“Gli esordi” di Moresco, una specie di recensione
Nel libro di Moresco invece non c’è nessuna riflessione sul silenzio, piuttosto ci troviamo di fronte ad un silenzio narrativo e contestuale, arido, autistico, schiacciante, soffocante. Il protagonista-narratore è in seminario per farsi prete: prega, dorme, mangia in refettorio, accompagna il prete nella funzione… ma tutto meccanicamente, come un automa privo di personalità. Quasi non ci sono dialoghi, le descrizioni si susseguono senza soluzione di continuità, ma ciò che colpisce di più è la completa disumanità dei personaggi: nessuno ha un nome, hanno solo soprannomi ‒ il Gatto, la suora nera, il Nervo, ecc. ‒ oppure sono identificati dalla loro mansione; e poi ognuno ha la sua stranezza: il padre priore ha la testa deforme «come segata in due e rimontata senza precisione», il Gatto invece è un seminarista che si arrampica sui lampioni, poi c’è il sordomuto, un tizio con gli occhiali che non si sa chi sia ecc. ecc. Insomma, tutto degno della peggior tradizione del teatro dell’assurdo.
(Caro Moresco, davvero da un seminario sei riuscito a tirarci fuori così poco? La volontà di annullare sé stessi, il rifiuto del mondo, la ricerca di Dio, le parole del vangelo, credere nella resurrezione dei morti oggi, i seminaristi sinceri e quelli ipocriti… pur avendo tutti questi temi a portata di mano neanche li sfiori! Davvero non li vedi o ti sembrano così insignificanti da preferirgli il Gatto che si arrampica sui lampioni?)
La scena si sposta in una villa a «Ducale», entrano nuovi personaggi ‒ la Pesca, lo Ziò, ‒ ma l’atmosfera asfittica e piena di assurdità non cambia. Moresco descrive una realtà deformata, immersa in un liquido opaco e talvolta allucinogeno. Non si può negare che abbia un certo talento per le descrizioni, c’è qualche buono spunto “surrealista”, forse un po’ fumettistico, certe immagini mi riportano alla mente i cartoni animati giapponesi anni ’70-’80, forse potrebbe ispirare qualche pittore o disegnatore in cerca di nuovi spunti. Ma non ci trovo niente di più profondo.
La compattezza del romanzo non è data dalla trama o da tematiche ‒ entrambi assenti ‒ quanto piuttosto da certi motivi descrittivi che ritornano: le vesti che frusciano, la ghiaia che si frantuma, sigarette e persone che si «incendiano»… e poi punti distanti, rette sghembe, ogni tanto qualche parabola, qualche cerchio… Tutta la matematica di terza liceo… mancano le ellissi: poteva metterci un’ostia ellittica, perché no? E se ci metteva pure un’iperbole completavamo le coniche! A me invece stanno venendo le coliche a leggere questa mattonata.
(‒ Ma perché non smetti di leggere allora? ‒ Eh, adesso è una questione di principio… ma tu chi sei? ‒ La voce della tua coscienza ‒ Ah… quindi sono sempre io? ‒ Sì, più o meno.)
Forse Moresco dovrebbe darsi alla graphic novel piuttosto che al romanzo. Al limite anche alla poesia, ma cercando una maggiore sintesi. Ad ogni modo ciò che gli manca per essere uno scrittore “maggiore” è la capacità di leggere nell’animo e quella di ragionare. Non c’è infatti un solo ragionamento ‒ dico UNO! ‒ in tutto il libro, né un solo personaggio dotato di anima. La penna di Moresco sembra una telecamera che mette a fuoco questo o quel dettaglio costruendo un film di cinque ore su… niente! Il senso del romanzo sembra infatti l’agognata pubblicazione del romanzo stesso e nulla più! Ma sto anticipando troppo…
Una qualità di Moresco? È icastico, quando fa una descrizione “vedi” quello che descrive. Però da un punto di vista un po’ più alto mi pare arido, o se volete inutile come certi racconti di Landolfi.
Finisco la prima parte con grande sollievo di averla finita, ma mi sento mancare il fiato vedendo le pagine che mi restano… (Caro Moresco, è inutile che mi guardi così accigliato dall’aletta di copertina! ho speso ventuno euro per comprare il tuo libro, almeno mezzo sorriso potresti farmelo!) Sul comodino invece c’è L’Adolescente di Dostoevskij che mi chiama… ma no, no, devo resistere… devo farcela: continuo a leggere!
Amen.
“La ci darem al mano” è musica leggera?
Macbeth firmato Muti-Stein
| Direttore | Riccardo Muti |
| Regia | Peter Stein |
| Maestro del Coro | Roberto Gabbiani |
| Scene | Ferdinand Wögerbauer |
| Costumi | Anna Maria Heinreich |
| Luci | Joachim Barth |
| Movimenti coreografici | Lia Tsolaki |
| Maestro d’armi | Renzo Musumeci Greco |
| Macbeth | Dario Solari / |
| Sebastian Catana | |
| Banco | Riccardo Zanellato |
| Lady Macbeth | Tatiana Serjan |
| Dama di Lady Macbeth | Anna Malavasi |
| Macduff | Antonio Poli |
| Malcolm | Antonio Corianò |
| Domestico di Macbeth | Luca Dall’Amico |
| Medico | Gianluca Buratto |
| Sicario | Alessandro Spina |
| Araldo | Francesco Luccioni |
L’affarista di Balzac con Geppy Glaijeses
I Masnadieri di Schiller nella versione di Lavia
“Sturm und Drang” scritto come un graffito metropolitano sul fondo della scena, giubbotti di pelle, e musiche decisamente underground spostano di cinque secoli il dramma d’esordio di Schiller (la censura lo aveva costretto a retrodatarlo di tre secoli) e lo portano con forza nei giorni nostri, trasformando i masnadieri ̶ ribelli, anarchici, banditi ̶ in una sorta di anarco-insurezionisti contemporanei, dark-boys che oggi non possono non farci pensare ai black bloc.
Devo dire che fino all’intervallo ero entusiasta dello spettacolo, poi il finale mi ha un po’ deluso: l’ho trovato esile, quasi incomprensibile. Poi, leggendo il testo di Schiller, mi sono reso conto che erano state tagliate molte battute (forse un terzo del testo). Tra le cose strozzate dai tagli le più notevoli sono i motivi per cui Karl e i suoi seguaci diventano banditi ̶ nelle intenzioni (esplicite) di Schiller, Karl doveva essere una sorta di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, che uccide ministri corrotti, avvocati senza scrupoli ecc. tutto per sanare le ingiustizie della società ̶ ma questo nell’adattamento di Lavia quasi non si capisce dato che vediamo i masnadieri già banditi, né c’è traccia di “Robin Hood”. Poi è stato sottolineato troppo poco il giuramento di Karl ̶ che Schiller contrapponeva palesemente al precetto evangelico di non giurare, volendone poi mostrare le conseguenze. Tutto questo rende meno chiaro il motivo che porta all’uccisione di Amalia e alla redenzione di Karl (le cui ultime parole sono anche contraddette, non so perché, dai masnadieri).
C’è comunque da dire che il testo originale di Schiller è effettivamente un po’ tortuoso e diseguale ̶ a tratti geniale, un po’ leziosamente neoclassicheggiante in altri passi (tutti tagliati da Lavia, e di questo non gliene faccio proprio una colpa). Si può quindi capire il desiderio di tagliarlo in alcuni punti, la cosa ha però i suoi inconvenienti, soprattutto se poi si eccede nella misura. Va bene anche togliere le parrucche e modernizzare il look però bisognerebbe evitare di cambiare o sminuire il senso della storia.
Tagli a parte, qui mi limito invece a rilevare i due difetti che mi sono parsi più evidenti in questo spettacolo: 1) la recitazione di Karl l’ho trovata troppo falsa, esagitata, sopra le righe; l’attore mi pareva bravo, quindi immagino sia stata una scelta di Lavia, al quale forse è mancato il coraggio di rappresentare Karl in una maniera più nobile e lucida. 2) poi Amelia: perché Amelia, che non ha nulla a che vedere con i masnadieri, che rappresenta la purezza e che ama la parte buona di Karl, è invece vestita e si atteggia da “darkettona” come i masnadieri? sinceramente non capisco il senso di questa scelta.
Comunque, a parte queste osservazioni critiche, credo sia nel complesso uno spettacolo abbastanza riuscito e valga proprio la pena di vederlo, non fosse altro per ascoltare certe stoccate di Schiller che colpiscono con tutta la loro forza intellettuale e poetica ancora oggi ̶ il testo infatti è scritto in prosa ma più di una volta il genio di Schiller tocca, non meno di Shakespeare, le vette della più alta poesia.
Detto per inciso, è impressionante quanti temi di questo dramma siano stati poi ripresi, e in maniera strepitosa, da Dostoevskij: compiere un delitto con un fine nobile, è il tema di Delitto e castigo; il nichilismo, scardinare la società, la gaglioffaggine che si nasconde nei sedicenti rivoluzionari, ecco I Demoni; poi l’ateismo e il parricidio (Schiller sostiene ̶ in maniera scioccante per l’epoca, ma brutale persino oggi ̶ che la sacralità del legame padre-figlio non può venire dal mero fatto biologico ma solo da tutto ciò che il padre fa per il figlio dopo il concepimento), saranno al centro dei Fratelli Karamazov (da notare anche il servo umile, buono e credente ̶ Daniel nei Masnadieri, Grigorij nei Fratelli Karamazov).
Infine, tornando allo spettacolo in questione, va fatto un encomio particolare a Francesco Bonomo, il giovane attore interprete di Franz (il fratello cattivo e deforme di Karl, con esplicito riferimento a Riccardo III), che è riuscito a sostenere sempre in modo credibile, e con bravura spesso virtuosistica, una parte che, per ritmo, lunghezza e intensità, era davvero difficilissima.
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Roma, Teatro India 25 ottobre | 27 novembre 2011, poi in turnée
regia Gabriele Lavia
Cast:
Karl Simone Toni
Franz Francesco Bonomo
Amalia Cristina Pasino
Spiegelberg Marco Grossi
Schweitzer Filippo Detoro
Grimm Luca Mascolo
Razmann Fabio Casali
Schufterle Giulio Pampiglione
Roller Giovanni Prosperi
Schwarz Alessandro Scaretti
Hermann Michele De Maria
Daniel Daniele Gonciaruk
Frate Moser Giulio Pampiglione, Luca Mannocci, Carlo Sciaccaluga
un prete Andrea Macaluso
1°masnadiero Davide Gagliardini
2°masnadiero Carlo Sciaccaluga
3°masnadiero Luca Mannocci
4°masnadiero Daniele Ciglia
5°masnadiero Daniele Gonciaruk
costumi Andrea Viotti
musiche Franco Mussida
luci Simone De Angelis
Note positive nonostante gli indegni
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In molti paesi sotto la dittatura l’esercito spara sulla folla inerme e pacifica, noi invece siamo in un paese talmente civile che la polizia non ti spara neanche se gli tiri un sampietrino contro; questa pratica esemplare di non-violenza mi riempie di ammirazione e sono sicuro che darà i suoi frutti. Invito a questo riguardo a leggere l’intervista del carabiniere che ha rischiato di essere ucciso sulla camionetta poi data alle fiamme, e che nonostante tutto “non ha mai tirato fuori la pistola dalla fondina”. Una reazione più violenta infatti, per quanto assolutamente legittima, avrebbe offerto il destro a polemiche pretestuose e ignobili santificazioni (come è già successo con quel famoso teppista di Genova), ora invece non hanno proprio nulla contro cui appigliarsi.
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Considerati i numeri della manifestazione c’erano al più 500/220.000=0,2% di violenti, e molti tra i pacifici hanno applaudito le forze dell’ordine e contribuito a isolare i violenti; perciò, considerando anche la tensione sociale, il livello di maturità della media è prevalentemente molto buono.
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Questo paese ha vissuto il terrorismo, mentre l’altro ieri non c’è stato, per fortuna, nemmeno un morto.
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Tutti i politici, anche dell’opposizione hanno condannato la violenza ed espresso solidarietà verso le forze dell’ordine.
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C’è veramente tanta gente stufa del comportamento vergognoso della classe politica che governa (per quanto sono troppo giovane per fare confronti col passato, e comunque lo si vedrà alle elezioni).
Gli indignati e gli indegni
Teatro al cinema: Carnage di Polanski
Resta comunque un film interessantissimo con una sceneggiatura assolutamente al di sopra della media. Anzi a questo punto sono proprio curioso di leggere il testo originale di Yasmina Reza (“Il Dio del massacro”, edito in italiano da Adelphi), e vedere le differenze.
[Aggiunta:] Ho poi letto anche il testo originale della Reza, e ho scoperto che quello stare-per-andarsene della coppia ospite è una caratteristica (un difetto secondo me) solo del film, mentre nel libro la scena è ambientata da subito nel salotto, dove le due coppie stanno comodamente sedute e hanno appena iniziato a conoscersi: così tutto si svolge in modo più naturale e logico. Per il resto il film non è inferiore al testo, anzi oltre a interpretarlo bene lo arricchisce pure di qualche battuta (il finale del libro per esempio è più debole). Polanski ha cambiato anche altri dettagli, ma meno significativi, principalmente ha spostato la scena da Parigi a New York, per renderlo più “international” credo.



