiustizie della società ̶ ma questo nell’adattamento di Lavia quasi non si capisce dato che vediamo i masnadieri già banditi, né c’è traccia di “Robin Hood”. Poi è stato sottolineato troppo poco il giuramento di Karl  ̶ che Schiller contrapponeva palesemente al precetto evangelico di non giurare, volendone poi mostrare le conseguenze. Tutto questo rende meno chiaro il motivo che porta all’uccisione di Amalia e alla redenzione di Karl (le cui ultime parole sono anche contraddette, non so perché, dai masnadieri).
C’è comunque da dire che il testo originale di Schiller è effettivamente un po’ tortuoso e diseguale ̶ a tratti geniale, un po’ leziosamente neoclassicheggiante in altri passi (tutti tagliati da Lavia, e di questo non gliene faccio proprio una colpa). Si può quindi capire il desiderio di tagliarlo in alcuni punti, la cosa ha però i suoi inconvenienti, soprattutto se poi si eccede nella misura. Va bene anche togliere le parrucche e modernizzare il look però bisognerebbe evitare di cambiare o sminuire il senso della storia.
Tagli a parte, qui mi limito invece a rilevare i due difetti che mi sono parsi più evidenti in questo spettacolo: 1) la recitazione di Karl l’ho trovata troppo falsa, esagitata, sopra le righe; l’attore mi pareva bravo, quindi immagino sia stata una scelta di Lavia, al quale forse è mancato il coraggio di rappresentare Karl in una maniera più nobile e lucida. 2) poi Amelia: perché Amelia, che non ha nulla a che vedere con i masnadieri, che rappresenta la purezza e che ama la parte buona di Karl, è invece vestita e si atteggia da “darkettona” come i masnadieri? sinceramente non capisco il senso di questa scelta.
Comunque, a parte queste osservazioni critiche, credo sia nel complesso uno spettacolo abbastanza riuscito e valga proprio la pena di vederlo, non fosse altro per ascoltare certe stoccate di Schiller che colpiscono con tutta la loro forza intellettuale e poetica ancora oggi ̶ il testo infatti è scritto in prosa ma più di una volta il genio di Schiller tocca, non meno di Shakespeare, le vette della più alta poesia.
Detto per inciso, è impressionante quanti temi di questo dramma siano stati poi ripresi, e in maniera strepitosa, da Dostoevskij: compiere un delitto con un fine nobile, è il tema di Delitto e castigo; il nichilismo, scardinare la società, la gaglioffaggine che si nasconde nei sedicenti rivoluzionari, ecco I Demoni; poi l’ateismo e il parricidio (Schiller sostiene  ̶ in maniera scioccante per l’epoca, ma brutale persino oggi ̶  che la sacralità del legame padre-figlio non può venire dal mero fatto biologico ma solo da tutto ciò che il padre fa per il figlio dopo il concepimento), saranno al centro dei Fratelli Karamazov (da notare anche il servo umile, buono e credente  ̶ Daniel nei Masnadieri, Grigorij nei Fratelli Karamazov).
Infine, tornando allo spettacolo in questione, va fatto un encomio particolare a Francesco Bonomo, il giovane attore interprete di Franz (il fratello cattivo e deforme di Karl, con esplicito riferimento a Riccardo III), che è riuscito a sostenere sempre in modo credibile, e con bravura spesso virtuosistica, una parte che, per ritmo, lunghezza e intensità, era davvero difficilissima.

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Roma, Teatro India 25 ottobre | 27 novembre 2011, poi in turnée

regia Gabriele Lavia
Cast:

Moor    Gianni Giuliano
Karl    Simone Toni
Franz    Francesco Bonomo
Amalia    Cristina Pasino
Spiegelberg    Marco Grossi    
Schweitzer    Filippo Detoro
Grimm    Luca Mascolo  
Razmann    Fabio Casali
Schufterle    Giulio Pampiglione  
Roller    Giovanni Prosperi
Schwarz    Alessandro Scaretti
Hermann    Michele De Maria
Daniel    Daniele Gonciaruk
Frate Moser    Giulio Pampiglione, Luca Mannocci, Carlo Sciaccaluga
un prete    Andrea Macaluso    
1°masnadiero    Davide Gagliardini
2°masnadiero    Carlo Sciaccaluga
3°masnadiero    Luca Mannocci
4°masnadiero    Daniele Ciglia
5°masnadiero    Daniele Gonciaruk


scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Franco Mussida
luci Simone De Angelis

Note positive nonostante gli indegni

Dopo il post di ieri sul lato brutto della manifestazione, voglio controbilanciare con qualche nota positiva che pure si può vedere.
  • In molti paesi sotto la dittatura l’esercito spara sulla folla inerme e pacifica, noi invece siamo in un paese talmente civile che la polizia non ti spara neanche se gli tiri un sampietrino contro; questa pratica esemplare di non-violenza mi riempie di ammirazione e sono sicuro che darà i suoi frutti. Invito a questo riguardo a leggere l’intervista del carabiniere che ha rischiato di essere ucciso sulla camionetta poi data alle fiamme, e che nonostante tutto “non ha mai tirato fuori la pistola dalla fondina”. Una reazione più violenta infatti, per quanto assolutamente legittima, avrebbe offerto il destro a polemiche pretestuose e ignobili santificazioni (come è già successo con quel famoso teppista di Genova), ora invece non hanno proprio nulla contro cui appigliarsi.
  • Considerati i numeri della manifestazione c’erano al più 500/220.000=0,2% di violenti, e molti tra i pacifici hanno applaudito le forze dell’ordine e contribuito a isolare i violenti; perciò, considerando anche la tensione sociale, il livello di maturità della media è prevalentemente molto buono.
  • Questo paese ha vissuto il terrorismo, mentre l’altro ieri non c’è stato, per fortuna, nemmeno un morto.
  • Tutti i politici, anche dell’opposizione hanno condannato la violenza ed espresso solidarietà verso le forze dell’ordine.
  • C’è veramente tanta gente stufa del comportamento vergognoso della classe politica che governa (per quanto sono troppo giovane per fare confronti col passato, e comunque lo si vedrà alle elezioni).
Nonostante tutto ci sono ancora tante zone d’eccellenza in Italia che non ci devono far perdere la speranza di un miglioramento, ed il rifiuto di uno sciocco ottimismo – ora fortunatamente passato di moda ̶ , non deve farci sedere su un inerte e altrettanto sterile “tutto fa schifo”.
A quelle persone pacifiche e magari un po’ esasperate che, seguendo qualche falso ragionamento, pensano che “le rivoluzioni si fanno anche con la violenza”, dico invece che ci sono molte cose che gli sfuggono e un’analisi più attenta della storia e soprattutto dell’uomo porta a conclusioni del tutto opposte, e che rivoluzioni del genere non sono affatto auspicabili. Per cui li invito a leggere per esempio La fattoria degli animali di Orwell, le riflessioni di Gurdjieff sulla rivoluzione russa (che la visse sulla sua pelle), I demoni di Dostoevskij, o gli scritti di Gandhi sulla non-violenza.

Gli indignati e gli indegni

Premetto che ci sono molti motivi per essere indignati, ma la presenza di teppisti  ̶  indegni di essere chiamati uomini  ̶  ci ha reso oggi testimoni di una giornata di guerriglia come mai era accaduto dal dopoguerra ai giorni nostri; le foto i danni e i feriti parlano chiaro. Ho seguito via radio e via internet gli accadimenti con senso di angoscia e dispiacere veramente bruciante, per cui sento il bisogno di fare qualche considerazione.
Innanzitutto servirebbe la massima collaborazione dei manifestanti con la polizia e tutte le forze dell’ordine. Per esempio dalla radio attraverso cui ho seguito l’evolversi della manifestazione ho notato con un certo disappunto una posizione sistematicamente polemica contro ogni azione della polizia: c’era uno di questi inviati che da via Merulana (in mezzo agli scontri) ad ogni carica della polizia diceva “Perché caricano? È surreale, io da qui non vedo nessuno ecc. ecc.”, poi criticava il fatto che ai manifestanti non era stato consentito di accedere a pizza S. Giovanni… Ma con che logica, mi chiedo, da una posizione così isolata ci si può permettere di giudicare l’operato di una forza pubblica che possiede colonnelli, generali, elicotteri, informatori? Ora questa giornalista non faceva certo parte dei violenti, ma che razza di clima incandescente si crea con queste polemiche? Naturalmente anche le forze dell’ordine possono sbagliare in una situazione così critica, ma sta alla maturità dei manifestanti pacifici collaborare al massimo grado. Non solo chi tira anche una nocciolina contro i furgoni delle forze dell’ordine si rende complice, o quantomeno simpatizzante, dei teppisti, ma anche chi non rispetta i divieti imposti dalle forze dell’ordine si rende complice dei possibili disordini che un atto del genere può provocare. Tanto più che non stiamo parlando di divieti che precludono la libertà d’espressione ma solo di prescrizioni ai fini dell’ordine pubblico.
Manifestare pacificamente non significa solo non tirare sampietrini ma anche usare un tono pacato e non aggressivo nelle parole: insulti, parolacce, cori volgari non fanno certo migliorare l’Italia, ma contribuiscono solo a degradarla spingendola verso l’anarchia più disordinata. 
Dalla finestra del mio palazzo ho visto sfilare il corteo che se ne andava dal centro con la solita “musica” da centro sociale. Un tizio col megafono gridava da un camion: “Oggi è stato violato un tabù”. Che tabù? Non l’ha detto, e invece di concludere il suo “pensiero” ha ripetuto questo stesso mozzicone di frase urlandolo a pieni polmoni e cercando l’applauso dal corteo (applauso che in parte ha trovato). L’unico tabù che ho visto violato oggi è stato quello della civiltà. Ed ha ragione Alemanno quando ha detto che oggi i veri indignati sono i cittadini romani.
Ha molta più forza una protesta silenziosa che una urlata e accompagnata con i tamburi, ma questo ancora in pochi lo capiscono. E quello che fa più rabbia è che anche personaggi di spicco del mondo della cultura (o presunti tali) contribuiscono a diffondere idee infantili se non obbrobriose. Mi riferisco per esempio a Monicelli che  ̶  vecchio e al contempo vergognosamente immaturo  ̶  parla di “rivoluzione”, o a certi cantautori e altri personagetti del presente o del passato recente che si dichiarano “anarchici”. Ma l’unica rivoluzione auspicabile è quella interiore delle coscienze, non certo quella dei maialini di Orwell. E ancora più facile dovrebbe essere capire che l’anarchia è la morte della società: se possiamo vivere decentemente è solo grazie all’esistenza di una società organizzata con delle regole, e se vogliamo migliorarla lo possiamo fare soltanto migliorando le regole e soprattutto rispettandole; sennò si torna al medioevo. Ma proprio il rispetto delle regole è uno dei problemi dell’Italia.

Teatro al cinema: Carnage di Polanski

Carnage di Roman Polanski, tratto dalla pièce “Le dieu du carnage” di Yasmina Reza, è senz’altro uno dei film più interessanti che abbia visto negli ultimi quindici anni. 
Due coppie di genitori  ̶  medio borghese una, alto borghese l’altra  ̶ , si incontrano per risolvere “molto civilmente” una lite avvenuta tra i rispettivi figli undicenni, uno dei quali ha spaccato due denti all’altro con un bastone. Se all’inizio tutto procede con complimenti e cortesie simulate, scuse e perdoni più o meno ipocriti, nel giro di due caffè i rapporti degenerano fino ad un’ostilità aperta che mette non solo una coppia contro l’altra ma anche marito contro moglie e alternativamente tutti contro tutti, rivelando i veri caratteri dei protagonisti, molto peggiori delle maschere che la cortesia gli permetteva di mostrare. Particolarmente azzeccato è il personaggio di Penelope (Jodie Foster), una cinquantenne “radical chic”, sempre pronta a lottare dal suo bel salotto per qualche paese dell’Africa, ma poi egoista e falsa nei rapporti con le persone a lei più prossime.
Tutto girato in un appartamento con quattro attori  assomiglia ad un quartetto di musica da camera ben scritto e molto divertente. A proposito, ottimi i quattro interpreti cinematografici: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly.
Gli unici due appunti che mi sento di sollevare al film sono, in primo luogo, il poco credibile fatto che i proprietari di casa non vedono l’ora che gli ospiti se ne vadano, mentre questi, da parte loro, stanno sempre per andarsene, e poi contro ogni logica rimangono a discutere e ad arrabbiarsi, minacciando più volte di andarsene ma sempre senza farlo. In secondo luogo, la commedia solleva argomenti interessanti che potevano essere sviluppati forse più a fondo, mentre tutto si conclude in un parossistico finale-non-finale, dove ogni personaggio perdendo il controllo si mette a nudo dando il peggio di sé; in questo modo l’autrice si “limita” a denudare i personaggi, ma senza risolvere o sviscerare meglio le questioni sollevate.
Resta comunque un film interessantissimo con una sceneggiatura assolutamente al di sopra della media. Anzi a questo punto sono proprio curioso di leggere il testo originale di Yasmina Reza (“Il Dio del massacro”, edito in italiano da Adelphi), e vedere le differenze.

[Aggiunta:] Ho poi letto anche il testo originale della Reza, e ho scoperto che quello stare-per-andarsene della coppia ospite è una caratteristica (un difetto secondo me) solo del film, mentre nel libro la scena è ambientata da subito nel salotto, dove le due coppie stanno comodamente sedute e hanno appena iniziato a conoscersi: così tutto si svolge in modo più naturale e logico. Per il resto il film non è inferiore al testo, anzi oltre a interpretarlo bene lo arricchisce pure di qualche battuta (il finale del libro per esempio è più debole). Polanski ha cambiato anche altri dettagli, ma meno significativi, principalmente ha spostato la scena da Parigi a New York, per renderlo più “international” credo.

Le “curiose” lezioni di Mario Bortolotto su Berlioz

Sono davvero “curiose” queste lezioni di Mario Bortolotto che vanno in onda in questi giorni dalle 13:00 su Radiotre. Invece di essere un elogio del grande musicista francese definito da Paganini “l’erede di Beethoven”, sono una sorta di presa in giro denigratoria della sua opera. Ad ogni aggettivo buono cheBortolotto, dall’alto della sua cattedra di musicologo, gli concede, seguono infatti almeno dieci insulti che dire infamanti è dire poco. Ecco per esempio alcuni degli aggettivi che Bortolotto ha prodigato parlando di vari aspetti della Sinfonia funebre e del Requiem: convenzionale, banale, di cattivo gusto, contrappunto scorretto, effetto insulso (!!), melodia dolciastra, bandistico, privo di ogni interesse… Più ancora (e qui siamo quasi al ridicolo) di fronte ai giudizi invece ammirati di Wagner e di un altro poeta dell’epoca, Bortolotto dice che sono “francamente incomprensibili”, poi con aria di sufficienza e un po’ divertito spiega che Wagner era ancora giovane (ma aveva 27 anni!) e, poverino, era accecato dalle mode dell’epoca. Inutile anche nascondersi dietro una battuta di Saint-Saens detta chissà dove e a quale proposito; è come snobbare Clementi citando quella famigerata lettera di Mozart. 
 
D’altra parte, gli sproloqui di Bortolotto sono per fortuna intervallati da ascolti musicali, attraverso i quali chiunque può farsi un’idea del valore dell’opera di Berlioz, e al massimo troverà buffo sentirsi presentare “una melodia dolciastra, con effetti insulsi e di cattivo gusto”, e poi ascoltare invece una bellissima aria cantata da Domingo e diretta da Baremboim.
Ora, sicuramente il genio di Berlioz non ha bisogno di essere difeso da me, anche perché le sue “banalità” le difendono ogni giorno i più grandi direttori d’orchestra di tutto il mondo ̶ Colin Davies, Gardiner, Muti, Beremboim, solo per citarne alcuni. Una cosa però mi chiedo: con quale criterio Radiotre ha affidato un ciclo di lezioni lungo due settimane su Berlioz ad una persona che questo autore lo disprezza e, peggio ancora, non lo capisce?