Manon Lescaut diretta da Muti, ma Puccini non è nelle sue corde

Ieri ho assistito alla seconda replica della Manon Lescaut diretta da Riccardo Muti al Teatro dell’Opera, ricevendo complessivamente una grande delusione.
Tutto il fuoco autentico e sanguigno che Muti è in grado di mettere anche nelle meno riuscite opere verdiane, diventa poco più che una fredda fiamma dipinta quando affronta la Manon Lescaut di Puccini, quest’opera magnifica e piena di passione, primo capolavoro assoluto del maestro lucchese.
Si sa che a Muti Puccini non piace. Lo si desume anche dai suoi scritti: di tre libri che ho letto (e recensito su questo blog) il nome di Puccini compare una sola volta, en passant, e accennando proprio alla Manon Lescaut (deve essere quella che gli dispiace di meno, probabilmente). I gusti son gusti e alle affinità elettive non si comanda, ma allora perché dirigerlo? Astenendosene ci guadagnerebbe Muti, il pubblico e Puccini. (Uscendo dal teatro sentivo un signore che diceva “ci vuole coraggio a mettere in scena quest’opera”… Ma scherziamo?!)
La prima grande delusione, a livello direttoriale, l’ho ricevuta nel secondo atto, nella scena Ah, sarò la più bella, quando arriva Des Grieux in camera di Manon: tutto il palpito, lo sgomento, il fuoco, che dovrebbe accendersi in questa scena era semplicemente assente. Il nulla. Una scena inutile. Inizialmente ho pensato che Muti si fosse permesso di stravolgere la dinamica. A casa ho riascoltato con la partitura davanti la registrazione che hanno messo su youtube: in realtà no, Muti dà una lettura formalmente abbastanza “corretta” della partitura, quello che manca non è semplice da capire tecnicamente. Posso però dire che la lettura di Bruno Bartoletti è immensamente superiore: lì c’è il fuoco e l’emozione, lì la scena ha un’urgenza inderogabile. Forse è questione di un’agogica più serrata, dei crescendo più accentuati… cosa cambia a livello tecnico lo potrebbe dire meglio di me un direttore d’orchestra. Bartoletti aveva a disposizione voci migliori, ma può essere una giustificazione solo fino a un certo punto.
Passiamo quindi alle voci. Io ho assistito alla recita senza la diva Netrebko, con Serena Farnocchia nel ruolo di Manon. La Farnocchia ha sostenuto il ruolo bene, senza particolari défiance ma neppure con vette da applauso a scena aperta. Il tenore, Yusif Eyvazov, aveva una voce abbastanza grande ma sgraziata e alla fine è stato anche l’unico contestato. Come Geronte c’era Carlo Lepore, uno dei miei bassi preferiti tra quelli attuali, ma il ruolo (e la regia, e la direzione) non gli ha permesso di risaltare più di tanto.
La regia di Chiara Muti non è stata particolarmente brillante, a livello recitativo c’erano molte azioni che non convincevano. Una su tutte, quella di No, pazzo son… in cui Des Grieux implora il comandante di farlo imbarcare come mozzo. In quel punto non ha senso che Des Grieux continui a implorare brandendo la spada: deve gettarla a terra subito.
Belle e semplici le scene di Carlo Centolavigna, eleganti i costumi di Alessandro Lai: ma non basta.

The Majorana Sea: A Play in Three Acts

A compelling reconstruction of an Italian mystery, with a skilful balance between reality and fiction that renders the text enjoyable and captivating.”

Teatro Helios Award at the Passione Drammaturgia festival (Pieve di Teco, Imperia, Italy, 2012).

The next-to-last letter. “Dear Carrelli, I have taken a decision that was inevitable. There is no selfishness in it, but I know the trouble that my sudden disappearance might cause you and the students. So I would ask you please to forgive me for this, but above all for having disappointed the trust, sincere friendship and sympathy that you’ve shown me over the past few months […] ” (From Majorana’s next-to-last letter, Naples, 25 March 1938).  

Majorana’s life. The bare public facts of Majorana’s life are briefly told. Born in Catania, Italy, on 5 August 1906, into an important family, he rose rapidly through the academic ranks, became a friend of Fermi, Werner Heisenberg and other luminaries, and produced a few but outstanding papers. Then, beginning in 1933, things started to go terribly wrong. He complained of gastritis, became reclusive, with no official position, and published nothing for several years. In 1937, he submit his last and most long-lasting paper Symmetric Theory of Electron and Positron, which contains also the neutrino’s theory. Then Majorana applied for professorships and was awarded the Chair in Theoretical Physics at Naples, which he took up in January 1938. Two months later, he wrote the above-quoted letter and embarked on a mysterious trip to Palermo. Arrived in Palermo, he wrote another enigmatic letter saying “The sea has rejected me and I will return tomorrow to the hotel in Naples,” but then he disappeared without a trace.  

My reconstruction. All the past reconstruction focused their attention mainly on the last days before his disappearance. Instead, my analysis is centered on a fact happened in 1933 and usually neglected: the unexpected discovery of the positron, a real breakthrough which made obsolete Majorana’s infinite-component equation, his most ambitious work (not to be confused with later neutrino’s equation). This fact, in my reconstruction, broke in two parts his scientific and personal life. After that, for four years Majorana no longer frequented the physics department and preferred to live an isolated existence… At this point the play moves from ‘comedy’ to darker and touching drama until the unknown and mysterious final.  

Why a play on Majorana. Majorana’s scientific legacy is nowadays greatly recognized, but the deepness of his character goes far beyond the field of physics. He was an outstanding man, sensible and high-cultured, generous and misanthropic, who was well acquainted with Dostoevsky’s novels and Schopenhauer’s philosophy. Further, he dealt with some of the most important physicist of 19thcentury in a crucial period for science and European history. Therefore his life was a perfect mean to treat many interesting topics as frustrated aspirations, misanthropy and misogyny, science and life, genius and ordinary life, troubled friendships, suicide, racial laws, Mussolini and Hitler’s progress etc. But overall, I tried to explore, through the power of theater, the profound ‘sea’ of his soul.

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Characters of the play

1. Ettore Majorana, physicist
2. Emilio Segré, known as the ‘Basilisk,’ Ettore’s peer
3. Giovanni Gentile Jr., Ettore’s peer and friend, son of the Italian philosopher and politician of the same name
4. Maria, Majorana’s younger sister
5. Enrico Fermi, known as ‘the Pope,’ full professor of Theoretical Physics in Rome
6. Laura, a student, Fermi’s then wife
7. Edoardo Amaldi, Fermi’s assistant
8. Ginestra, a student, Amaldi’s then wife
9. Franco Rasetti, known as ‘the Vicarious Bishop,’ Fermi’s peer
10. Gilda Senatore, Majorana’s student in Naples
11. Cutolo, another of Majorana’s students

About the author

Marco Pizzi was born in Rome in 1981. He received a degree in physics from University of Rome La Sapienza in 2005, and a PhD. in astrophysics in 2008. After a further period as researcher he turned almost completely to literature. He has written many short stories and two novels: Lucio. Episodes in the Life of an ‘Heretic’ (Lucio. Episodi della vita di un ‘eretico’, 2009), which is a passionate formation novel; and Meeting with Christ. The Philosopher and the Messiah(Incontro con Cristo. Il filosofo e il messia, 2012), which is a historic-philosophical novel about the Gospels. For theater, he has written several plays, among which we remember: Solo con Falcone, a drama about the italian magistrate assassinated by mafia (Special Award, Tragos European Festival 2017). Since 2009 he writes on a blog about theater, literature and opera (from 2020 the blog has migrated to this site).

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Alan Ayckbourn: un grande del teatro contemporaneo, trascuratissimo in Italia

 
In questi giorni ho colmato una mia grave quanto inconsapevole lacuna leggendo due commedie di Alan Ayckbourn, sul quale mi piacerebbe riportare un po’ di attenzione.
 
Alan Ayckbourn è uno dei più celebri e premiati drammaturghi contemporanei, non sono certo io a scoprirlo, ma basta fare una piccola ricerca sul web per vedere che in Italia probabilmente non ero l’unico a non conoscerlo. Su Amazon non è disponibile NESSUN suo titolo (soltanto Confusioni e Camere da letto sono state tradotte ma sono fuori catalogo), e controllando su teatro.org l’unica ricorrenza che si trova è uno spettacolo di ben sei anni fa, per la regia di Graziano Ferrari in provincia di Bologna (teatro.org non è onnicomprensivo ma penso dia una buona idea della situazione).
 
I due drammi che ho letto e su cui posso dire qualcosa sono Snake in the Grass, e If I were you. Per chi è interessato sono disponibili solo in inglese in formato e-book, in una raccolta che comprende cinque suoi plays.
 
Snake in the Grass è una sorta di thriller con soli tre personaggi: due sorelle e l’infermiera del loro defunto padre. In ballo c’è l’eredità e un ricatto dell’infermiera, che sa che una delle due sorelle ha “aiutato” il padre a morire. È un dramma scritto in maniera ineccepibile, i tre personaggi sono ben scolpiti e approfonditi, il ritmo è serrato, e ci sono almeno tre brillanti colpi di scena che rendono la storia molto avvincente.
 
If I were you è un dramma familiare di ancor maggiore spessore, con cinque personaggi. I protagonisti sono una coppia in crisi sulla quarantina, Mal e Jill, che hanno un figlio quindicenne che ha un ottimo rapporto con la madre e pessimo col padre (“non si comporta abbastanza da uomo” secondo Mal), e una giovane figlia sposata con un ragazzo amante del rugby e mezzo alcolizzato (lui sì che è un vero uomo secondo Mal). La sera vanno a dormire e, inspiegabilmente, al mattino Mal si ritrova nel corpo di Jill e viceversa. Per non perdere il lavoro decidono di non dire niente a nessuno e interpretare ciascuno il ruolo dell’altro. Ne nascono una serie di gag comiche ma anche una riflessione abbastanza profonda sui due personaggi che, vivendo per un giorno nei panni dell’altro, paradossalmente finiscono per scoprire se stessi.
 
Entrambe le pièce sono scritte in maniera magistrale e trovo a dir poco irritante che un drammaturgo di così grande valore sia così poco frequentato sulle nostre scene. Ma purtroppo la stessa cosa può dirsi per quello che è forse il più grande drammaturgo del ’900, Arthur Miller, sul quale mi ripropongo di scrivere prossimamente.

Ernani diretto da Riccardo Muti a Roma

Un breve resoconto tornando dal teatro. Le scene e i costumi di Hugo de Ana colpiscono fin dall’inizio creando un tripudio di armonie cromatiche di rara bellezza; la prima scena in particolare sembrava un quadro di Caravaggio (I bari, La buona ventura).
Le voci: straordinario Francesco Meli, potente, limpido, dizione chiarissima, si conferma uno dei maggiori a livello mondiale; idem per Luca Salsi, bravissimo; Ildebrando D’Arcangelo a tratti si sentiva poco, ma anche lui ha avuto i suoi bei momenti. La Serjan bene, ma certo la dizione non è il suo forte (si capiva una parola ogni tanto). Emozionante il coro Si ridesti il leon di Castiglia, sul quale Muti, a grande richiesta, concede anche il bis. Particolarmente emozionante anche il finale grazie alle prodezze di Meli (e della Serjan).

Quanto alla recitazione, sempre diretta da Hugo de Ana, in generale bene, l’unico appunto che mi viene in mente è nel Secondo Atto: la scena in cui arriva Carlo e chiede a Silva di consegnargli Ernani poteva essere resa in modo molto più drammatico (per esempio, perché Muti, sempre così giustamente rispettoso della partitura, non esegue la pausa dopo la domanda di Carlo a cui Silva non risponde? senza quella pausa la scena perde moltissimo e quasi non si capisce). A parte questo, direzione di Muti inappuntabile. In generale uno spettacolo da non perdere. Repliche fino al 14 dicembre.

Lavia vs Ibsen: I pilastri della società, con finale tarocco

C’era grande attesa ieri sera al Teatro Argentina per la prima del nuovo allestimento di Gabriele Lavia del dramma di Ibsen I pilastri della società, in replica fino al 22 dicembre 2013.
Complessivamente non mi sento di dare un giudizio negativo, anche perché non si può far a meno di apprezzare il coraggio di mettere in scena un dramma così attuale, complesso e poco rappresentato; tuttavia vanno rilevate molte luci e ombre, che riporterò qui in modo molto sintetico.
Fedeltà al testo: mediocre. Purtroppo in Italia i registi hanno la pessima abitudine di prendersi tutti gli arbìtri che vogliono rispetto al testo originale, e Lavia non si distingue in positivo dalla media. Un direttore d’orchestra non si sognerebbe mai di tagliare una battuta di una sinfonia di Beethoven “perché non gli piace” o “non la trova moderna”, né di affidare la parte dei violini a una chitarra elettrica, né tanto meno di aggiungere un finale nuovo. I musicisti non approverebbero, il pubblico fischierebbe. Bene, questo sacrosanto rispetto del testo, che esiste nelle sale da concerto, nel teatro di prosa, in Italia, oggi non esiste. La messa in scena di Lavia, per quanto rispetti il novanta per cento del testo, non inizia né finisce con le battute che ha scritto Ibsen. Il finale soprattutto è stato in buona parte riscritto, lasciando un messaggio più ambiguo di quello voluto da Ibsen (e a tratti addirittura comico!).
Interpretazione: eterogenea. Molto bene le donne, Giorgia Salari (Betty, la moglie del console Bernick), Viola Graziosi (Marta), Camilla Mino Favro (la giovane Dina), e Federica di Martino (la signorina Lona); anche se avrei preferito che Lona avesse una risata meno sguaiata (essere uno spirito libero e ribelle è diverso da essere volgari). Tra gli uomini non mi è piaciuto il professor Rolund, che viene ridotto a un fantoccio ridicolo e senza spessore; mentre Johan Tonnesen mancava un po’ di carisma.
Lavia, che interpretava il protagonista, il console Bernick, mi ha lasciato decisamente perplesso. Per tutta la prima metà del dramma ha recitato in maniera ostentatamente finta, pronunciando le sue battute come una sorta di litania inespressiva, rapidamente e senza soluzione di continuità, quasi senza prendere fiato. Negli ultimi due atti, nelle scene in cui sale la tensione drammatica, è stato costretto a derogare da questa auto-imposizione e per fortuna ha recitato più umanamente, risultando quindi più credibile.
Eleganti e ineccepibili scene e costumi, rispettivamente di Alessandro Camera e Andrea Viotti.
Molti e importanti sono i temi affrontati in questo dramma ‒ l’ipocrisia, la menzogna che rende schiavi, la forza della verità, le conseguenze del prendere le “scorciatoie” ‒ ma per questo servirebbe un altro post.
Qui trovate la locandina completa.

Incontro con Cristo ‒ Il filosofo e il messia

Incontro con Cristo su Amazon
Come si sarebbe posto un filosofo stoico se avesse incontrato e conosciuto «Jeshua il Nazareno»? Quanto del suo insegnamento non era già contenuto negli scritti di Platone e Aristotele? Cos’è che di esso un filosofo non può accettare? Attraverso la forma del romanzo ho cercato di rispondere, almeno in parte, a questi difficili interrogativi.
Il pretesto narrativo è semplice: il filosofo Fabiano Papirio e il suo allievo Alexander si recano a Gerusalemme in visita da Pilato. Qui Alexander troverà l’amore, ma conoscerà anche un nuovo maestro, con la cui affascinante dottrina sarà costretto a confrontarsi. Il narratore è Alexander stesso che, da vecchio, scrive i suoi ricordi confrontandosi col nascente movimento del cristianesimo.
Di fronte a un libro su questo argomento ci si può legittimamente chiedere se sia ancora possibile dire qualcosa di nuovo sulla vicenda di Gesù. Io credo di sì, perché è una storia così carica di significati che non si finirà mai di analizzarla completamente. Inoltre la nostra unica fonte sulla vita di Cristo sono i quattro Vangeli, i quali sono un coacervo di piccole (e grandi) contraddizioni interne frammiste ad avvenimenti sovrannaturali. Di fronte a essi si riscontrano, tipicamente, due reazioni opposte: o di totale rigetto, se si ha una formazione scientifica; oppure di fideistica accettazione, che trova nell’agostiniano «credo quia absurdum» il suo motto più celebre. Entrambe queste vie sono abbastanza semplici da seguire, e non vi sarebbe molto da aggiungere a ciò che già è stato detto nei secoli.
Scrivendo questo romanzo ho cercato invece di percorrere una via ben più complessa e assai meno battuta, quella cioè di avvicinarmi alla figura di Cristo con uno spirito razionale ma del tutto aperto e recettivo. Cristo si è sempre presentato come “figlio dell’uomo”, che nel linguaggio dell’Antico Testamento significa né più né meno che “essere umano”, “mortale”, contrapposto a Dio (per es.: «Dio non è un uomo da potersi smentire/ non è un figlio dell’uomo da potersi pentire» Num. 23, 19). Come tale l’ho trattato, e ho cercato la sua grandezza nell’insegnamento morale più che nei presunti miracoli, dai quali egli per primo prese le distanze.
A monte di Incontro con Cristo c’è un’attenta ricerca sui Vangeli, dai quali ho cercato di tirar fuori una storia che non se ne discostasse molto (nella parte relativa a Jeshua), ma che allo stesso tempo ne risolvesse le contraddizioni logiche evitando il ricorso al sovrannaturale. Seguendo questi due semplici principi si trovano molte sorprese, tra cui, forse la più sconcertante è l’inammissibilità del “tradimento” di Giuda, che diventa palese se si cerca di ricostruire in modo credibile i fatti; in tutti e quattro i Vangeli, tra l’altro, non si usa mai il verbo “tradire”, προδίδωμι, ma sempre “consegnare”, παραδίδωμι; soltanto in un solo passo di Luca, Giuda è definito “traditore”. Ci tengo a sottolineare che il famoso Vangelo apocrifo di Giuda (un documento molto tardo e del tutto irrilevante), non c’entra nulla con la mia ricostruzione, che si basa invece sui canonici. Lo spunto della fedeltà di Giuda me lo diede piuttosto Gurdjieff, nei Racconti di Belzebù, anche se lui non argomentò mai le sue affermazioni.
Il romanzo ha una struttura tripartita, ispirata alla sonata classica: nel primo libro espongo il soggetto, cioè la filosofia di Fabiano; nel secondo libro il controsoggetto, cioè la dottrina di Jeshua; e nel terzo cerco una sintesi. Naturalmente ci sono anche temi secondari, anticipi, riprese ecc.
Del Fabiano Papirio realmente esistito, filosofo stoico ammirato da Seneca, ho preso poco più che il nome, facendolo portavoce di una visione filosofica più vicina alla nostra. Per comprendere certe frasi di Jeshua, invece, ho trovato utile la conoscenza dei maestri spirituali moderni, il cui pensiero ci è pervenuto in maniera diretta e meno frammentaria (per esempio Yogananda, Gandhi, Osho, il Dalai Lama).
In definitiva credo che ne esca il ritratto di un uomo straordinario, un maestro di vita in carne e ossa che ancora oggi ha molto da insegnarci, e la cui figura andrebbe finalmente svincolata da ogni «religione statutaria», come pure avrebbe detto Kant. Jeshua stesso, nell’ultima cena, non lasciò nessun erede né creò nessuna nuova religione, lasciando a questo riguardo un solo, unico e chiarissimo comandamento: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35).
Incontro con Cristoè ora disponibile in formato ebook su Amazon ed è scaricabile su qualsiasi dispositivo tramite questosoftware gratuito.

Tartufo al Teatro Arcobaleno

Uno dei grandi capolavori sempre attuali di Molière viene rivisitato in chiave ‘moderna’ in questo nuovo allestimento con la regia di Nicasio Anselmo al Teatro Arcobaleno, da oggi fino all’8 dicembre.
La recitazione a tratti è tradizionale, a tratti assume invece il ritmo e le movenze della farsa, mandando in visibilio alcuni (molti, che applaudono entusiasti), e irritando altri (pochi, che rimangono in silenzio). Ai due poli opposti della recitazione potremmo mettere Oronte, interpretato in maniera tradizionale dal bravissimo Sergio Smorfa, e Valerio, interpretato da un giovane attore in maniera ultracaricata e macchiettistica, forse proprio per questo ultra-applaudito. Difficile da decifrare il ruolo di Tartufo, anche sorvolando su qualche incespicamento da debutto. Alla prima c’era il tutto esaurito e parecchi applausi.
Quanto del capolavoro di Molière ‘passa’ attraverso queste rivisitazioni? Ognuno dica la sua…

Turandot a Roma 2013

Un breve resoconto dall’ultima replica. Intanto due defezioni: Carmela Remigio è stata sostituita da Maija Kovalevska, e poi dopo il primo atto il tenore Bogdan Roman da Kamen Chanev nel ruolo di Calaf.
La migliore della serata, nonché la più applaudita, è stata sicuramente Liù, interpretata dalla Kovalevska. Mentre la meno soddisfacente Turandot (Evelyn Herlitzius), in evidente affanno. Ho trovato la direzione d’orchestra di Steinberg bella nei fortissimo, ma in generale un po’ pesante e discutibile nella scelta dei tempi (troppo lenti!), e soprattutto avrei preferito che l’orchestra avesse “cantato” di più. Molto suggestivi i costumi e le scene, anche se la regia mi è parsa un po’ troppo statica (troppo seriosi Ping Pong e Pang, e fissi come statuine i coristi). Emozionante il finale “incompiuto”, e quindi una menzione va fatta anche per il Timur di Roberto Tagliavini che ha chiuso con molta intensità l’opera.

La donna del mare di Ibsen a Roma

La buona notizia della nuova stagione teatrale romana 2013/2014 è senz’altro il ritorno da protagonista di Ibsen, che avviene dopo un lungo periodo di trascuratezza, come avevo denunciato in un post di qualche tempo fa.
Il Teatro Eutheca apre le danze con La donna del mare, dramma in cinque atti appartenente alla maturità di Ibsen e capolavoro indiscusso della sua produzione. Si tratta di un dramma dalle tinte fosche, dove il mistero, l’abisso e l’ignoto, simboleggiati dal mare, sono spesso evocati dalla protagonista Ellida, divisa tra il “legittimo” marito e lo spettro del suo precedente amore, un marinaio dal passato ignoto, che lei non ha mai dimenticato, e che improvvisamente ritorna ponendola di fronte a un dilemma terribile. Sarà in grado di scegliere soltanto quando si sentirà completamente “libera” di farlo, cioè fuori dal “contratto” del matrimonio.
L’interpretazione data dalla compagine diretta da Carlo Fineschi è complessivamente di ottimo livello, migliorabile in alcuni aspetti (per esempio il personaggio del professore poteva essere interpretato in maniera più sentita), ma senz’altro seria, coraggiosa e fedele. Coraggiosa soprattutto, perché quello di Ibsen non è certo un testo semplice, ma una vera e propria montagna da scalare, un banco di prova durissimo anche per le compagnie più rodate. E Federica Tantulli (Ellida) in primis e i suoi compagni riescono a superare la prova. Da segnalare anche le scene di Verunska Nanni, che risolvono in maniera originale ed efficace i cambi di scena: alla fine di ogni atto il pubblico letteralmente si sposta con gli attori seguendo il corso della storia “da dentro” la scena.

Cast Completo
Regia Carlo FINESCHI
Con Federica TATULLI
Scene: Verunska NANNI
Costumi: Mariella D’ AMICO
Disegno Luci: Luca BARBATI
Realizzazione Scene: Alfredo MUZZI, Carlo PANTONI
Assistente alla regia: Vincenzo CIARDO

con Federica TATULLI, Domenico CUCINOTTA, Craig PERITZ, Camillo VENTOLA, Salvatore COSTA
e Stefano CHILIBERTI, Francesca LOZITO, Vittoria GALLI

Qualche motivo in più per festeggiare Verdi (e Wagner) oggi

Ci si può chiedere che senso abbia, oggi, festeggiare Verdi in Italia, quando le sue opere vengono ascoltate soltanto da una piccola élite di pubblico, e la musica contemporanea, sia pop che colta, sembra andare ‒ e realmente va ‒ su sentieri completamente diversi.
Che la musica contemporanea segua nuove strade è cosa buona e giusta, oltre che inevitabile, e i veri artisti non hanno bisogno di ‘consigli’, anche se a certi musicisti farebbe bene meno ignoranza, e ad altri ‒ che si reputano più ‘colti’ ‒ meno saccenteria. Non esiste buona arte quando si rompe completamente col passato, ce l’hanno insegnato i più grandi rivoluzionari di tutte le epoche, basti citare Beethoven e la sua venerazione per Mozart e Haydn.
Se il genere operistico, non dico rinascesse (perché non è mai morto, almeno all’estero), ma riprendesse il vigore di un tempo, certo la lezione di Verdi non potrebbe essere trascurata. Tuttavia l’eredità di Verdi, come quella di ogni grande artista, va oltre lo stretto campo della sua disciplina. Per esempio, leggendo l’epistolario si possono imparare molte cose, oltre che sulla sua visione della musica e del teatro, anche sul modo di affrontare l’arte e la vita in generale. (Ed è anche questo che vorrei mettere in evidenza nel racconto a puntate che sto pubblicando in queste settimane). Voglio qui ricordare soltanto tre testimonianze particolarmente attuali che emergono dall’epistolario.
Il superamento delle difficoltà ‘ambientali’. Verdi nacque da una famiglia umile, studiò con grandi sacrifici suoi e grazie al generoso aiuto economico del suocero, Antonio Barezzi. Poi fu respinto all’esame per l’ammissione al conservatorio di Milano. Questo è un episodio vergognoso, anche se molti (come Pienro Angela) hanno minimizzato dicendo che “probabilmente non aveva una buona tecnica al pianoforte”: e allora? Fu respinto come studente a pagamento, e dopo aver dato già ottime prove di compositore! Complimenti ai professori! Fu una cosa vergognosa, che Verdi non perdonò per tutta la vita al Conservatorio. E tuttavia non si arrese, studiò da privato senza mai scoraggiarsi, e anche nel corso della carriera ebbe fiaschi (il più terribile da superare, quello della seconda opera), e poi veleni, critiche, calunnie… di fronte alle quali non si arrese mai, ritenendolo forse il prezzo da pagare quando si sceglie di andare dritto per la propria strada.
L’etica della scrittura. Verdi si spaccava la testa su ogni nota che scriveva: «Belle o brutte che siano le mie note, non le metto a caso», e pretendeva ‒ giustamente ‒ che i cantanti e i direttori rispettassero la sua scrittura. Alla faccia dell’improvvisazione e del performer-creatore, oggi tanto di moda.
La verità nell’arte. Verdi non amava le etichette, e rideva di chi gli diceva “verista”. Considerava il Vero come uno degli obiettivi primari dell’arte, tanto che in una lettera dice che «Shakespeare era verista senza saperlo». Che lezione immensa di fronte a tante cretinate che si sentono oggi sul come si dovrebbe fare teatro!
E dato che stiamo in tema di bicentenario, si potrebbe aggiungere che Wagner, con una vita e delle opere completamente diverse, su questi tre punti ci ha lasciato una testimonianza del tutto simile a quella di Verdi.